Ripensare l’orizzonte. Dante, Belacqua e l’aragosta – Purgatorio IV

Questo articolo fa parte del nostro progetto che, abbreviando, chiamiamo “CCC”, il Commento collettivo alla Commedia in cui decine di autori e autrici si impegnano al commentare gli altrettanti canti dell’opera di Dante. Siamo al quarto canto del Purgatorio.


IN COPERTINA, E NEL TESTO, un disegno di albrecht Durer.

di Giovanni Bitetto


Con il contributo di  


Il Purgatorio è la cantica più sfuggente, elude tanto le fascinazioni ctonie dell’Inferno quanto le grandiose visioni estetico-morali del Paradiso, vive di conflitti sottesi e allusioni, discorsi non più tesi in modo esplicito alla fustigazione, ma non ancora in grado di distendersi nelle geometriche speculazioni filosofiche della cantica successiva. In questo contesto può capitare che si trovi il tempo per un incontro dal sottotesto ironico, ma avulso dalla comicità grottesca che incrudelisce molti passaggi dell’Inferno. Tempo: una parola fondamentale, architrave tematico del canto, sia dal punto di vista fisico che da quello etico. 

Siamo nell’Antipurgatorio, Dante ha appena terminato il colloquio con Manfredi, la prima ventina di versi è una breve dissertazione sulla natura dell’anima che culmina con la costatazione che vassene ‘l tempo e l’uom non se n’avvede”: il sole è salito di cinquanta gradi e, secondo i calcoli di Dante, non più assorbito dalla conversazione con l’anima, sono già le nove del mattino. Inizia la salita per Virgilio e Dante, il quale si trova in difficoltà sull’aspra roccia, esortato da Virgilio riesce a raggiungere un costone e qui, fermandosi a riposare, riceve due lezioni fondamentali. 

Innanzitutto Virgilio gli spiega l’esatta posizione della montagna del Purgatorio, in modo che l’incedere degli astri nel cielo non desti più stupore in Dante. Ancora gli astri e il loro movimento: il simbolo del tempo che scorre. Un elemento che percorre l’intera cantica del Purgatorio, luogo di transito per le anime che dovranno rimanere un lasso prestabilito, luogo che, pur nella sua natura divina, conserva qualcosa di ineffabile e terreno. Ma ecco che la questione del tempo si lega al più alto motivo anagogico, Virgilio conclude il suo discorso sentenziando: “Questa montagna è tale/ che sempre al cominciar di sotto è grave;/ e quant’om più va sù, e men fa male.” Ovvero descrive a Dante come la salita sia più facile man mano che si procede, un chiaro riferimento all’anima del poeta che, ascendendo, si ripulisce dei peccati per approcciarsi alla sostanza divina. Il tempo quindi, nel Purgatorio, lascia traccia con la propria dimensione materiale, prima che a governare siano le leggi dei cieli superni.

Fino a questo momento il canto si è giocato sul precetto morale e sulla spiegazione fisico-teologica, fra dissertazioni di natura filosofica e descrizioni geologiche non c’è stato granché spazio per la comicità di cui si diceva prima. Eppure Dante è costruttore di strutture equilibrate, non prodiga mai intermezzi eruditi senza porvi contrappesi di carattere  narrativo o personale. Con naturalezza il poeta introduce una delle figure più intime del suo racconto, non un personaggio storico di chissà quale levatura, ma addirittura, secondo quanto potuto apprendere dai filologi, un amico personale: Belacqua, liutaio fiorentino. 

“Forse / che di sedere in pria avrai distretta!”, il grido che fa da cesura al discorso di Virgilio. Qualcuno esorta Dante a sedersi prima di ricominciare la salita, il poeta girandosi scorge una figura accoccolata che “mostra sé più negligente / che se pigrizia fosse sua serocchia”, si mostra tanto negligente che la pigrizia sembra sua sorella. La pigrizia: inizia a chiarirsi il disegno del canto. Alla tematica del tempo si aggiunge il nucleo della pigrizia, siamo fra coloro che hanno tardato a  convertirsi in vita, la pigrizia risulta essere la controparte negativa – il peccato terreno – alle esortazioni di Virgilio. Ma è un peccato che può essere trattato in modo bonario, tanto che il tono dell’incontro con Belacqua è sarcastico. Ancora l’anima lo apostrofa “Or va tu sù, che se’ valente!”, prova a salire tu, visto che sei così bravo. Avvicinandosi Dante lo riconosce e questo fa sì che “mosser le labbra mie un poco a riso”, Dante sorride, si mostra il fulcro emotivo che, dopo tante dissertazioni, infonde ai versi un calore inaspettato.

“Belacqua, a me non dole/ di te omai”, Dante pronuncia finalmente il nome del liutaio, un personaggio della storia minuta, della cronaca fiorentina, un amico del poeta tanto intimo da poter figurare nella Commedia, e da ricevere dolci parole di commiato, velate dal motteggio e dalla dolcezza del ricordo. Dante non è nuovo a inserire figure intellettuali di riferimento nel percorso di ascesa: Brunetto Latini, Girault de Bornelh, Arnaut Daniel, Guido Guinizzelli, i più famosi poeti del suo tempo, i trovatori e gli stilnovisti, sono “superati” dal poeta di cantica in cantica, un attraversamento che segna un tributo ma anche – se volessimo interpretare, o forse sovrainterpretare, con sensibilità moderna – “l’ambizione” di Dante, tanto devoto da avvicinarsi più di chiunque altro a Dio, tanto valente da portare con sé la propria arte e, di fatto, superare persino la sua guida Virgilio, da cui si accomiaterà alle porte del Paradiso. Eppure, fra le parole ardenti di stima, mai Dante si era intrattenuto con un intermezzo tanto disteso, lieto, mai aveva incontrato fraternamente un personaggio come Belacqua. Forse perché questo incontro non è incrinato da agonismo intellettuale alcuno? Certo la scalata di Dante, la personale ascesa morale, deve proseguire, glielo ricordano sia Virgilio che Belacqua,e il significato dell’episodio è chiaro: mai spendere il proprio tempo – quel tempo che nel Purgatorio è alla base della pena di ciascuna anima – indugiando nella pigrizia “Nessun tuo passo caggia”, non bisogna mai indietreggiare, come gli ricordava poc’anzi Virgilio. 

Mentre Dante ricomincia la sua scalata è interessante notare come, fra le mille incarnazioni che la Commedia ha avuto nei secoli, il nome di Belacqua si riverberi in Samuel Beckett, uno dei più attenti lettori danteschi del Novecento. Tale era infatti il nomignolo giovanile che l’irlandese si era auto-attribuito, nonché lo pseudonimo con cui soleva talvolta firmare la corrispondenza, anche in tarda età. In Più pene che pane il racconto “Dante e l’aragosta” descrive la giornata dello sfaticato Belacqua, doppio dell’autore ma anche prototipo dei personaggi fannulloni che perfezionerà nella maturità, culminante con la presa di coscienza del dolore inflitto a un’aragosta nel momento in cui è bollita viva (e qui mi è impossibile non pensare – rimando nel rimando – a chi, quasi un secolo dopo ci ha chiesto di “considerare l’aragosta”). Da fautore della negazione assoluta Beckett aveva intuito il potenziale eversivo di Belacqua, risemantizzando il pigro per eccellenza della Commedia nella sua personale poetica. Ma Beckett opera in un orizzonte in cui la percezione del tempo del progresso, dell’ascesa, mostra segni di cedimento, e allora viene naturale fermarsi per ripensare l’orizzonte, nel viaggio di Dante invece la luce di Dio illumina la redenzione dell’uomo, al poeta non è data altra scelta che abbandonare la distensione della sosta con Belacqua e affrontare, spronato dalla tensione morale, i travagli e la purificazione del proseguo del viaggio.

 


Il canto, integrale

Canto IV, dove si tratta de la soprascritta seconda qualitade, dove si purga chi per negligenza di qui a la morte si tardòe a confessare; tra i quali si nomina il Belacqua, uomo di corte.

Quando per dilettanze o ver per doglie,
che alcuna virtù nostra comprenda,
l’anima bene ad essa si raccoglie,

par ch’a nulla potenza più intenda;
e questo è contra quello error che crede
ch’un’anima sovr’altra in noi s’accenda.

E però, quando s’ode cosa o vede
che tegna forte a sé l’anima volta,
vassene ’l tempo e l’uom non se n’avvede;

ch’altra potenza è quella che l’ascolta,
e altra è quella c’ ha l’anima intera:
questa è quasi legata e quella è sciolta.

Di ciò ebb’io esperïenza vera,
udendo quello spirto e ammirando;
ché ben cinquanta gradi salito era

lo sole, e io non m’era accorto, quando
venimmo ove quell’anime ad una
gridaro a noi: “Qui è vostro dimando”.

Maggiore aperta molte volte impruna
con una forcatella di sue spine
l’uom de la villa quando l’uva imbruna,

che non era la calla onde salìne
lo duca mio, e io appresso, soli,
come da noi la schiera si partìne.

Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,
montasi su in Bismantova e ’n Cacume
con esso i piè; ma qui convien ch’om voli;

dico con l’ale snelle e con le piume
del gran disio, di retro a quel condotto
che speranza mi dava e facea lume.

Noi salavam per entro ’l sasso rotto,
e d’ogne lato ne stringea lo stremo,
e piedi e man volea il suol di sotto.

Poi che noi fummo in su l’orlo suppremo
de l’alta ripa, a la scoperta piaggia,
“Maestro mio”, diss’io, “che via faremo?”.

Ed elli a me: “Nessun tuo passo caggia;
pur su al monte dietro a me acquista,
fin che n’appaia alcuna scorta saggia”.

Lo sommo er’alto che vincea la vista,
e la costa superba più assai
che da mezzo quadrante a centro lista.

Io era lasso, quando cominciai:
“O dolce padre, volgiti, e rimira
com’io rimango sol, se non restai”.

“Figliuol mio”, disse, “infin quivi ti tira”,
additandomi un balzo poco in sùe
che da quel lato il poggio tutto gira.

Sì mi spronaron le parole sue,
ch’i’ mi sforzai carpando appresso lui,
tanto che ’l cinghio sotto i piè mi fue.

A seder ci ponemmo ivi ambedui
vòlti a levante ond’eravam saliti,
che suole a riguardar giovare altrui.

Li occhi prima drizzai ai bassi liti;
poscia li alzai al sole, e ammirava
che da sinistra n’eravam feriti.

Ben s’avvide il poeta ch’ïo stava
stupido tutto al carro de la luce,
ove tra noi e Aquilone intrava.

Ond’elli a me: “Se Castore e Poluce
fossero in compagnia di quello specchio
che sù e giù del suo lume conduce,

tu vedresti il Zodïaco rubecchio
ancora a l’Orse più stretto rotare,
se non uscisse fuor del cammin vecchio.

Come ciò sia, se ’l vuoi poter pensare,
dentro raccolto, imagina Sïòn
con questo monte in su la terra stare

sì, ch’amendue hanno un solo orizzòn
e diversi emisperi; onde la strada
che mal non seppe carreggiar Fetòn,

vedrai come a costui convien che vada
da l’un, quando a colui da l’altro fianco,
se lo ’ntelletto tuo ben chiaro bada”.

“Certo, maestro mio”, diss’io, “unquanco
non vid’io chiaro sì com’io discerno
là dove mio ingegno parea manco,

che ’l mezzo cerchio del moto superno,
che si chiama Equatore in alcun’arte,
e che sempre riman tra ’l sole e ’l verno,

per la ragion che di’, quinci si parte
verso settentrïon, quanto li Ebrei
vedevan lui verso la calda parte.

Ma se a te piace, volontier saprei
quanto avemo ad andar; ché ’l poggio sale
più che salir non posson li occhi miei”.

Ed elli a me: “Questa montagna è tale,
che sempre al cominciar di sotto è grave;
e quant’om più va sù, e men fa male.

Però, quand’ella ti parrà soave
tanto, che sù andar ti fia leggero
com’a seconda giù andar per nave,

allor sarai al fin d’esto sentiero;
quivi di riposar l’affanno aspetta.
Più non rispondo, e questo so per vero”.

E com’elli ebbe sua parola detta,
una voce di presso sonò: “Forse
che di sedere in pria avrai distretta!”.

Al suon di lei ciascun di noi si torse,
e vedemmo a mancina un gran petrone,
del qual né io né ei prima s’accorse.

Là ci traemmo; e ivi eran persone
che si stavano a l’ombra dietro al sasso
come l’uom per negghienza a star si pone.

E un di lor, che mi sembiava lasso,
sedeva e abbracciava le ginocchia,
tenendo ’l viso giù tra esse basso.

“O dolce segnor mio”, diss’io, “adocchia
colui che mostra sé più negligente
che se pigrizia fosse sua serocchia”

Allor si volse a noi e puose mente,
movendo ’l viso pur su per la coscia,
e disse: “Or va tu sù, che se’ valente!”.

Conobbi allor chi era, e quella angoscia
che m’avacciava un poco ancor la lena,
non m’impedì l’andare a lui; e poscia

ch’a lui fu’ giunto, alzò la testa a pena,
dicendo: “Hai ben veduto come ’l sole
da l’omero sinistro il carro mena?”.

Li atti suoi pigri e le corte parole
mosser le labbra mie un poco a riso;
poi cominciai: “Belacqua, a me non dole

di te omai; ma dimmi: perché assiso
quiritto se’ ? attendi tu iscorta,
o pur lo modo usato t’ ha’ ripriso?”.

Ed elli: “O frate, andar in sù che porta?
ché non mi lascerebbe ire a’ martìri
l’angel di Dio che siede in su la porta.

Prima convien che tanto il ciel m’aggiri
di fuor da essa, quanto fece in vita,
perch’io ’ndugiai al fine i buon sospiri,

se orazïone in prima non m’aita
che surga sù di cuor che in grazia viva;
l’altra che val, che ’n ciel non è udita?”.

E già il poeta innanzi mi saliva,
e dicea: “Vienne omai; vedi ch’è tocco
meridïan dal sole, e a la riva

cuopre la notte già col piè Morrocco”.


A questo link potete trovare i commenti a tutti i canti dell’Inferno.


Giovanni Bitetto (1992) vive e lavora a Milano. Ha scritto per varie riviste fra le quali The Vision, Flanerì, L’indiscreto. Scavare (Gaffi-Italosvevo, 2019) è il suo romanzo d’esordio.

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