Recensione dal mio bagno – “Suburra”

“Suburra” di Stefano Sollima
Sceneggiatura di: Stefano Rulli, Sandro Petraglia, Carlo Bonini, Giancarlo De Cataldo
Fotografia: Paolo Carnera
Montaggio: Patrizio Marone
Con: Pier Francesco Favino, Claudio Amendola, Elio Germano, Alessandro Borghi, Greta Scarano, Giulia Elettra Gorietti
Prodotto da: Cattleya, RAI Cinema, La Chauve Souris, Cofinova 11, Cinemage 9

Cammino.
E’ quasi buio.
Ho la macchina fotografica in mano.
Non al collo.
In mano.
Non ho mai messo in vita mia la macchina fotografica al collo così come non ho mai portato un marsupio né tantomeno indossato un paio di sandali, sono simboli diversi che fanno parte di un’unica grande famiglia: la sconfitta.
Voglio fotografare delle persone sole sotto la luce dei lampioni ma ancora non è buio,
i lampioni sono spenti e ci sono pochissime persone.
Le poche che ci sono non sono sole.
O meglio siamo tutti soli ma sempre in mezzo alla gente.
E questo è banale.
Non siamo un tutto siamo solo la somma di tanti.
E anche questo è banale ma forse un po’ meno.
Sono quasi tutti in coppia o al massimo a gruppi di tre.
I gruppi di tre sono formati prevalentemente da donne.
I gruppi più numerosi sono gruppi di giovani che arrivano alla mezza dozzina.
Come le uova.
Non scatto manco una foto.
Mi capita spesso.
E’ segno di maturità dicono.
O di depressione penso.
Che poi sono una parte dell’altra.

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(c) Lorenzo bechi, Filmsolo

Il cinema Principe è un cinema blu.
Accanto al cinema, un bar omonimo.
Bianco.
Accanto al bar, una sala scommesse.
Blu e marrone.
Solo uomini.
Di ogni sorta.
Alcuni da foto, altri meno.


O meglio siamo tutti soli ma sempre in mezzo alla gente. E questo è banale. Non siamo un tutto siamo solo la somma di tanti.
E anche questo è banale ma forse un po’ meno.


Non scatto manco una foto, ho timore e rispetto.
Hanno sicuramente perso il perdibile e forse anche più.
Ci vuole rispetto per chi rischia, scommette e poi perde.
Perdere è una nobile arte.
Per essere eroe si deve sempre perdere qualcosa.
Ci vuole sempre un nemico contro il quale rivolgersi.
Davanti al cinema una mamma e un bambino.
La mamma sembra simpatica, il bambino un po’ meno.
Chiede alla madre di fargli una foto con il suo Samsung Galaxy S6.
Lui in posa lei scatta.
Sono venti alle sei.
E’ l’ora di entrare.

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(c) Lorenzo bechi, Filmsolo

Suburra Gomorra.
Gomorra Suburra.
Suburra Gomorra.
“La sala sotto” mi indica la maschera strappando il biglietto.
Non è un caso penso io.
Suburra, il mondo di sotto.
Invece è un caso e se non fosse un caso sarebbe comunque una di quelle inutili attenzioni con le quali sono solito riempire i vuoti della mia vita tanto per riempire, per poi svuotare e poi di nuovo riempire.
E’ un movimento anoressico.
Bulimico.


Perdere è una nobile arte. Per essere eroe si deve sempre perdere qualcosa. Ci vuole sempre un nemico contro il quale rivolgersi.


E comunque Suburra non è il mondo di sotto ma “il mondo di mezzo” anzi “la terra di mezzo”.
“Suburra” è il mondo di “mafia capitale”, “der Cecato”, “de Buzzi”, della “Cooperativa 29 Giugno” a braccetto con gli ex NAR e “la banda della Magliana”, dei Casamonica, i giostrai padroni di Roma, di un sacco di politici, preti e mignotte di ogni sorta, razza, forma e colore.
Ma quanti sono i re di Roma?
Sentasette.
Viviamo a Suburra.
Viviamo a Gomorra.
Il mondo è Gomorra e la sua capitale è Suburra.
Io la mia Suburra la immagino diversa da come la immagina Sollima,il regista del film.
Se penso a Suburra non mi immagino il ghetto dei sottoproletari della Roma di un tempo e manco Buzzi e “er Cecato” che mangiano abbacchio e cicoria e si leccano le dita con le bazze unte di olio alla mensa del papa.
Mi immagino altri film, altri mondi.

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(c) Lorenzo bechi, Filmsolo

E’ umido, umidissimo.
Fa caldo, caldissimo.
Piove il cielo.
Il Vietnam ad Agosto.
La Cambogia.
Il Laos.
La Thailandia.
Tutta l’Indocina.
Le piante che sudano.
Un mercato straniero.
Un mercato orientale.
Fumi che si mischiano a puzzi e profumi.
Biciclette, taxi, mezzi di locomozione a pedali e con ruote,
avveniristici ma consumati.
Ruggine.
Infilo un piede in una pozza.
Mi danno una spinta.
Passa un ragazzo,
ha un’età indecifrabile,
tra i dieci e i quaranta ,
sulla testa una gabbia,
dentro la gabbia due gatti,
sul naso un par d’occhi,
sugl’occhi gl’ occhiali di quelli che si illuminano e lampeggiano.
Spinge un vecchio sdraiato in un polmone d’acciaio a tre ruote,
è sdentato e sorride,
canta a gran voce la sua litania.
Un tizio implora il suo dio, le mani al cielo e in alto i calici,
è fermo dinanzi una bancarella ricoperta da un vetro,
sotto il vetro serpenti,
mi chiede se voglio un pitone,
del veleno di cobra per vedere anche al buio o un occhio di boa per cancellare i ricordi.
Fumo.
Pioggia.

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(c) Lorenzo bechi, Filmsolo

Sopra il mercato il buio della notte.
Filari di lampadine che dondolano aggrappate ai tendoni che coprono i banchi,
sono trapezisti, acrobati e circensi.
Reduci della guerra del Golfo ancora armati e in mimetica ma senza le gambe bevono birra di drago intorno a un minuscolo fuoco al primo incrocio che trovo.
Un bambino alto due metri e quaranta mi mostra la mano,
si sputa su un palmo e mi chiede dei soldi.
Due africani color dell’ebano mi guardano e ridono,
mi guardano e ridono,
vendono Rolex, denti e lumache lucenti.
Una donna mi guarda anche lei,
ammicca e sorride,
bisbiglia qualcosa in una lingua straniera,
indossa un vestito rosso da sera con le cosce di fuori.
E’ un uomo.
Mi dice di bere.
Io bevo, è anice e menta.
Mi brucia la bocca, la lingua, la gola, il petto e la testa.
Penso che muoio.
Tre uomini bassi,
più bassi dei bassi,
con gli occhi di gatto mi tirano forte per la camicia,
non capisco che vogliono,
mi tendono le mani per essere presi di peso e sollevati nel cielo come neonati.
Me ne vado impaurito, loro berciano e ridono.
Incontro il mio sosia ma con gli occhi cattivi,
si presenta spavaldo tendendo la mano poi dice:”ciao io sono te”.
E’ identico a me ma ha una voce diversa,
un’altra espressione,
un’esperienza di vita negl’occhi degna di un ladro magiaro e di un marinaio di Amburgo.

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(c) Lorenzo bechi, Filmsolo

“Vendo gemme preziose”,
mi afferra anche il braccio poi mi sussurra all’orecchio:”comprami, fidati, io sono te”
Profumo di oppio nell’aria.
La camicia che si attacca all’addome sudato.
Ho bisogno di una pioggia più fresca.
Alcune prostitute con gli occhi di ghiaccio e d’oriente e il naso schiacciato aspettano e fumano davanti a una porta.
E’ rossa la porta.
E’ la porta di un tempio.
Dietro la porta flebili luci segrete.
Le donne mi guardano.
Non parlano.
Sorridono dietro le bocche serrate.
Mi fanno cenno di entrare.
Una mi guida e io seguo.
Profumo di oppio nell’aria.
Piscio di gatto.
Seguo la donna in silenzio.
Cammina in punta dei piedi con la testa piegata su un lato.
Il sinistro.
Guardo per terra.
Il pavimento è bagnato, marcio, fangoso,
come se fosse all’aperto,
come se ci piovesse da anni, da sempre.
Un’ unica stanza e al suo interno tante piccole alcove ognuna separata dall’altra da arazzi preziosi, paraventi di seta,
ventagli cinesi e giganti.
Una fila di donne gemelle camminano in cerchio
avvolte in kimoni di carta
stringono in pugno di mano delle caraffe fumanti.

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(c) Lorenzo bechi, Filmsolo

La donna si volta e mi guarda,
mi invita a sedere con lei su dei grandi cuscini che accolgono rossi ricami di scene dorate campestri e d’oriente.
La donna non parla.
L’aria è in penombra.
Solo qualche lampada ad olio emette una debole luce che non si sparge nell’aria ma rimane sul posto.
Giallo e arancione.
Ancora penombra.
La donna al mio fianco mi passa una pipa di legno intarsiata,
la ha appena riempita con grazia di oppio pregiato,
cinese, afgano, birmano, curdo e giordano.
La donna non parla. Accenna col mento.
Ci sono altri uomini nella penombra della stanza nebbiosa,
li sento tossire.
Mi sposto solo di un metro per guardare un po’oltre.
Non posso vedere nessuno.
La sordomuta al mio fianco mi accenna col mento di rimanere al mio posto.
Mi stendo di nuovo.
Penso a quegli uomini che non vedo ma sento tossire.
Saranno cittadini del mondo,
lupi di mare,
commercianti di stoffe,
esploratori falliti,
criminali di guerra,
cercatori di pietre preziose.
Hanno il petto nudo e rigonfio,
le braccia disegnate da arterie di china.
Alcuni dormono sul fianco in attesa che il piacere li colga.
Altri con gli occhi stipati guardano il fumo che come poesia gli esce di bocca.
Altri ancora sono pronti a morire tra cinque minuti trivellati di colpi davanti a un bordello.
La mia pipa che fuma.
Ha un sapore di spezie e catrame.
Il fumo è bianco e denso e mi inonda i polmoni.
Tossisco.
Mi perdo in quei ricami dorati.
Chiudo gli occhi un istante.
Li riapro di colpo.
La donna è svanita.
E’ una sorda che canta.
Sono solo con la mia pipa.
La osservo.
E’ calda.
Ha disegnata su sé una folta foresta.
Ho caldo.

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(c) Lorenzo bechi, Filmsolo

Chiudo gli occhi.
Sale da terra un canto stonato e dimesso.
Tante voci straniere l’un l’altra bisbigliano.
Sono tutti in procinto di addormentarsi nel fumo.
Stanno tutti nascosti nel silenzio del sonno e dell’oppio che sale.
Apro gli occhi di nuovo.
Fumo.
Delle ombre si muovono stanche dietro i ventagli giganti di lino e di seta che mi separano dalle vite degl’altri.
Ho sempre più caldo.
Sudo.
Mi ammalo.
Fumo ancora.
Chiudo gli occhi.
Dove sono?
Siamo a Suburra.

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(c) Lorenzo bechi, Filmsolo

L’immaginazione è fatta di ricordi e esperienze più o meno consce.
Non inventiamo più niente possiamo solo montare in maniera più o meno lucida e originale frammenti di cose già viste, vissute e sentite.
(cfr. ”C’era una volta in America”1984 Sergio Leone, Noodles nella fumeria d’oppio)
Siamo solo moscerini in questa terra di mezzo insalubre e ferita,
dove le fogne son fiumi, le pozze son mari, le parole pretese e minacce.
Avremmo dovuto essere tutti alti prelati col vizio del gioco,
costruttori di case di panna,
banchieri di dio,
servi della gleba al servizio di un papa corrotto,
sottosegretari ai trasporti su gomma,
consiglieri con delega alle canne di coca,
vice capi di gabinetto che spacciano cialis,
assessori all’amianto,
onorevoli che si autoleccano il culo,
zingari obesi sul trono di Roma.
E invece?
E invece siamo soltanto un pugno di mosche in attesa che qualcuno ci schiacci.

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(c) Lorenzo bechi, Filmsolo

Sono andato a vedere “Suburra”.
E non “Gomorra”.
“Suburra” non c’entra niente con Gomorra che è un altro film,
un’altra città e presto anche un’altra serie.
E invece no.
C’entra e come se c’entra, perché il regista della serie “Gomorra” (e non del film) è Stefano Sollima che è anche il regista del film “Suburra”, che non parla di Napoli e zone limitrofe ma di Roma e di Ostia, che è poi anche il regista della serie “Romanzo criminale”, di “ACAB” e che sarà anche il regista di “Zero, zero, zero” l’ultimo romanzo di Roberto Saviano.
Non avrei voluto scrivere di questo film, ho provato a guardarne altri ma niente da fare.
Ero pronto per scrivere di “Everest” ma poi ho letto un paio di recensioni e allora mi è andata via la voglia.
Uno scalatore mancato.
Anzi fallito, ecco cosa sono.
Uno scalatore fallito.
Di questo “Suburra” credo sia stato detto tutto e di più.
Suburra, la terra di nessuno, di mezzo e di tutti o anzi di pochi dalla quale si comanda l’Italia.
“Il mondo di mezzo”.


L’immaginazione è fatta di ricordi e esperienze più o meno consce. Non inventiamo più niente possiamo solo montare in maniera più o meno lucida e originale frammenti di cose già viste, vissute e sentite.


 

Nel film c’è tutto e di più:
Benedetto XVI che si dimette.
Politici corrotti che pippano, scopano, fumano il crack.
Malavitosi ignoranti.
Favino che piscia su Roma.
Malavitosi in borghese.
Roma cafona.
Poi ancora il governo che cade,
guerre al mercato,
fucilate silenti,
eroina iniettata e fumata ,
sesso di gruppo,
famiglie di zingari in ville barocche,
auto di lusso,
piove a dirotto,
bambini rapiti,
feste buzzurre.
C’è tutto.
C’è troppo.
E’ un film grasso, pieno.
C’è anche tanta, tantissima musica come in tutti gli ultimi film italiani più grandi (parlo da un punto di vista produttivo),che come sempre quando è troppa sembra volere coprire qualcosa che manca, riempire dei vuoti, colmare voragini.
Mentre guardo il film la prima cosa che mi viene in mente è questa: è un film tamarro.
Anzi burino, siamo a Roma, non si dice tamarro, si dice burino. Coatto.
Mi spiego meglio: non ho ancora chiaro se il film sia volutamente burino perché parla di persone burine o sia Stefano Sollima stesso un regista burino.
Riflettendoci anche la serie “Gomorra” è un po’ burina e sono sicuro in questo caso che quello che io definisco burino va oltre i personaggi e il mondo che si raccontano nel film.
Personaggi burini di un mondo burino.
Vorrei andare oltre.
In effetti il film “Gomorra” girato da Matteo Garrone, a differenza della serie omonima non è per niente burino, anzi è crudo e asciutto parecchio.
Detto questo la soluzione sembra una: Sollima è un burino.
Possibile?
Non credo sia questo il punto.
Non ho il coraggio e non mi permetto di dirlo.
Credo piuttosto che Sollima affronti un genere cinematografico ben preciso (che genere è? Poliziesco? Noir? Chi se ne frega?) e lo faccia calcando molto la mano su alcuni tratti che sommati gli uni agli altri rendono le sue opere eccessivamente cariche.
La recitazione è sempre molto pesante, debordante, stereotipata, viziosa, in due parole troppa e tanta.
Gli attori non sono mai credibili e sono sempre artificiosi.
Sempre.
Siano essi il ciccione di “Gomorra” (la serie), siano il capo della banda della Magliana in “Romanzo criminale” (la serie), sia Favino in “Suburra”.
I personaggi sono al limite del grottesco.
Sono ridicoli.
Sottolineano le loro azioni e i loro pensieri con delle espressioni dementi tali da rendere gli attori delle macchiette. Non sembrano dei personaggi, sembrano le imitazioni di quei personaggi.
Favino sembra a volte una rana gigante altre volte un pornodivo.
La fotografia è sempre barocca e melodrammatica.
Le scenografie eccessivamente didascaliche sostituiscono il trattamento psicologico e drammaturgico assenti dei personaggi. Parlano al posto loro. Il che non è necessariamente un difetto.
La sceneggiatura utilizza una serie infinita di scene a forti tinte drammatiche per colpire, stupire e portare avanti la narrazione: scene di nudo, scene cruente, inseguimenti esasperati, donne punk e tossiche che ammazzano tutti.
Insomma Sollima non sarà certo un burino ma neanche un regista sobrio, asciutto e minimale.
Nei personaggi del film non c’è traccia alcuna di approfondimento psicologico, di morale, sia essa positiva e negativa, di speranza, dubbio, certezza.
Sono personaggi vuoti anzi pieni di frasi manifesto e sguardi di plastica che preannunciano una pistolettata, una fuga, una riga di coca.
Non c’è spazio per momenti estemporanei, assurdi, leggeri. Tutto gira intorno a una serie di scene drammatiche e corpose nelle quali si ricerca l’epica costi quel che costi.
Si cerca con insistenza il film di culto.
Si cerca con forza di piacere.
Si cerca in tutti i modi lo stereotipo del film di mafia, del film sui criminali e il malaffare e da quello stereotipo non ci si distacca di un passo, non si aggiunge niente di nuovo e manco lo si imita a modo.
Non basta mostrare un criminale mafioso, un faccendiere corrotto, un sesso che piscia, la droga e la morte per consacrare ed urlare un film alla storia del cinema.
Questo film ha un esplicito intento ovvero quello di divenire di culto e questo è mio modo di vedere uno slancio povero e triste.
Si punta al risultato tralasciando forma e contenuto.
I lavori di Sollima non hanno il peso, la caratura, la sincerità, la vita di quelli di Scorsese, Coppola, De Palma e Leone e per questo non potranno mai divenire dei classici,
proprio perché puntano dichiaratamente a tale obbiettivo: non rinnovano un mito e manco ne raccontan di nuovi.
Il mito del criminale, del narcotrafficante, del mafioso è un mito già consumato da tanto buon cinema, da tanti romanzi e dal buon giornalismo d’inchiesta.
I miti non si reinventano, non si modernizzano, restano per definizione eterni e uguali a se stessi. Sono dei miti e dunque dei classici.
“Suburra” è un film povero che fa leva su piccole cose che impressionano, urlano e sono berciate,
che sono per coloro che non vedono e guardano,
per tutti coloro che quello che vogliono è l’intrattenimento e il riposo.
Non c’è la denuncia.
Non si sente il racconto di qualcosa che esiste e scorre tra noi.
Non si sente il peso della ricostruzione storica, l’approfondimento giornalistico, l’autorialità di una storia raccontata e che esiste.
Non mi sento coinvolto con spirito critico mentre guardo questa rappresentazione del mondo di mezzo nel quale impotente sosto in attesa.
Vedo soltanto una serie di scene montate una sull’altra che intendono scioccare e stupire berciando, che poi sono sempre le stesse: scene di sesso, scene di droga, pistolettate, onore e machismo.


Il mito del criminale, del narcotrafficante, del mafioso è un mito già consumato da tanto buon cinema, da tanti romanzi e dal buon giornalismo d’inchiesta. I miti non si reinventano, non si modernizzano, restano per definizione eterni e uguali a se stessi. Sono dei miti e dunque dei classici.


C’è anche Elio Germano che si contiene ed è bravo.
C’è Alessandro Borghi che è il più bravo di tutti (“Non essere cattivo”di Claudio Caligari 2015).
I suoi occhi spiritati di azzurro sembrano palle di biliardo impazzite proprio come quella col numero otto che ha tatuata sul capo.
Il personaggio di Amendola è l’unico sobrio e realistico.
Mi è piaciuto e ha stupito, sembra andarci quasi a braccetto col male, il dolore, il malaffare e il potere.
Poi ci sono un paio di donne nude e drogate che fanno ben poco oltre essere nude, scopare, drogarsi, sparare e morire.
Stop.

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(c) Lorenzo bechi, Filmsolo

Era meglio se scrivevo di “Everest”.
Mi faranno querela perchè gli ho detto burino.
Lasciatemi perdere sono solo uno scalatore fallito.
Vado a vedere “Alaska” al Fiorella,
non so di che parla
ha un bellissimo titolo.
Se faccio una figlia la chiamerò Alaska.
Se faccio un figliolo lo cresco in Alaska.
Se cresci in Alaska sali anche sui muri.

Veniamo alle pagelle:
Una palletta
Una stelletta.
E’ un quattro tondo tondo per il vecchio Sollima.

Di Lorenzo Bechi
(www.filmsolo.org)


Lorenzo Bechi è nato nel 1982 ed è regista, produttore, fotografo, montatore e sceneggiatore, quasi tutto per filmsolo.org.