Il senso del lavoro si nasconde nelle parole


Il mito del tedesco infaticabile comincia con un frate agostiniano? L’indolenza mediterranea è determinata dal clima? Le parole che usiamo ci dicono molto di più sul nostro rapporto con il lavoro di quanto immaginiamo.


di Fabio Cantile

Martin Lutero, datosi alla macchia attraverso un finto rapimento per sfuggire alle conseguenze dell’Editto di Worms che lo dichiarava eretico, inizia nel 1522 la traduzione della Bibbia dal greco e dall’ebraico al tedesco. Benché all’epoca esistessero già diverse versioni tradotte, Lutero si propose di realizzare una versione più vicina al linguaggio popolare e di fatto riuscì, a seguito della sua diffusione, a uniformare una lingua che fino ad allora era frammentata in una miriade di dialetti. La traduzione luterana è stata ritenuta in più punti poco fedele alla versione originale e rispecchia a volte le intenzioni riformatrici dell’autore.

Quasi quattro secoli più tardi, Max Weber, considerato tra i padri della sociologia moderna, nell’indagare l’influenza della riforma nello sviluppo del capitalismo, mette sotto attenta analisi un vocabolo della Bibbia luterana in particolare, che sembra oscillare tra il concetto secolare di professione e quello religioso di vocazione:

Non si può ignorare che già nella parola tedesca Beruf […] echeggi una rappresentazione religiosa – quella di un compito assegnato da Dio […]. E se seguiamo storicamente la parola, attraverso le lingue colte, in primo luogo risulta che ciascuno dei popoli prevalentemente cattolici – così come l’antichità classica – non conosce un’espressione di tonalità analoga, per indicare quello che noi chiamiamo Beruf (nel senso di una posizione occupata nella vita, di un ambito di lavoro preciso e circoscritto, insomma di una professione), mentre esiste in tutti i popoli prevalentemente protestanti. Inoltre, risulta come non vi sia implicata una qualche peculiarità eticamente condizionata delle lingue in questione, per esempio l’espressione di uno “spirito del popolo germanico”, ma come la parola nel suo senso odierno derivi dalle traduzioni della Bibbia, e precisamente dallo spirito dei traduttori, non dallo spirito dell’originale.

(M. Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, 1904-1905)

Lutero utilizza più volte il termine Beruf come traduzione di ergon e ponos (“lavoro”, o “lavoro faticoso” nel secondo caso) ma anche di klēsis (“vocazione”), anche laddove in precedenti versioni in lingua tedesca era stato usato un termine privo di ambiguità come Werk. Secondo Weber questa scelta lessicale rispecchia la nuova concezione del lavoro portata avanti dal luteranesimo e dal calvinismo, che lo rendeva un servizio divino, indipendentemente dalla mansione svolta, e il cui successo era segno della grazia di Dio. È questa mentalità che avrebbe costituito la spinta culturale per la nascita del capitalismo. L’analisi weberiana, che è ovviamente molto più ampia (ma comunque oggetto di critiche), ci offre lo spunto per un’esplorazione, con le dovute approssimazioni, dell’etica del lavoro nascosta tra le parole.
Non è semplice riassumere l’evoluzione del lavoro nella cristianità fino a Lutero: in generale permase fino alla fine del Medioevo la maledizione della Genesi, che non migliorava la concezione negativa proveniente dal mondo antico. Il lavoro era dunque una condanna divina che poteva avere valenza penitenziale o caritatevole; anche quando iniziò a volgere verso un’accezione positiva restò fortemente gerarchizzato nella scala di valore delle diverse occupazioni e un modo per sfuggire all’accidia e al peccato. Questa antica visione del lavoro si rispecchia nell’etimologia delle parole che usiamo tuttora.

Freelancer ai tempi in cui era meglio non essere in ritardo coi pagamenti (Heereszug der Landsknechte, Erhard Schön, 1535).

Le parole travail (francese), trabajo (spagnolo), trabalho (portoghese) – ma anche il siciliano travagghiu o il piemontese travaj – non hanno a che fare con la sofferenza solo per similitudine con il “travaglio” italiano. La loro origine, ancora dibattuta, viene tradizionalmente fatta risalire al tripalium (composto dalle parole latine trēs e pālus), che potrebbe indicare tre pali infissi nel terreno a cui venivano legati gli schiavi per essere torturati. Altra corrispondenza, che rimane nell’uso corrente con il francese travail e l’italiano “travaglio”, è una struttura utilizzata tuttora per immobilizzare i cavalli o altri animali durante la ferratura. L’ambivalenza del travaglio come fase del parto e come attività lavorativa è presente nella maggior parte delle lingue appena elencate. In inglese questa corrispondenza invece si trova in labour (similmente anche in spagnolo), che non sorprendemente condivide la stessa origine del lavoro, dal latino labor, “fatica”. Non è quindi un caso (né un indice di una particolare refrattarietà, come a volte viene suggerito) che in napoletano fatica traduca sia lo sforzo fisico che il lavoro vero e proprio, anche nel senso di impiego.


L’idea iniziale di Čapek era di chiamare queste creature laboři ma, sembrando il termine troppo artificioso, cambiò in roboti su suggerimento del fratello, anch’egli scrittore. La parola robota in ceco vuol dire appunto “lavoro forzato”.


Parlando di indolenza non si può che fare riferimento all’ozio e all’importanza di questo valore nella cultura classica. Anche in questo caso non si può che semplificare un’idea che ha avuto diverse accezioni nel tempo. In genere, l’otium presso gli antichi Romani indicava il tempo libero dall’attività lavorativa e dagli affari pubblici (negotia, negazione, attraverso congiunzione negativa nĕc, dell’otium), dedicato, a seconda delle classi, all’esercizio dello spirito e della mente o al semplice svago. Questo concetto era stato importato dall’idea ellenica di skholé, da cui deriva “scuola”. Quello che una volta indicava il tempo liberato dagli obblighi del lavoro e riservato alla cultura dell’animo o alle occupazioni disinteressate, con l’istituzione scolastica contemporanea diventa sempre più il tempo dedicato alla preparazione professionale. Era tuttavia un’altra epoca: il lavoro manuale era disprezzato perché allontanava dall’ozio, ma la società si fondava sulla divisione tra uomini liberi e servi, ai quali ovviamente spettavano i compiti più ingrati che comportavano, come dicevamo, sofferenza e fatica. Possibile che questa stratificazione si ripeta ancora?

Nel 1920 lo scrittore ceco Karel Čapek pubblica il dramma fantascientifico R.U.R. in cui racconta della creazione di automi di natura organica creati per liberare l’umanità dal lavoro. Il titolo sta per Rossumovi univerzální roboti, “I robot universali di Rossum”, in cui il termine robot viene utilizzato per la prima volta nella storia.

Un’immagine della trasposizione di R.U.R. per la BBC del 1938.

L’idea iniziale di Čapek era di chiamare queste creature laboři ma, sembrando il termine troppo artificioso, cambiò in roboti su suggerimento del fratello, anch’egli scrittore. La parola robota in ceco vuol dire appunto “lavoro forzato” (o “lavoro” in altre lingue slave, e possibile radice anche del tedesco Arbeit) e, come nelle preoccupazioni che hanno attraversato tutta la fantascienza e ora l’attualità, i nuovi schiavi finiranno per dare problemi all’umanità fino a rivoltarvisi contro. Alla condizione servile si riferisce anche la parola “mestiere”, dal latino mĭnĭstĕrium (aiuto, servizio) da cui deriva anche “ministro”, un servitore che esercita il suo ufficio per conto di autorità superiori, siano esse politiche o religiose.


Se da un lato ci sono i nuovi servi della gleba, i robot, dall’altro ci sono i nuovi soldati di ventura, i freelancer. Il termine rappresenta mercenari le cui “lance” sono “libere” dal servizio di un unico padrone e quindi disponibili a servire a seconda della convenienza.


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Se da un lato ci sono i nuovi servi della gleba, i robot, dall’altro ci sono i nuovi soldati di ventura, i freelancer. Il termine, reso popolare da Walter Scott col romanzo storico Ivanhoe (ma in realtà già apparso diversi anni prima), rappresenta mercenari le cui “lance” sono “libere” dal servizio di un unico padrone e quindi disponibili a servire a seconda della convenienza. Oggi, più che a un mondo avventuroso, la condizione del freelancer rimanda a una vita di lavoro precario, “lavoro ottenuto per preghiera” secondo l’etimologia latina (da precarius, derivato da prex, “preghiera”). La nuova dimensione del lavoro “libero” implica a volte l’annullamento di un limite dell’orario lavorativo, i cui confini sono sempre mobili nel tempo e nello spazio. Se da un lato la situazione dei lavoratori indipendenti può sembrare complicarsi, in diverse culture del mondo occidentale aumenta anche l’impegno richiesto in campi tradizionali e più regolari per i quali gli straordinari diventano la normalità. Essere sempre impegnati equivale ad essere richiesti sul mercato del lavoro e quindi avere successo nella società; la mancanza di tempo libero è dunque uno status symbol. Se l’eccessivo attaccamento al lavoro dello stacanovismo, dal nome dell’operaio sovietico Aleksej Grigor’evič Stachanov la cui produttività era considerata esemplare per la costruzione del futuro socialista, parte da una matrice ideologica e propagandistica, il termine inglese workaholism riflette maggiormente l’effetto di dipendenza dell’eccessiva indulgenza nel lavoro, associandolo lessicalmente e sintomatologicamente all’alcolismo, e definendolo di fatto un vero e proprio disturbo psicologico. Spostandoci in oriente, in particolare nelle regioni influenzate dal confucianesimo, la morte per eccesso di lavoro è una causa di decesso rilevante, chiamata karōshi in Giappone, gwarosa in Corea del Sud e guolaosi in Cina.

Queste forme estreme di dedizione non rispecchiano che alcune delle diverse etiche del lavoro del mondo contemporaneo. Crescono anche le opinioni di coloro che, visti più che soddisfatti i loro bisogni materiali, mirano a una vita che dà più spazio al tempo libero oppure a un lavoro che ritengono “significativo”, propulsore di cambiamento sociale. Le nuove tecnologie, così come in passato, saranno l’elemento che influenzerà l’etica del lavoro nel futuro prossimo. Che fare se l’avanzata dei robot ci lascerà disoccupati? Beh, se siamo in Francia avremo almeno una consolazione: chômage, “disoccupazione”, viene dal latino caumare, “riposarsi durante il caldo”.
Finalmente, dopo tanto lavoro (e sofferenza).


Fabio Cantile vive in Germania (ma non rimane mai troppo a lungo nello stesso paese) e lavora come traduttore. Si occupa di scienza e cultura.
In copertina: Muratori al lavoro, Ugo Attardi, Tecnica mista su cartone. Courtesy Pananti.

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