Scintille di un’altra fiamma. I Poeti di Purgatorio XXI

Rieccoci a uno (dei cento) commenti alla Divina Commedia de L’indiscreto, ognuno firmato da una penna contemporanea. Questi cento commenti ai cento canti, insieme, danno forma al nostro progetto di “Commento Collettivo alla Commedia” curato da Edoardo Rialti. Oggi è il turno di Alice Diacono.


IN COPERTINA un’opera di john flaxman

di Alice Diacono


Con il contributo di  


“Se la vostra vita quotidiana vi sembra povera, non l’accusate;
accusate voi stesso, che non siete assai poeta da evocarne la ricchezza;
ché per un creatore non esiste povertà né luoghi poveri e indifferenti.”
Rainer Maria Rilke, Lettere a un giovane poeta

 

 

Nella mia libreria ci sono due volumi. Uno si intitola La poesia salva la vita e l’altro La poesia non serve a niente.

Il 21esimo canto del Purgatorio si apre che c’è appena stato un terremoto.

Dante, che è un curiosone, sta morendo dalla voglia di sapere cosa lo ha causato. Ha sete di sapere. Di quella “sete natural che mai non sazia” se non con la verità rivelata.

Virgilio però non gli sta dando tanta attenzione, va di gran fretta, mentre lui si fa un sacco di viaggi come al solito. Entrambi stanno cercando di non calpestare con i piedi tutti quei poveri tirchi o scialacquatori che affollano la quinta Cornice, legati come salami a pancia in giù e costretti a leggere per centinaia o migliaia di anni il Salmo meno poetico che sia mai stato scritto, per non dire uno dei versi più noiosi di tutta la Bibbia: Adhaesit pavimento anima mea = la mia anima si è stesa sul pavimento. 

Pensateci bene la prossima volta che non lasciate la mancia al rider di Just Eat.

I due viaggiatori oltremondani, tutti presi dai ragionamenti e dallo schivare le anime dei penitenti, non si accorgono che un’anima li sta seguendo fino a quando questa non si palesa con un saluto, cogliendoli alle spalle e alla sprovvista.

Fatti i convenevoli di rito dell’Aldilà ( – Io vengo dall’Inferno, lui invece è ancora vivo – Ah ma come, è ancora vivo!? – Sì, è ancora vivo e io lo sto accompagnando a fare il tour dell’Aldilà fin dove posso. – eccetera), Virgilio che ormai conosce bene Dante, ne approfitta subito per chiedere allo sconosciuto delucidazioni sul misterioso terremoto. Dante pensa che la domanda posta da Virgilio caschi proprio a fagiuolo, anzi, che imbocchi esattamente la “cruna del suo disio” e già solo con il sentir che la risposta sta per arrivare, un poco la sete di conoscenza si placa.

Dopo averli tenuti sulle spine con una lunga dissertazione sui fenomeni metereologici del Purgatorio (che non esistono), l’anima misteriosa svela ai due viandanti che in quell’ala dell’oltremondo i terremoti avvengono solamente quando un’anima finisce di scontare la sua pena ed è purificata e quindi finalmente pronta a salire in Paradiso. Oltre a questo, le anime  penitenti delle varie cornici, intonano tutte insieme un “Gloria” all’improvviso.

Dante è molto soddisfatto di questa risposta tanto che lo sottolinea con una delle sue amate perifrasi. Virgilio però, vuole sapere di più e chiede allo sconosciuto chi egli fosse in vita e cosa abbia mai fatto per passare quasi milletrecento anni nel secondo regno ultraterreno. Al che quello risponde di essere vissuto ai tempi del “buon Tito” (che non è il buon Josip Broz ma un altro, nato qualche decennio dopo la venuta di Cristo), quando questo era generale e Vespasiano imperatore, e di essere un poeta. Ma non lo dice così, bensì dice: “con il titolo più duraturo e onorevole io fui in Terra».

“Quanto a chi si dà o si è dato con successo alla poesia, gli consiglio di non abbandonarla mai. La poesia è una delle arti che frutta di più; ma è una specie d’investimento i cui interessi si riscuotono tardi, in compenso molto grossi. […] D’altronde che c’è di strano, dal momento che ogni uomo in salute può fare a meno del cibo per due giorni, della poesia mai? L’arte che soddisfa il bisogno più imperioso sarà sempre la più onorata.” scriveva Baudelaire, stranamente in controtendenza con l’idea predominante nel mercato editoriale italiano di quasi centocinquant’anni anni dopo, che, con molta lungimiranza e coraggio intellettuale, ripete di continuo il mantra “La poesia non vende un cazzo”.

Insomma viene fuori che il tipo è nientemeno che Stazio, autore della Tebaide e dell’Achilleade, e mentre continua con le presentazioni, a un certo punto dice una cosa incredibile: che la sua fiamma poetica si è accesa grazie alle scintille scaturite dall’opera madre di tutte le opere: l’Eneide. E’ proprio grazie alla poesia di Virgilio, e in particolare grazie ai versi dell’Eneide che condannavano l’eccessivo attaccamento ai beni terreni, “l’esecranda fame dell’oro“, che egli si è reso conto del suo peccato di prodigalità e si è convertito al cristianesimo. 

Confessa infine, egli ama così tanto l’autore Virgilio che pur di incontrarlo o vederlo sarebbe disposto a passare un altro anno al Purgatorio. 

A questo punto succede una cosa bellissima: 

Virgilio si gira subito verso Dante che è già paonazzo e con gli occhi spalancati pronto ad annunciare la carrambata, gelandolo con lo sguardo come a dire “Guai a te.”

Dante sta per esplodere ma da bravo poeta, ce lo racconta attraverso uno di quei bei giochi di parole con cui i poeti sanno rigirarsi la frittata a loro favore per passare ai posteri con gloria anziché con disonore. D’altronde, si dicono, la realtà poetica non è una bugia, quanto piuttosto una mezza verità.  Non dice quindi “E io che sono un colabrodo non riuscii a trattenermi e spiattellai tutto.” Ma dice “ma non può tutto la virtù che vuole; ché riso e pianto son tanto seguaci / a la passion di che ciascun si spicca, / che men seguon voler ne’ più veraci.”  Dante, Dante, sei proprio un furbacchione! 

Dai suoi occhi ormai (ove ‘l sembiante più si ficca) “ammicca” così tanto che Stazio inizia a insospettirsi e fare domande. Dante guarda Virgilio come a dire “Eddaii, posso, posso, posso?? Ti pregoo!” così Virgilio, magnanimo, alzando gli occhi al cielo e tirando un sospirone dice “E va bene Dante, dai su, diglielo pure.” 

E finalmente Dante svela tutto: è proprio lui, qui, ora, davanti a loro, Virgilio, quello che lo sta accompagnando verso l’alto dei cieli, quello che ha ispirato migliaia di poeti compreso lui, ta daaaan!!! Sorpresa! Ecco il motivo per cui aveva quel sorriso beota in faccia, e non perché lo stava prendendo in giro per qualcosa.

Stazio, incredulo, non fa in tempo a recepire la notizia che si butta come una groupie in preda a delirio addosso al suo beniamino, il quale per pararsi gli dice “Fratello, stai calmo. Siamo fatti di sola anima e non ci possiamo abbracciare.” E Stazio per scusarsi risponde: “Questo ti fa capire che ti amo così tanto da dimenticare persino che cosa siamo diventati, trattando le ombre come corpi solidi.”

Egli proseguirà con loro il viaggio fino al Paradiso terrestre. 

Da qui in poi i tre incontreranno solo poeti.

Concludendo, non so se la poesia salvi la vita o non serva a niente, ma di sicuro può portare fuori dalla palude grigia del Purgatorio.

 


Il canto, integrale

Canto XXI, ove si tratta del sopradetto quinto girone, dove si punisce e purga la predetta colpa de l’avarizia e la colpa de la prodigalitade; dove truova Stazio poeta tolosano.

La sete natural che mai non sazia
se non con l’acqua onde la femminetta
samaritana domandò la grazia,

mi travagliava, e pungeami la fretta
per la ’mpacciata via dietro al mio duca,
e condoleami a la giusta vendetta.

Ed ecco, sì come ne scrive Luca
che Cristo apparve a’ due ch’erano in via,
già surto fuor de la sepulcral buca,

ci apparve un’ombra, e dietro a noi venìa,
dal piè guardando la turba che giace;
né ci addemmo di lei, sì parlò pria,

dicendo: “O frati miei, Dio vi dea pace”.
Noi ci volgemmo sùbiti, e Virgilio
rendéli ’l cenno ch’a ciò si conface.

Poi cominciò: “Nel beato concilio
ti ponga in pace la verace corte
che me rilega ne l’etterno essilio”.

“Come!”, diss’elli, e parte andavam forte:
“se voi siete ombre che Dio sù non degni,
chi v’ ha per la sua scala tanto scorte?”.

E ’l dottor mio: “Se tu riguardi a’ segni
che questi porta e che l’angel profila,
ben vedrai che coi buon convien ch’e’ regni.

Ma perché lei che dì e notte fila
non li avea tratta ancora la conocchia
che Cloto impone a ciascuno e compila,

l’anima sua, ch’è tua e mia serocchia,
venendo sù, non potea venir sola,
però ch’al nostro modo non adocchia.

Ond’io fui tratto fuor de l’ampia gola
d’inferno per mostrarli, e mosterrolli
oltre, quanto ’l potrà menar mia scola.

Ma dimmi, se tu sai, perché tai crolli
diè dianzi ’l monte, e perché tutto ad una
parve gridare infino a’ suoi piè molli”.

Sì mi diè, dimandando, per la cruna
del mio disio, che pur con la speranza
si fece la mia sete men digiuna.

Quei cominciò: “Cosa non è che sanza
ordine senta la religïone
de la montagna, o che sia fuor d’usanza.

Libero è qui da ogne alterazione:
di quel che ’l ciel da sé in sé riceve
esser ci puote, e non d’altro, cagione.

Per che non pioggia, non grando, non neve,
non rugiada, non brina più sù cade
che la scaletta di tre gradi breve;

nuvole spesse non paion né rade,
né coruscar, né figlia di Taumante,
che di là cangia sovente contrade;

secco vapor non surge più avante
ch’al sommo d’i tre gradi ch’io parlai,
dov’ ha ’l vicario di Pietro le piante.

Trema forse più giù poco o assai;
ma per vento che ’n terra si nasconda,
non so come, qua sù non tremò mai.

Tremaci quando alcuna anima monda
sentesi, sì che surga o che si mova
per salir sù; e tal grido seconda.

De la mondizia sol voler fa prova,
che, tutto libero a mutar convento,
l’alma sorprende, e di voler le giova.

Prima vuol ben, ma non lascia il talento
che divina giustizia, contra voglia,
come fu al peccar, pone al tormento.

E io, che son giaciuto a questa doglia
cinquecent’anni e più, pur mo sentii
libera volontà di miglior soglia:

però sentisti il tremoto e li pii
spiriti per lo monte render lode
a quel Segnor, che tosto sù li ’nvii”.

Così ne disse; e però ch’el si gode
tanto del ber quant’è grande la sete,
non saprei dir quant’el mi fece prode.

E ’l savio duca: “Omai veggio la rete
che qui vi ’mpiglia e come si scalappia,
perché ci trema e di che congaudete.

Ora chi fosti, piacciati ch’io sappia,
e perché tanti secoli giaciuto
qui se’, ne le parole tue mi cappia”.

“Nel tempo che ’l buon Tito, con l’aiuto
del sommo rege, vendicò le fóra
ond’uscì ’l sangue per Giuda venduto,

col nome che più dura e più onora
era io di là”, rispuose quello spirto,
“famoso assai, ma non con fede ancora.

Tanto fu dolce mio vocale spirto,
che, tolosano, a sé mi trasse Roma,
dove mertai le tempie ornar di mirto.

Stazio la gente ancor di là mi noma:
cantai di Tebe, e poi del grande Achille;
ma caddi in via con la seconda soma.

Al mio ardor fuor seme le faville,
che mi scaldar, de la divina fiamma
onde sono allumati più di mille;

de l’Eneïda dico, la qual mamma
fummi, e fummi nutrice, poetando:
sanz’essa non fermai peso di dramma.

E per esser vivuto di là quando
visse Virgilio, assentirei un sole
più che non deggio al mio uscir di bando”.

Volser Virgilio a me queste parole
con viso che, tacendo, disse ’Taci’;
ma non può tutto la virtù che vuole;

ché riso e pianto son tanto seguaci
a la passion di che ciascun si spicca,
che men seguon voler ne’ più veraci.

Io pur sorrisi come l’uom ch’ammicca;
per che l’ombra si tacque, e riguardommi
ne li occhi ove ’l sembiante più si ficca;

e “Se tanto labore in bene assommi”,
disse, “perché la tua faccia testeso
un lampeggiar di riso dimostrommi?”.

Or son io d’una parte e d’altra preso:
l’una mi fa tacer, l’altra scongiura
ch’io dica; ond’io sospiro, e sono inteso

dal mio maestro, e “Non aver paura”,
mi dice, “di parlar; ma parla e digli
quel ch’e’ dimanda con cotanta cura”.

Ond’io: “Forse che tu ti maravigli,
antico spirto, del rider ch’io fei;
ma più d’ammirazion vo’ che ti pigli.

Questi che guida in alto li occhi miei,
è quel Virgilio dal qual tu togliesti
forte a cantar de li uomini e d’i dèi.

Se cagion altra al mio rider credesti,
lasciala per non vera, ed esser credi
quelle parole che di lui dicesti”.

Già s’inchinava ad abbracciar li piedi
al mio dottor, ma el li disse: “Frate,
non far, ché tu se’ ombra e ombra vedi”.

Ed ei surgendo: “Or puoi la quantitate
comprender de l’amor ch’a te mi scalda,
quand’io dismento nostra vanitate,

trattando l’ombre come cosa salda”.

A questo link si leggono i commenti a tutti i canti dell’Inferno.


Alice Diacono è autrice di poesie, prose, articoli, saggi e insegnante di letteratura e storia al liceo.
Ha collaborato con Jacobin, Vice, Il Fatto Quotidiano e Doppiozero scrivendo di subculture e antifascismo. Nel 2019 ha pubblicato Veniamo dal basso come un pugno sotto il mento con Battaglia Edizioni.

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