Dal mare dell’oggettività di Italo Calvino all’anonimato di Satoshi Nakamoto: erosione dell’autore, flusso impersonale e poesia nell’epoca dei sistemi.
In copertina un’opera di irving norman
di Gabriele Doria
In un saggio del 1960 poi incluso in Una pietra sopra, Italo Calvino scrive di una grande svolta operata in quegli anni nella letteratura, nell’arte, “nel nostro stesso atteggiamento verso il mondo”. Una svolta “che non entrava nei nostri piani, nelle nostre profezie, nelle nostre aspirazioni” e che era avvenuta“silenziosamente, davanti ai nostri occhi”. A questo punto “non si tratta più di accettarlo o rifiutarlo; già ci siamo dentro.”
Calvino fa riferimento al passaggio da una “vecchia” cultura basata sul binomio individuo (e quindi coscienza, volontà e giudizio) – mondo oggettivo (e quindi storia e natura, intersecate e inscindibili), ad una “nuova cultura”. In questa nuova configurazione, l’individuo è stato completamente sommerso dal “mare dell’oggettività, dal flusso ininterrotto di ciò che esiste”.
Si tratta di un discorso molto ampio, eppure Calvino nel 1960 in qualche modo già si rende conto che, in ambito creativo, si tratta dell’inizio dell’erosione del concetto di autore, oggi sentito così prepotente in tempo di intelligenza artificiale.
Andando più nel dettaglio: la questione non è limitata ai romanzi della école du regard che raccontano, o sono raccontati, direttamente dal punto di vista degli oggetti; o alla pittura informale e biomorfa che ci fa annegare “nel brusio e nel fragore” – si tratta di un rovesciamento epocale, totale e imprevisto, dei termini etico-politici attraversati da Calvino nella sua carriera di “intellettuale impegnato”. Perché se l’individuo, a questo punto, non deve (non può?) più scegliere fra l’opporre al mondo esterno una forma di resistenza e il rinchiudersi nel guscio dell’interiorità, anzi; se queste posizioni sembravano già allora aristocratiche, anacronistiche restanze, qualcosa è già accaduto. Significa che all’umano non viene più riconosciuta la possibilità di modellare quell’alterità esterna, un tempo necessario termine di confronto: la storia.
E’ molto limpido Calvino quando scrive:
“Tra conoscere il mondo e cambiarlo, cent’anni fa pareva ci fosse solo un breve salto; adesso pare si sia perso ogni rapporto fra i due termini.”
Nel 1960 lo scrittore non vuole -ancora- arrendersi a quella che identifica come “crisi dello spirito rivoluzionario”; si tratterà di opporre una “ostinazione senza illusioni”: la non accettazione del dato è materia fondante di uno “scatto attivo” a venire, restando tesi a cercare di cogliere quel “momento di verità” che è in ogni configurazione storica, e che pure dev’esserci. Anche nell’alluvione.
Raccogliendo saggi come questo decenni dopo, “per capire il punto in cui mi trovo”, lo scrittore nativo di Santiago de las Vegas (presso l’Avana) è lucido in modo addirittura disarmante. Nella presentazione, di brevità brutale, ripassa con ironia i momenti in cui l’ambizione giovanile della costruzione di una nuova società passava per la realizzazione di una nuova letteratura – oggi, a distanza di ulteriori decenni, questa ambizione ci appare senza dubbio utopica. Ma è significativo che l’autore fosse consapevole già all’epoca di quanto programmi realizzati nella nevrosi di una sistemazione precaria, fossero programmaticamente dimenticati subito dopo ( e già Una pietra sopra, come titolo, pone una soglia ironica significativa). E’ questa stessa lucidità a permettergli di scrivere, anni dopo, Cibernetica e Fantasmi, saggio in cui il concetto di autore viene ancora più profondamente messo in crisi, e che oggi risuona giustamente nelle riflessioni fra AI e scrittura.
Ma cos’è esattamente il mare dell’oggettività?
Sul piano letterario, Calvino individua una prima erosione nella Nausea di Sartre, pur essendoci ancora il senso di una “discesa agli inferi”; il punto di vista è ancora quello di una coscienza, che assiste allo sfaldarsi graduale della distinzione fra sé e la vischiosità dell’esterno. Forse, aggiunge, è nella poesia di Dylan Thomas che si allarga la falla: la fitta trama di analogie tra natura e individuo lascia convogliare tutto “in un grande coacervo di materia vivente”. Ma anche nella pittura di Wols e Pollock, diversa dalle nevrosi soggettive di un Mondrian, c’è l’identificazione con la totalità indifferenziata: cosmo, mondo e “febbre meccanica”.
Non è più tempo di monologhi interiori o flussi di coscienza joyciani: troppo prepotente la sfiducia generazionale nel compito “storico”, troppo ampio il contrasto tra la potenza tecnologica e l’approssimazione (“la faciloneria”) delle guide. Per Calvino l’approdo diventa così inevitabile: una resa al labirinto.
Nella complessità brulicante del folto, dalla coscienza umanistica si è passati al punto di vista del magma.
Così, continua lo scrittore, la metodologia scientifica si affretta a “escludere ogni tendenzialità” – la sociologia è “impassibile” – il romanzo mutua i suoi procedimenti dalla scienza – la critica si mimetizza all’opera di cui parla . Al teatro non resta che “l’intrecciarsi delle parole dette e ridette senza più possibilità di contrasto con nulla”. Persino gli scrittori più razionalizzanti scelgono, invece della postura ideologica, di non scegliere affatto: assumono questa cultura “plurima, divaricante, perentoria in ogni sua direzione”, per sfociare nella “paralizzante saggezza” di una marea oramai inarrestabile.
Facciamo ora un salto. Potrebbe sembrare eccessivo definire Satoshi Nakamoto – nickname dell’individuo, o gruppo di individui responsabili della creazione dei Bitcoin – “ultimo poeta dell’oggettività”. Non è così. Al netto della lucida delusione del Calvino del 1960, il mare dell’oggettività ha prodotto sviluppi affascinanti e imprevedibili.
Lo stesso Satoshi Nakamoto ha una certa innegabile aura poetica, addirittura da poeta archetipico, romantico: come è ben raccontato nell’ampio comparto critico dell’edizione italiana del White Paper (Timeo, 2023), ci troviamo di fronte a una sfuggente figura capace di originare in brevissimo tempo uno spettacolare (proprio perché fondato sull’assoluta assenza di spettacolarità) culto della sua non-persona.
L’individuo (o insieme di individui) che nel 2008 pubblica dal nulla in un forum cypherpunk un portentoso testo-congegno, il White Paper, che consentirà la venuta alla luce – dopo anni e anni di tentativi malriusciti – di una straordinaria utopia di destra, improvvisamente scompare. Si occupa per i primi anni di coltivare la messa in opera della sua creatura – di cui è convinto fin dall’inizio dell’intima perfezione – attraverso alcune risposte in specifici forum di discussione (messaggi di contorno riportati nell’edizione Timeo alla stregua di straordinari Atti degli Apostoli), ma dal 2010 sceglie di lasciare il campo.
Nell’ultimo messaggio riportato, di rimbaudiano distacco, afferma di stare dedicandosi ad altro.
Ed è altrettanto afferente a una certa tradizione letteraria questo non contentarsi di una singola individualità eccezionale, per ricercare la spiegazione di un capolavoro in un lavoro d’equipe (così ad esempio per certi drammi shakespeariani, o per Omero).
A nulla sono valsi i tentativi, mediaticamente sproporzionati e giornalisticamente infondati, di rintracciarlo nei panni fin troppo plateali di tale Dorian Satoshi Nakamoto, e poi in vari ingegneri e informatici americani residenti nella zona da cui proveniva l’Ip dei primi messaggi. La vera identità di Nakamoto resta un mistero e, per l’intero sistema, è un bene che lo rimanga. Come viene infatti riportato nell’interessante saggio di James Bridle, l’“entità” che dal nulla appare nel 2008 risolve un problema annoso, quello della doppia spesa (la crittografia non può dire se qualcuno sta cercando di spendere la stessa moneta due volte nello stesso momento), e lo fa attraverso l’invenzione della blockchain, libro mastro “pubblico” che registra l’intera catena delle operazioni. Questo avviene, ed è fondamentale, prevenendo compromessi con terze parti (le banche) e, soprattutto, mantenendo l’anonimato. Scrive Bridle:
“Nel sistema bancario tradizionale, il flusso di denaro proveniente da uno scambio è reso anonimo da una terza parte che amministra le transazioni e che cela ciò che sa a tutti gli altri. Invece, nella blockchain, dove tutte le transazioni sono pubbliche, l’anonimato si colloca tra l’identità e la transazione; tutti possono vedere il denaro che si muove, ma nessuno sa di chi è il denaro.”
Nakamoto, decidendo di sparire e diventare introvabile, ha rinunciato a milioni di bitcoin (miliardi di euro) che gli spettano, per poter dare l’assoluta certezza dell’impossibilità di essere tracciati.
Il vero “prodotto” del Bitcoin, afferma Bridle, è “un’identità decentralizzata e occultabile”.
L’entità “Satoshi Nakamoto”, così, diventa sia creatore che prodotto e dimostrazione del Bitcoin (quello che viene chiamato in gergo esercizio di dogfooding, e prova della sua efficacia). Il sacrificio del figlio di Dio per salvare l’umanità dalla dannazione eterna, e statale, è inquadrato nel linguaggio delle transizioni finanziarie, in un “sacrificio” per Bridle “neanche poi tanto diverso”. Grazie all’invenzione rivoluzionaria della blockchain – che riconferma ogni volta se stessa in un instancabile rito ontologico di mining -, la criptovaluta libera dalle responsabilità della transazione e quindi, libera l’identità. Szabo ha scritto: “Come nella magia, conoscere un vero nome può conferire potere ai nemici”. Ma sovviene anche il libro dell’Esodo, in cui a Mosé il dio vetero-testamentario, che produce la storia senza porvisi, rifiuta il termine certo e stabile di un Nome a chi l’interrogava per definirlo, perché con la sua parola-azione fa essere volta per volta se stesso e la sua creazione.
A incrinare questa magniloquente cornice auratica, interviene Brekke: sempre mantenendo ferma la genialità assoluta delle otto pagine del White Paper, va ricordato che “l’errore più grande, la tentazione più tipica, è quella di confondere la verità di uno straordinario modello di sistema con la verità di un universo infinitamente più complesso, vivo e determinato” Così una grande tecnologia ispirata ai principi del vero anarchismo (NO GODS NO MASTERS) sfocia in breve tempo in una generazione di sviluppatori di blockchain peer-to-peer che si dedicano a creare modi sempre più raffinati “per determinare progettare e far rispettare la proprietà privata”. La crittografia digitale nata nell’Internet aperto e fluido diventa per la prima volta uno strumento per bloccare e proteggere.
Un grande strumento di libertà è soggiogato dal capitale a causa della propria profonda mancanza di immaginazione.
Per potere leggere debitamente come testo poetico il famigerato White Paper dobbiamo però fare un passaggio ulteriore, e attraversare l’Uncreative Writing di Kenneth Goldsmith. Quella che per Calvino era ancora crisi, è ora diventata procedura deliberata.
Diventato celebre per performance plateali che implicavano vincoli autoindotti come 600 pagine in rima che terminano col suono r, la raccolta completa di tutto ciò che ha detto lungo una settimana (Soliloquy, 2001) e un’intera edizione del New York Times (il 1 settembre 2000) trascritta come opera letteraria (Day, 2003), Goldsmith dà in partenza per superato il regime dell’espressione di una qualche originalità interiore. Partendo direttamente dall’obsolescenza del concetto di autore, il poeta americano pesca direttamente nella ipersaturazione testuale dell’epoca della riproducibilità totale. Nella marea ormai normalizzata, il gesto d’autore è residuo e l’espressione coincide con la procedura. E’ il flusso che annega l’io, di cui parlava Calvino: “il vulcano da cui dilaga la colata di lava non è più l’animo del poeta, è il ribollente cratere dell’alterità nel quale il poeta si getta”. Stare dalla parte del magma è identificarsi nel flusso.
Eppure, la contraddizione teorica con Goldsmith resta. Ogni neutralità è posa teorica, perché il selezionare – anche quando si ammanta di ironia concettuale- non può che essere atto di potere. Il poeta americano non può smarcarsi completamente neanche dalla realizzazione di una firma riconoscibile, come autore-brand.
La storia di “Satoshi Nakamoto”, invece, ci dimostra che questa ultima roccaforte può crollare: realizzandosi per sparire, è riuscito in una impossibile utopia. Come nessuno prima di lui, il poeta scritto nel magma, è tornato al magma. à la Merleau Ponty, l’autorialità è “incarnazione” non proprietaria, del tutto funzionale al farsi tramite del testo; finalmente solo gesto che lo rende possibile (Agamben) – l’autore “sopravvive”, letteralmente, come traccia.
Ogni parola, diceva Derrida, è già citazione.
In realtà ho fatto tutto più o meno al contrario. Ho dovuto scrivere tutto il codice prima di essere sicuro di poter risolvere ogni problema, e poi ho scritto l’articolo. Penso che riuscirò a pubblicare il codice prima di poter scrivere nel dettaglio delle specifiche. Comunque mentre cercavi di riempire i buchi le tue supposizioni erano già quasi tutte corrette.
[…]
Ma mi esprimo meglio in codice che a parole
Satoshi Nakamoto



il riferimento a Brekke è questo?
https://riat.at/future-cryptoeconomics/
grazie
ciao!
Il testo della Brekke si intitola Guida al White Paper ed è contenuto nell’edizione italiana edita da Timeo