Rester Vivant: Houellebecq e i segni dell’uomo


Dove si parla di Houellebecq, non come scrittore, ma come fotografo.


di Paolo Mattiello

Se come afferma Vilém Flusser, la fotografia non è mai una mera rappresentazione della realtà ma espressione di una determinata teoria, la passata esposizione Rester vivant, al Palais de Tokyo di Parigi, diventa l’occasione per riflettere sulla base teorica presente nei lavori fotografici di Michel Houellebecq. Qui infatti venivano riunite le fotografie che hanno attraversato la carriera dello scrittore, poeta, regista e saggista francese, mentre nel catalogo – attraverso una serie di interviste e interventi – veniva esplorata la concezione della fotografia sviluppata dall’autore.


Per Michel Houellebecq la contrapposizione tra la dimensione fotografica e la realtà sembra essere il risultato dell’incapacità dell’uomo nel fronteggiare il reale, che per essere compreso necessita sempre di una certa distanza.


Il punto di partenza per Houellebecq sta nel presupporre che attraverso la fotografia vi sia la creazione di un mondo unico e innegabile, in cui tutto ciò che è rilevante è presente nel campo. Nell’atto del fotografare viene quindi effettuata una scelta di ciò che verrà poi sviluppato, escludendo il materiale in eccesso. Il fotografo in questo modo, elimina qualsiasi rimando esterno, trasformando il fotografare in un atto che consiste nell’inquadrare il mondo. Le fotografie – secondo questa concezione – si trovano ad essere le cornici di un lavoro operato sul mondo, e non più intese come finestre che riportano un certo modo di vedere la realtà. La coincidenza tra fotografia e realtà viene negata, con il risultato che la realtà diventa il veicolo per esprimere determinati concetti o simboli. Per Michel Houellebecq questa contrapposizione tra la dimensione fotografica e la realtà sembra essere il risultato dell’incapacità dell’uomo nel fronteggiare il reale, che per essere compreso necessita sempre di una certa distanza. Il concepire una funzione estetica della distanza porta a notare una certa prossimità a Maurice Blanchot che ne L’entretien infini, sostiene che sia proprio la distanza a permettere all’opera d’arte di svilupparsi, innestandosi nel rapporto tra l’individuo e il suo mondo circostante. Il tema della distanza è sempre stato presente nella visione artistica di Michel Houellebecq, basti pensare al titolo della mostra fotografica di Jed Martin, il protagonista del romanzo La Carte e le Territoire, “La carta è più interessante del territorio” che mostra già una predilezione per una visione mediata e distaccata dalla realtà. Tutto ciò è visibile anche nella fotografie, basta notare come il punto di vista sia solamente in rari casi frontale, mentre c’è una preferenza per una visione dall’alto o laterale, evitando così proprio l’approccio diretto al reale.

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Michel Houellebecq è più un produttore di immagini che un fotografo.


Michel Houellebecq esaspera ulteriormente questo allontanamento dalla realtà introducendo il carattere poetico nella fotografia. Egli infatti, giunge a concepire questi elementi come una totalità; non si tratta più di un punto di vista, di un concetto, di uno sguardo parziale sul mondo, ma tutti gli elementi sono informati e si informano reciprocamente. La singola fotografia diventa l’unione di tutti gli elementi in essa compresi, anche nel caso essi risultino separati. Se da un lato l’autore non perde occasione per ricordare come la fotografia sia sempre una rappresentazione del mondo, dall’altro, con questa accezione poetica, cerca di superare la contrapposizione tra soggetto e oggetto, tra il sé e ciò che viene visto. Per un certo verso Houellebecq non fa altro che esasperare la distanza che vi è tra soggetto e mondo, tra la sicurezza di una visione familiare e un determinato punto di vista estraneo, fino al punto che questa distanza si ripercuote nuovamente tutta sul soggetto che osserva la fotografia. A questo punto il visitatore è chiamato a riflettere in prima persona su ciò che sta osservando e in particolare sugli elementi che disturbano lo sguardo.

Questa reazione viene sollecitata anche grazie agli interventi diretti di Houellebecq sulle fotografie, i quali avvengono o tramite l’introduzione di un testo o tramite la giustapposizione di immagini o ancora con l’elaborazione fotografica. Queste azioni sulle fotografie permettono a Michel Houellebecq di considerarsi più come un produttore di immagini che come un fotografo. La principale conseguenza di un simile approccio alla fotografia è che lo scopo della sua azione non è la documentazione ma la creazione di un oggetto ibrido, di un nuovo oggetto significante, che vada oltre la semplice rappresentazione. L’irruzione del testo, o di nuove immagini, nelle fotografie sbilanciano subito la percezione dell’opera a favore di una riflessione più prolungata, soprattutto se confrontata con la percezione di immagini quotidiane. Attraverso questa analisi si può osservare come Houellebecq operi una giustapposizione di concetti – e non solamente di immagini/testi – per condurre lo spettatore a cogliere i contrasti che si manifestano nella quotidianità, per esempio lo scontro tra urbanizzazione e natura, tra ambienti globalizzati e ambienti rurali… nel fare queste operazioni non vi sono scopi o giudizi morali – che privilegiano una certa idea di natura, che vedono nella globalizzazione la causa di tutti i mali della società – ma vi è la volontà di far vedere il mondo per quello che è, «voir simplement le monde, sans détourner les yeux, en excluant tout accommodement, en excluant aussi toute perspective ou projet d’amélioration».

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Per comprendere meglio le posizioni di Houellebecq in merito alla fotografia può essere utile un confronto con un altro fotografo contemporaneo, Wolfgang Tillmans. I lavori di Tillmans – soprattutto quelli degli ultimi anni – mostrano infatti qualche punto di contatto con quelli di Houellebecq, salvo poi allontanarsi per sviluppare una ricerca totalmente differente. La caratteristica che accumuna i percorsi artistici dei due autori sta nel considerare il materiale fotografico come un elemento poetico, che in entrambi comporta una manipolazione della fotografia. Se da una parte in Houellebecq vi è la creazione di un oggetto ibrido, in Tillmans si verifica l’abbandono di qualsiasi rappresentazione, che conduce allo sviluppo di una fotografia astratta. Se i due fotografi condividono il metodo, lo sguardo però è completamente differente: Houellebecq – come si è visto – adotta una visione esclusiva, che cattura solamente ciò che è pertinente al concetto espresso nel fotogramma; Tillmans invece include il più possibile, ritenendo che tutto sia rilevante. Secondo il fotografo tedesco si deve porre attenzione ad ogni cosa, dal momento che nulla appare irrilevante nel mondo: “if one thing matters, everything matters”, ed è proprio nei dettagli che si può vedere il contenuto dell’arte. Questa differente attenzione posta nei confronti del mondo permette di vedere un’altra difformità tra i due fotografi: nelle fotografie di Houellebecq si manifesta una ricerca del segno dell’uomo, mentre in Tillmans diventa significante la traccia. Nel fotografare i paesaggi urbani Houellebecq mostra come sia visibile l’intervento dell’uomo sull’ambiente, come attraverso l’edificazione di strutture abitative, lavorative o stradali si crei un ambiente totalmente differente se confrontato a quello naturale. Ad Houellebecq interessa rendere evidente il segno del passaggio dell’uomo, senza che questo venga mai rappresentato direttamente. Wolfgang Tillmans –contrariamente ad Houellebecq – agisce fotograficamente rendendo visibili le tracce dell’uomo, e non i segni. Il campo dell’attenzione viene ridotto nello spazio, per poter catturare ogni dettaglio: i vestiti abbandonati, le ombre, le tracce stesse dell’intervento chimico nello sviluppo fotografico, diventano l’espressione di un umanità insita nel mondo. La differente ottica nei confronti del reale influenza la percezione delle opere: i lavori di Michel Houellebecq appariranno più pesanti, densi di un contenuto concettuale che rende statica l’immagine; invece, nelle opere di Wolfgang Tillmans si potrà percepire una maggiore leggerezza, in cui il concetto si fa più etereo per lasciare spazio ad uno studio sull’immagine.

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Il confronto con le opere di Wolfgang Tillmans permette di mettere in luce gli aspetti più interessanti delle proposte di Michel Houellebecq in ambito fotografico. In particolare, se – come si è visto – il fatto di manipolare l’immagine con un intento poetico non costituisce una novità, più degno di attenzione è lo sguardo messo in atto da Houellebecq. Presupponendo una certa oggettività, egli osserva la realtà da una determinata distanza, che consente di rendere visibili i contrasti presenti nello spazio quotidiano. Questo contenuto diventa in seguito oggetto di un’elaborazione concettuale, fino alla creazione dell’oggetto ibrido, in cui concetti, immagini e testi vengono posti sullo stesso piano con lo scopo di stimolare una riflessione nello spettatore. A questo livello quindi, diventa impossibile distinguere i suoi lavori fotografici da quelli poetici o narrativi, infatti tutto il corpus di opere di Michel Houellebecq si pone su questo orizzonte di indagine dei contrasti presenti nella realtà, e forse solo con il tempo sarà possibile sondarlo più in profondità.


Paolo Mattiello, studia filosofia tra Padova e la Francia degli anni sessanta. Trascorre il tempo disseminando i suoi interessi tra l’estetica, l’insegnamento e le arti, ma nel frattempo aspetta che la sua vita diventi simile a un film di Arnaud Desplechin.
Immagini courtesy di Palais de Tokyo.

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