Richard Feynman si sbagliava su bellezza e verità nella scienza



Una famosa frase del fisico americano ha sempre affascinato, e convinto, scienziati e filosofi. Ma oggi in molti diffidano da quest’idea secondo cui la bellezza e la semplicità portano al vero. Osservando la storia della scienza e quella della fisica, invece, notiamo come sia la complessità a essersi dimostrata più affidabile.


In copertina: Giulio Turcato, Superficie lunare (1963) – Asta Pananti in corso

(Questo testo è la traduzione italiana di un articolo precedentemente uscito su Aeon)


di Massimo Pigliucci

Il fisico americano Richard Feynman viene spesso citato per aver detto: “La verità si può riconoscere dalla sua bellezza e semplicità“. La frase appare nell’opera della scrittrice scientifica americana K. C. Cole – nel suo libro Sympathetic Vibrations: Reflections on Physics as a Way of Life – anche se non ho trovato altre fonti che attribuiscono a Feynman quest’idea. Sappiamo, tuttavia, che Feynman aveva un grande rispetto per il fisico inglese Paul Dirac, che effettivamente credeva che le teorie in fisica dovessero essere semplici e belle. 

Feynman è stato senza dubbio uno dei grandi fisici del ventesimo secolo. Ai suoi contributi al Progetto Manhattan e alla soluzione del mistero che circondava l’esplosione dello Space Shuttle Challenger nel 1986, vanno aggiunti anche un premio Nobel vinto nel 1965 (condiviso con Julian Schwinger e Shin’ichirō Tomonaga) “per il loro lavoro fondamentale nell’elettrodinamica quantistica, con profonde conseguenze per la fisica delle particelle elementari”. E, come se non bastasse, era anche un suonatore di bonghi!

Nell’ambito della filosofia della scienza, però, come molti fisici della sua generazione e della successiva (e a differenza di quelli della precedente, tra cui Albert Einstein e Niels Bohr), Feynman non brillava – per usare un eufemismo. Potrebbe aver detto persino che la filosofia della scienza è utile alla scienza quanto l’ornitologia lo è per gli uccelli (molte citazioni a lui attribuite sono quasi impossibili da verificare). La cosa ha suscitato innumerevoli risposte da parte dei filosofi della scienza, tra cui che gli uccelli sono troppo stupidi per fare ornitologia, o che senza ornitologia molte specie di uccelli sarebbero estinte.

Il problema è che è difficile difendere il concetto che la verità è riconoscibile per la sua bellezza e semplicità, anzi è un’idea che ha contribuito a portare la fisica fondamentale nella sua attuale confusione. Per saperne di più  basta dare un’occhiata a The Trouble with Physics (2006) di Lee Smolin, o Farewell to Reality (2013) di Jim Baggott, o magari al blog di Peter Woit. Chiariamoci: quando si parla di semplicità e bellezza delle teorie, non stiamo parlando del rasoio di Ockham (di cui ha scritto il mio collega Elliott Sober). Il rasoio di Ockham è una prudenza euristica, ci fornisce una guida intuitiva per il confronto tra diverse ipotesi. A parità di altri fattori, dovremmo preferire le ipotesi più semplici. Più specificamente, il monaco inglese William di Ockham (1287-1347) pensava che “le entità [ipotetiche] non devono essere moltiplicate senza necessità” (la frase è del filosofo francescano irlandese del XVII secolo John Punch). Così, il rasoio di Ockham è un principio epistemologico, non metafisico. Si tratta di come sappiamo le cose, mentre le affermazioni di Feynman e Dirac sembrano riguardare la natura fondamentale della realtà.

Ma, come ha sottolineato la fisica teorica tedesca Sabine Hossenfelder, non c’è assolutamente ragione di pensare che la semplicità e la bellezza siano guide affidabili alla realtà fisica. E Hossenfelder ha ragione per una serie di motivi.

Per cominciare, la storia della fisica (ahimè, raramente studiata dai fisici) mostra chiaramente che molte teorie semplici hanno dovuto essere abbandonate a favore di teorie più complesse e “brutte”. L’idea che l’Universo sia in uno stato stazionario è più semplice di quella che richiede una continua espansione; eppure gli scienziati pensano che l’Universo si stia espandendo da quasi 14 miliardi di anni. Nel XVII secolo Keplero si rese conto che la teoria di Copernico era troppo bella per essere vera, poiché, come risulta, i pianeti non girano intorno al Sole in cerchi perfetti (in accordo con principi estetici umani), ma seguono piuttosto delle ellissi un po’ più brutte.

Naturalmente, inoltre, la bellezza com’è noto è nell’occhio di chi guarda. Ciò che ha colpito Feynman come bello potrebbe non essere bello per altri fisici o matematici. La bellezza è un valore umano, non qualcosa presente là fuori nel cosmo. I biologi su questo ne sanno molto di più. La capacità di apprezzamento estetico della nostra specie è il risultato di un processo di evoluzione biologica, possibilmente in relazione alla selezione naturale. E non c’è assolutamente ragione di pensare che abbiamo sviluppato un senso estetico che in qualche modo sembra essere adatto per la scoperta della teoria ultima del tutto.

Giulio Turcato, Superficie lunare (1963) – Asta Pananti in corso

La morale della favola è che i fisici dovrebbero lasciare la filosofia della scienza ai professionisti e attenersi a ciò che conoscono meglio. Meglio ancora: questo è un settore in cui il dialogo interdisciplinare fruttuoso non è solo una possibilità, ma probabilmente una necessità. Come scrisse Einstein in una lettera al suo collega fisico Robert Thornton nel 1944:

“Sono pienamente d’accordo con voi sul significato e il valore educativo della metodologia, così come la storia e la filosofia della scienza. Così tante persone oggi – e anche scienziati professionisti – mi sembrano come qualcuno che ha visto migliaia di alberi ma non ha mai visto una foresta. La conoscenza del contesto storico e filosofico dà quella sorta di indipendenza dai pregiudizi della sua generazione di cui soffrono la maggior parte degli scienziati. Questa indipendenza creata dall’intuizione filosofica è – a mio avviso – il segno di distinzione tra un semplice artigiano e un vero artista della verità.”

Ironia della sorte, è stato Platone – un filosofo – a sostenere che la bellezza è una guida alla verità (e alla bontà), non avendo mai incontrato, a quanto pare, un rappresentante non veritiero del sesso opposto (o dello stesso, a seconda dei casi). Ne ha scritto nel Simposio, il dialogo che contiene, tra l’altro, l’educazione sessuale di Socrate. Ma la filosofia ha fatto molti progressi da Platone in poi, così come la scienza. È quindi una buona idea per scienziati e filosofi confrontarsi tra loro prima di pronunciare nozioni che potrebbero essere difficili da difendere, specialmente quando si tratta di figure influenti con il pubblico. Per citare un altro filosofo, Ludwig Wittgenstein, in un contesto diverso: “Su ciò di cui non si può parlare, bisogna tacere”.


MASSIMO PIGLIUCCI È PROFESSORE DI FILOSOFIA AL CITY COLLEGE E AL GRADUATE CENTER DELLA CITY UNIVERSITY OF NEW YORK. IL SUO ULTIMO LIBRO È HOW TO BE A STOIC: ANCIENT WISDOM FOR MODERN LIVING (2017). VIVE A NEW YORK.

0 comments on “Richard Feynman si sbagliava su bellezza e verità nella scienza

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *