Risolvere problemi 



L’informatico Max Hawkins aveva tutto quello che aveva sempre desiderato dalla vita: il lavoro che aveva sempre sognato e una bella casa in una città che adorava, San Francisco. Eppure Max era terribilmente depresso.


In copertina Shaman, Arman Manookian (1930)

Questo testo è tratto da Supercamper, di Matteo Cavezzali. Ringraziamo Laterza per la gentile concessione


di Matteo Cavezzali

I problemi non vanno risolti, vanno vissuti! Raymond Chandler, 

Casual Notes on The Mystery Novel 

L’informatico Max Hawkins aveva tutto quello che aveva sempre desiderato dalla vita: il lavoro che aveva sempre sognato e una bella casa in una città che adorava, San Francisco. Eppure Max era terribilmente depresso. Non capiva perché lo fosse, visto che apparentemente era un uomo di successo. La risposta era che la sua vita era diventata troppo prevedibile. Ogni giorno si alzava alle 7, prendeva la linea rossa della metropolitana, scendeva alla solita fermata. Anche durante il fine settimana finiva per frequentare sempre gli stessi posti. Pensò che se avesse mappato i propri movimenti avrebbe potuto ottenere un algoritmo in grado di prevedere con esattezza dove si sarebbe trovato il giorno dopo o il mese dopo in ogni singola ora del giorno. Allora, anche un po’ per interrompere la noia e complicarsi la vita, ideò un modello informatico basato sul concetto di random, che gli dicesse ogni giorno dove andare e che cosa fare, seguendo calcoli imprevedibili. Così si trovò a frequentare un corso di yoga acrobatico a Mumbai, a visitare un allevamento di capre in Slovenia, ad assistere a un saggio di flauto delle scuole medie a Fresno. Scoprì che il non sapere che cosa avrebbe fatto lo rendeva adrenalinico e felice. Aveva nuove idee, era tornato ad essere dinamico e vitale come quando da ragazzo il futuro sembrava un orizzonte aperto. Quando i colleghi, stupiti, gli chiesero perché si collegasse alle riunioni ogni giorno da un luogo diverso rispose: “Ho abbracciato l’entropia!”. 

Nel mondo tutto è entropia, la natura tende a un certo “grado di disordine”, che è dunque un aspetto fondamentale e ineliminabile della vita. I neuroscienziati hanno notato però che noi esseri umani tendiamo a evitare l’imprevedibile. Esiste addirittura una teoria, la teoria dell’“elaborazione predittiva”, secondo cui gli uomini tendono a pianificare il proprio futuro e vengono fortemente destabilizzati quando sanno che le proprie previsioni potrebbero essere sbagliate; questo genera in loro stress, ansia e la sensazione di aver perso il controllo. Credo che su questo ci sia da lavorare: dovremmo essere più generosi con il caso. Non è detto che quello che accade perché è stato pianificato sia sempre meglio di ciò che accade accidentalmente. Le cose migliori della mia vita mi sono successe per caso: ho già raccontato la mia esperienza da teatrante, dovuta a un provino tentato senza convinzione e, dunque, un po’ per caso. Del resto il teatro italiano è famoso nel mondo proprio per questo suo approccio “entropico”. Penso naturalmente alla Commedia dell’Arte, le cui compagnie erano acclamate ovunque, da Parigi fino a Mosca. Gli attori della Commedia dell’Arte non avevano paura dell’imprevisto, anzi basavano i propri spettacoli proprio sull’imprevedibilità. Non usavano un copione, ma improvvisavano. Cosa significa? Sapevano naturalmente in che cosa consisteva la trama, conoscevano a memoria alcune battute salienti per far procedere l’intreccio, avevano ben presente i tratti dei personaggi che interpretavano, Arlecchino o il dottor Balanzone, ma il resto lo inventavano direttamente sul palco. Così ogni sera lo spettacolo era diverso da quello della sera prima, a seconda del pubblico, del luogo in cui gli attori si trovavano e anche di come si sentivano quel giorno. Insomma, erano abituati a prenderla un po’ come veniva! Se le compagnie di attori che si esibivano per i monarchi, come Shakespeare per la regina Elisabetta, recitavano sempre nello stesso teatro, i teatranti italiani della Commedia dell’Arte erano viaggiatori. Si muovevano di città in città, erano applauditi e pagati a volte, altre volte inseguiti e bastonati, ma di sicuro la loro vitalità era tale che il ricordo delle loro gesta e delle loro maschere è sopravvissuto anche senza le parole dei loro testi. Decisamente una bella lezione a prendere la vita come viene. Io ho sempre cercato di farlo. Ricordo, sempre a proposito della mia stagione da performer, di quando eravamo a far spettacolo nei sobborghi di Parigi, in un paesino, mi pare si chiamasse Roissy en France, o qualcosa del genere. Insomma, io ero convinto che sarei andato a Parigi; avevo sedici anni e la capitale francese ai miei occhi di provinciale era straordinariamente attraente. In realtà, eravamo a due ore dalla città, in tutt’altro posto, altro che ville lumière! Allora nel giorno di riposo decisi di prendere un treno e concedermi comunque la capitale. L’ultimo treno per tornare era alle 23, ma io avevo fatto male i conti di quanto distasse la stazione da dove mi trovavo e così lo persi. Lì per lì non fu una bella notizia. La corsa successiva era la mattina dopo alle 5.30, così passai tutta la notte a bighellonare per Parigi, senza meta né scopo, senza sapere dove stavo andando né perché e fu meraviglioso. Camminai lungo la Senna, vidi le luci e i colori della città che dorme, la piramide del Louvre stagliarsi contro il cielo notturno, conobbi alcuni ragazzi ubriachi che mangiavano crêpes con il bacon bevendo vino alle 3 di notte. Camminai tantissimo, avrei voluto che quella notte non finisse mai. Quando i primi raggi di sole spuntarono feci colazione in un bar e andai finalmente a prendere il treno della mattina, assieme a tanti pendolari che si recavano al lavoro. Andai a letto all’ora di pranzo. Quell’inconveniente non lo dimenticai più. Certi treni è meglio perderli! Da quel giorno ho imparato una lezione non scontata. Ci sono alcuni episodi che potrebbero rovinare un viaggio. Accadono sempre. Sono le seccature che spuntano quando meno te lo aspetti. Da quella notte a Parigi mi immergo in questi imprevisti come se vivessi nelle pagine di un romanzo, li vivo pensando già a quanto sarà divertente raccontarli agli amici quando tornerò a casa. Ogni inconveniente esiste due volte, perché una volta superato si trasforma in commedia. Una volta io e Martina arrivammo a tarda notte a Lisbona e la proprietaria del bed and breakfast che ci doveva accogliere non c’era. Aspettammo mezz’ora finché non arrivò una ragazza dai tratti orientali, molto agitata. Ci disse che lei avrebbe risolto il problema. “Quale problema?”, chiesi. “Ah, non sapete niente?”, disse e poi si guardò attorno e aggiunse: “La stanza non è qui, è da un’altra parte”. Cominciammo a camminare nel cuore della notte da una strada all’altra, tornando spesso indietro. Pareva non sapesse dove stava andando. Nel frattempo era passata un’altra mezzora. “Eccoci”, disse. Inserì la chiave nella toppa di una porta che si aprì un po’, ma poi si bloccò: era fermata dalla catenella di sicurezza. Dentro, un uomo iniziò a imprecare in una lingua che pareva russo. Lei rispose alle imprecazioni in portoghese. Poi si rivolse a me e disse: “Non vuole uscire”. “Chi?” Mi spiegò che la camera era stata affittata due mesi prima, teoricamente per pochi giorni, ma l’ospite viveva ormai barricato lì. Doveva essere un tipo originale: si era affacciato a petto nudo alla finestra e aveva iniziato a tirarci addosso della frutta (forse la prima cosa che gli era capitata sotto mano). La nostra intermediaria si allontanò per fare delle telefonate e noi rimanemmo lì, nella notte, a Lisbona, senza una camera, sotto una pioggia di acini d’uva e mandarini. È chiaro che lì per lì non la presi bene. Ero stanco, avevo le valigie appresso, non vedevo la prospettiva di un lieto fine, Martina era furente: le cose, insomma, andavano male. Ma ecco la mia strategia in azione. Feci un bel respiro e pensai: “Fai finta di vedere questa storia da fuori, pensa a come la racconterai a Luca e agli altri quando vi vedrete per una birra”. E allora iniziai a ridere. Ridevo fortissimo. Il russo si fermò, la ragazza allontanò il telefono dall’orecchio e mi fissò probabilmente pensando di essere capitata in mezzo a dei matti. Ci congedammo e vagammo per le strade in cerca di un hotel. Al terzo o quarto tentativo trovammo una stanza carissima, ma molto bella. Era l’ultima rimasta. Feci una bella doccia ed ecco che la disavventura era ormai entrata nella leggenda familiare. 

In ogni zona del mondo ho trovato persone che affrontavano i problemi in modo molto diverso. 

A Santiago di Atitlan, in Guatemala, si facevano aiutare dallo sciamano. Era l’estate del 2012 ed ero con mia sorella Ilaria. L’autobus dal Messico si era fermato al confine e l’autista aveva detto: “Desde aquí puedes ir a pie”. Dovevamo attraversare il confine con il Guatemala a piedi e poi cercare un altro mezzo di trasporto nella città seguente. C’erano molti sventurati viandanti carichi di merci che tentavano di passare il confine in senso opposto, mercanti con sacchi pieni di cianfrusaglie. Erano in difficoltà con i permessi, mettevano una gran tristezza. I confini sono sempre un luogo di disparità: spesso vediamo le immagini dei messicani che tentano di arrivare negli Usa, ma per chi vive in Guatemala il sogno è il Messico. C’è sempre qualcuno che fugge da una situazione peggiore. 

Il secondo autobus ci portò fino a una vecchia casa sul lago di Atitlan, in mezzo a una fitta cappa di fumo di sigaro, dove vive un santo che è anche una divinità pagana. Centinaia di persone ogni giorno si recano ad omaggiarlo. È Maximón, che incarna sia san Simone, sia l’antico dio del tabacco dei Maya. Maximón è un fantoccio di legno, scolpito in modo grossolano, che viene custodito a turno a casa di qualcuno, affinché le autorità che ne bandivano il culto non scoprissero dove si trovava e gli dessero fuoco. Maximón non disdegna incensi e candele, ma ama soprattutto tre tipi di offerte: sigari, sigarette Payaso e rum Venado, perché è un protettore del popolo. Indossa due cappelli a cilindro, occhiali da sole e molte camicie colorate e ricamate, indossate una sull’altra. Il legno di cui è fatto è quello dell’albero del fuoco i cui fiori, fumati con il tabacco, danno forti allucinazioni. 

Lo sciamano era vestito male, armeggiava a terra con un bastone sulle braci di un fuoco dove forse leggeva segni del futuro. Beveva Coca-Cola, è molto usata per i riti perché aiuta a ruttare, quindi a liberare lo spirito interiore. La religione del pueblo è molto suggestiva. Qui le chiese sono costruite sulle rovine di templi Maya, utilizzando le stesse pietre, spostate e riassemblate per modificarne la forma, ma non la sostanza. Lo sciamano mi disse che noi riviviamo vite già vissute dai nostri antenati, che dobbiamo conoscere la storia dei nostri avi, perché ci succederanno le medesime cose. Perché noi siamo loro. La forma è diversa, ma siamo fatti con le stesse pietre. 

In moltissime culture esiste la figura dello sciamano. È una figura religiosa, ma anche magica, una sorta di via di mezzo tra un guaritore e uno psicologo. Sono stati fatti molti studi per capire come mai i riti degli sciamani, che non hanno niente di scientifico, a volte sembrano dare dei risultati. Numerosi antropologi, scesi nel cuore della foresta amazzonica o nelle foreste dell’Africa Nera, come nella Papua Nuova Guinea, avevano appuntato nei loro quaderni che capitava spesso che le persone venissero guarite realmente da uno sciamano con un semplice gesto o una formula. 

Una volta in un villaggio del Senegal fui colpito da una febbre notturna con forti tremori. Non credevo affatto alla stregoneria ovviamente, la cosa più simile alla stregoneria a cui avevo assistito fino a quel momento era mia mamma che riusciva a cucinare una cena per quattro persone in venti minuti con un fornelletto da campo sul greppo di una montagna, ma non avevo con me medicine e l’ospedale più vicino era lontano molte ore di viaggio. Quella notte lo sciamano mi raggiunse nella sua tenda, mi fece togliere la maglietta, masticò delle foglie e mi sputò sulla schiena. Quella notte feci un terribile incubo: un demone che indossava una maschera scura mi inseguiva nel bosco, finché decisi di fermarmi e di combatterlo. Nel sogno lo sconfissi. Quando mi svegliai ero guarito. La mattina dopo andai nella capanna del santone per ringraziarlo e vidi che al centro della abitazione, accanto alle ceneri di un fuoco spento, era posata la maschera che avevo visto nel sogno. Certo, poteva trattarsi di una coincidenza o dell’effetto placebo, ma fatto sta che il santone mi aveva salvato la vita. Come era stato possibile? Sono stati condotti molti esperimenti per comprendere i segreti della magia sciamanica. I più razionalisti, osservando con i propri occhi il risultato del rito, ne dedussero che ci fosse una forte componente di suggestione. Quanto lo stato del nostro corpo è legato alla nostra mente? Molto, forse molto più di quanto immaginiamo. 

Se sappiamo poco dello sciamanesimo, ancora meno conosciamo delle pratiche vudù. 

Il Benin è l’unico Stato in cui il vudù è religione ufficiale. La conoscenza che noi ne abbiamo è quella mediata dalla lettura di stampo colonialista. Quando i colonizzatori europei arrivarono a depredare l’Africa tentarono di imporre il proprio monoteismo, liquidando tutte le altre credenze come sciocche superstizioni. Questo portò reazioni diverse: da una parte le divinità politeiste vennero travestite da santi per permettere clandestinamente il loro culto, come abbiamo già visto in Centro America con Maximón. Ci fu poi chi si convertì, ma anche chi non volle piegarsi all’imposizione di un sistema religioso nuovo e quindi fu perseguitato. Il vudù venne marchiato come “stregoneria”; in realtà, conoscendolo è una religione animista molto simile alle altre. Ho avuto la fortuna di fare amicizia con Frank, un giovane del Benin, laureato in Scienze politiche, che parla perfettamente cinque lingue e che è anche figlio dello sciamano del suo villaggio e che mi ha permesso di assistere a un rituale. Il rito è una sorta di preghiera molto teatralizzata. Tutto si svolge in un luogo preciso, sotto un grosso albero, in uno spiazzo di terra battuta. A presiedere è lo sciamano, in abiti tradizionali. Ci sono alcuni elementi che avevo immaginato, come percussioni ripetitive e ossessive. Un suono ipnotico di tamburi e canti. C’è anche un pollo, che verrà sacrificato. Ci sono però anche elementi di dissacrante modernità, che colpiscono l’osservatore occidentale. Per esempio una bottiglia di Coca-Cola. Potrebbe venirne fuori un bello spot televisivo. Me la immagino la voce suadente che recita: “Dall’America Latina all’Africa Sub Sahariana gli sciamani scelgono Coca-Cola.” Potrebbe venirne fuori un bello spot televisivo. La globalizzazione prende spesso pieghe del tutto inaspettate. Il rito vudù una volta si faceva con un succo dolce estratto dal mango, ma poi hanno capito che era più semplice usare la bevanda americana, tanto era dolce e appiccicosa al punto giusto. Durante un canto la CocaCola viene messa in bocca e sputata dallo sciamano su una piccola statua dalla testa grossa, che rappresenta il nuovo nato nel villaggio. La bevanda è l’augurio di una vita dolce. 

Un famoso sciamano è Don Juan, a cui lo scrittore peruviano Carlos Castañeda dedicò diversi libri alla fine degli anni Sessanta, aprendo le porte alla psichedelia. Don Juan era uno sciamano nativo americano della popolazione yaqui che vive tra Messico e Arizona e faceva strani riti esoterici masticando il peyote. Lo “stregone”, come lo chiama Castañeda, parla spesso della vita con la metafora del viaggio, concetto molto legato anche con la tradizione nomade del popolo yaqui abituato a spostarsi frequentemente, seguendo il corso delle stagioni e la migrazione delle mandrie di bisonti. La vita per Don Juan è una strada senza meta, non ci aspetta un paradiso o una reincarnazione, ma dobbiamo viverla per il viaggio che rappresenta, non per ciò che potrebbe accadere dopo e che noi non possiamo conoscere. Se la vita è una strada da percorrere, quale strada dobbiamo scegliere? 

Ne Gli insegnamenti di Don Juan scrive: “Le strade sono tutte uguali: non portano da nessuna parte. Alcune attraversano la boscaglia e vi si addentrano. Posso dire di aver percorso strade molto lunghe nella mia vita, ma non sono mai arrivato da nessuna parte. Questa strada ha un cuore? Se ce l’ha, è la strada giusta; se non ce l’ha, è inutile”. Per lo stregone l’importante è che il nostro cuore batta per la strada che scegliamo per noi stessi, che sia una strada viva. Non è la meta a doverci guidare, ma i passi che compiamo. “Per me esiste solo il cammino lungo sentieri che hanno un cuore, lungo qualsiasi sentiero che abbia un cuore. Lungo questo io cammino e la sola prova che conta è attraversarlo in tutta la sua lunghezza. E qui io cammino guardando, guardando senza fiato.” 


Matteo Cavezzali è nato e vive a Ravenna, il suo primo romanzo è Icarus – Ascesa e caduta di Raul Gardini (minimum fax, 2018), vincitore del Premio Volponi Opera Prima/Premio Stefano Tassinari 2019. Ha scritto testi per il teatro e collabora con diversi giornali e riviste. Ha fondato e dirige il festival letterario ScrittuRa che si svolge a Ravenna.

 

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