Schopenhauer, il Grinch



Forse non ci avete mai pensato, ma il filosofo Arthur Schopenhauer e il Grinch hanno molte cose in comune


In copertina: un’illustrazione di Dr. Seuss

di Claudio Kulesko

A tutti i nonsochì 
Del paese di Chinonsò
il Natale piaceva un sacco…

Ma non ad Arthur,
che, al sol sentirlo nominare,
diventava matto!

Arthur odiava il Natale! Anzi, tutta la stagione!
Ma non chiedetemi perché! Nessuno sa la ragione.
Può darsi che in testa avesse qualche rotella rotta
O può darsi che avesse solo una scarpa un po’ stretta.
Tuttavia, io credo che la risposta più calzante
Sia che aveva il cuore di due taglie meno grande.

Soffermarsi a constatare le affinità tra Arthur Schopenhauer e il Grinch è un gioco davvero divertente: entrambi sono dei misantropi che hanno deciso di isolarsi dal mondo; entrambi hanno al loro fianco un cane, unico amico fedele; entrambi se ne stanno al margine, intenti a osservare da una certa distanza ‒ e con gelido disprezzo ‒ i propri “dissimili”.

Ma cominciamo dalla fine della storia ‒ ossia dagli effetti concreti della storia sui suoi lettori e sui suoi personaggi. Come è ben noto, il Grinch, al termine della sua rocambolesca avventura, finisce per scoprire che il Natale non è solo “dolci e balocchi, camini e addobbi” ‒ ma anche un grande spirito di comunione e solidarietà tra individui. Rubare il Natale, ci insegna il Dr. Seuss, è materialmente impossibile, proprio poiché esso non è delimitabile, né corrisponde alle sue componenti locali (dolci, leccornie, luminarie, giocattoli, etc.). Ciò che resta del Natale, una volta spogliato delle sue istanze materiali, è un coro di individui che si tengono per mano e cantano gioiosamente. È proprio il coro finale a persuadere il Grinch ‒ creatura mostruosa, verde di bile e dai grandi occhi iniettati di sangue ‒ che nei nonsochì e nel Natale vi è, in fondo, qualcosa di buono, di giusto e di grande. il Grinch affronta l’abisso della propria abiezione, espia le proprie colpe e viene reintegrato nella società, dalla quale si era volontariamente sottratto.

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Questa versione della storia è apertamente contestata da Ron Howard, in How the Grinch Stole Christmas (2000). In questo adattamento cinematografico vengono attribuite al Grinch (Jim Carrey) alcune caratteristiche chiave: un’innata tendenza al cinismo e al pessimismo, un’ottima capacità di apprendimento e un’intelligenza vivida, nonché un’estrema insofferenza nei confronti dei dogmi sui quali si fonda la società dei nonsochì. Queste tre caratteristiche (tipiche del villain moderno) finiscono per scontrarsi con la corruzione, con la superficialità e la mediocrità degli abitanti del paese (aspetti egregiamente condensati nella figura del sindaco Augustus May Who), conducendo a una serie di eventi che culmineranno con la fuga del Grinch e al suo isolamento tra le montagne. In questa seconda versione, il risentimento del Grinch è narrato attraverso le lenti di un’analisi materialista: se il Grinch è divenuto un mostro è a causa dell’orrore della società stessa ‒ non perché egli sia “anormale” o per un paio di scarpe troppo strette. Tuttavia, neppure l’adattamento di Howard sfugge alla retorica dell’opera da cui è tratto: il Grinch deve essere reintegrato nella società. Cosa può insegnarci, da un punto di vista critico, il finale di questa fiaba? Da una parte, esso ci mostra come la critica sia il motore sul quale poggia la società stessa: senza il Grinch ‒ il “grande accusatore” ‒ il Natale non potrebbe palesarsi per ciò che è davvero, ossia come il rituale di riconferma dell’unità della pace sociale. Dall’altra, tuttavia, esso ci consente di comprendere come lo “spirito del Natale” non sia altro che la celebrazione di tale pacificazione, la festa dell’assenza e dell’appianamento di ogni conflitto. Svuotato da ogni sua componente materiale, il Natale si rivela come la pura “forma” dell’ideologia sociale. A partire da questo punto di vista critico, è possibile individuare un’ulteriore somiglianza tra Schopenhauer e il Grinch ‒ un’affinità più intima e segreta ‒ riscontrabile nel tacito accordo tra l’estinzione dei propri desideri e del proprio dolore (la “nolontà”) e la pacificazione sociale.

Ma procediamo con ordine. Dando un’occhiata alla biografia di Schopenhauer, è facile accorgersi di come la sua solitudine sia stata sconfinata almeno quanto quella del Grinch. Rimasto orfano di padre a diciassette anni, Schopenhauer trascorre l’adolescenza con la madre e la sorella, con le quali manterrà sempre pessimi rapporti. Le serate mondane; il viavai di funzionari, ufficiali e intellettuali: l’atmosfera della casa materna stride ferocemente con la malinconia del ragazzo, con le sue risposte monosillabiche e con il suo aspetto trasandato e dimesso.  Nella monografia dedicata all’arcigno filosofo, Zino Zini riporta alcuni frammenti di corrispondenza tra la madre di Schopenhauer e quest’ultimo; tra tutti, spicca questo commovente passaggio: «Tu non sei cattivo [ella gli scrive] né manchi di ingegno o di cultura […] tuttavia sei molesto e insopportabile […] la tua malinconia mi riesce pesante e guasta il mio umore allegro […] Respiravo liberamente solo quando eri andato via». Gli aspri conflitti con la madre, dovuti alle marcate differenze caratteriali, induriscono il cuore di Schopenhauer ‒ già profondamente segnato dal suicidio del padre ‒ che rimarrà celibe per tutta la vita (costruendosi una fama di misogino). Nel 1820 Schopenhauer è libero docente all’Università di Berlino; in atto di sfida, decide di fissare gli orari del proprio corso in concomitanza con quelli dell’uomo che più odia al mondo: Hegel. Sebbene nel primo periodo Schopenhauer sia riuscito ad attirare un capannello di studenti assai fedeli, dopo qualche tempo l’aula si svuota. La solitudine del filosofo si fa ancora più profonda e la sua misantropia si accresce, culminando in uno dei gesti più efferati della storia della filosofia: irritato dai rumori provenienti dalla casa di una vicina, Schopenhauer bussa furibondo alla porta:

Oh, il rumore! Il rumore! Il rumore! Il rumore!

I due litigano violentemente; lui la spinge giù dalle scale (causandole, fortunatamente, solo ferite minori). Schopenhauer, infine, è divenuto egli stesso causa di quel male che, fin da ragazzo, ha denunciato nei suoi scritti ‒ l’unica possibilità che gli rimane è ritirarsi completamente dal mondo.

Nel finale dell’introduzione ai suoi Aforismi sulla Saggezza del Vivere, Schopenhauer cita Voltaire: «Lasceremo il mondo altrettanto stolto e malvagio di come l’abbiamo trovato arrivandovi». Si tratta, difatti, del preludio a una lunga lista di consigli e insegnamenti ispirati all’eudemonismo (la ricerca della felicità mondana e individuale) ‒ un’aspirazione attenuata, già nell’introduzione, dalla certezza più assoluta che la felicità sia, di per sé, irraggiungibile. Estinguere la bramosia della volontà significa, innanzitutto, conoscere le forme che essa assume in sé e negli altri, mitigare i propri desideri, limitari i propri bisogni e saper individuare i vantaggi reali di ogni situazione. Il tema cardine degli Aforismi è quello della rottura dei legami con gli altri esseri umani: la ricerca dell’autonomia e dell’indipendenza si accompagna alla diminuzione del coinvolgimento nella potenza collettiva (scrive Schopenhauer: «L’uomo da solo può far ben poco ed è come un Robinson abbandonato», tuttavia, è solo in tale abbandono che egli può trovare se stesso: «Perché non si è liberi che essendo soli»). Per Schopenhauer, il mondo non può essere cambiato, la sola speranza è nell’isolamento, nella diserzione della storia (il grande sogno collettivo) e nell’esercizio della compassione. È proprio a questa soglia che termina Schopenhauer e può cominciare il Grinch. Essi, di fatto, sono una sola e identica persona. Tra l’isolamento del primo e la “redenzione” del secondo vi è un solo piccolo passo, il passaggio dalla compassione alla pietà o, meglio, dal disprezzo alla disperazione: è a queste sole condizioni che il cuore può diventare di “tre taglie più grandi” (come dimostra un altro classico natalizio, Canto di Natale di Charles Dickens). La celebrazione della pace sociale corrisponde, infatti, al risolvimento della crisi, solo in apparenza catastrofica, inaugurata dalla critica. Leggere gli Aforismi come le ipotetiche “memorie del Grinch”, ossia accanto al classico del Dr. Seuss, significa immaginare una storia possibile, di cui rimane traccia nei due testi originali: la storia in cui il Grinch rubò il Natale infrangendo la pace sociale, seminando il conflitto e dichiarando guerra agli umani o ai “nonsochì”.


Claudio Kulesko ha collaborato con la rivista Alphaville – Per un’ecosofia del futuro, e si occupa principalmente dell’opera di Deleuze e Guattari, di realismo speculativo, di filosofia delle scienze e pessimismo filosofico. È organizzatore e ideatore, assieme a Giuseppe Molica e Lorenzo Marsili, del Seminario Musica e Filosofia dell’università Roma Tre.

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