Recensione dal mio bagno – Carol

“Carol” di Todd Haynes
Sceneggiatura di: Phyllis Nagy
Fotografia: Edward Lachman
Montaggio: Alfonso Goncalves
Con: Cate Blanchett, Rooney Mara, Sarah Paulson, Kyle Chandler, Jake Lacy
Prodotto da: Productions, Killer Films

Siamo di nuovo in odore di Oscar.
Piovono Oscar.
Piovono statuette dorate su quella maschera d’avorio che abita il volto di Cate Blanchett protagonista di “Carol” l’ultimo film di Todd Haynes.
E lei non si scansa e il volto non sanguina,
gli Oscar rimbalzano e cadono giù.
Un’altra prestazione eccezionale di Cate Blanchett che inventa una muscolarità (rigida) e una mimica facciale (assente) nuova e tutta sua per l’ultimo personaggio che è chiamata a interpretare,
Carol,
tanto da strapparsi i capelli per l’inventiva,
per l’acume,
per la sua scaltrezza nel declinare nell’impassibilità di un volto,
nell’assenza apparente di emozioni che lo attraversano,
tutto il dolore accumulato nel profondo di un’anima che non sembra potere esplodere mai ma che accumula,
erutta e dirompe d’amore e di vita:
il non manifestarsi di tale dolore tra le piaghe del volto e nel bagliore dei suoi gelidi occhi rende il personaggio,
il film stesso,
immenso e profondo,
sublime,
come quello stesso dolore granitico che esiste e si palesa nel suo non essere,
nel non apparire,
nel celato,
nel non mostrarsi mai.
Quello di Carol è un dolore fuori campo,
che è ed esiste
e urla
e s’impone ancor prima di essere visto,
ancor prima di esser presunto,
evocato,
accennato;
e questa è la forma più alta della messa in scena,
questo è il sublime,
questa è l’arte della recitazione,
questo è il cinema.

(c) 2016 Lorenzo Bechi FILMSOLO
(c) 2016 Lorenzo Bechi FILMSOLO

Il non manifestarsi di tale dolore tra le piaghe del volto e nel bagliore dei suoi gelidi occhi rende il personaggio,
il film stesso, immenso e profondo, sublime.

 

Non sono un amante dei film in costume e cerco sempre di evitarli.
Penso sempre che siano un po’dei film “da donne”,
che detto così non vuol dire niente e infatti non vuole dire proprio niente;
ma quando parlo di film “da donne” penso a quei film che riscuotono tanto successo tra le signore di una certa età allo spettacolo delle tre la domenica pomeriggio,
il rossetto e il cioccolato,
il teino con le amiche,
una fotografia meravigliosa,
mentre i figli e i mariti si rotolano nei divani attaccando gli spazi,
divorando fuori gioco, calci d’angolo e contropiedi.
Ecco,
avevo paura che “Carol” fosse un po’ “un film da donne” e in un certo senso lo è.
Anche.
E’ anche un film da donne.
Ma Carol in realtà è un sacco di cose.
Sì, perché l’ultimo lavoro di Todd Haines è un film potentissimo,
totipotente e poliglotta,
maschio, femmina e ermafrodito.
E’ un film che parla di donne.
E’ un film drammatico.
E’ un road movie.
E’ un film politico.
E’ un film “queer”.
E’ un film in costume.
“Carol” è un film per le donne e non “da donne”.
“Carol” è un film girato da un uomo che dimostra una grandissima sensibilità e una tenera attenzione verso l’universo femminile.
“Carol” è un film importante.
Siamo in America negli anni ’50.

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(c) 2016 Lorenzo Bechi FILMSOLO

“Carol” è un film per le donne e non “da donne”. “Carol” è un film girato da un uomo che dimostra una grandissima sensibilità e una tenera attenzione verso l’universo femminile. “Carol” è un film importante.


Ci sono due donne: Carol (Cate Blanchett) è una ricca signora sposata,
Therese (Rooney Mara), una giovane aspirante fotografa che lavora nel reparto giocattoli di un grande magazzino di New York.
Le loro vite si incontrano,
si osservano,
si sfiorano,
bruciano ed è amore.
Un amore rischioso e da tenere nascosto,
minato dalla morale puritana che imperversava ieri come oggi,
quella stessa che ancora oggi impedisce di essere liberi,
di camminare al contrario,
di nuotare nell’aria,
di mettersi i calzini alle orecchie,
i guanti nei piedi,
di far l’amore con una, due, trecento anime asessuate, maschie, femmine, bisessuali e castrate
e di amare cosa ci pare,
chi ci piace, chi ci ama e chi ci detesta a iniziar da noi stessi;
quella stessa morale che nega l’individuo e impedisce l’amore.
La vita.

Carol è moglie e madre,
il marito (Kyle Chandler), un uomo ferito,
innamorato del suo orgoglio piuttosto che della sua ormai prossima ex moglie,
è un uomo attanagliato dalla frustrazione e dalla cattiveria,
pronto a negare a una figlia la madre per un oltraggio subito,
per un orgoglio ferito,
dal non essere riuscito a far funzionare un matrimonio,
dal non essere più l’oggetto del desiderio di sua moglie mai stata amica, compagna,
che a lui  preferisce qualcun altro,
qualcun altra,
una donna,
un’altra donna,
con la quale potersi finalmente confrontare,
esprimere,
amare.
“Carol” è un film poliglotta e totipotente:
un film drammatico e un road movie,
un film che parla dell’amore,
dell’amore tra due donne,
di omosessualità,
di lesbiche,
tematica ancora poco toccata dal cinema e dalla letteratura soprattutto se messa a confronto con la tematica dell’omosessualità maschile.
Altri film che parlano dell’amore tra due donne?
Pochissimi.
Non me ne viene in mente manco uno ora mentre scrivo.
Chissà perchè?
E’ grave.
Non sono un cinefilo,
sono un regista fallito e un alpinista mancato.
Forse per questo.
Forse anche perché è facile dire, raccontare,
ma non mettere in scena la seduzione,
la sottigliezza,
i silenzi,
gli sguardi e soprattutto ciò che dietro questi risiede,
i dettagli impercettibili che abitano l’animo della donna ancor prima di quello dell’uomo più dedito alla caccia, alla mostra e misura della sua virilità.
L’arte della seduzione è femmina,
il dettaglio è femmina,
l’accennare è femmineo,
tutte cose che non si manifestano palesandosi bensì lasciandosi intuire,
dunque più difficili da mettersi in scena.

(c) 2016 Lorenzo Bechi FILMSOLO
(c) 2016 Lorenzo Bechi FILMSOLO

Eccone uno:
“La vita di Adele” (Abdellatiff Kechiche, 2013),
che ho trovato personalmente un capolavoro assoluto,
un film rivoluzionario da tutti i punti di vista,
politico, cinematografico, letterario;
proprio come “Carol” ma per motivi opposti:
“La vita di Adele” sfonda,
spacca letteralmente gli argini della rappresentabilità
e invece di accennare,
lavorare sulle atmosfere,
sugli sguardi,
sulle sensazioni,
i presentimenti,
l’intuizione,
insomma invece di essere impercettibile,
raffinato,
stratificato sotto ciò che nasconde il velo di Maya dell’apparenza,
il volto statuario e granitico di Carol,
mostra sessi e seni e fianchi e bocche che si incontrano e strusciano e godono e vivono.
In tre parole:
mentre in “Carol” si evoca,
si tratteggia e si accenna,
ne “La vita di Adele” si dirompe,
si riempie e si supera,
si lancia dritto negli occhi dello spettatore passivo quel che si vuole raccontare e lo si fa riempendogli le pupille e massacrandogli la morale e il pudore.
Ma il risultato è lo stesso,
non cambia,
è unico e il solo auspicabile:
il sublime.
Il problema è solo per coloro che rimangono inebetiti a metà strada tra chi sfiora e chi  mangia.


In tre parole: mentre in “Carol” si evoca, si tratteggia e si accenna, ne “La vita di Adele” si dirompe, si riempie e si supera.

 

“Carol” nel suo genere è un film quasi perfetto e questo “quasi” non sta a significare niente se non il suo essere un’opera costruita in modo magnifico dunque per definizione “non perfetta”(= non finita)
ma bensì liquida,
mutevole e aperta a lasciarsi guardare nell’infinità di segni che cosparge nell’aria.
La drammaturgia del film è tecnica e precisa:
la storia si racconta accennando,
si fa leva su le capacità tecniche (enormi) degli attori e di chi li ha diretti,
di lasciar trasparire,
di lasciar intendere indicando,
evitando in questo modo di dire e spiegare.
Tutto accade e si manifesta in modo spontaneo.

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(c) 2016 Lorenzo Bechi FILMSOLO

Si lavora sulle atmosfere e le sensazioni, i sapori.
Sui cenni, il linguaggio dei corpi e gli sguardi che lanciano strali d’amore o rimangono fissi,
immobili,
schermati,
vitrei,
gelidi e impassibili ma dietro ai quali…
dietro ai quali si scontrano mondi e mari in tempesta.
Impeccabile la ricostruzione storica da un punto di vista scenogrofico.
Bellissimi i costumi in particolar modo quelli del personaggio di Cate Blanchett che ancora una volta come in “Blue Jasmine” (Woody Allen, 2013) si dimostra abile, mimetica e a suo agio nei panni della signora dell’alta borghesia anche se questa volta nella New York degli anni ’50.
La macchina da presa si muove con grazia,
sembra seguire sollevata a mezz’aria il destino delle due protagoniste non aggiungendo niente a ciò che s’intende raccontare,
dunque danza leggiadra,
respira e si rende invisibile.
Pochi i quadri fermi a macchina fissa,
a mio modo di vedere evitati sapientemente per non correre il rischio di sedimentare e fermare in un tempo passato la narrazione e dunque il significato politico e sociale dell’opera.
Ci sono il volto e gli occhi di Carol a essere impassibili e rigidi e bastano
e avanzano e smuovono e riempiono.
Attenta la musica,
a un certo punto c’è anche un pezzo di Sinatra,
nel film è Natale e siamo a New York,
se non ci fosse stato sarebbe stato un mancato.
La fotografia è coerente e raffinata,
un tutt’uno con la scenografia, i costumi e l’epoca.
Sono tenui e caldi i colori e raccontano bene gli anni ’50,
dopo la tempesta, la seconda guerra mondiale nel bel mezzo di un’altra guerra questa al contrario celata e nascosta come il dolore di Carol, la guerra fredda.

Il film è tratto dal romanzo di Patricia Highsmith “The price of the salt” scritto nel 1952 che non ho letto e non ho assolutamente intenzione di leggere.

(c) 2016 Lorenzo Bechi FILMSOLO
(c) 2016 Lorenzo Bechi FILMSOLO

Cate Blanchett vincerà l’Oscar come migliore attrice protagonista,
ne sono certo,
e se poi non lo vince gliene mando io uno di polistirolo pregiato;
forse il film riuscirà a portarsi a casa anche altri ometti dorati:
per i costumi,
per la sceneggiatura e la migliore attrice non protagonista, Rooney Mara.
Bravo Todd Haynes.
Io non indovino quasi mai e non ho mai vinto un tubo nemmeno di polistirolo.
Ma chi se ne frega.

Veniamo alle pagelle:
Quattro pallette.
Cinque stellette.
E’ un bel otto e mezzo per il vecchio Todd Haynes

Di Lorenzo Bechi
(www.filmsolo.org)


Lorenzo Bechi è nato nel 1982 ed è regista, produttore, fotografo, montatore e sceneggiatore, quasi tutto per filmsolo.org.

1 comment on “Recensione dal mio bagno – Carol

  1. Leggi il libro è quasi perfetto come il film…

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