“Regni che durano un giorno”-Purgatorio III

Eccoci al nuovo commento a un canto della Divina Commedia: è parte del nostro progetto “CCC”, il Commento collettivo alla Commedia in cui decine di autori e autrici si impegnano nel commentare gli altrettanti canti dell’opera di Dante. Eccovi il terzo canto del purgatorio. A firmarlo è Luciano Funetta.


IN COPERTINA, E NEL TESTO, Corot; The Velino River above the Cascade of Terni, 1826

di Luciano Funetta


Con il contributo di  


Il Canto III del Purgatorio è un malinconico territorio di fantasmi di varia natura. Ultimo capitolo della permanenza di Dante e Virgilio nello spazio che precede l’ingresso nella Zona, la salita all’Eden, si apre sull’eco dello struggimento che la musica di Casella ha suscitato nell’animo del poeta, «la dolcezza che ancor dentro mi suona», e sulla vergogna per i rimproveri ricevuti da Catone.

I due hanno lasciato la riva e si trovano sulla spiaggia che circonda la montagna e, dopo la notte sotterranea dell’Inferno, camminano nell’alba. La spiaggia dantesca è, come ogni spiaggia, un luogo tetro, intermedio, «un istante illimitato, dove la luce non varia e i relitti si assomigliano tutti». E mentre Dante si accorge che la sua guida è assorta in strani pensieri, mi viene da chiedermi se le onde del mare che circonda la montagna emettano suono di risacca o se siano, invece, acque mute.

Il sole sta sorgendo alle loro spalle e nel momento in cui Dante alza gli occhi vede la propria ombra proiettata al suolo. Si volta verso la sua guida, in preda al terrore di essere stato abbandonato, perché l’ombra che si allunga davanti a loro è una soltanto: la luce attraversa le sembianze di Virgilio senza incontrare ostacoli. È questo uno dei momenti in cui il problema del corpo che percorre l’intero poema diventa evidente. Virgilio si rende conto dello smarrimento in cui è sprofondato il suo protetto, e lo rincuora. Non deve meravigliarsi dell’apparente contraddizione tra la scomparsa del corpo fisico e il fatto che le anime vengano sottoposte a pene corporali, perché questa è una delle forme del mistero. Come ogni fantasma che si rispetti, però, Virgilio è condannato a un tormento di tutt’altra natura. Non il dolore, ma il dubbio, il desiderio irrealizzato di conoscenza di cui soffrono in eterno tutti i confinati del Limbo, il «disio […] ch’etternamente è dato lor per lutto: / io dico di Aristotile e di Plato / e di molti altri». I fantasmi sono manifestazioni ossimoriche, in cui convivono la presenza e la cavità, così come doppia e paradossale è la natura spettrale degli abitanti del Limbo: fantasmi che covano il fantasma di quei luoghi in cui il loro intelletto, in vita, non è riuscito a spingersi. La loro pena è il sogno della «lacuna, del vuoto, dell’incompiutezza in cui versa il lungo cammino dell’uomo verso la conoscenza completa del suo mondo».

Dante e Virgilio arrivano ai piedi della montagna e cercano invano un passaggio da cui iniziare la salita. In quanto abitante del Limbo, Virgilio non ha mai visitato questi luoghi, non ne conosce davvero i segreti. Il Canto III è, tra tutti, quello in cui la figura del poeta latino si compie e ci mostra la sua complessità, il suo tormento, l’horror vacui, una sorta di sorda e sotterranea inquietudine che getta una luce nuova sul suo ruolo di guida. Dante ha bisogno di lui, non tanto perché gli mostri la strada, ma perché lo aiuti a ripararsi dagli inganni della mente. Virgilio è lo Stalker e la prima metà di questo Canto è l’equivalente della sequenza del sogno nel film di Tarkovskij.

Mentre si aggirano smarriti intorno alle rocce invalicabili, in lontananza vedono apparire «una gente d’anime», un gruppo di ombre che viene verso di loro. Avanzano così lentamente da sembrare immobili. Si tratta dei morti in contumacia, il cui destino è quello di vagare nell’Antipurgatorio per un numero di anni trenta volte superiore agli anni trascorsi in vita. Quando Dante e Virgilio le raggiungono, le anime si stringono contro le rocce, quasi volessero scomparire o mimetizzarsi. Virgilio le interroga, chiede di indicargli la via. A una a una, «come le pecorelle escon dal chiuso», le anime lasciano il loro nascondiglio e si avvicinano, ma qualcosa le fa indietreggiare di nuovo. È la vista dell’ombra proiettata dal corpo di Dante, il vivo tra i morti. Il ruolo spettrale è ribaltato.

Dopo che lo stesso Dante si preoccupa di rassicurare le anime e spiega che è per volere di Dio se un uomo ancora vivo si trova in quelle terre, una di loro si stacca dalla nube di figure indistinte e parla, chiede a Dante di guardare bene e di riconoscerlo. I due bellissimi versi che seguono sono l’epifania di un giovane che porta su di sé i segni di una maledizione. «Biondo era e bello e di gentile aspetto, / ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso». Dante non sa chi sia, così l’uomo gli mostra la ferita di guerra che gli ha squarciato il petto, pronuncia il proprio nome, Manfredi, e la piaga e il nome si sovrappongono, quasi due forme altrettanto evidenti della medesima infamia. Manfredi di Svevia è figlio di un imperatore, Federico II, e di un fantasma, la donna conosciuta come Bianca Lancia che per anni fu amante del re e sulla cui figura si addensa una nebbia di storie enigmatiche, storie di malattia, di sangue, di castelli, segrete, torri, passi e lamenti, storie di regni che durano un giorno.

Manfredi muore a trentaquattro anni, a Benevento, nello scontro con le armate di Carlo I d’Angiò. Un istante prima del trapasso, si pente e affida l’anima, e il suo corpo, dapprima seppellito, viene fatto riesumare dall’arcivescovo di Cosenza. Le sue spoglie vengono quindi disperse. «Or le bagna la pioggia e move il vento / di fuor dal regno, quasi lungo ‘l Verde, / dove le trasmutò a lume spento». In quanto scomunicato, Manfredi dovrà aspettare mille e venti anni prima di poter iniziare la salita al monte. A differenza di Virgilio, però, sa che la sua attesa finirà. Non è la pena a tormentarlo, c’è qualcos’altro. Manfredi è un fantasma perché quando parla non sappiamo se la sua voce è quella di un’anima del Purgatorio o il mormorio di un mucchio di ossa insepolte. Quando si accorge che Dante è vivo e che gli sarà concesso di tornare indietro, Manfredi lo prega. Per favore, va’ da mia figlia, gli dice. Dille la verità, dille che ho pianto e mi sono pentito di tutto. Dille di pregare perché il mio tempo su questa spiaggia sia più breve. I vivi possono fare molto per i morti. Se potrai, dille che mi hai visto.

 


Il canto, integrale

Canto III, nel quale si tratta de la seconda qualitade, cioè di coloro che per cagione d’alcuna violenza che ricevettero, tardaro di qui a la loro fine a pentersi e confessarsi de’ loro falli, sì come sono quelli che muoiono in contumacia di Santa Chiesa scomunicati, li quali sono puniti in quel piano. In essempro di cotali peccatori nomina tra costoro il re Manfredi.

Avvegna che la subitana fuga
dispergesse color per la campagna,
rivolti al monte ove ragion ne fruga,

i’ mi ristrinsi a la fida compagna:
e come sare’ io sanza lui corso?
chi m’avria tratto su per la montagna?

El mi parea da sé stesso rimorso:
o dignitosa coscïenza e netta,
come t’è picciol fallo amaro morso!

Quando li piedi suoi lasciar la fretta,
che l’onestade ad ogn’atto dismaga,
la mente mia, che prima era ristretta,

lo ’ntento rallargò, sì come vaga,
e diedi ’l viso mio incontr’al poggio
che ’nverso ’l ciel più alto si dislaga.

Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,
rotto m’era dinanzi a la figura,
ch’avëa in me de’ suoi raggi l’appoggio.

Io mi volsi dallato con paura
d’essere abbandonato, quand’io vidi
solo dinanzi a me la terra oscura;

e ’l mio conforto: “Perché pur diffidi?”,
a dir mi cominciò tutto rivolto;
“non credi tu me teco e ch’io ti guidi?

Vespero è già colà dov’è sepolto
lo corpo dentro al quale io facea ombra;
Napoli l’ ha, e da Brandizio è tolto.

Ora, se innanzi a me nulla s’aombra,
non ti maravigliar più che d’i cieli
che l’uno a l’altro raggio non ingombra.

A sofferir tormenti, caldi e geli
simili corpi la Virtù dispone
che, come fa, non vuol ch’a noi si sveli.

Matto è chi spera che nostra ragione
possa trascorrer la infinita via
che tiene una sustanza in tre persone.

State contenti, umana gente, al quia;
ché, se potuto aveste veder tutto,
mestier non era parturir Maria
;

e disïar vedeste sanza frutto
tai che sarebbe lor disio quetato,
ch’etternalmente è dato lor per lutto:

io dico d’Aristotile e di Plato
e di molt’altri”; e qui chinò la fronte,
e più non disse, e rimase turbato.

Noi divenimmo intanto a piè del monte;
quivi trovammo la roccia sì erta,
che ’ndarno vi sarien le gambe pronte.

Tra Lerice e Turbìa la più diserta,
la più rotta ruina è una scala,
verso di quella, agevole e aperta.

“Or chi sa da qual man la costa cala”,
disse ’l maestro mio fermando ’l passo,
“sì che possa salir chi va sanz’ala?”.

E mentre ch’e’ tenendo ’l viso basso
essaminava del cammin la mente,
e io mirava suso intorno al sasso,

da man sinistra m’apparì una gente
d’anime, che movieno i piè ver’ noi,
e non pareva, sì venïan lente.

“Leva”, diss’io, “maestro, li occhi tuoi:
ecco di qua chi ne darà consiglio,
se tu da te medesmo aver nol puoi”.

Guardò allora, e con libero piglio
rispuose: “Andiamo in là, ch’ei vegnon piano;
e tu ferma la spene, dolce figlio”.

Ancora era quel popol di lontano,
i’ dico dopo i nostri mille passi,
quanto un buon gittator trarria con mano,

quando si strinser tutti ai duri massi
de l’alta ripa, e stetter fermi e stretti
com’a guardar, chi va dubbiando, stassi.

“O ben finiti, o già spiriti eletti”,
Virgilio incominciò, “per quella pace
ch’i’ credo che per voi tutti s’aspetti,

ditene dove la montagna giace,
sì che possibil sia l’andare in suso;
ché perder tempo a chi più sa più spiace“.

Come le pecorelle escon del chiuso
a una, a due, a tre, e l’altre stanno
timidette atterrando l’occhio e ‘l muso;

e ciò che fa la prima, e l’altre fanno,
addossandosi a lei, s’ella s’arresta,
semplici e quete, e lo ’mperché non sanno;

sì vid’io muovere a venir la testa
di quella mandra fortunata allotta,
pudica in faccia e ne l’andare onesta.

Come color dinanzi vider rotta
la luce in terra dal mio destro canto,
sì che l’ombra era da me a la grotta,

restaro, e trasser sé in dietro alquanto,
e tutti li altri che venieno appresso,
non sappiendo ’l perché, fenno altrettanto.

“Sanza vostra domanda io vi confesso
che questo è corpo uman che voi vedete;
per che ’l lume del sole in terra è fesso.

Non vi maravigliate, ma credete
che non sanza virtù che da ciel vegna
cerchi di soverchiar questa parete”.

Così ’l maestro; e quella gente degna
“Tornate”, disse, “intrate innanzi dunque”,
coi dossi de le man faccendo insegna.

E un di loro incominciò: “Chiunque
tu se’, così andando, volgi ’l viso:
pon mente se di là mi vedesti unque”.

Io mi volsi ver’ lui e guardail fiso:
biondo era e bello e di gentile aspetto,
ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.

Quand’io mi fui umilmente disdetto
d’averlo visto mai, el disse: “Or vedi”;
e mostrommi una piaga a sommo ’l petto.

Poi sorridendo disse: “Io son Manfredi,
nepote di Costanza imperadrice;
ond’io ti priego che, quando tu riedi,

vadi a mia bella figlia, genitrice
de l’onor di Cicilia e d’Aragona,
e dichi ’l vero a lei, s’altro si dice.

Poscia ch’io ebbi rotta la persona
di due punte mortali, io mi rendei,
piangendo, a quei che volontier perdona.

Orribil furon li peccati miei;
ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
che prende ciò che si rivolge a lei.

Se ’l pastor di Cosenza, che a la caccia
di me fu messo per Clemente allora,
avesse in Dio ben letta questa faccia,

l’ossa del corpo mio sarieno ancora
in co del ponte presso a Benevento,
sotto la guardia de la grave mora.

Or le bagna la pioggia e move il vento
di fuor dal regno, quasi lungo ’l Verde,
dov’e’ le trasmutò a lume spento.

Per lor maladizion sì non si perde,
che non possa tornar, l’etterno amore,
mentre che la speranza ha fior del verde.

Vero è che quale in contumacia more
di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta,
star li convien da questa ripa in fore,

per ognun tempo ch’elli è stato, trenta,
in sua presunzïon, se tal decreto
più corto per buon prieghi non diventa.

Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,
revelando a la mia buona Costanza
come m’ hai visto, e anco esto divieto;

ché qui per quei di là molto s’avanza”.


A questo link potete trovare i commenti a tutti i canti dell’Inferno.


Luciano funetta fa parte del Collettivo TerraNullius e partecipa alla direzione di Flep! Festival di Letterature Popolari. Ha pubblicato i romanzi “Dalle Rovine” (Tunué, 2015), “Il grido” (chiarellettere 2018).

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