Reborn dolls: Surrogati umani



Il fenomeno delle reborn momsmigliaia di finte mamme che accudiscono perturbanti bambolotti iperrealistici – vendute in kit completi con tanto di finto cordone ombelicale.


In copertina: Niccolò Cannicci, Ritratto di bambina, Asta Pananti in corso

(Questo testo è un estratto da “Adolescenza zero” di Laura Pigozzi. Ringraziamo Nottetempo per la gentile concessione)


di Laura Pigozzi

L’assenza di conflitti con i genitori rende i figli silenti, senza una propria apparente volontà, ubbidienti, docili e rassicuranti verso gli adulti. La preferenza per figli cosí “facili” possiamo documentarla facendo riferimento a un fenomeno contemporaneo, piuttosto inquietante, in cui migliaia di finte mamme accudiscono perturbanti bambolotti iperrealistici. Un fenomeno in crescita che racconta, in maniera estrema e sconcertante, la realizzazione di un fantasma inconscio che può abitare quel genitore che non vuole affrontare il normale – e benvenuto – conflitto tra generazioni. Molti cercano, oggi piú di ieri, di sopire ogni accenno di rivendicazione nei figli, accontentando ogni loro richiesta, mantenendoli bambini che non diventeranno mai veramente figli, ovvero soggetti indipendenti. Alcuni genitori non ce la fanno a contemplare la possibilità di avere un figlio – cioè, qualcuno che andrà per la propria strada –, ma preferiscono un bambino che resti per sempre tale, che non si ribellerà, che non si allontanerà, che non li abbandonerà: ovvero, che non si animerà. Preferire di avere un bambino, invece che un figlio, è volere una sorta di bambolotto da coccolare piuttosto che qualcuno con cui confrontarsi, qualcuno che un giorno prenderà il posto del genitore e che, se tutto va bene, vivrà in un orizzonte in cui non avrà piú bisogno della sua presenza quotidiana.

Le mamme dei bambolotti iperrealistici non dicono di averli acquistati, bensí di aver “adottato” il loro “bambino speciale”. Si tratta del fenomeno delle reborn dolls, “bambole rinate”, surrogati umani molto simili a bebè, di cui hanno la consistenza, il peso, la morbida pelle odorosa che cambia colore a seconda delle situazioni e della luce. Possono ridere alle carezze sulla pancia, hanno un battito cardiaco, succhiano il biberon o direttamente il seno con gemiti di godimento e, mentre la pelle del viso si arrossa, fanno il ruttino, vomitano in auto e possono piangere in maniera convincente. Le reborn dolls sono dotate di una realistica voce da neonato che aumenta l’illusione di avere tra le braccia un neonato vero, piuttosto che un surrogato meccanico. Innumerevoli sono i filmati in rete che riprendono la vita quotidiana delle reborn moms – “mamme” di reborn – che accudiscono l’animato-inanimato bebè, lo nutrono, gli parlano, gli fanno il bagnetto prima di dormire, mentre il bambolotto di silicone ride di piacere. Le bambole vengono trattate come bambini veri a cui comprare corredini e allestire camerette. Le reborn moms si informano sui nidi in quartiere, organizzano il battesimo con tanto di bomboniere e colloquio col prete in chiesa, come si legge nel loro gruppo Facebook “Il mio bimbo speciale”. È un fenomeno mondiale, prolifico anche in Italia; non è né irrilevante né marginale se uno dei banali filmati di accudimento pre-nanna ha piú di 3.000.000 di visualizzazioni e oltre 12.000 like. Molto ripreso è il momento dell’arrivo della bambola animata: le reborn moms aprono il pacco insieme a un’amica, mimando l’emozione dell’incontro col bambino dopo la nascita. Le piú ardite fingono di essere in sala parto mentre l’amica “taglia” il cordone ombelicale, che fa parte del kit, e il bebè surrogato piange. In rete si può comprare uno strumento simile a un test di gravidanza, il cui display si illumina con la scritta reborn pregnant (“incinta di una reborn”). È realizzata cosí la fantasia di avere un neonato da maneggiare, nutrire, accarezzare, senza le sgradite reazioni soggettive del piccolo, quelle che, nella realtà, tracciano la differenza tra il bambino sognato e quello nato. È il tentativo di realizzare una fantasia di bambino, ordinato con caratteristiche somatiche desiderate, un’anticipazione di ciò che un giorno la tecnologia riproduttiva sarà in grado di fare su larga scala. Il vantaggio non secondario è che un figlio reborn non cresce, non se ne va: è per sempre. Proprio come, in cuor loro, vorrebbero molti genitori.

Niccolò Cannicci, Ritratto di bambina

Forever Mothers

Il surrogato di un figlio – reborn – si può realizzare con costi relativamente contenuti: su eBay e Amazon costa da 500 a 20.000 euro e viene spedito completo di pannolini, braccialetto per neonati delle nursery ospedaliere, vestitini, data di nascita e nome dell’artigiano che l’ha costruito e che forse funziona da parodia del Nome-del-Padre. Ultimamente alcune “mamme” di reborn hanno cominciato a costruirli per sé e per altre donne – nessun padre, nemmeno per i surrogati – e ne hanno fatto una mostra fotografica dal titolo Surrogati. Un amore ideale, esposizione che ho visto dopo la prima stesura di questo capitolo e che mi ha fornito la conferma della diffusione del fenomeno. Questa mostra, che sta girando il mondo, sembra allestita con l’intenzione di ottenere una sorta di accettazione sociale di una pratica che, di fatto, racconta il bisogno di possedere un altro che sia in posizione di totale asservimento e che non manifesti esigenze vitali di cui occuparsi. Ciò che l’epoca non sembra piú sostenere è la feconda imprevedibilità dell’Altro. I progetti fotografici sui figli reborn sono di Jamie Diamond e si intitolano I Promise to be a Good Mother, Forever Mothers e Nine Months of Reborning: essi sono concepiti con l’idea di dimostrare che le reborn moms “creano profondi legami emozionali con i reborn, [si tratta di] madri oltremodo affettuose nei tradizionali scenari domestici che includono occasionalmente dei ‘fratelli’ umani”. Sul coinvolgimento dei membri della famiglia, una delle donne fotografate, Kim, racconta: “Mia madre mi ha accompagnato nei negozi a comprare abiti per bambini. Non avevo mai avuto la possibilità di farlo prima, perché non avevo avuto figli. E mio marito è venuto con me dal rigattiere dove abbiamo comprato una piccola culla”. Kim a sua volta costruisce bambole di gomma vinilica e racconta che una donna per la quale aveva costruito la reborn ha portato la bambola davanti alla tomba di suo figlio. E Marilyn confessa: “Quando scattiamo una foto di famiglia c’è sempre la reborn. Non come un soprammobile che entra per caso nell’inquadratura, e neanche come decorazione o parte della scenografia: è un membro della famiglia”. Un’altra costruttrice, Laurel, lei stessa mamma di reborn, dice delle donne sue clienti: “Magari hanno già un figlio, magari no, oppure sono come me e si sono semplicemente innamorate di questi bambini dolci e innocenti. I figli crescono cosí in fretta che ricordiamo a malapena com’erano”. E prosegue: “Tenerli in braccio gioca brutti scherzi alla nostra mente perché sono iperrealistici […] ingannano la mente che inizia a produrre ossitocina, proprio come quando si tiene in braccio un bambino”. Vietate ai minori, le reborn non sono da confondere con i giocattoli per bambini né bisogna credere che siano costruite solo per il collezionismo, dato che la maggior parte delle acquirenti ne ha un solo esemplare. I finti neonati sono fatti a mano, modelli unici e irripetibili, con capelli naturali cuciti ad ago e del tutto somiglianti a bambini veri. Nei video le reborn sono chiamate “amore della mamma”, vengono portate al parco giochi e le reborn communities, in cui le loro proprietarie si incontrano regolarmente, raccolgono testimonianze stupefacenti: “C’è chi compra vere pappe per bebè, chi usa la Nutella per simulare la pupú al parco, chi ha tentato di ingaggiare una tata per la propria bambola”. Una reborn mom, uscendo dal supermercato, ha visto un capannello di persone che tentavano di aprire la sua auto parcheggiata sotto il sole, avendo scambiato per un neonato la reborn all’interno dell’abitacolo. Scoperta la verità, la gente si è infuriata con lei e l’ha mortificata. Sui social, in cerca di conforto, ha raccontato l’episodio: le altre le hanno consigliato di portare la piccola dentro il supermercato, in modo da non incorrere in ulteriori umiliazioni. Inoltre, cosí facendo, le hanno suggerito le altre reborn moms, avrebbe potuto saltare anche la coda alla cassa! Una di loro scrive: “Siamo andati al parco con la carrozzina e poi mi è venuta l’idea di portarlo dal medico di base. Nella sala d’attesa tutti mi hanno fatto i complimenti per come fosse buono e dormisse sereno. Poco prima del mio turno ho finto una chiamata e sono uscita. Che peccato non poter coinvolgere il dottore in questa cosa!” Le reborn moms cercano di invischiare l’altro nel proprio delirio, in perfetto stile perverso; una di loro si lamentava che la propria madre non si era prestata a tenere compagnia alla bambola mentre lei era al lavoro. La reborn mom coinvolge il suo entourage nella propria follia: coniugi, amiche, genitori si trovano ad assecondarne il vaneggiamento. Sui social, una giovane reborn mom racconta di aver cominciato a uscire con un ragazzo a cui aveva raccontato che lei viveva con la sua bambina senza padre. Dopo qualche tempo, l’uomo chiede di conoscere la figlia ma, accortosi della finta neonata, tronca la relazione. A questo post – che ha collezionato quasi un migliaio di like – le altre reborn moms hanno risposto indicando la causa dell’infelicità della ragazza nell’insensibilità e nella chiusura mentale dell’uomo.

L’iperrealtà è tale che alcune baby-sitter, chiamate per le reborn, hanno confessato di non essersi accorte subito che il bambino era finto perché dormiva. La tata per la bambola reborn è il soggetto del thriller The Boy, in cui una baby-sitter è minacciata dal bambolotto, animato e omicida. Nel film, una ragazza americana in fuga si rifugia in un piccolo villaggio inglese e viene assunta da un’anziana coppia come baby-sitter di un bambolotto reborn, copia esatta del loro figlio naturale quando aveva otto anni. I coniugi trattano il bambolotto come un figlio, gli parlano e lo sgridano per fargli rispettare regole precise, pretendendo che la baby-sitter faccia altrettanto. Il bambolotto reborn, che attenta alla vita della ragazza, è dotato di una telecamera installata negli occhi, da cui qualcuno controlla la situazione. Si tratta del vero figlio della coppia di anziani, ormai uomo fatto, che però vive relegato in soffitta dall’età di otto anni, epoca in cui fu colpito da una malattia mentale e soppiantato da una reborn. La reborn è qui chiamata a sostituire le imperfezioni di un figlio naturale: una delle funzioni di una reborn è di assecondare il delirio ideale del figlio perfetto. Appena la giovane americana termina il suo breve apprendistato, gli anziani genitori partono alla chetichella per un viaggio con il progetto di suicidarsi, sperando che la giovane decida di restare a prendersi cura del figlio, attraverso il figlio reborn. Dopo la partenza della coppia, la malattia psichica del figlio reale si aggrava e lui esce dalla soffitta in cui era confinato per uccidere la ragazza, bersaglio su cui dirige l’odio mai espresso verso i genitori segreganti.

La reborn come sostituto del figlio mancato – imperfetto o deceduto – è una risposta patologica all’idea altrettanto folle di un figlio come progetto che non deve “fallire”. Un figlio, invece, è sempre “mancato”, in qualche modo “fallito” rispetto alle aspettative grandiose, è un taglio nell’esperienza, è il trauma dei genitori, perché non è mai – per definizione – come lo si desidera. Se lo fosse, sarebbe l’inferno. Come accade nella maternità reborn.


Laura Pigozzi è impegnata a leggere le questioni che riguardano le famiglie, il femminile e la voce alla luce della pratica e della teoria analitica. È autrice dei libri: A Nuda Voce (2008, ampliato nel 2017), Chi è la piú cattiva del reame? (2012, tradotto in Francia da Albin Michel nel 2016), Voci smarrite (2013). È membro della Fondation Européenne pour la Psychanalyse, già vicepresidente di Lou Salomé-Donne psicanaliste in rete. Cura il blog Rapsodia (www.rapsodia-net.info) e ha fondato il Non Coro, laboratorio stabile di sperimentazione e creatività vocale. È nel comitato scientifico e docente della Società Italiana di Musicoterapia Psicoanalitica. Lavora a Milano e in provincia di Verona. Mio figlio mi adora è vincitore del primo premio internazionale “Città delle Rose 2017” ed è uscito, nel 2018, in Francia per Érès e in Brasile per Buzz Editora.

1 comment on “Reborn dolls: Surrogati umani

  1. Giovanna

    Sconcertata da tanta ignoranza tutta assieme in un solo articolo. Rigole considerazioni sull’argomento Reborn. Argomento che cita solo essere come fenomeno inquietante di presunte madri che vorrebbero rispecchiati nei propri figli questo genere di bambole o che cercano di sostituirli con tali. Mentre c’è per lo più una parte legata al collezionismo puramente estetico come può essere per esempio quello di una qualsiasi opera d’arte che sia un quadro o una action figure. Ne tanto meno si è citata la parte terapeutica che queste bambole possono avere su persone affette da diverse malattie. Davvero triste che sia dua spazio ad articoli del genere per condizionare e indignare magari una fetta di pubblico che non conosce l’argomento creando quindi dei pregiudizi. Pessimo.

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