Rivoluzione linguistica e pensiero computazionale

Comprendere la rete intricata del linguaggio e i suoi vincoli: dalla filosofia di Reza Negarestani alle innovazioni tecnologiche.


In copertina: Anatolii Petrytskyi, Cavaliere, courtesy pananti

di Martina Maccianti

“Facendo esperimenti con l’architettura operativa del programma, possiamo scoprire nuove proprietà e realizzabilità possibili. Per fare esperimenti con un programma, abbiamo bisogno sia di un rilassamento controllato dei vincoli [constraints] esistenti al modo in cui gli assiomi stanno insieme e si scambiano i loro contenuti operativi, sia dell’aggiunta di vincoli nuovi. È attraverso questo genere di manipolazione che lo spettro delle realizzabilità specifiche di una categoria di proprietà viene ampliato. Per esempio, il rilassamento dei vincoli o una loro aggiunta può portare a diverse modalità composizionali (il modo in cui gli assiomi e i loro contenuti operativi possono stare insieme).”
Reza Negarestani, Che cos’è la filosofia? da Epistemologie. Critiche e punti di fuga nel dibattito contemporaneo, a cura di Luca Cabassa/Francesco Pisano, 2023, Mimesis Edizioni

 

Nel vasto territorio dell’intelletto umano, il linguaggio si configura come una rete intricata, una maglia ontologica che cerchiamo di tessere per comprendere il reale e immaginare alternative possibili. Per comprendere cos’è una  “maglia ontologica” immaginiamo una fitta rete di concetti, idee, definizioni, vincoli, parametri che, mettendosi in relazione, costituiscono la struttura portante della nostra comprensione dell’essere e dell’esistenza: fili di un tessuto che si intrecciano per dare forma e sostanza al nostro modo di concepire il mondo. 

Il linguaggio, rete tessuta in questa riflessione, è regolato da alcuni vincoli operativi, fondamentali, regole e logiche che si intrecciano e susseguono consolidando parti di questo arazzo.

Quando, in questo contesto, si parta di “vincoli”, “fondamentali”, non lo si fa intendendo qualcosa di preesistente nell’individuo, ma piuttosto considerandoli dei costrutti frutto di negoziazioni, accordi, processi storici e sociali. Considerare questi elementi come innati rischia di farci cadere in una visione deterministica e staticista del pensiero umano, ignorando il fatto che il linguaggio e i suoi vincoli sono soggetti a mutamenti e trasformazioni continue.

Per fare un esempio, osserviamo come le tecnologie di comunicazione digitale hanno potenziato le possibilità di connessione e scambio di informazioni: piattaforme, app e social media hanno profondamente modificato le nostre abitudini linguistiche, dando vita a nuovi generi testuali, codici espressivi e dinamiche conversazionali. Il ritmo frenetico della comunicazione online e la facilità di produrre e diffondere contenuti hanno reso il linguaggio completamente fluido e alterabile. L’ipertestualità, ovvero la proprietà di un testo di essere connesso ad altri testi o capace di evocarli, ha introdotto ad esempio nuove logiche di organizzazione e fruizione dei contenuti, basate su rimandi e connessioni non lineari: il linguaggio digitale si configura così come un tessuto complesso e interconnesso, che sfida le tradizionali nozioni di linearità e sequenzialità.

Reza Negarestani, filosofo iraniano considerato tra i pionieri della theory fiction, amplifica questa prospettiva mutevole sull’essenza del linguaggio nel suo libro “Intelligence and Spirit”, affermando che dobbiamo esaminarlo non come un misterioso fondamento interno, ma piuttosto guardando alle sue capacità di calcolo (e ricalcolo, come un GPS che riformula il percorso in base a ostacoli o cambi di direzione) e alla sua struttura autonoma. Per lui il linguaggio si inserisce nel mondo e genera abilità cognitivo-pratiche attraverso le quali i suoi utenti possono concepire e potenzialmente trasformare se stessi e il loro mondo. 

Da qui vediamo il linguaggio da una prospettiva diversa: non solo come uno strumento, limitante e direzionabile, per comunicare, ma come un sistema complesso che aiuta a formare e trasformare il nostro modo di comprendere il reale.

Ma facciamo un passo indietro. Negarestani descrive la filosofia come un programma, ovvero un insieme di principi e pratiche operative volte a esplorare e realizzare le potenzialità del pensiero. 

Secondo Negarestani la filosofia non è solo una disciplina teorica, ma una pratica “programmatica” che trasforma il pensiero stesso in un progetto di realizzazione delle sue possibilità. In altre parole, la filosofia non si limita a riflettere sul pensiero, ma lo organizza in un programma concreto che mira a far emergere e concretizzare ciò che il pensiero è in grado di produrre e realizzare. La consistenza della filosofia risiede quindi in questa sua natura programmatica e operativa. Un programma è una struttura che (A) estrae il contenuto operativo dai suoi postulati fondamentali e  (B) a partire da questo contenuto operativo, sviluppa diverse possibilità di realizzazione o concretizzazione. Quindi un programma non si limita ai suoi postulati fondamentali, ma elabora le potenzialità e proprietà sottostanti di tali postulati per costruire varie possibilità di attuazione e compimento. Il programma esplora e mette in pratica ciò che può essere effettivamente realizzato a partire dai suoi principi, andando oltre i termini espliciti di tali principi, in maniera computazionale.

L’aggettivo computazionale (dall’inglese “computational”, derivato da “(to) compute” “calcolare”) si riferisce all’uso di calcoli – o computer – per risolvere problemi e analizzare dati: indica l’uso di metodi automatici e algoritmi per comprendere, risolvere e gestire problemi complessi in vari campi, dalla scienza alla linguistica, dalla biologia alla tecnologia… al pensiero.

John Maeda, tecnologo e designer americano, nel suo libro “How to Speak Machine: Computational Thinking for the Rest of Us”, definisce il pensiero computazionale come un modo di pensare e risolvere problemi utilizzando concetti e principi derivati dalla scienza del computer. Questo approccio non è strumento unico riservato a programmatori e tecnici, ma è accessibile e utile per chiunque. Nelle sue riflessioni Maeda sottolinea che il pensiero computazionale è essenziale per navigare nel mondo contemporaneo, dove le tecnologie digitali e gli algoritmi influenzano sempre più aspetti della nostra vita quotidiana. Comprendere come funzionano queste tecnologie, come possono essere applicate e come, realisticamente o meno, pensano, può migliorare la nostra capacità di modellare, creare e risolvere problemi complessi.

Anatolii Petrytskyi, Cavaliere, courtesy Pananti

Uno degli aspetti chiave del pensiero computazionale, è il ragionamento logico, essenziale per rimuovere errori (chiamati debug) nei programmi. Questo processo di debug non è solo una questione tecnica, ma un esercizio di pensiero critico e analitico. Nell’applicazione di questa modalità di ragionamento, per esempio, lavorando in gruppo gli individui possono controllare a vicenda i loro programmi, isolare gli errori (bug) e suggerire correzioni. Questo approccio abilita una comprensione più profonda e condivisa dei problemi e delle soluzioni. Durante il processo di debug, vengono utilizzate tecniche come l’astrazione, la valutazione e il pensiero algoritmico. L’astrazione consente di semplificare i problemi complessi isolando i loro elementi fondamentali, mentre la valutazione implica la verifica e l’analisi delle soluzioni proposte. Il pensiero algoritmico, infine, consiste nel formulare procedure passo-passo per risolvere i problemi in modo efficiente e sistematico.

“Senza l’ambizione di complessificare la nostra conoscenza, non siamo fedeli a noi stessi; e se rifiutiamo di conoscere la complessità della natura, non saremo fedeli alla natura. Le richieste di un ritorno a un’innocenza mitica o di fermarsi al livello di ciò che è considerato “ordinario” non sono altro che un grande tradimento di noi stessi e della natura a cui apparteniamo, un’espressione di autoinganno che è allo stesso tempo immorale, cognitivamente dannoso e politicamente corrotto. La ricostruzione razionale della realtà è un progetto noioso e faticoso. Ma è anche la garanzia ultima dell’intelligibilità dei nostri pensieri e delle nostre azioni nel presente.” (Reza Negarestani, Intelligence and Spirit, 2018, Urbanomic/Sequence Press)

È proprio nel fluido divenire del linguaggio, nella sua capacità di riformularsi costantemente e di generare nuove possibilità, che voglio porre in comunicazione e incrocio la visione di Reza Negarestani a quella di Walter Benjamin, figura centrale nel panorama intellettuale del ventesimo secolo, che ha offerto una prospettiva complementare sul linguaggio attraverso il suo saggio “Il Compito del Traduttore”. Benjamin concepisce il traduttore come un mediatore tra culture, un ponte che collega mondi diversi attraverso la parola. Questa visione del traduttore come figura centrale nella trasmissione e nella comprensione del linguaggio sottolinea l’importanza della traduzione nel processo di interpretazione e reinterpretazione delle opere linguistiche.

Così come Negarestani ci invita a esplorare le architetture mutevoli del linguaggio per immaginare alternative possibili, allo stesso modo Benjamin vedeva nelle trasformazioni del medium linguistico l’opportunità di aprire la via a nuove visioni del mondo.

Il programma filosofico di Reza Negarestani e l’approccio dei traduttori di Walter Benjamin convergono su un punto cruciale: il linguaggio è riconosciuto come un’entità dinamica e in continua evoluzione, capace di influenzare profondamente la nostra comprensione del mondo e di noi stessi. Negarestani e Benjamin vedono il linguaggio non come un’entità statica, ma come un medium fluido e mutevole che si adatta e si trasforma in risposta alle sfide e alle opportunità presentate dal mondo. Questo linguaggio dinamico diventa un terreno fertile per l’esplorazione e la trasformazione dell’esperienza umana, non solo riflettendo la nostra comprensione del mondo, ma contribuendo attivamente a plasmarla attraverso le sue capacità cognitive e pratiche.

Parallelamente, nell’ambito dell’informatica e delle scienze dell’informazione, le ontologie fondazionali svolgono un ruolo analogo a quello della traduzione concettuale, fornendo un quadro strutturato delle categorie e delle relazioni fondamentali di un determinato dominio di conoscenza. Queste ontologie facilitano la comunicazione e l’interoperabilità tra sistemi e applicazioni diverse, garantendo l’intelligibilità dei nostri pensieri e delle nostre azioni. Le ontologie, come DOLCE (Descriptive Ontology for Linguistic and Cognitive Engineering), mirano a modellare una visione comune della realtà attraverso categorie e relazioni fondamentali. Questo quadro concettuale offre una base solida per l’organizzazione e la strutturazione delle informazioni, consentendo l’interoperabilità tra diverse aree e discipline.

DOLCE, sviluppato per l’ingegneria linguistica e cognitiva, offre una struttura concettuale per la comprensione e l’analisi del linguaggio naturale, facilitando la creazione di sistemi di intelligenza artificiale in grado di comprendere e generare testo in modo più accurato e significativo. Le ontologie fondazionali, quindi, offrono una base concettuale su cui costruire sistemi di intelligenza artificiale e di analisi del linguaggio naturale, migliorando la precisione e la coerenza nell’interpretazione e nella generazione di testo.

Il linguaggio, sia nella visione filosofica di Negarestani che nel lavoro dei traduttori di Benjamin, così come nella definizione delle ontologie fondazionali dell’informatica, è visto come un mezzo dinamico e trasformativo. Questo riconoscimento del linguaggio come entità fluida e operativa rappresenta un ponte tra la teoria e la pratica, facilitando non solo la comprensione ma anche l’evoluzione e l’innovazione attraverso diverse discipline.

Il linguaggio diventa un mezzo attraverso il quale possiamo esplorare le profondità del pensiero umano e generare nuove prospettive sulla realtà, utilizzando come strumento per sondare possibilità e limitazioni. 

“Il linguaggio non è qualcosa che deve essere sviluppato e introdotto a posteriori, per poi essere imposto all’intelligenza generale; è la cornice stessa all’interno della quale l’intelligenza generale può essere realizzata. In breve, la realizzazione dell’intelligenza generale è contemporanea e coincidente con la realizzazione del linguaggio come ciò che la rende possibile.” 

Similmente, nel fare dei traduttori di Benjamin, il linguaggio diventa un terreno fertile per la creazione di ponti tra culture e mondi. Il traduttore per Benjamin non è solo un semplice intermediario tra lingue diverse, ma un agente attivo nella trasformazione e nella reinterpretazione delle opere linguistiche. Attraverso il processo di traduzione il linguaggio si adatta e si arricchisce, trasportando significati e concetti da un contesto culturale all’altro. La traduzione non si limita alla mera trasposizione di parole da una lingua all’altra, ma coinvolge una riflessione profonda sul significato e sulle implicazioni delle opere linguistiche. Il traduttore diventa così un mediatore tra mondi concettuali diversi.

“La traduzione non si trova come l’opera poetica all’interno della foresta del linguaggio, ma al di fuori di essa, di fronte a essa e, senza entrarvi, fa entrare l’originale in quell’unico luogo in cui l’eco è capace di riprodurre nella propria lingua di volta in volta la risonanza di un’opera della lingua straniera. La sua intenzione non solo è rivolta a qualcosa di diverso rispetto all’intenzione dell’opera poetica, e cioè a una lingua nella sua totalità, assumendo come punto di partenza una singola opera in una lingua straniera, ma è anche qualitativamente diversa: quella del poeta è ingenua, prima, intuitiva; quella del traduttore è derivata, ultima, ideale.” (Walter Benjamin, Il compito del traduttore, 2023, Mimesis Edizioni)

Nel nostro persistente tentativo di comprendere e organizzare il reale, il linguaggio si rivela fonte e strumento indispensabile. È attraverso questo intricato intreccio di dati e concetti che cerchiamo di tessere nuove realtà, possibili risoluzioni, esplorando nuovi significati e prospettive. In questo contesto, artisti e intellettuali emergono come traduttori concettuali, il cui ruolo è fondamentale. Come i linguaggi programmatici fungono da sistemi che “regolano” e “ricalcolano” costantemente i modi di comprendere e interagire con la tecnologia, come i traduttori “umani” si fanno mediatori di parole tra mondi e culture, gli artisti e gli intellettuali agiscono da reali intermediari, traducendo e riportando in una lingua comune i significati spesso complicati o occultati dalla cultura dominante.

Il linguaggio che conosciamo, la sua struttura autonoma e le sue capacità di calcolo e ricalcolo costante diventano gli strumenti attraverso cui possiamo concepire e, potenzialmente, trasformare noi stessi e il nostro mondo. In questa prospettiva, il ruolo degli artisti e degli intellettuali assume una nuova luce, come figure in grado di decodificare le logiche interne del sistema, svelarle e proporre nuove tessiture concettuali che amplificano le nostre capacità di immaginare alternative. In un’epoca di sovrabbondanza informativa e infinita complessità sociale e tecnologica, la loro funzione diventa ancora più cruciale.

Chi controlla il linguaggio, chi detiene il potere della società, controlla in larga misura la percezione della realtà. Il nostro compito, come “traduttori concettuali”, è quello di promuovere una cultura della complessità, della riflessione critica, dell’immaginazione e ricomposizione di significati, termini e limiti. Riflettere collettivamente su ciò che viene detto e taciuto, sul significato e sulle implicazioni delle narrazioni che ci circondano: decodificare ciò che viviamo e ciò che non viviamo, riscoprendo il linguaggio non come gabbia ma come spazio sperimentale di comprensione, come se in questa fluidità si annidasse un potenziale sovversivo, una capacità di rimettere in discussione le cornici di senso conosciute.


Martina Maccianti (1992) è la fondatrice di Fucina, spazio aperto che tratta temi quali sessualità, diritti, parità, ecologia. Ha studiato Architettura e scrive nella speranza di contribuire a gettare le fondamenta per altri futuri, diversi e possibili.

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