Ringraziare Kripke

Qual è stata l’importanza di Kripke? Il grande filosofo e logico statunitense è morto pochi giorni fa, e la sua eredità è enorme.


IN COPERTINA e nel testo opere di Jens Ferdinand Willumsen

di Andrea Raimondi

La morte del logico e filosofo statunitense Saul Aaron Kripke (13 novembre 1940 – 15 settembre 2022) è passata quasi inosservata in Italia. Che io sappia, solo due articoli hanno riportato la notizia. Ciò non è sorprendente: il nome di Saul Kripke è perlopiù sconosciuto al di fuori di certi circoli filosofici. La qualificazione ‘certi’ (ahimè) non è accidentale: filosofi e filosofe lontani dall’orientamento analitico potrebbero non essersi mai imbattuti nei suoi scritti. 

Saul Kripke è stato un ragazzo prodigio. Cresciuto in Nebraska, figlio di un padre rabbino e una madre scrittrice di libri per bambini, ancora liceale iniziò a occuparsi di logica matematica, e nel 1959 pubblicò un articolo epocale che conteneva una prova di completezza della logica modale (attesa da decenni). Più tardi, dopo una laurea in matematica a Harvard e dopo aver insegnato al MIT, a Harvard e alla Rockefeller University (senza aver mai preso un dottorato, cosa rarissima al giorno d’oggi), in una serie di conferenze rivoluzionò almeno due aree fondamentali della ricerca filosofica: la filosofia del linguaggio e la metafisica. Eppure, sembra che il panorama culturale dell’Italia contemporanea ignori l’esistenza di questo incredibile filosofo, che ha convinto la comunità filosofica internazionale che certe teorie difese da giganti del calibro di Kant e Russell contenevano gravi errori.

È vero, è difficile capire Kripke quando parla di logica. Ma nei suoi lavori di filosofia, primo tra tutti il capolavoro Nome e necessità, la prosa di Kripke è semplicemente cristallina e ricca di argomentazioni lucidissime. Non solo tutti i suoi lettori glielo riconoscono, ma il suo esempio ha avuto una profonda influenza sul modo di fare filosofia nell’ambiente analitico. Ahimè, forse è proprio l’estrema chiarezza della prosa di Kripke a spiazzare il lettore abituato a un linguaggio dotto, esoterico, oracolare e opaco, dove la metafora è regina – il linguaggio di una certa filosofia sapienziale, che ha molti estimatori in Italia. Kripke non è stato un oracolo: la sua grande rivoluzione l’ha condotta con le sole armi del buon ragionamento – armi democratiche, che possiamo usare tutti e tutte. Oggi, dopo la scomparsa del suo eroe, questa rivoluzione merita di essere celebrata.

 

Come tutto iniziò: i mondi possibili

Il termine ‘rivoluzione’ non è un’iperbole: negli anni ’70 Kripke ha dimostrato che certe posizioni filosofiche fino ad allora indiscusse erano insostenibili. A dir la verità, Kripke aveva già cominciato qualche anno prima a farlo vedere, con una serie di articoli che hanno contribuito alla nascita della tradizione moderna in logica modale (A Completeness Thoery in Modal Logic, 1959; Semantical Analysis of Modal Logic I. Normal Modal Propositional Calculi, 1963; Semantical Considerations on Modal Logic, 1963; Semantical Analysis of Modal Logic II. Non-Normal Modal Propositional Calculi, 1965). Questi lavori riabilitano la nozione leibniziana di mondo possibile. La rivoluzione di Kripke comincia proprio da qui.

Con ‘mondo possibile’ s’intende un modo in cui l’intero universo avrebbe potuto essere. Possiamo costruire mondi possibili immaginando di modificare alcuni aspetti dell’universo così com’è. Ad esempio, pensiamo a un mondo in cui ciascuno di noi ha un numero di capelli diverso da quello reale, un altro in cui il 1945 è stato l’anno della vittoria della Germania nazista, uno in cui Aristotele non si è dedicato alla filosofia, o addirittura non è mai esistito. Naturalmente, ci sono alcuni vincoli su ciò che può accadere in un mondo possibile: ad esempio, nessun mondo conterrà triangoli quadrati, numeri primi con tre divisori o scapoli sposati. Questi sono esempi di impossibilità.

Il concetto di mondo possibile è utile per chiarire due nozioni chiave della tradizione filosofica occidentale: la nozione di verità necessaria e quella di verità contingente. Una proposizione è necessariamente vera se e solo se è vera in ogni mondo possibile. Le verità matematiche sono il paradigma delle proposizioni necessariamente vere. Ad esempio, consideriamo la proposizione che 5 è la somma di 3 più 2: anche il mondo possibile più diverso da quello reale è un mondo in cui questa proposizione è vera. D’altro canto, la proposizione che l’Italia oggi ha 60 milioni di abitanti è solo contingentemente, non necessariamente vera: se, ad esempio, ci fossero state molte meno nascite negli ultimi anni, il numero di abitanti sarebbe diverso. Dunque, c’è almeno un mondo in cui è falsa la proposizione che l’Italia oggi ha 60 milioni di abitanti.

Le nozioni di verità necessaria e verità contingente non sono novità del XX secolo. Molti nomi della storia della filosofia sono collegati a queste nozioni. Tra di essi spicca indubbiamente il nome di Immanuel Kant, che nella Critica della ragion pura sviluppa una sofisticata riflessione su questi temi. Una nozione centrale della sua riflessione – così centrale che nelle mie memorie liceali risuona come un mantra minaccioso per noi studenti intimiditi – è l’abbinamento del concetto modale di necessità con quello epistemologico di a priori. Questo punto merita la nostra attenzione, dato che, come vedremo, è proprio qui che Kripke fa la sua rivoluzione.

 

Kant su necessità e a priori

Secondo Kant, possiamo conoscere le verità necessarie prima di esaminare il mondo, ossia prima di ricorrere all’esperienza sensibile: la conoscenza di verità necessarie è conoscenza a priori. Consideriamo nuovamente la proposizione che 5 è la somma di 3 più 2: anche senza alcuna conoscenza sensibile, siamo in grado di conoscere la verità necessaria di questa proposizione. Basta il puro ragionamento. Ciò non vale per la verità contingente della proposizione che oggi l’Italia ha 60 milioni di abitanti: tale verità ci è nota a posteriori, poiché è richiesta una qualche esperienza per conoscerla (ad esempio, un conteggio delle persone che abitano in Italia).

L’idea che la conoscenza di tutte le verità necessarie è a priori ha costituito una certezza della filosofia occidentale fino al 1972. È questo l’anno in cui, in una serie di conferenze tenute a Princeton, pubblicate in seguito col titolo Nome e necessità, Kripke dimostrò la scorrettezza di questa idea. (Per inciso: io ho frequentato il liceo ben dopo il 1972, eppure nessuno allora mi rivelò che il mantra kantiano era stato messo in discussione. Per noi studenti sarebbe stato interessante, forse divertente e indubbiamente utile, sapere che qualcuno, a solo qualche ora di volo, aveva osato contraddire Kant!)

Sorprendentemente, le conclusioni anti-kantiane che animano Nome e necessità sono conseguenze di alcune posizioni difese da Kripke su problemi apparentemente lontani dalle tematiche care a Kant. In particolare, la discussione di Kripke ruota attorno al funzionamento dei nomi propri e dei cosiddetti termini di genere naturale. Vediamo ora le coordinate generali di questa discussione, concentrandoci sui nomi propri, per poi tornare all’attacco di Kripke nei confronti di Kant.

Kripke e i nomi propri

In Nome e necessità, Kripke sostiene che un nome proprio, come ‘Aristotele’ e ‘Roma’, funziona come un’etichetta per un individuo o oggetto: si riferisce al suo portatore senza caratterizzarlo in alcun modo. In questo senso, un nome funziona in maniera molto diversa da una descrizione definita, come ‘il maestro di Alessandro Magno’ e ‘la capitale italiana’. Sebbene, ad esempio, ‘Aristotele’ e ‘il maestro di Alessandro Magno’ si riferiscano allo stesso individuo, i due termini differiscono nel modo in cui lo fanno. Il secondo si riferisce all’individuo menzionando una proprietà, essere maestro di Alessandro Magno, che è esemplificata unicamente da quell’individuo. Invece, il primo vi si riferisce senza menzionare alcuna proprietà. Si tratta di una mera etichetta per quell’individuo, introdotta alla sua nascita e associata all’individuo attraverso un qualche tipo di battesimo.

Ho aperto la discussione sull’opera di Kripke menzionando la nozione di mondo possibile. Ma cosa hanno a che vedere i nomi coi mondi possibili? Secondo Kripke, una delle caratteristiche centrali di un nome è il suo riferirsi allo stesso oggetto o individuo in ogni mondo possibile (in cui tale oggetto o individuo esiste, ma questa specificazione è dibattuta). Nel gergo kripkeano, un nome è un designatore rigido. Cerchiamo di capire cosa significa tornando al confronto tra nomi e descrizioni. 

La descrizione ‘il maestro di Alessandro Magno’ si riferisce a individui diversi in mondi diversi. Nel mondo reale si riferisce ad Aristotele. Ma in un mondo simile a quello reale a eccezione del fatto che Alessandro Magno ha avuto come maestro Senocrate, ‘il maestro di Alessandro Magno’ si riferisce a Senocrate. Ciò riflette l’idea intuitiva secondo cui il maestro di Alessandro Magno avrebbe potuto non essere Aristotele, bensì Senocrate – o qualcun altro ancora. 

D’altra parte, il nome ‘Aristotele’ si riferisce ad Aristotele quando lo impieghiamo non soltanto in affermazioni su come le cose stanno di fatto, cioè sul mondo reale, ma anche in affermazioni su come le cose avrebbero potuto stare, cioè su mondi possibili diversi dal mondo reale. Ad esempio, quando affermiamo che Aristotele avrebbe potuto non dedicarsi alla filosofia, stiamo evidentemente affermando qualcosa sul particolare individuo che nel mondo reale chiamiamo ‘Aristotele’. In questo senso, il nome ‘Aristotele’ si riferisce allo stesso individuo in ogni mondo possibile (in cui tale individuo esiste).

È proprio questa differenza tra nomi e descrizioni che porta Kripke a concludere che, in generale, un nome non è sinonimo di una qualche descrizione. In ciò, Kripke si oppone a una tradizione filosofica che annovera tra i suoi difensori importantissimi filosofi e logici, come Gottlob Frege e Bertrand Russell. 

Inoltre, l’idea che i nomi propri siano designatori rigidi è alla base dell’attacco di Kripke all’abbinamento kantiano del concetto modale di necessità con quello epistemologico di a priori. È giunto il momento di affrontare la questione.

 

Kripke contro Kant

Ci sono cose che hanno due nomi, o anche più di due. Ad esempio, il pianeta Venere è sempre stato chiamato con due nomi: ‘Espero’ e ‘Fosforo’. Nell’antichità, il primo nome era usato per riferirsi al corpo celeste quando compariva al tramonto; il secondo invece era usato per riferirsi al corpo celeste quando compariva all’alba. Per molto tempo si è creduto che fossero due corpi celesti distinti. In realtà è uno solo: Espero è identico a Fosforo. Kripke ha qualcosa di interessante da dirci su questo esempio. 

Di fatto, i nomi ‘Espero’ e ‘Fosforo’ si riferiscono allo stesso pianeta nel mondo reale. Di conseguenza, essendo per Kripke dei designatori rigidi, i due nomi si riferiscono allo stesso pianeta in ogni mondo possibile. Da ciò segue che in ogni mondo possibile sussiste l’identità di Espero e Fosforo. Perciò, la proposizione che Espero è identico a Fosforo è necessariamente vera. Se Kant avesse ragione, e dunque in generale la conoscenza di verità necessarie fosse a priori, cioè non richiedesse l’ausilio dell’esperienza sensibile, dovremmo concludere che la verità della proposizione che Espero è identico a Fosforo è nota a priori. Ma ciò è decisamente sbagliato. Come menzionato sopra, per tanto tempo si è creduto che Espero non fosse identico a Fosforo; furono i babilonesi a scoprire che il corpo celeste che veniva chiamato col primo nome è lo stesso corpo celeste che veniva chiamato col secondo. Si trattò, insomma, di una scoperta astronomica, avvenuta grazie all’esperienza sensibile. Dunque, possiamo dire che la verità della proposizione che Espero è identico a Fosforo è nota a posteriori, al contrario di quanto previsto da Kant. Kripke dimostra così che la conoscenza di certe verità necessarie è a posteriori: Kant aveva torto.

L’attacco di Kripke non si ferma qui. Per tracciare una distinzione ancora più netta tra le nozioni di necessità e a priori, Kripke argomenta che possiamo conoscere a priori alcune verità contingenti. Uno degli esempi più celebri proposti da Kripke riguarda il metro. Supponiamo d’introdurre il termine ‘metro’ con una definizione di questo tipo: ‘Sia un metro la lunghezza attuale di questa sbarra’, detto indicando una certa sbarra, che chiamiamo ‘S’, a un certo tempo t. Secondo Kripke, per chi abbia fissato il riferimento del termine ‘metro’ in questa maniera, la verità della proposizione che S è lunga un metro a t è nota a priori: se ha usato la procedura descritta per introdurre il termine ‘metro’, sa automaticamente che Sè lunga un metro a t. Inoltre, Kripke osserva che sotto opportune tensioni o riscaldamenti, S avrebbe potuto avere una lunghezza diversa a t, il che implica che quella proposizione avrebbe potuto essere falsa. Dunque, la proposizione che S è lunga un metro a t è solo contingentemente vera, nonostante la sua verità sia nota a priori

Non posso soffermarmi oltre sugli esempi di verità contingenti a priori. Occorre invece insistere sulla portata filosofica della conclusione di Kripke a proposito delle verità necessarie a posteriori. La tradizione pre-kripkeana ha spesso ritenuto che le scienze empiriche svelassero verità meramente contingenti e che il regno delle verità necessarie fosse riservato all’indagine filosofica e alla matematica. Con le sue sottili argomentazioni sul funzionamento dei nomi propri, Kripke ha mostrato che questa immagine è inadeguata: alcune scoperte scientifiche sono scoperte di verità necessarie – tra queste, la scoperta astronomica dell’identità di Espero e Fosforo. Così, Kripke ha sfruttato gli strumenti della filosofia per nobilitare il senso dell’impresa conoscitiva delle scienze empiriche.

Tra le verità scientifiche di cui Kripke ha illuminato la natura non figurano solo verità formulate con l’ausilio di nomi propri. Molti esempi coinvolgono i cosiddetti termini di genere naturale, come ‘oro’, ‘acqua’ e ‘tigre’. A parere di Kripke, questi termini funzionano in maniera simile ai nomi propri. In primo luogo, non sono sinonimi di descrizioni che menzionano proprietà superficiali delle sostanze o specie animali rilevanti (ad esempio, nel caso di ‘oro’, la proprietà di essere giallo – qualcuno ricorderà che Kant aveva definito l’oro come ‘metallo giallo’). In secondo luogo, il loro riferimento è fissato da un gesto che indica un campione della sostanza o della specie animale. Idealizzando un po’, possiamo immaginare un battesimo simile a quello con cui è introdotto un nome per un individuo. Infine, un termine di genere naturale è un designatore rigido: si riferisce alla stessa sostanza o specie animale in ogni mondo possibile.

A quale sostanza si riferisce il termine ‘oro’? Cioè: quale sostanza conta come oro? Secondo Kripke, per rispondere a questa domanda non basta il ragionamento filosofico; bisogna esaminare empiricamente la natura dell’oro. Oggi la chimica suggerisce che la composizione atomica dell’oro – il suo avere numero atomico 79 – ci dice quel che c’è da sapere sulla sua natura. Dunque, una sostanza conta come oro a patto che abbia numero atomico 79. Di qui, Kripke argomenta che è necessariamente vero che l’oro ha quel numero atomico. Quindi, la scoperta che l’oro ha numero atomico 79 è una scoperta di una verità necessaria. Ancora una volta, abbiamo a che fare con un caso in cui la nozione modale di necessità è anti-kantianamente distinta dalla nozione epistemologica di a priori.

A questo punto, è doveroso fare una precisazione. Forse chi legge ha pensato fra sé e sé qualcosa di questo tipo: “Se l’identità di Espero e Fosforo e il fatto che l’oro ha numero atomico 79 sono verità scoperte empiricamente, non potrebbe un giorno accadere che vengano smentite? In fondo, è proprio così che procede il sapere scientifico: un nuovo esperimento o una nuova osservazione può smentire una presunta verità frutto di precedenti esperimenti o osservazioni. Ma allora sembra che, secondo Kripke, alcune verità necessarie possano essere smentite: questo è veramente strano!”. Questo ragionamento non è corretto. O meglio: è corretta solo la sua prima parte, quella che asserisce che può essere smentita tanto la scoperta che Espero è identico a Fosforo quanto la scoperta che l’oro ha numero atomico 79. Ma da ciò segue soltanto che, nel caso di una tale smentita, quelle che consideravamo verità necessarie si rivelerebbero essere falsità– più precisamente, falsità necessarie (lascio al lettore il piacere di capire il perché di questa precisazione). Pertanto, una formulazione più cauta della posizione di Kripke potrebbe avere la forma di un condizionale: se gli astronomi e i chimici hanno ragione ad affermare che Espero è identico a Fosforo e che l’oro ha numero atomico 79, allora è necessariamente vero (e non suscettibile di smentita!) che Espero è identico a Fosforo e che l’oro ha numero atomico 79. 

Desidero ora brevemente accennare a come Kripke sfrutta le sue posizioni su necessità e identità per affrontare un celebre problema di filosofia della mente.

 

Kripke e la mente 

Il problema è noto a qualsiasi studente liceale: la mente e il cervello sono la stessa cosa o sono entità distinte, come riteneva Cartesio? Kripke dà un elegante argomento contro la tesi che mente e cervello coincidono. L’argomento può essere ricostruito nel modo seguente.

Supponiamo che qualcuno mi punga un dito con un ago e che io provi un forte dolore. Chiamiamo ‘A’ la mia sensazione di dolore. Secondo la tesi dell’identità di mente e cervello, A coincide con un mio particolare stato cerebrale – supponiamo, la stimolazione di certe fibre nervose. Chiamiamo questo particolare stato cerebrale ‘B’. Quindi, la tesi dell’identità di mente e cervello dice che A è identico a B

Come abbiamo visto, Kripke sostiene che se effettivamente Espero è identico a Fosforo, allora è necessariamente vero che Espero è identico a Fosforo. Applicando lo stesso ragionamento, Kripke osserva che se la tesi dell’identità di mente e cervello è corretta, e dunque A è identico a B, allora è necessariamente vero che A è identico a B (Kripke è legittimato ad applicare lo stesso ragionamento perché ‘A’ e ‘B’ sono nomi propri, come ‘Espero’ e ‘Fosforo’). 

Ora domandiamoci: è necessariamente vero che A è identico a B? Kripke risponde di no: a suo parere, B avrebbe potuto esistere senza alcun dolore corrispondente, e dunque in assenza di A e, viceversa, A avrebbe potuto esistere in assenza del corrispondente stato cerebrale, cioè B. La seconda situazione è, credo, più facile da concepire. Immaginiamo che io abbia un corpo un po’ diverso da quello che di fatto ho; in particolare, un corpo in cui le fibre nervose responsabili delle mie sensazioni di dolore sono leggermente diverse. In una tale situazione, B non esiste. Ma, dice Kripke, ciò non preclude ad A di esistere: se, nella situazione descritta, venissi punto sullo stesso dito su cui sono stato punto nel mondo reale, allo stesso istante e con la stessa intensità, esperirei la stessa particolare sensazione di dolore che ho esperito nel mondo reale. Cioè esperirei A: quindi A esisterebbe in assenza di B.

Ora, ricordiamo che se la tesi dell’identità di mente e cervello è corretta, allora è necessariamente vero che A è identico a B. Ma le considerazioni del paragrafo precedente dimostrano che non è necessariamente vero che A è identico a B. Quindi, Kripke può concludere che la tesi dell’identità di mente e cervello non è corretta.

 

Al di là di Nome e necessità

Vorrei concludere accennando ad altri aspetti dell’opera kripkeana. Anzitutto, Kripke si è premurato di discutere alcune obiezioni alle sue posizioni, in particolare all’idea secondo cui un nome è una sorta di etichetta, uno strumento per riferirsi a un individuo senza la mediazione di proprietà. Ora, si potrebbe osservare che un’etichetta ha bisogno di qualcosa cui essere applicata, e ci sono nomi, come ‘Amleto’ e ‘Zeus’, che non sembrano applicarsi a un bel niente. Cosa dire di questi nomi? Kripke ha affrontato questo tema in una serie di lezioni tenute a Oxford nel 1973 (pubblicate successivamente come Riferimento ed esistenza). Un altro problema riguarda le credenze. Consideriamo un esempio ipotetico. Un tizio, Gianni, è convinto che Espero e Fosforo siano corpi celesti distinti e che solo il primo sia visibile al tramonto. Possiamo dire che Gianni crede che Espero, ma non Fosforo, sia visibile al tramonto. Ma se ‘Espero’ e ‘Fosforo’ sono mere etichette per lo stesso oggetto, attribuire a Gianni la credenza che Espero è visibile al tramonto dovrebbe essere equivalente ad attribuirgli la credenza che Fosforo lo è. Eppure, le cose non sembrano stare così. Kripke ha risposto in un celebre articolo del 1979 (Un rompicapo sulla credenza).

Dovrei ricordare anche i suoi lavori sulla verità (Outline of a Theory of Truth, 1975), sulla distinzione tra riferimento semantico e riferimento del parlante (Speaker’s Reference and Semantic Reference, 1977), e naturalmente l’originalissima discussione del ‘paradosso del seguire una regola’, che Kripke dice di aver scoperto in alcuni paragrafi delle Ricerche filosofiche di Ludwig Wittgenstein. Il paradosso, esposto in Wittgenstein su regole e linguaggio privato (1982), mette in discussione l’idea, apparentemente banale, che si possa intendere qualcosa con una certa parola o un certo segno, e ha conseguenze importanti nei più disparati settori filosofici, dall’epistemologia alla filosofia della mente. Ha generato un dibattito tuttora molto vivace tra coloro che abbracciano le conclusioni paradossali del ragionamento ‘kripkensteiniano’ e coloro che cercano di bloccare il paradosso.

Questo fugace sguardo sull’opera di Kripke non rende giustizia a ciò che una figura così importante del Novecento rappresenta e rappresenterà per il mondo della cultura. Il tempo futuro è d’obbligo, poiché una parte del lavoro di Kripke deve ancora essere pubblicata: al Saul Kripke Center, nella City University of New York, esperti ed esperte lavorano per organizzare e pubblicare il materiale che Kripke ha accumulato nel corso della sua vita, talvolta spargendolo per il mondo. A tal proposito, Romina Padró, direttrice del centro, mi ha raccontato che parte del materiale proviene da registrazioni di conferenze e lezioni che negli ultimi sessant’anni Kripke ha tenuto in varie università. Come un moderno Socrate, ha davvero creduto nel potere della parola orale.

È molto triste pensare che non ci sarà più occasione di assistere a un intervento di Kripke. Mi consola però l’idea che la sua opera, così ricca e stratificata, è il luogo di una meravigliosa discussione filosofica senza fine.


Andrea Raimondi è dottorando di ricerca alla University of Nottingham e visiting researcher all’Institute for Logic, Cognition, Language and Information (Universidad del País Vasco). Il suo principale ambito di ricerca è la filosofia del linguaggio, in particolare contesti citazionali e nomi propri. Si è anche occupato del tema dell’intenzionalità in filosofia della mente.

1 comment on “Ringraziare Kripke

  1. Non ho capito tutto, ma ringrazio chi mi ha fatto conoscere Kripke

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