Scrivere un racconto estivo

«In questo periodo faccio spesso un sogno, e il sogno è che devo scrivere un racconto estivo….»


IN COPERTINA e nel testo, un’opera di Edvard Munch

di Francesca Corpaci

In questo periodo faccio spesso un sogno, e il sogno è che devo scrivere un racconto estivo.

Nel sogno sono un’aspirante scrittrice, e il racconto colonizza in un lampo le aree del mio cervello preposte alle incombenze per accomodarsi a spallate nella sezione imperativi categorici in quanto: a) è una collaborazione su invito b) l’invito è da parte di una pubblicazione molto curata e altrettanto ben finanziata, e c) c’è in me la certezza, salda come un monastero scavato nella roccia, che se dovessi tirarmi indietro finirei vaporizzata all’istante (un appunto forse doveroso: il concetto di “vaporizzare” non è da intendersi qui come detonazione organica operata tramite – poniamo – la proficua interazione tra un satellite meteorologico in disuso convertito alla chetichella in qualcosa di senz’altro più utile ma decisamente meno giustificabile su una rendicontazione annuale, e – sempre in linea ipotetica – un sofisticato sistema di tracciamento e localizzazione dotato di software previsionale con margine di errore prossimo allo zero – prospettiva certo non auspicabile, ma per certi versi neanche lontanamente prossima al peggiore degli scenari possibili –; penso piuttosto all’attimo raggelante in cui ogni singolo individuo che conti qualcosa sul pianeta solleva il cellulare all’altezza degli occhi, contrae le palpebre nel gesto universale dello sforzo mnemonico e depenna il mio nome dalla costipatissima agenda in cloud, seguito a ruota, per un misterioso effetto domino del genere inarrestabile e telepatico, da tutti coloro che lo abbiano mai posseduto – il numero – amici intimi e familiari compresi).

Nel sogno mi impegno al massimo per reperire un’idea; ma qualsiasi tentativo è uno scivolo elicoidale oliatissimo che, in una serie di volute sempre più anguste, conduce ogni volta al medesimo punto: un grumo duro e compatto di pura nausea, circa delle dimensioni di una pallina da ping pong, connesso in più di un senso ai concetti di inevitabilità, eternità, infamia e oblio.

Un secondo prima di scivolare in una disperazione senza ritorno visualizzo la via d’uscita. Telefonerò in redazione spiegando che è sono giorni difficili, e che ci sono ragioni sulle quali preferisco non indulgere, non solo per il riserbo composto che mi caratterizza, ma anche per evitare inutili pietismi; ragioni che mi impediscono – e che con buona probabilità impedirebbero a chiunque – di produrre un racconto estivo definibile tale. Un racconto con tempo di lettura sei minuti al massimo; un racconto capace di allontanare la morte.

Meglio: scriverò un’email. Un documento perenne, oltre che facilmente consultabile, che certifichi il desiderio bruciante di investire tutto il tempo necessario a una spiegazione come si deve – desiderio fondato su una stima sincera nei confronti di ciascun membro della redazione – e al contempo fornire un campione di prosa dalla qualità certificabile, se mai ci fossero stati dubbi su scoraggianti oscillazioni dell’ultim’ora.

A quel punto il mio interlocutore, commosso e destabilizzato dal mix non comune di cortesia, modestia e destino avverso, capirà, e sarò perdonata. Cause di forza maggiore verranno addotte alla mia assenza tra i raccontisti estivi, e si alluderebbe in segreto anche a prossime collaborazioni; incarichi addirittura retribuiti, che profumano di futuro.

Ma il punto è che non cambierebbe niente; ed ecco il motivo.

Non cambierebbe niente, nel sogno, perché la trappola non risiede nel giustificare l’assenza, ma nel non esserci in sé. E in altre parole: se una buona pacca sulla spalla e una confortante dose di empatia sono cose facili da ottenere, lo sono proprio in quanto perfettamente inutili.

Quello che so, e che tutti già sanno, è che l’atto stesso del passare la mano, di cedere il posto, di salutare e farsi da parte, ha il potere di innescare – e lo farà – l’equivalente sociale di un tramonto kenyota. Prima di rendertene conto sei sotto la linea dell’orizzonte; sparito dalla visuale, dimenticato dagli uomini, ingoiato dalla notte.

Nel sogno – come si fa nei sogni – mi metto a chiedere aiuto.

Dico: aiutatemi vi prego, altrimenti sparirò. Ma la gente mi osserva come si osserva nei sogni, e cioè senza guardare davvero, guardando oltre.

Spiego che se non pubblicherò sulla rivista dall’indiscussa curatela non solo non sarò mai scrittrice, neanche una scrittrice mediocre, una di quelle che fanno uscire un libro e poi fotocopiano la copertina a colori e la incollano sui finestrini della macchina; se non produrrò un racconto ottimo – un racconto consono agli aperitivi in piscina, leggerissimo e liscio come un’incisione nell’avorio – cesserò di esistere pur continuando a farlo; sarò nessuno per tutti, forse anche per me stessa; sarò l’albero che si abbatte solo nella foresta, senza produrre alcun suono.

Ma le persone sono distratte. Non hanno tempo per me, o hanno già smesso di sentirmi.

Copio un testo a caso dal blog di un amico scrittore, uno di quei tipi prolifici che scrivono a mano sulle tovagliette dei ristoranti e, una volta a casa, riportano tutto su un sito costantemente aggiornato; un sito che – e qui sta il punto – di testi ne contiene un’infinità, alcuni talmente vecchi che neanche l’amico scrittore può ricordarli tutti.

Foto:25.04.1994

Questa cosa però deve averla pensata anche lui – forse una volta che al ristorante avevano terminato le tovagliette e si è ritrovato senza nulla da fare – perché scopro con orrore che su ogni parola ha messo una specie di allarme, e appena incollo il racconto estivo sul mio computer le lettere si frantumano in segmenti neri, si mescolano e si riallineano a comporre la faccia dell’amico scrittore che, con tono rilassato, illustra come il plagio non costituisca per lui o per la sua affermata carriera artistica un problema di per sé, ma sia senz’altro da considerarsi un atteggiamento imperdonabile verso le proprie velleità autoriali, la più ignobile delle spugne gettate; ed è solo per rispetto delle mie capacità, per dar loro il valore che si meritano e che è più che evidente che io, in questa fase, non sono in grado di riconoscergli, che se il file non verrà eliminato entro alcuni secondi, scanditi per comodità tramite countdown, un report dettagliato dell’increscioso episodio è già pronto ad essere recapitato presso alcune testate nazionali.

Cancello il documento e so che è finita.

Dalla rivista comunicano che sono pervenuti più racconti del necessario, e che in caso qualcuno si trovi in difficoltà può tranquillamente abbandonare la nave. Rispondo di avere già un testo pronto, di cui non dubito saranno soddisfatti, e che provvederò a spedirlo entro il termine stabilito, cioè subito, nel presente sterminato dei sogni.

Poi schiaccio invio, e so per certo che qualcosa sta accadendo, deve essere accaduto; che nell’istante in cui ho premuto il tasto da qualche parte il racconto estivo è stato generato, allegato e inviato; che in effetti è impossibile non saper scrivere un racconto estivo e dunque in qualche modo devo averlo fatto anche senza farlo, anche senza accorgermi; un racconto perfetto che segnerà un inizio, che sarà incensato dalla redazione, che verrà letto su verande con vista, tra colazioni continentali, e ricordato in eterno; un racconto estivo che sarà l’archetipo dei racconti estivi, una di quelle cose che separano il prima dal dopo, e di cui tra un attimo saprò distinguere le parole.


FRANCESCA CORPACI (FIRENZE, 1984), DI FORMAZIONE TRADUTTRICE DAL PORTOGHESE E DI MESTIERE TUTT’ALTRO, È TRA I FONDATORI DEL COLLETTIVO DI CINEMA E NARRAZIONI IN FUGA DALLA BOCCIOFILA. HA PARTECIPATO ALLE ANTOLOGIE ODI (EFFEQU, 2017) E VOCABOLARIO MINIMO DELLE PAROLE INVENTATE (WOJTEK EDIZIONI, 2019) E COLLABORATO CON CORRIERE FIORENTINO, LUNGARNO, STREETBOOK MAGAZINE, A FEW WORDS, CEAPULACLUB E VERDE RIVISTA.

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