Recensione dal mio bagno – “A bigger splash”

“A bigger splash” di Luca Guadagnino
Sceneggiatura di: David Kajganich
Fotografia: Yorick Le Saux
Montaggio: Walter Fasano
Con: Tilda Swinton, Ralph Fiennes, Dakota Johnson, Matthias Schoenaerts, Corrado Guzzanti
Prodotto da: Studio Canal, Foxsearch light

E’ quasi Natale.
Anche quest’anno.
Come sempre.
Come ogni anno.
Prima o poi lo sposteranno questo benedetto Natale oppure cadrà in disuso.
Speriamo.
Impossibile.
Natale ad agosto,
sembra quasi il titolo di uno di quei film che ogni Natale ci propinano.
Come si chiama quello di quest’anno?
“Natale col boss”
ecco come si chiama.
Chissà che capolavoro.
Poveri noi.
Devo scrivere in fretta prima che il Natale arrivi e si porti via tutto
sommergendo di grassi e calorie le nostre menti stanche e consumate.
La mia mente stanca e consumata.
Sono stanco.
Devo scrivere in fretta,
più veloce del tempo,
perché di tempo non ne ho più.
Devo fare tantissime cose prima della fine di questo duemilaquindici e quindi devo essere più veloce.
Rapido.
Devo mettermi in pari rispetto ai miei progetti,
ai miei buoni propositi,
ai miei impegni.
Tanto non ce la farò mai.
Come ogni anno.
Come ogni fine dell’anno.
Come ogni Natale.
Solo un’altra recensione prima di un periodo di pausa.
Riposo.
Sono stanco.
Devo fare le analisi del sangue.
Ho paura.
Non le faccio.
Ma quale riposo,
devo lavorare e produrre e non fermarmi mai,
mai.
Prima o poi qualcosa accadrà,
accadrà qualcosa di grande, di meraviglioso
e quando accadrà dovrò farmi trovare pronto,
pronto a rispondere al fuoco nemico con le mani leste e veloci sulle mie due pistole dorate: Jane e Mary Jane.
Oppure no.

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(c) Lorenzo Bechi, FILMSOLO 2015

Non accadrà proprio un bel niente
e io sarò sempre qui a guardare i treni passare,
con in una mano un bicchiere di rosso e nell’altra un paio di olive
cercando di fare canestro col nocciolo
e dicendomi che domani forse sì è arrivato il momento di andare a fare queste benedette analisi del sangue.
Non è possibile essere così stanchi.
Il corpo stanco e la testa vuota.
Mi fanno male anche gli occhi,
il sopra degli occhi.
Sono circa dieci giorni che cerco di scrivere questa benedetta recensione così poi da potermi dedicare ad altro,
ma niente da fare,
non ci riesco.
Non riesco a scrivere di questo film e non riesco ad andare a farmi le analisi del sangue.
Sarà perché il film di cui sto per parlarvi non vale niente,
sarà perché sono ipocondriaco,
sarà perché ho l’ansia da prestazione:
devo scrivere prima possibile,
il più veloce possibile perché ho molto da fare,
troppo,
mi sono avvantaggiato per dedicarmi ad altro
ma come al solito mi ridurrò all’ultimo minuto.
E non farò l’altro.
E la vita si affanna e si affolla.
E così è.

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(c) Lorenzo Bechi, FILMSOLO 2015

Il tempo è un bene prezioso ma solo se lo si sa amministrare.
I beni vanno amministrati.
Sempre.
E’ il brutto del bene.
Se un bene non lo si amministra non è un bene.
E’ un male.
E’ un qualcosa che grava, ci pesa, ci nuoce.
Un bene diventa un male quando non si è capaci di amministrarlo, gestirlo,
dunque di saperne cogliere il valore e apprezzarne i piaceri e goderne e sfruttarlo.
E’così che un bene diventa un male perché diventa un qualcosa che non fa altro che ricordarci quanto siamo inetti, inutili e incapaci di vivere.
Il bene divenuto male ci urla in faccia che non siamo in grado nemmeno di stringere in pugno una pietra preziosa, una manciata di mosche, una piuma, un sasso, un’ombra e una lacrima.


Se un bene non lo si amministra non è un bene. E’ un male. E’ un qualcosa che grava, ci pesa, ci nuoce. Un bene diventa un male quando non si è capaci di amministrarlo, gestirlo, dunque di saperne cogliere il valore e apprezzarne i piaceri e goderne e sfruttarlo.


E il tempo passa.
E che deve fare?
Passare.
Beh, però intanto mentre il tempo scorre via veloce e non ho fatto ciò che dovevo
e ho trasformato manciate di beni in nuovi mali ho fatto altre cose
e alla fine è questo quello che conta
o forse è semplicemente un po’meglio del peggio
e cioè qualcosa in più di restare fermi e inerti mentre le mosche scappan di mano
e i treni corrono via:
fare, fare, fare e fare.
E’ questo quello che conta.
Anche cose a caso.
Stare in azione.
Produrre.
Alla faccia di coloro che ci vogliono spacciati, falliti, fermi, perduti e sconfitti.
Alla faccia vostra.


Il bene divenuto male ci urla in faccia che non siamo in grado nemmeno di stringere in pugno una pietra preziosa, una manciata di mosche, una piuma, un sasso, un’ombra e una lacrima.


Prima cosa:
full immersion nel Festival dei Popoli di Firenze.
Come ogni novembre che si rispetti ho passato molto ore comodamente seduto nel caldo delle poltrone del cinema Odeon a guardare un documentario dopo l’altro e poi un altro ancora.
Quest’anno avevo anche l’accredito stampa con la foto sopra,
che onore,
tutto merito del mio capo,
è una foto di dieci anni fa quando ancora col mio capo giocavamo a “strega comanda color”,
ci provo sempre a spacciarla per una foto attuale ma non c’è niente da fare
anche questa volta mi hanno fregato.
Non ci voleva poi tanto.
Demente.

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(c) Lorenzo Bechi, FILMSOLO 2015

E’ sempre bello il Festival dei Popoli,
è un luogo dove capisci che il cinema è anche altro,
che le possibilità del mezzo cinematografico sono altre e molte,
e dove ti viene la voglia di fare un film,
un viaggio,
fondare una rivista,
una nazione,
un’isola almeno,
aprire un cinema,
attraversare un deserto,
mangiare robe strane,
sopravvivere a una guerra,
sparire e cambiare identità,
avere un cane.
Insomma un sacco di cose.
Vi segnalo tre film su tutti:
“Mallory” di Helena Tristikova,
“Somos Cuba” di Annett Ilijew e
“A festa e os caes” di Leonardo Mouramateus.
Il primo parla della storia di una tossica che ce la fa.
Il secondo di un cubano che racconta il regime e non ce la fa.
Il terzo delle feste e delle sbornie che il regista si prendeva con i suoi amici di Fortaleza negli anni dell’università con una narrazione affidata totalmente alle fotografie e ai commenti dei protagonisti.
Un’idea furba sotto molti aspetti. Emotivi e pratici.
Il secondo, “Somos Cuba”, ha anche vinto la menzione speciale della giuria.
Chissà che fine faranno questi film?
Gireranno errabondi di festival in festival fin quando non saranno magri e consunti.
Ormai è così che funziona la distribuzione cinematografica:
i blockbuster in giro per le sale,
i film da festival in giro per i festival.
Il mondo dei festival è diventato un vero e proprio circuito alternativo,
nel senso che molti film viaggiano per un anno nomadi di festival in festival,
di città in città, senza trovare mai un approdo sicuro in sala, con il risultato che anche i festival al giorno di oggi sono diventati un fatto di conoscenze, legami di produzione, distribuzione e potere.
Questo è quanto.

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(c) Lorenzo Bechi, FILMSOLO 2015

Siamo pronti alla rivoluzione.
Non mi pare.
Poi c’è la Francia che come tutti dicono è un fatto a se stante dove anche i film diversi,
i documentari,
il cinema della realtà,
i film di ricerca trovano spazio
ma tutti lo dicono e io non ci credo.
Andremo anche in Francia prima o poi,
ci sono degli ottimi formaggi e del buon vino,
belle donne, galli e un sacco di film strani,
insomma tutto quello che serve.
Seconda cosa:
Ho iniziato a scrivere un nuovo film.
Sì un nuovo film.
Alla faccia di tutti coloro che mi volevano già seduto e puzzolente dall’altra parte della scrivania a guadare e sputtanare i film degli altri,
di coloro che dicevano che avevo già smesso,
che sono finito,
se è per quello non ho mai iniziato,
a voi tutti, che passate la vita aspettando e godendo dell’insuccesso dell’altro
a voi tutti dico quello che direbbe il mio amico Vincenzo (ancora?):“…per fare grandi cose ci vuole sempre un nemico contro il quale rivolgersi…” e quel nemico per me siete voi.
Sarà un nuovo film,
sarà un film nuovo,
qualcosa di mai visto e che probabilmente mai si vedrà.
Ma veniamo a noi.
Sono andato a vedere “A bigger splash”,
l’ultimo film di Luca Guadagnino e non mi ricordo manco in quale cinema.
Giuro.


a voi tutti, che passate la vita aspettando e godendo dell’insuccesso dell’altro, a voi tutti dico quello che direbbe il mio amico Vincenzo (ancora?): “…per fare grandi cose ci vuole sempre un nemico contro il quale rivolgersi…” e quel nemico per me siete voi.


“A bigger splash” è il remake del film “La piscina” di Jaques Deray ma anche un quadro di David Hockney.
Il quadro di Hockney è di gran lunga migliore del film di Guadagnino.
Guadagnino dice:”…No, il mio film non è il remake di “La piscina”di Deray,
nel modo più assoluto, tra l’altro il film di Deray lo volevo vedere con i miei autori ma non ci siamo riusciti perché si è rotto il lettore blu-ray…”.
Lo giuro sono parole sue.
Io non so che dirvi perché il film di Deray non l’ho visto e nemmeno lo guardo ma se può bastarvi ho letto la trama che è tale e quale a quella del film di Guadagnino.

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(c) Lorenzo Bechi, FILMSOLO 2015

Il film in due parole.
Siamo in una bella villa a Pantelleria dove proprio non poteva mancare una piscina.
Ci sono Tilda Swinton (Marianne) che è una rockstar che ha perso la voce e Matthias Schoenaerts (Paul), che non si capisce cosa faccia a parte molta palestra a giudicare dalle dimensioni delle sue braccia e aver smesso di bere, dice anche che andrà presto a fare un documentario con Victor Kossakossky che è uno dei più grandi documentaristi viventi.
I due passano le loro vacanze rilassandosi e amoreggiando nella loro piscina fino a quando un giorno arriva una telefonata.
E’ Harry (Ralph Fiennes), ex fidanzato di Marianne e amico di Paul,
che li informa che il giorno seguente sarebbe arrivato anche lui sull’isola per passare le vacanze con la figlia Penelope (Dakota Johnson).
Harry e Penelope si insediano in pianta stabile nella villa degli amici.
Marianne è un po’ contenta, Paul un po’ meno.
La situazione intorno alla piscina è più o meno questa:
Marianne è senza voce, tranquilla e rilassata e ha molta voglia di vivere e divertirsi,
lo dimostra il fatto che non si nega a lasciarsi trascinare e coinvolgere dallo squinternato Harry.
Paul è una palla al piede:
non ride, non piange, è un monolite muscoloso ed è anche un po’ geloso.
Penelope è la tipica Lolita con l’ormone impazzito che ha messo gli occhi sulle braccia possenti di Paul.
Detto questo, come potete immaginare, gli intrecci possibili non sono poi così tanti:
chi scopa con chi?
Poi c’è un morto in piscina che è Harry e un detective che indaga che è Corrado Guzzanti.
Pensa te!
Sullo sfondo i contrasti di un’isola che è il microcosmo dell’Italia, del mondo occidentale:
da una parte la villa con la piscina,
pochi metri più in la i centri di “accoglienza”.
Il contrasto è semplice e banale e non colpisce, non sciocca, non schifa.
E’ un contrasto con poco conflitto perché di rappresentazione banale.
Tilda Swinton e Ralph Fiennes sono eccezionali, virtuosi e pure muscolari e non muscolosi come il buon Matthias Schoenaerts, nel senso che sono bravi e misurati nel confrontarsi con due personaggi fuori dalle righe e poco credibili, grotteschi, riuscendo a tenere a bada due ruoli più adatti a un film demenziale che a un film come questo che non ho ancora capito a quale genere appartenga.
Al genere dei film brutti ecco a quale genere appartiene.

(C) Lorenzo Bechi, FILMSOLO 2015
(C) Lorenzo Bechi, FILMSOLO 2015

Il muscolosissimo Matthias Schoenaerts (Paul) e Dakota Johnson (Penelope),
non sanno di nulla, sanno di poco:
il primo è vuoto e con la faccia da tordo,
la seconda interpreta un personaggio già visto e rivisto e che innervosisce,
al quale l’attrice non sembra donare niente di innovativo e rivoluzionario,
non facendo suo il ruolo e rimanendo per tutta la durata del film una gatta morta e in calore a bordo piscina.
Cosa c’è dietro il film?
Quali sono i significati profondi?
Qual è il messaggio?
E che ne so…
L’inadeguatezza (che di solito quando un film ha poco da dire va quasi sempre bene)?
La gelosia?
La pochezza del mondo stupido e frivolo dello star system?
Il conflitto di classe (che anche questo va quasi sempre bene anche se per film un po’ più datati)?
La frustrazione?
I muscoli?
La vanità?
Il conflitto tra il mondo del benessere e quello dei migranti?
Non ne ho idea.
Non è obbligatorio che ci sia qualcosa che va oltre ciò che si vede.
Non è obbligatorio ma se c’è è meglio.
Resta il fatto che comunque in questo film non c’è un tubo anche in quello che si vede,
tranne una bella villa con la piscina,
un grandissimo Ralph Fiennes che fa il cretino tutto il tempo,
gli stupidi muscoli di un bestione
e una trovata buffa e grottesca che è quella di lasciar senza voce una cantante e quindi anche un’attrice (Tilda Swinton) negando così l’una e l’altra.
Ecco questa è una trovata carina.
Ho detto carina.
E quando qualcuno usa il termine “carina” in una recensione è bene che la smetta.
Ho visto “Love” di Gaspar Noe e mi è piaciuto molto.
Domani vado a vedere “The Lobster” di Yorgos Lanthimos e mi piacerà molto.
Chi scrive “carina” deve parlare così.
Adesso è Natale.
Sono seduto su una sedia.
Le gambe lunghe appoggiate sul tavolo accanto a un bicchiere di vino rosso.
Sputo il nocciolo di un’oliva nel cestino qualche metro più in la.
Manco un canestro.
Guardo i miei treni passare.
Sono pronto per fare le analisi.
No.
Le faccio tra un po’.
Sono pronto a fare un nuovo film.
Quello sì.
Lo faccio tra un po’.
Uno di quelli che in Francia li puoi vedere anche in sala,
uno di quelli che intreccia storie di vita,
poca musica e uomini soli e nel nulla e magari anche un gregge di pecore.
Sono pronto ad aprire un cinema nuovo.
Fondare una nazione.
Un’isola almeno.
Una rivista magari.
A sparire nel nulla.
O magari anche solo a prendere un cane.
Buon Natale.

Veniamo alle pagelle:
Una stelletta
Una palletta
E’ un quattro e mezzo per il vecchio Guadagnino.

Di Lorenzo Bechi
(www.filmsolo.org)


Lorenzo Bechi è nato nel 1982 ed è regista, produttore, fotografo, montatore e sceneggiatore, quasi tutto per filmsolo.org.

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