Recensione dal mio bagno – Alaska

“Alaska” di Claudio Cupellini
Sceneggiatura di: Claudio Cupellini, Filippo Gravino, Guido IuculanoFotografia: Gergely Poharnok
Montaggio: Giuseppe Trepiccione
Con: Elio Germano, Astrid Berges-Frisbey, Valerio Binasco, Marco D’Amore
Prodotto da: Indiana production company e RAI Cinema

Firenze è deserta.
Le strade son vuote.
Lunghe transenne di ferro accompagnano per mano i marciapiedi ordinati.
È il giorno del Papa.
Non si muove una mosca.
Sono spariti i rumori.
Sono spariti i silenzi.
La città sosta inerte sott’acqua.
Qualcuno ha tolto il volume a questa lunga giornata di autunno.
I percorsi obbligati limitano il mio movimento e illuminano quello del Papa.
Non riesco a seguire la via che vorrei.
Non riesco a trovare la strada di casa.
Non riesco ad andare diritto.
Non sono manco ubriaco.
Devo entrare veloce nel primo cinema che trovo.
Tutte le strade portano a Roma.
Se chiudo gli occhi e seguo il percorso obbligato finirò dritto dritto in Piazza San Pietro tra le braccia del Papa.

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(c) Filmsolo, Lorenzo Bechi 2015

Tanto lui è buono, buonissimo e saprà accogliermi e abbracciarmi come si deve,
come mi merito, come ho bisogno.
Ci metto tanto, tantissimo a raggiungere il cinema.
È una giornata di sole, una delle ultime e io cammino veloce.
Più veloce che posso.
Fumo e sudo.
Il sole in faccia.
Persone che corrono, altre che cantano.
Nessuno è sudato.
Nessuno che fuma.
Bandierine.
Boyscout.
Papa boys.
Chitarre.
Suore.
Suorine.
Vescovi.
Cardinali.
Angeli.
Asinelli.
Lazzari.
Presepi.
Mamme felici.
Nemmeno una macchina.
Gli alberi immobili.
Dove sono andate a finire le auto?
Dove sono gli atei e gli agnostici?
Dove sono i peccatori, gli scienziati e i miscredenti?
Dove le streghe?
Dove i comunisti mangia bambini?
Dove sono i senza dio, gli strozzini, i taglia gole, gli Hare Krishna, i vegani e i venditori di fumo?
Dipartiti.
Scomparsi.
Spariti.
Restano solo i fedeli, un pugno di vigili e me.

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(c) Filmsolo, Lorenzo Bechi 2015

Nascosto da qualche parte l’esercito.
E poi lui, il Papa dei Papi.
Chissà se il Papa sarà per sempre al suo posto anche nel futuro più nero?
La Chiesa è un po’ in ribasso ma lui, Papa Francesco, ammazza i sondaggi,
meglio di Renzi, Grillo e Salvini.
Non ci vuole poi molto.
Chissà che fatica essere il Papa di oggi?
Quanti impegni, persone, viaggi, critiche, domande, sospetti, lodi, accuse, preoccupazioni.
Quanti regali.
Quante mani molle, bianche, lisce e sudate.
Chissà com’è il pigiama del papa o se magari d’estate dorme nudo e senza lenzuolo?
Chissà se sogna in italiano o in spagnolo?
Chissà se fuma?
Chissà se la barba se la fa da solo o ha un barbiere papale?


Il papa non può avere la barba. Non è mai esistito un Papa fornito di barba. Come sarebbe un Papa hipster e al passo coi tempi? I tatuaggi del Papa. I baffi del papa. La bici del papa.


 

Il papa non può avere la barba.
Non è mai esistito un Papa fornito di barba.
Come sarebbe un Papa hipster e al passo coi tempi?
I tatuaggi del Papa.
I baffi del papa.
La bici del papa.
La veste talare accorciata e il calzino colorato che spunta.
Il calzino del Papa.
Chissà?

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(c) Filmsolo, Lorenzo Bechi 2015

Beh sarebbe ridicolo.
Chissà se mentre ha attraversato il prato del Franchi ha pensato almeno una volta a Bati, Passarella, Bolatti, Gonzalo, Dertycia e Facundo Roncaglia?
Loro che, proprio come lui, sono venuti dall’Argentina a Firenze per cantare la gloria dei cieli.
Il Papa allo stadio, fa il tour negli stadi, come Vasco, Jovanotti, Ligabue, gli Stones e Madonna, sì anche lei, un giorno magari faranno un duetto, “Non amarmi”o “Vattene amore”, chi può dirlo, le vie del Signore sono infinite.
O forse lei aprirà i concerti di lui e gli angeli in coro, i vescovi ai fiati, i cardinali col basso e le suore alle trombe.
Prima o poi lo faranno ne sono sicuro.
Chissà come sarà il papa tra cent’anni quando la sua papamobile volerà spedita nei cieli,
noi umani saremo robot,
gli alberi fontane di foglie,
il vento soffio divino e il sole a noleggio?
Sarà come ora, come prima, come ieri e come sempre.
Il papa è un classico e i classici son classici e non cambiano mai.
Già, come Madonna.
Cambierà solo il suo mezzo, l’auto del Papa: la produrranno i cinesi, volerà alta nei cieli e non avrà né sterzo né cambio e andrà per volere divino.
Sarà una bolla traslucida e a forma di croce che galleggia leggera tra i cieli grigi e di ruggine di Roma, Calcutta, San Paolo, Nairobi e Pompei.
E poi ci saranno tanti concerti e il Papa che canta e Madonna che balla.
Già oggi il Papa è una star, l’imperatore del mondo.
Ha tantissimi fan e senza confini.
Ha uno stato, una reggia, il trono, le leggi, lo scettro, le guardie, i sudditi e diversi castelli.
Pochi lo sanno ma per la legge dello Stato Vaticano chiunque può essere eletto papa, non è necessario essere uomo di fede, avere le stigmate, prendere i voti.
Lo giuro.
È un retaggio del Sacro romano impero?
Può darsi.
Anche io, te, lei e lui un giorno potremmo essere il Papa.
Io canto anche bene.


Pochi lo sanno ma per la legge dello Stato Vaticano chiunque può essere eletto papa, non è necessario essere uomo di fede, avere le stigmate, prendere i voti. Lo giuro. È un retaggio del Sacro romano impero? Può darsi. Anche io, te, lei e lui un giorno potremmo essere il Papa. Io canto anche bene.


 

Ci vediamo al conclave vestiti in viola.

Questa recensione sarà simile al film del quale intende parlare: semplice, sobria, senza troppi fronzoli e che rimane li, non vola, senza le ali, a terra, vicino ai più poveri e agl’ultimi.
Un po’ come Papa Francesco, che però tra cent’anni volerà senza ali nella sua papamobile, bolla traslucida e a forma di croce, di concerto in concerto.

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(c) Filmsolo, Lorenzo Bechi 2015

Son le tre mezzo e sono già seduto nel mezzo del cinema.
Nonostante l’orario e Papa Francesco ci sono almeno una ventina di persone con me che aspettano “Alaska”, l’ultimo film di Claudio Cupellini.
Ci sono due signore sulla sessantina di quelle che si tengono “piuttosto in forma” che, ne sono sicuro, si aspettano un film sull’Alaska, le slitte, gli igloo e i deserti di ghiaccio.
Niente da fare.
Manco mezza montagna.
Manco un grizzly che caccia un salmone.
Manco un filo di neve.
Nessuna traccia degli inuit.
Nemmeno una slitta.
E pensare che le due signore “piuttosto in forma” amano la natura e detestano il Papa;
sono venute al cinema per sfuggire al traffico, ai preti e per volare un par d’ore nella natura selvaggia.
Niente da fare.
Amen.
“Alaska” è un film metropolitano, è un film europeo, è ambientato tra Parigi e Milano.
Niente alberi, nessun animale.
Ci sono i grandi alberghi, le modelle, i locali notturni, le ville sul lago, i camerieri, gli ospedali, le galere e pure il tizio di Gomorra la serie che fa il tizio di Gomorra la serie ma con un puma tatuato sul collo (Marco D’Amore).
La storia racconta le vicende di un amore travagliato, quello tra Elio Germano nei panni di Fausto e la bellissima Astrid Berge-Frisbey nei panni di Nadine.
Iniziamo col dire che il film ha una sceneggiatura molto interessante: ci sono molti cambi, colpi di scena, ribaltamenti e simmetrie.
Fausto fa il cameriere in un grande albergo di Parigi.
In quello stesso hotel Nadine sta partecipando a un casting per diventare modella.
I due si conoscono su una terrazza: lei fuma in mutande, Elio Germano è vestito da pinguino e fuma lui pure.
Lei gli dice “sembri un pinguino”, lui la porta nella suite presidenziale e gli dice che un giorno sarà la sua stanza.
Li scoprono.
Parapiglia.
Fausto vola in galera, Nadine diventa modella.
Lei lo aspetta e lui sconta la pena.
Si amano.
Poi capriole, piroette e salti mortali.
A lui va tutto bene mosso dall’ambizione e dalla voglia di riscatto, a lei tutto male: rimane vittima di un incidente stradale che le impedisce di continuare a far la modella.
Non aggiungo nient’altro.
Solo una cosa: ma cosa c’entra l’Alaska?
Nulla o quasi.
“Alaska” è il nome del locale che Fausto aprirà con Sandro (un grandissimo Valerio Binasco), l’inizio della sua rincorsa al successo.
Il film parla con leggerezza di grandi temi quali: l’ambizione, la crescita, la voglia di farcela ad ogni costo.
Prenditi la vita che vuoi, guadagnati ciò che ti spetta, punta alle stelle e male che vada son caramelle.
Chiediti chi vorresti essere e dove vorresti andare e poi diventalo e vacci.
Me lo chiedo sempre anch’io: chi vorrei essere? Quale tipo di umano?
Sei possibilità: boh, esploratore, pilota di Formula uno, scalatore, benzinaio, Papa.
Ma oggi nel giorno di Papa Francesco ho capito una cosa:
per sapere chi essere e dove andare a sbatter la testa devi sapere chi sei.
E io chi sono?
Sono uno che potrebbe diventare anche il papa.

Elio Germano è bravo, bravissimo, come sempre.
A mio modo di vedere non è un attore tecnico, è un attore che fa poco, pochissimo, che fa sempre se stesso che interpreta quel personaggio.
Deve essere una persona molto variegata ho pensato, uno che si declina attraverso una vastissima gamma di emozioni. Non diventa altri ma in tanti lo abitano.
Ricorda tanto e in tante cose il suo amico Valerio Mastrandrea ma forse lui, Elio Germano, è più versatile e completo, un filo più tecnico o forse umanamente più complesso o forse ancora abitato da più gente.
Lei, Astrid Berge-Frisbey è tanto bella da togliere il fiato, da andarsene via dal cinema indignati.
È di una bellezza inqualificabile, indecente, inaccettabile.
Di quelle bellezze francesi quelle li, di quelle senza nome che trovi solo in Francia e in certi film, anche se lei di fatto è spagnola.
È anche brava e non ha un ruolo facile, non ha un personaggio stereotipato ma piuttosto è chiamata a confrontarsi con una miriade di cambiamenti nel corso del film: prima è una modella svogliata, poi una modella affermata, poi una donna ferita, poi una cameriera rassegnata, poi…

Il film nella sua interezza è sobrio e curato.
Non si notano invadenze registiche, tutto appare misurato e finalizzato a quel che si intende raccontare: una storia semplice e ben scritta che parla del mondo di oggi, di ambizione, di progetti e riscatto.
Sullo sfondo emergono tante piccole cose che raccontano la realtà di oggi giorno: il lavoro precario, la mondanità sporca e cafona, la vita notturna che puzza di vodka e di coca, il compromesso per andar sempre avanti, la possibilità, il rischio, la speranza e l’amore trionfa.

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(c) Filmsolo, Lorenzo Bechi 2015

Il film lascia poco questo è innegabile: è difficile mentre se ne scrive abbandonarsi a voli pindarici.
Il film è ciò che mostra e si vede
e infatti rimane sempre li, ancorato per terra anche se questo non è poi necessariamente un difetto.
È fermo e inchiodato sulla pellicola.
Non è un film che cambia la vita.
Non è un film che entra con forza nella storia del cinema.
Non è un film che lascia dietro di sé qualcosa o alcunché.
È un film semplice, snello, con un ottimo sviluppo narrativo e una sceneggiatura molto poco italiana.
È un film scritto bene e girato in modo sobrio.
La musica non è mai invadente.
La fotografia mai eccessivamente drammatica.
I movimenti di macchina puntuali e precisi.
I personaggi sono ben delineati. Nel loro sviluppo e nei loro cambi continui si ha accesso alla loro dimensione psicologica nonostante qualche stereotipo di troppo soprattutto nel personaggio di Nadine, a volte dipinta in modo vagamente grezzo e grottesco e nel personaggio di Sandro (un grandissimo Valerio Binasco) decisamente stereotipato nei panni del gestore del locale notturno che cerca denaro e successo.
FINE.

Non ho nient’altro da aggiungere.
Questo film non mi mette nella condizione di dire altro.
E quando non si ha niente da dire è giusto tacere.
Come direbbe un Papa moderno.
Amen.

Veniamo alle pagelle:
Due stellette
Due pallette

È un sei tondo tondo per il nostro Cupellini

Di Lorenzo Bechi
(www.filmsolo.org)


Lorenzo Bechi è nato nel 1982 ed è regista, produttore, fotografo, montatore e sceneggiatore, quasi tutto per filmsolo.org.