Sciamani di oggi



La crescente popolarità dello sciamanesimo moderno viene messa in luce dal caso di Jake Angeli nell’assalto al Campidoglio, e si differenzia da figure tradizionali come Davi Kopenawa. Cosa c’è all’intreccio tra sciamanesimo, politica e teorie del complotto?


In copertina: Shamanic Scene, di Ruth Annaqtuusi Tulurialik (1990)

Questo testo è estratto da Gli sciamani non ci salveranno di Stefano De Matteis. Ringraziamo l’autore e Eleuthera Editore per la gentile concessione.


di Stefano De Matteis

Gli sciamani sono all’ordine del giorno. Fino a qualche tempo fa erano una merce rara, riservata quasi esclusivamente a esperti. Obbligati a muoversi tra il Nepal e la Siberia. Oggi se dici sciamano ti chiedono subito «Amazzonia o Perù?».

L’ultima accelerazione alla diffusione mediatica del variopinto e caleidoscopico mondo del «nuovo» sciamanesimo l’ha data Jake Angeli, divenuto famoso per l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. Pelle di bisonte sulle spalle, copricapo di pelliccia di coyote con due code e le corna, volto disegnato secondo la tradizione «di guerra» dei nativi americani ma a stelle e strisce; in una mano una lancia, nell’altra un megafono. La sua immagine, ripresa dalle tv del mondo intero e riprodotta nei magazine internazionali, è entrata in tutte le case. Dopo un’iniziale incertezza in cui ci si è chiesti se, conciato in quel modo, non fosse un vichingo, rimarrà per sempre lo sciamano di Capitol Hill.

Pochi mesi dopo, ad aprile dello stesso anno, Jake Angeli verrà imitato da un ristoratore modenese che ricorrerà allo stesso trucco durante una manifestazione davanti a Montecitorio contro le restrizioni causa Covid e a favore della riapertura dei locali. Dichiarerà pubblicamente i motivi pubblicitari del prestito. Nel suo caso però quel travestimento non ha funzionato, forse perché in Italia, da quando nel 1990 la Lega ha rilanciato il raduno di Pontida, siamo «abituati» a vedere uomini addobbati stile feste paesane e rievocazioni d’antan con tanto di copricapi cornuti.

Comunque sia, il caso di Jake Angeli alias Jacob Anthony Angeli Chansley è singolare. E indicativo, perché in lui ritroviamo alcune delle caratteristiche più vistose di questo sciamanesimo alimentato dall’invenzione, dalla buona e cattiva letteratura, da idee e immagini preconfezionate e luoghi comuni bisbigliati da orecchio a orecchio, che ritorneranno nelle pagine che seguono.

Aveva il petto nudo coperto di tatuaggi vichinghi e pagani. Ora – da vero guerriero nordico – si stava producendo in un urlo barbarico, tutto di gola, interrotto da alcuni «Libertà!».

«Smettila di fare l’idiota!» gli ha gridato Mr Black da sotto.

Ma Chansley non stava facendo l’idiota. Stava eseguendo una missione molto precisa e tutt’altro che marginale, da cui non intendeva farsi distogliere. Due giorni dopo, su Infowars, racconterà ad Alex Jones che Washington è stata costruita su «linee geomantiche», cioè sui tratti di energia elettromagnetica che connettono tutti gli antichi siti religiosi e culturali del mondo. Il «canto sciamanico» della galleria serviva ad attivare queste vene mistiche e, «dato che il suono sostituisce l’attività elettromagnetica, a condizionare la sfera quantistica». In questo modo, ha concluso Chansley, «mi sono preso il Campidoglio, per restituirlo a Dio».

Ma questa non è l’unica preghiera che lo sciamano intona. Se ne aggiungono altre, relative a fedi molto più terragne: «Grazie, Padre Celeste, per averci concesso l’occasione di difendere i diritti inalienabili che tu ci hai dato» e anche la possibilità di «mandare un messaggio a tutti i tiranni, i comunisti e i globalisti – perché questa è la nostra nazione, non la loro».

Come risaputo, il collante che accomuna le varie persone coinvolte nell’insurrezione del 6 gennaio fu offerto dall’ex Presidente Donald Trump, che riuscì a farsi collettore di più anime «spirituali» ma tutte materialmente apparentate da un’unica fede nella destra più o meno radicale che include anche il neonazismo e incrocia le derive altrettanto estreme del Ku Klux Klan.

Accostarsi a questo mondo significa verificare quali e quante adesioni ideologiche attraversino tanto i cosiddetti sciamani quanto la loro clientela; e questo al di là del fronte strettamente politico, presente, come vedremo, più negli Stati Uniti che in Italia. I partecipanti all’assalto a Capitol Hill infatti aderiscono a varie e diverse confessioni che possono tutte essere definite da sostantivi tutti preceduti dal prefisso neo: primitivismo, paganesimo, naturismo… anche se tutti si riconoscono o confluiscono nel movimento politico QAnon, in quanto sostenitori di una teoria complottista che combatte un non meglio identificato potere occulto, il Deep State, costituito da organismi legali e illegali che grazie alle loro forze economiche e politiche e militari, condizionano l’agenda politica, uniti in un complotto contro l’ex Presidente che è stato «scoperto» con l’accurata quanto sommaria lente del razzismo, dell’antisemitismo, dell’anticomunismo. Al di là delle sfumature tra le diverse credenze, i militanti si battono per opporsi a questo nuovo ordine mondiale.

Ma lo sciamano di QAnon non era solo questo. Una volta incarcerato intraprende uno sciopero della fame perché si appella al diritto di ricevere cibi biologici. Tiene alla natura e alla biodiversità. Le sue richieste vengono accolte: viene predisposto per lui, caso unico ed esclusivo nel carcere in cui era rinchiuso, un menu di prodotti biologicamente certificati.

Il suo profilo dunque si presenta per ora composto da atavismo e paganesimo, primitivismo e naturismo. Per non parlare dell’adesione a dichiarate posizioni che lo accomunano alla destra complottista. Solo che questi tratti ancora non esauriscono i dati che ci aiutano a disegnare il ritratto di Jake Angeli. Altri ancora se ne aggiungono.

Innanzitutto è un autore, anche se pubblica in proprio. Pare che nel 2017, con lo pseudonimo di Loan Wolf, abbia editato un libro sulla mistica e sulla new age dal titolo nietzschiano Volontà e potenza con cui mira ad «aprire» la mente del lettore facendogli scoprire i segreti della spiritualità, ma soprattutto a offrirgli la possibilità di creare e modificare la realtà: dopo quella lettura, ognuno si renderà conto che la vita del mistico e il fantastico potere dello spirito sono alla sua portata. Potrà così gestire i segreti della vita e controllare fuoco, vento, acqua e terra.

Qualche anno dopo scende sul terreno «politico» schierandosi con la parte «buona» per «salvare l’umanità». Torna con un libro in tema con quanto accadrà a Capitol Hill e lo firma come Jacob Angeli. Titolo: One Mind at a Time. Sottotitolo: A Deep State of Illusion. Qui l’obiettivo è denunciare il governo invisibile, ricostruirne la storia, la strategia e gli obiettivi. Ovviamente il libro svela tutto ciò che quello Stato e quel potere oscuro e sotterraneo non vogliono che si sappia. Nonostante gli eventuali rischi in cui afferma di poter incorrere, lo pubblica in onore di tutte le vittime di quel sistema profondo e nascosto, per contribuire a porvi fine in maniera definitiva «diffondendo una sconvolgente verità e inaugurando una nuova era basata su pace, abbondanza, prosperità e amore».

Almeno due cose da tenere presenti: Jake Angeli, mostrandosi, rende evidente al mondo intero l’esistenza di una figura apparentemente estranea all’Occidente, quella dello sciamano, realizzando una sorta di ritorno a un primitivo oppresso, cancellato o rimosso. Solo che a quella diffusione mediatica corrisponde una circolazione neanche tanto sotterranea di sciamani, o sedicenti tali, presenti in circuiti «alternativi», che da più di un decennio si estende e si radica con pratiche diffuse e che, per quel che riguarda il territorio italiano, siamo andati a indagare. Inoltre Jack Angeli ci offre una reinvenzione personalizzata dello sciamanesimo, del tutto indipendente dai modelli classici di riferimento, modulata dentro un sentire tutto attuale che mescola credenze e prospettive, aspirazioni e sentimenti, storie di un passato prossimo o remoto riscritto o rielaborato ai fini del presente:

Quello che faccio è praticare qualcosa noto come Sciamanesimo e nello Sciamanesimo cantano, ballano e suonano tamburi, e informano la comunità vestendosi in modo da scacciare gli spiriti maligni perché il suono in realtà precede l’attività elettromagnetica, quindi se canti […], finisci per influenzare il regno quantistico e questo è stato fatto per migliaia di anni per allontanare gli spiriti maligni e le linee temporali negative.

Shamanic Scene, di Ruth Annaqtuusi Tulurialik (1990)

Tali pratiche, senza riferimenti politici e molta idealizzazione, si possono incontrare anche da noi: sono fedi composite e articolate, modulate dalla cultura di massa e sostenute da insoddisfazioni più personali che collettive. Al punto che credo sia difficile apparentarle al neosciamanesimo.

Un mondo, almeno per quel che abbiamo potuto verificare in Italia, trasversale, aperto a numerosi e diversi fronti di pensiero ma tutti combinati in un unico miscuglio, ricco di motivazioni anche contraddittorie che suscitano un forte interesse antropologico.

Ora, per meglio definire e precisare il perimetro del lavoro che stiamo avviando e per cominciare a delinearne i confini e le prospettive, possiamo contrapporre allo sciamano di Capitol Hill, e alla sua recente e mediatica potenza, un «vero» sciamano anch’egli assurto negli ultimi anni agli onori delle cronache «colte» e impegnate, accademiche e non. Mi riferisco a Davi Kopenawa. Li separa ovviamente una distanza abissale, ma il confronto con uno sciamano indigeno, istituzionalmente riconosciuto come portavoce dell’Amazzonia brasiliana può tornare utile non solo simbolicamente, ma perché ci permette di ampliare e direzionare la ricerca su altri fronti per raggiungere anche quello strettamente ecologico.

Kopenawa è un nativo yanomami, una società di cacciatori-raccoglitori che vivono in una parte della foresta tropicale a sud del Venezuela e a nord del Brasile e rientrano a pieno titolo tra le popolazioni dell’Amazzonia. È nato all’incirca alla metà degli anni Cinquanta e ha avuto «un’esistenza epica», in quanto ha subito fin da bambino tutte le forme di oppressione, distruzione e devastazione riservate al suo popolo per mano dei bianchi. Una delle tante manifestazioni violente con cui si presenta il neocolonialismo. Dopo numerosi e diversi lavori soprattutto come interprete, agli inizi degli anni Ottanta si stabilisce nella comunità della moglie, sul rio Demini, a un centinaio di chilometri dal rio Toototobi, ai piedi della «Montagna del vento», e qui il suocero lo inizia allo sciamanesimo. Per lui è un «ritorno alle origini», a partire dal quale costruisce la sua «carriera» di impegno sociale ed ecologico. Il nuovo ruolo e l’acquisizione dei saperi tradizionali gli danno la possibilità di elaborare una «originale riflessione cosmologica sul feticismo della merce, la distruzione della foresta amazzonica e il cambiamento climatico». Questo lo porterà a essere uno sciamano rispettato e nello stesso tempo un leader influente e riconosciuto: due aspetti che si rafforzano a vicenda.

Nel 2010 Kopenawa pubblica un libro, su cui torneremo, in cui racconta all’antropologo Bruce Albert la sua vita e l’eccidio del suo popolo, la cui esistenza è ancora in pericolo. Ma non solo, perché svela le fondamenta del pensiero nativo, i saperi indigeni, le conoscenze delle pratiche naturali. Il capitolo sull’iniziazione lo si può leggere come una perfetta rielaborazione amazzonica di modelli classici dello sciamanesimo tradizionale per come è stato raccolto, analizzato e descritto in una vasta bibliografia. Il tutto ha anche una ricaduta politica: combattere la strage che viene messa in atto dagli occidentali mossi esclusivamente dai propri interessi, prima dall’oro poi dal disboscamento, di cui si racconta il processo di devastazione, soprattutto ambientale, destinato a pesare sul futuro dell’intera umanità.

Ma Kopenawa non è il primo indigeno, saggio o sciamano che sia, a essere conosciuto e riconosciuto e ad acquistare uno spazio come personalità di riferimento per la cultura occidentale. Dentro e fuori l’antropologia, a seconda dei casi. Come vedremo alcune di queste personalità saranno lette, altre ascoltate, altre ancora ignorate. Per cominciare a fare dei nomi come punte estreme del pendolo: il notissimo Black Elk [Alce Nero] e lo sconosciuto Tamati Ranapiri.

Anche Davi Kopenawa e Jack Angeli, come abbiamo detto, incarnano due realtà diversissime, estranee e contrapposte il cui contatto crea la scintilla di un cortocircuito.

Jack Angeli ha costruito il suo ruolo sociale mettendo assieme tassello su tassello, come un puzzle, una quantità di elementi variegati: lo sciamanesimo e il Covid, la natura «bio» e i no-vax, le scie chimiche… fino a Trump, i complotti e il controllo globale. Trovando addirittura dei seguaci che ne hanno raccolto in volume i proclami, le dichiarazioni e i comizi perché «non vadano perduti», in modo da preservarne la voce «per un sacrosanto diritto di parola e di opinione che non può mai venire meno in una società che si proclama civile». Una parola che «deve» essere espressa al di là di cosa dica di violento o di offensivo.

Jack Angeli è dentro un movimento ampio e radicato che la pandemia ha esasperato, le cui credenze e interpretazioni del mondo si sono moltiplicate e forse rafforzate sulla base di un terreno che era fertile già in precedenza. Tra gli assi portanti nella costruzione del suo «personaggio» pubblico, tuttavia, il modello che tiene assieme il tutto è la figura dello sciamano. Un segnale che evidentemente traduce la «stranezza» di un interesse diffuso quanto sotterraneo. L’amalgama dei suoi pensieri e il miscuglio dei suoi riferimenti trovano alla fine un riconoscimento principalmente politico nel movimento QAnon che lo trascina al Campidoglio.

All’opposto, Davi Kopenawa è prima di tutto uno Yanomami. E poi uno sciamano. Per cultura e iniziazione. E, per entrambe le cose, decide di spendere il suo sapere in una battaglia che in realtà non è a esclusiva difesa o beneficio del suo popolo: salvare loro significa combattere per la salvezza dell’intero pianeta. Kopenawa diventa così una voce istituzionale, ufficiale e politica, che si traduce, nello stesso tempo, nell’esempio concreto di una ecologia possibile. Tutto il sapere che lo struttura alla fine lo conduce lì.

La forza e il fascino del pensiero nativo e, nello stesso tempo, la sua ricaduta pratica nella difesa dell’ambiente, espressa nella relazione con il mondo della natura, con gli esseri umani e non umani che fanno parte della vita della terra, fa sì che gli venga riconosciuto un posto significativo tanto dagli antropologi quanto dal movimento della nuova ecologia.

Da una parte, dunque, abbiamo una costruzione elaborata e contagiata; un melting pot di idee, fedi e credenze che si mescolano, nella rielaborazione soggettiva, in un crogiuolo tutto attuale; dall’altra, il pensiero indigeno contrassegnato da forti e significative leggi e regole native, l’autobiografia di un diverso tipo di combattente che vuole che le sue conoscenze e le sue parole non restino nella foresta, ma raggiungano il mondo tanto per proteggere il suo popolo quanto per la difesa della terra, di tutta la terra. Diventando per questo una voce importante.

Ma a dispetto delle differenze, i due protagonisti fin qui evocati sono forse oggi i due sciamani più famosi al mondo. E sebbene siano apparentemente incomparabili, si inseriscono in un unico contesto che li contiene.

Era il 1845 quando un filosofo nato a Treviri, che ben presto avrebbe parlato dei fantasmi che allora si aggiravano per l’Europa, e che nel frattempo si sono dileguati, scrisse una frase rimasta celebre: «I filosofi hanno solo interpretato il mondo, ora si tratta di trasformarlo».

Nel secondo dopoguerra, a cento e più anni di distanza, un altro autore, meno famoso del precedente ma altrettanto importante, ha riflettuto sui cambiamenti tecnologici e sugli effetti materiali e culturali della bomba atomica e delle armi nucleari e ha proposto di modificare quella frase in questo modo: il problema non è cambiare il mondo, «quello che oggi conta più di tutto è conservare il mondo».

Non mi permetterei mai di salire su questa importante carovana di uomini illustri, voglio invece mettermi nella posizione del fanalino di coda. Suggerendo che oggi siamo in una situazione ancora diversa: è necessario trasformare il mondo se vogliamo conservarlo.


Stefano De Matteis, antropologo, insegna all’Università degli Studi Roma tre ed è professore invitato alla Pontificia Università Gregoriana.

1 comment on “Sciamani di oggi

  1. Lucio Bracco

    Ottimo, logico e ben sviluppato. Complimenti.

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