Recensione dal mio bagno – RAMS, Storia di due fratelli e otto pecore

“Rams – Storia di due fratelli e otto pecore” di Grímur Hákonarson
Sceneggiatura di: Grímur Hákonarson 
Fotografia: Sturla Brandth Grøvlen
Montaggio: Kristján Loðmfjörð
Con: Sigurður Sigurjónsson, Theódór Júlíusson, Charlotte Bøving, Jon Benonysson, Gunnar Jónsson, Sveinn Ólafur Gunnarsson
Prodotto da: Netop Films

Voglio andare in Islanda,
terra di vulcani e lande desolate,
dove gli uomini si incontrano solo di rado,
le strade sono diritte e lunghissime e sono saette,
spade di Damocle,
binari d’argento.
Il terreno si muove lento e leggero,
il freddo ti taglia la faccia,
ti spacca le ossa,
gli animali sono giganti e rigonfi,
le balene son balene ma grandi,
le foche leoni marini
e le pecore brontosauri di un tempo,
animali antichi e preistorici,
che resistono a tutto a tutti e a ogni cosa.
Anche al gelo,
anche ai vulcani,
ai terremoti,
alle epidemie di pecora pazza e alle bombe nucleari,
agli uomini anche
che a volte son dinosauri pure loro,
tirannosauri biondi e vichinghi.


Voglio andare in Islanda dove fa freddo e si beve benzina e si beve tanto da prendere fuoco, da rotolarsi nel ghiaccio per spengersi.


Voglio andare in Islanda dove il vento ti frusta le guance,
i nasi sono prue di aliscafo in un oceano di ghiaccio,
gli occhi come quelli degl’husky se fossero gatti,
cerulei,
all’insù
e che vedono al buio,
e i bambini si legano a un palo o un lampione sul marciapiede
mentre i babbi bevono,
cantano e ballano tutti ubriachi.
E si mangiano Halibut,
pesci giganti,
testicoli di montone marinato alla griglia,
squalo putrefatto fritto in padella,

teste di pecora alla brace o bollite è uguale,
leoni dei ghiacci,
elefanti dei fiordi.


Voglio andare in Islanda con gli orsi polari a mangiar le balene e a bere la morte.


Voglio andare in Islanda dove fa freddo e si beve benzina
e si beve tanto da prendere fuoco,
da rotolarsi nel ghiaccio per spengersi,
si beve acquavite,
si chiama “morte nera”ed è peggio della morte peggiore
perché è vite purissima al sapor di ammoniaca. 
Voglio andare in Islanda
dove il sole o c’è sempre o mai più,
dove il cielo di notte se c’è
è un tappeto di luci e brillanti e lumini e sonagli e sfumature di luce,
aurore viola e arcobaleni notturni.
Voglio andare in Islanda dove le persone son bionde,
son more,
eschimesi,
di tutti i colori,
barbute e a forma di gatto gigante,
abitanti dei mari di ghiaccio,
mangian la neve e bevono il fuoco.
Voglio andare in Islanda con gli orsi polari a mangiar le balene e a bere la morte.

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(c) Lorenzo Bechi, FILMSOLO 2015

Intanto son sempre qui.
Sto camminando al buio in un viale trafficato.
Ai limiti della città.
Ai confini dell’autunno.
E’ giovedì, è umido,
sono le cinque e le persone iniziano a rientrare a casa dopo il duro lavoro.
Le luci dei lampioni.
I fari delle auto.
Le vetrine dei negozi.
I semafori.
Verde rosso,
rosso verde.
Biciclette, motorini.
Passanti.
Sciarpe.
Tucani.
Caschi con sopra corna di cervo o di alce non so.
Autobus che si muovono a rilento in colonna.
E’ una scena arancione.
Cammino con Vincenzo, un mio vecchio amico.
Il caso vuole che lui nel caffè libreria accanto al cinema debba partecipare a una presentazione di un libro, “che libro gli chiedo?”
Un libro su un giovane contadino nel mondo di oggi.
Vanno di moda i contadini oggi giorno.
Santi numi.
Ieri i barbieri,
l’altro ieri le bici,
oggi i contadini.
Tra qualche mese i macellai che già prendono piede,
poi sarà il turno degli gli idraulici,
poi finalmente gli elettricisti.
I miei eroi.

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(c) Lorenzo Bechi, FILMSOLO 2015

Come il Fantini,
Andrea,
il mio elettricista del cuore.
Ma per adesso rimaniamo ai contadini
ma non quelli veri col volto antico e di un tempo,
le mani rotte e giganti,
lo stecchino giù dalle labbra e la mano ferma sul fiasco.


Vanno di moda i contadini oggi giorno. Ieri i barbieri, l’altro ieri le bici,
oggi i contadini. Tra qualche mese i macellai che già prendono piede, poi sarà il turno degli gli idraulici, poi finalmente gli elettricisti. I miei eroi.


I contadini quelli nuovi e alla moda,
quelli nati nel centro e mollo tutto,
mi prendo un pezzo di terra e chi si è visto si è visto,
vendo la vespa e mi compro un “coso” di quelli che ci puoi salire anche sopra,
non un trattore,
come si dice? 
Un tagliaerba a sedere.
Mi produco ciò che consumo e sono felice,
non buttate gli avanzi,
domani potremmo fare una marmellata al ginepro o le polpette di niente.
Scusa se non ho risposto ma ero nell’orto,
da queste parti il cellulare non prende,
tanto non uso il telefono e se devo chiamare vado in paese alla casa del popolo.
Rimanete pure a dormire da noi,
mettete la tenda in giardino vicino a un bel fuoco che scalda.
Perchè non facciamo una festa domani che è il primo giorno di primavera?
Potremmo mangiarci le zolle del campo e brindare con l’acqua del pozzo.
O la marmellata al ginepro?
Le polpette di niente?
Il vino di Zeno?
Tutta roba biologica.
Il prossimo anno metto su la fattoria didattica così faccio due lire e mi compro un aratro di vetro.
Ecco il vino di Zeno,
il contadino della vigna qui sopra,
è un po’ aspro ma va giù che è un piacere
e poi è il vino di qui,
chilometri zero.
Qui abbiamo tutto quello che serve.

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(c) Lorenzo Bechi, FILMSOLO 2015

Hai visto quant’è bella la mia sistola nuova?
E l’uovo di Tina,
la mia nuova gallina?
Sogno un trattore.
Ma di quelli coi cingoli.
Ho bisogno di comprarmi una camicia coi quadri e una vanga dorata .

Vado al cinema per vedere “RAMS -Storia di due fratelli e otto pecore-.
Che bel titolo.
E’proprio uno di quei titoli che oltre ad essere un titolo sono anche un genere,
un genere di titolo,
un genere di film qualunque essa sia la storia.
Ma ancora non sono entrato nella sala.
Bevo un bicchiere di rosso con il mio amico Vincenzo,
io in attesa che il film cominci,
lui che il contadino 2.0 presenti il suo libro che tra le altre si chiama come lui “Il contadino 2.0”.
Cerco il contadino tra le poche persone presenti.
Non c’è.
Bevo il mio vino.
Saluto Vincenzo.
Entro nel cinema.
Cerco otto pecore.
Ce ne sono molte di più saranno anche trenta.
Cosa fanno le pecore?
Belano.
Come si chiama il maschio della pecora?
Ariete.
Come mio nonno.
In inglese?
Ram.
Plurale?
Rams.

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(c) Lorenzo Bechi, FILMSOLO 2015

Il film in tre parole:
siamo in una landa desolata della desolata Islanda.
Ci sono due fratelli di una certa età che non si parlano da quarant’anni e hanno due fattorie una accanto all’altra.
Uno dei due beve l’altro no.
Non ci sono donne.
Non ci sono figli.
Non ci sono amici.
Solo alcuni colleghi allevatori di pecore.
Insomma sono soli ma con le pecore.
C’è un cane, quello sì, sfruttato dai due fratelli per le comunicazioni più urgenti,
insomma una specie di piccione viaggiatore ma cane.
I due fratelli allevano una razza purissima di pecore tipica della zona che si chiama non me lo ricordo.
Un giorno un’epidemia si diffonde tra le bestie andando così a minacciare l’attività dei due fratelli e di tutti gli allevatori delle zone limitrofe.
Tutte le pecore devono essere abbattute e con loro ripulite e rimesse a nuovo le stalle e tutti i luoghi e gli oggetti che sono venuti in contatto con queste.
Che fare se la tua vita gira intorno a un gregge di pecore e queste di punto in bianco devono essere abbattute?
Che fare se la tua identità e le tue radici sono intimamente legate a un qualcosa che da un momento all’altro vogliono toglierti, come per esempio un gregge di pecore?
Che fare in una landa desolata della desolata Islanda se l’uniche bestie delle quali puoi prenderti cura e che danno senso alla tua vita a un certo punto non ci sono più?
L’uomo ha un intimo e profondo bisogno di prendersi cura di qualcosa e qualcuno.
Se un uomo non ha più niente di cui prendersi cura il senso della vita se ne va quel paese.
In fin dei conti anche prendersi cura di se stessi è un qualcosa che si fa in funzione di poter prendersi cura poi di qualcun altro o di qualcos’altro.
E’ un passaggio obbligato.
Come dire… per amare bisogna amarsi.
Se non ami non ti ami.
Se non ti ami e non ami,
la vita non ha senso e allora tanto vale andarsene all’inferno dopo essersi buttati nel mare ghiacciato a rincorrere orsi polari e balene giganti.
Stop.

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(c) Lorenzo Bechi, FILMSOLO 2015

Rischio di spifferare tutto.
O come dicono quelli al passo coi tempi: “spoilerare”,
uno di quei neologismi che detesto insieme a coloro che lo pronunciano.


L’uomo ha un intimo e profondo bisogno di prendersi cura di qualcosa e qualcuno. Se un uomo non ha più niente di cui prendersi cura il senso della vita se ne va quel paese. In fin dei conti anche prendersi cura di se stessi è un qualcosa che si fa in funzione di poter prendersi cura poi di qualcun altro o di qualcos’altro. E’ un passaggio obbligato. Come dire… per amare bisogna amarsi. Se non ami non ti ami. Se non ti ami e non ami.


La prima riflessione che voglio fare è questa:
i film sull’Islanda o più in generale ambientati dalle parti del circolo polare artico sono oramai divenuti un vero e proprio genere cinematografico,
al di la dei contenuti, della forma e delle storie.
Un genere che io personalmente apprezzo molto.
La seconda riflessione in realtà sta dentro la prima e è:
perché?
Semplice!
Questo particolare tipo di ambiente determina immediatamente e con forza un’atmosfera e una dimensione psicologica dei personaggi:
la solitudine,
l’uomo solo contro la natura avversa,
l’assurdità della vita.
E’ bello e divertente come il genere “film artico” possa essere contemporaneamente romantico (nel senso di Romanticismo movimento filosofico di pensiero)
e assurdo (nel senso di Teatro dell’Assurdo).
E infatti torniamo a poco sopra:
la vita quando non hai nessuno da amare,
niente da amare
e nessuno che ti ama
non ha senso e dunque è assurda.
E infatti sei anche solo.
Sei solo quando nessuno ti ama e non ami nessuno.
E’ qui che nasce il concetto dell’assurdo,
nella mancanza di significato, di senso.
Siamo e dunque abbiamo senso nella misura di cosa abbiamo scelto di amare e chi ha scelto di amarci.
La terza riflessione è:
come una pecora può dar senso alla vita?
Il senso non esiste di per sé ma è un qualcosa che soggettivamente di volta in volta costruiamo in base al bisogno e alla nostra cultura,
quindi va bene anche una pecora,
un carciofo o una balena,
l’importante non è l’oggetto da amare ma è l’azione di amare.
Non a caso la depressione si basa proprio sull’assenza e l’incapacità di quest’azione,
di questo spostamento ovvero amare qualcosa compreso se stessi.
Se non amo e non mi amano perdo significato,
la mia vita diventa assurda,
sono malato e depresso.

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(c) Lorenzo Bechi, FILMSOLO 2015

Il film parla delle radici,
dell’amore,
dell’appartenenza,
del significato della vita,
del mondo di un tempo che scompare e si cancella sotto il peso della modernità che inventa malattie che un tempo non esistevano e mangia la natura e mangia anche noi e le nostre identità,
le nostre pecore, le nostre radici.
Cosa saremmo senza le scimmie, i nostri dinosauri?
Saremmo un bel niente,
esseri dotati di respiro,
occhi,
naso,
gambe,
braccia,
bocca e pollice opponibile
ma che non hanno alcun senso.
Nessuna radice, nessuna origine, nessuna storia.
E senza la storia non siamo niente e nessuno.

Il film ha un ritmo lento e cadenzato come la vita,
come il lento scorrere della la vita nella landa desolata d’Islanda.
Con grande sobrietà e maestria si racconta quello che si intende raccontare grazie a una regia che si fa tutt’uno con la storia,
il freddo,
la solitudine e le pecore.
I due attori protagonisti,
Sigurður Sigurjónsson e Theódór Júlíusson o come diavolo si chiamano,
sono bravi,
sono sobri anche nelle scene più cariche nelle quali hanno da confrontarsi con sbronze, tranelli e litigi.
La loro fisicità,
la conoscenza di quelle regioni lontane e di quegli umani al confine del mondo li aiuta non poco.
Del resto tra i grandi segreti della recitazione forse il più grande è anche il più semplice:
conosci meglio che puoi e fai tuo il personaggio, il mondo e la storia nel quale è inserito;
e in questo i due attori dimostrano di non mancare.
Le scenografie e le ambientazioni,
come in grande parte dei “film artici”,
danno tanto se non tutto al film determinando con forza e autorità atmosfere e dimensioni psicologiche.
Queste atmosfere sono belle, bellissime,
soprattuto perché su queste non si calca troppo la mano compiacendosi
e senza giocare ad oltranza all’uomo solo nel bel mezzo del niente.
Poca la musica e mai invadente a tal punto che non me la ricordo neppure.
Bravi il cane e le pecore.
Bello il finale che rischia e che danza col genere del “film artico”.
Non mi sarei aspettato un finale di questo tipo (quale?)
quanto piuttosto un qualcosa di più rigido e asciutto in linea con la tradizione ma che dico con le atmosfere di Islanda.
E invece il finale è caldo,
è intimo e toccante
anche se sotto metri di neve e di ghiaccio.

 

 

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(c) Lorenzo Bechi, FILMSOLO 2015

Esco dal cinema.
La presentazione del libro va per le lunghe.
Vedo un tizio grande grosso e nerboruto con indosso una camicia a quadri che vaga per la libreria, penso:”Ecco il nostro contadino 2.0”.
Il mio amico Vincenzo è seduto in ultima fila.
Accanto a lui è arrivato anche il mio amico Tiziano,
mi guarda,
io lo guardo appoggiandomi al bancone del bar,
gli faccio cenno di liberarsi e venire a bersi un bicchiere di rosso,
lui scatta in piedi veloce.
La presentazione prosegue.
Ordiniamo un rosso poi un altro.
Il tizio con la camicia a quadri non è il contadino 2.0 ma piuttosto il gestore del caffè libreria.
Mi serve con amore un altro bicchiere.
Chissà se si veste sempre così o lo ha fatto per essere in tema con l’evento di turno?
E se presentano un manga?
Magari si veste da “Ken il guerriero” o da “Mario e Luigi” anticipando la prossima moda che vuole gli idraulici al potere.
Il contadino 2.0 è un tizio normale,
come me,
come te,
come tutti.
Sobrio.
Menomale.
Finisce la presentazione.
I prodotti del contadino 2.0 fanno da sfondo all’aperitivo che adesso si celebra.
Tutti si precipitano di colpo sul pecorino
e il salame
e il prosciutto
e mangiano e mangiano e mangiano
come se non ci fosse un domani.
Arriva Francesco, il mio capo.
Mi chiede del film.
Mi chiede se ci farò un pezzo al più presto.
No so cosa dirgli.
Bevo ancora un bicchiere di rosso e gli dico mezzo ubriaco:
«Può un gregge di pecore salvarti la vita?»
lui mi guarda perplesso e mi dice:
«Certo… come no… anche un carciofo».

Veniamo alle pagelle:
Quattro pallette
Quattro stellette
E’ un bell’otto per il vecchio Hákonarson o come diavolo si chiama.


Di Lorenzo Bechi
(www.filmsolo.org)


Lorenzo Bechi è nato nel 1982 ed è regista, produttore, fotografo, montatore e sceneggiatore, quasi tutto per filmsolo.org.

1 comment on “Recensione dal mio bagno – RAMS, Storia di due fratelli e otto pecore

  1. Leggo sempre con grande godimento le recensioni dell’indiscreto.
    Poesia e balsamo per l’animo.

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