Raccontare il dolore

Da Lançon a Fuani Marino, passando da Carlo Emilio Gadda ed Emilio Tadini: l’importanza e la difficoltà di raccontare il dolore con la scrittura.


In copertina: ABRAHAM MINTCHINE “PROBABILE RITRATTO DI JOSEPH DUVEEN” all’Asta da Pananti casa d’aste 

di Matteo Moca

Maurice Merleau-Ponty, in L’occhio e lo spirito, parlando dell’osservazione di un’opera pittorica dice che essa è «il mezzo che mi è dato per essere assente da me stesso, per assistere dall’interno alla fissione dell’Essere, al termine della quale soltanto mi richiudo su di me». Questo paradigma è utilizzabile anche per quanto riguarda la lettura e l’interpretazione di un testo letterario, azione durante la quale il lettore esce da se stesso, si annulla per entrare nel cuore di un testo scritto da qualcun altro, intrecciandosi con il suo tessuto e tentando di interpretarne le trame. Questo procedimento si fa ancora più pervasivo se il tema di cui si sta leggendo si avvicina alle inclinazioni personali, o si incentra su questioni ultime dell’esistenza umana, comuni a ognuno.

È l’esempio del racconto che muove attorno al dolore e alla morte, di quelle opere nelle quali le esistenze dei protagonisti scorrono accompagnate da un alone oscuro che non può non far presagire, in un lettore sensibile, un finale inevitabile, raggiunto attraverso atmosfere che trasudano esperienze angosciose. Un tema realmente universale, che chiama il lettore a empatizzare con la storia che sta leggendo. Dal punto di vista del lettore, il riempimento degli spazi vuoti che alcune opere di questo tipo disseminano tra le pagine può apparire un’esperienza dolorosa e rischiosa, mentre per l’autore la scrittura può tramutarsi in un esercizio terapeutico, che, attraverso la riflessione sul dolore, cerca di comprenderne le cause e, nei casi più fortunati, superarne le conseguenze. Può essere interessante analizzare i generi narrativi che vengono utilizzati dagli autori per soddisfare queste esigenze, confrontando alcune opere molto diverse tra loro, unite però da un simile luogo di riflessione, in un percorso che va dal romanzo classico a quello velatamente autobiografico, dall’autofiction fino all’autobiografia.

La forma del romanzo classico è forse quella che, almeno all’apparenza, potrebbe allontanare di più il lettore da una fusione totale con l’autore: tra i tanti esempi possibili ce n’è uno interessante, La lunga notte di Emilio Tadini, un romanzo dominato dal colore nero, quello che risponde con maggiore aderenza alle azioni del gerarca fascista protagonista, il Comandante, narrate da Sibilla, sua moglie, a un giornalista che cerca di risollevare la sua carriera nella villa dove il Comandante è appena morto. All’interno del racconto di Sibilla, che si trasforma dopo poco in un poema celebrativo, assume una posizione centrale la «disgrazia» che si abbatte sul comandante, un colpo apoplettico che lo investe alle porte dell’aprile del 1945, poco prima della Liberazione (anche una via di salvezza, poiché permette al Comandante di sfuggire a chi voleva vendicare i suoi misfatti dell’epoca fascista appena conclusa) e che fa nascere in lui il desiderio di scrivere le sue memorie, la «Vita di un italiano». Un uomo con un forte handicap fisico, mutilato di una mano persa in guerra, scrive di una vita che oramai non è più la sua, una vita che parte dalla Romagna, si muove verso la Roma fascista e culmina nella guerra. Il colpo apoplettico lo ha portato a vedere la morte da vicino, e, in un momento successivo, quasi a desiderarla, non potendo sopportare una vulnerabilità che non ha alcuna possibilità di modificarsi. Anche il racconto della vita passata non gli appartiene più ma è ugualmente per lui un tentativo ultimo di mettere ordine, di ricominciare a vivere, di esistere. Lui non può scrivere il suo libro senza l’aiuto di Sibilla perché è lei che deve raccontargli la vita che lui oramai ha perso, di cui non ha alcuna certezza («si metteva in dubbio. Si affidava a Sibilla. Ci mancava che le dicesse: “Sono esistito, io! O no?”»). Il racconto della sua esistenza è ciò che gli garantisce sia di vivere il suo passato che di continuare a vivere nel presente: «Quando l’ultima sillaba avesse finito di svolazzare verso la finestra… Doveva aver immaginato, il Comandante, che una volta finito il racconto tutto quanto sarebbe finito. Spento lo schermo, il mondo si sarebbe oscurato». È Sibilla che lo mantiene in vita poiché è la vita passata a rendere tale quella presente, è il ricordo di un’esistenza ad allontanare la morte, in un percorso che sembra replicare la pratica terapeutica e curativa della scrittura (più o meno) autobiografica.

Altro esempio emblematico di un racconto del dolore che ha come obiettivo quello di lenire la sofferenza e le idiosincrasie del suo autore attraverso una conoscenza del dolore, è il romanzo di Carlo Emilio Gadda La cognizione del dolore. Sono fin troppo evidenti gli appigli alla biografia dell’autore per non interpretare questo libro attraverso una simile chiave. Le sofferenze del protagonista Gonzalo Pirobutirro sono anche le sofferenze del suo creatore Gadda. Gonzalo è portatore di una duplice coscienza: conosce ed è consapevole della miseria in cui è calato ma, nello stesso momento, conosce anche l’essenza profonda delle cose, come dovrebbero essere e invece non sono. Proprio dalla dialettica tra questi due tipi di cognizione nasce in lui il rifiuto della realtà attuale, quella in cui si trova a vivere, portandolo dunque a desiderare un’esistenza che si distacca da quella effettuale; quella di Gonzalo è un’ostilità nei confronti della realtà esterna, «un’irritazione verso la vita», qui sta la forma di delirio che lo affligge, in questa impossibilità di conciliazione tra i due poli. Tratto fondamentale della figura di Gonzalo è il suo rapporto con la madre, un rapporto impossibile che sta a rappresentare il rapporto impossibile tra l’individuo Gonzalo e il mondo, uno squilibrio che segna il suo comportamento e rende evidenti gli oscuri labirinti della sua psiche. Gonzalo è afflitto da un male, un tarlo che lo mangia dal suo interno e lo costringe a vivere in una realtà che non esiste, e questo male prospera e si diffonde a stretto contatto con il pensiero della morte; già il titolo dell’opera è emblematico perché anche lo sforzo conoscitivo della scrittura non può che condurre a conoscere il dolore, che assurge dunque a unica dimensione che appartiene all’uomo, dimensione che nel libro si presenta mutevole, prendendo talvolta le forme della pazzia del protagonista, altre quella delle sofferenze della madre. Il destino dell’uomo assume allora le forme della notte «spaventosa, eterna» che emerge in uno dei sogni di Gonzalo, nella sua forza nera «più greve del coperchio di tomba».

 

Giuseppe Amadio, “Laco”, all’asta da Pananti Casa d’Aste

 

Appare evidente come questo senso di trasporto del lettore intorno a temi partecipati come quello del dolore, raggiunga il suo culmine nei racconti autobiografici, dove non esiste più il muro consolatorio della finzione narrativa in senso stretto e quello che fuoriesce dalle vicende è la vita reale. Quando questi testi si fanno testimonianza di un rapporto stretto con la morte, immagini di eventi eccezionali dove l’esistenza e il suo contrario si sovrappongono, la scrittura raggiunge forse il massimo grado di natura riparativa per l’autore: una riparazione che però si allontana immediatamente dal suo più preciso senso etimologico per trasformarsi in un tentativo di capire il male, di comprendere le motivazioni del dolore e della violenza, affidandosi a un mezzo incerto e debole rispetto all’esperienza passata, quello della scrittura, ma nello stesso tempo unico per permettere al dolore di decantare, analizzandone le sfaccettature e i caratteri.

Un sentimento simile genera Svegliami a mezzanotte di Fauni Marino (Einaudi, 2019), il libro nel quale la scrittrice racconta il suo tentativo di suicidio: per un momento, certo quello della caduta dal palazzo, ma anche quello della riabilitazione lunga e dolorosa in ospedale, Marino ha attraversato il confine tra la vita e la morte e il suo libro è un coraggioso tentativo di provare a comprendere quel gesto, indagando non solo i movimenti della mente, ma anche le cicatrici che il corpo porta su di sé. Il libro si legge velocemente, grazie soprattutto all’abilità narrativa di Marino, ma a quella stessa velocità fanno da contraltare tutta una serie di interrogazioni che sorgono nel lettore e che lo portano a soffermarsi su ogni parola per provare, anche lui, a comprendere le motivazioni del gesto di Marino.

L’esercizio di comprensione assume poi le forme di una mise en abîme in quanto la scrittrice, attraverso una fitta rete di rimandi ad autori che hanno raccontato il dolore o il suicidio nelle loro pagine (da Sylvia Plath a Sigmund Freud per fare qualche esempio), sembra cercare un soccorso ermeneutico nelle parole di altri che hanno vissuto esperienze simili o che ne hanno studiato la genesi. Ancora una volta è alla scrittura che ci si affida per tentare di fare luce su ciò che è successo, consapevoli, probabilmente, della difficoltà di rintracciare una spiegazione razionale o che comunque sia in grado di risolvere il ragionamento. I libri di cui si è parlato, e ancora di più nel caso di Marino in virtù del carattere autobiografico, muovono tutti da un bianco, un vuoto da riempire. Secondo le idee di uno dei maggiori teorici della letteratura del Novecento, Wolfgang Iser, al lettore è attribuito uno spazio fondamentale, tanto che«the text represents a potential effect that is realized in the reading process» («il testo rappresenta un effetto potenziale che si realizza durante il processo di lettura», così scrive in The act of reading). Se le cose stanno così (e già Proust si muoveva su territori simili quando, in Sulla lettura, scriveva che «Per una legge singolare ai nostri occhi il termine finale della loro saggezza [quella degli scrittori] è soltanto l’inizio della nostra, e, di conseguenza, soltanto nel momento in cui ci hanno detto tutto quanto potevano dirci suscitano in noi la sensazione di non averci ancora detto nulla»), ecco che in situazioni in cui anche lo scrittore è in cerca di un significato della sua esperienza, il testo è intervallato da una serie di interstizi da riempire, generando un meccanismo che può legittimamente portare a postulare che il destinatario di un testo sia esso stesso condizione indispensabile per la realizzazione delle sue potenzialità significative. Ed è questo il richiamo che fuoriesce dalle pagine di Svegliami a mezzanotte (ne è un esempio lampante l’intervista pubblicata su queste pagine all’autrice), perché la voragine che apre Marino finisce per risucchiare anche il lettore che, come la scrittrice, rintraccia nel mezzo letterario un eccezionale strumento di conoscenza, un appiglio per la descrizione del dolore e della morte.

Un tipo di reazione analoga scatena anche il libro di Philippe Lançon La traversata, appena tradotto da Alberto Bracci Testasecca per le Edizione E/O. Philippe Lançon è uno degli undici sopravvissuti, dodici furono invece i morti, alla strage del 7 gennaio 2015 presso la redazione del giornale satirico Charlie Hebdo e questo libro, meritoriamente vincitore in Francia del Renaudot Spécial, è il racconto autobiografico di quell’esperienza e di quello che è successo dopo. In questo libro Lançon, che durante l’attentato sarà ferito a una mano, perderà la parte destra della mandibola, una parte del labbro inferiore e i denti (Le lambeau si intitola in francese, quasi a sottolineare il lavoro chirurgico con i lembi di pelle), descrive con acutezza una situazione di confine tra la vita e la morte, provando a riordinare gli attimi di un momento sconvolgente che finirà per modificare per sempre la sua condizione fisica e psicologica. Come nel caso di Marino, questa situazione liminare non si limita al momento fatale, ma prosegue con il racconto dei numerosi interventi chirurgici, momenti in cui l’autore riflette sulla sua condizione. Il trasporto del lettore per questi racconti si arricchisce qui di un tassello ulteriore e importante, l’elemento del terrorismo, in quanto gli attentati di Parigi hanno ricordato a ognuno che in qualsiasi momento anche lui può diventare una vittima. In La traversata, un libro scritto in maniera magistrale l’autore riesce a raccontare la sua esperienza così in profondità che non può non lasciare sgomento il lettore, incapace, così come l’autore, di riempire gli spazi bianchi aperti dall’evento inspiegabile. Ci sono passaggi terribili (quelli in cui per esempio Lançon racconta delle cure dolorose), alti momenti di critica (non solo letteraria, Proust, Kafka e Mann soccorrono lo scrittore nella convalescenza, ma anche musicale, Bach è l’atro salvatore di Lançon), c’è la sofferente consapevolezza che la persona non sarà più la stessa, ma c’è anche un profondo desiderio di comprendere. Anche nel caso di Lançon quindi il mezzo letterario sembra essere lo strumento migliore per interrogarsi su questioni inaggirabili: è attraverso la letteratura che è possibile formulare una domanda che rimane comunque senza risposta, ma che trova il suo valore più profondo proprio in questa condizione. 

La riflessione degli autori vive proprio su questa estrema precarietà, trovando in essa la propria fragile ragion d’essere. Rimuovere è impossibile, questo emerge dal confronto tra le opere di Gadda, Tadini, Marino e Lançon, e anche se appare paradossale tentare una guarigione attraverso uno strumento che già in partenza sembra sconfitto, la scrittura appare come il mezzo privilegiato per tentare di afferrare l’inconoscibile. Questo percorso muove da questioni personali differenti, inerenti al dolore e alla morte, temi universali in grado di interrogare allo stesso modo, seppur ovviamente con gradi diversi, chi scrive e chi legge, creando una forte empatia segnata dalla comunanza di queste paure, ma anche dal forte valore terapeutico assegnato alla parola. La letteratura allora formula delle domande che dall’ottica individuale si fanno immediatamente collettive, solleticando i timori e le paure del lettore: forse proprio in questa condizione sta il compito più alto di cui la letteratura può farsi carico.


Matteo Moca è dottore di ricerca in Italianistica e Cultore della materia per l’insegnamento di Letterature Comparate presso l’Università di Bologna. Ha pubblicato la monografia, Tra parola e silenzio. Landolfi, Perec, Beckett. Ha dedicato saggi all’opera di Tommaso Landolfi e si occupa, tra gli altri, di Elsa Morante, Anna Maria Ortese e Georges Perec. Scrive di letteratura su quotidiani e riviste.

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