Nel 1893, il magistrato tedesco Schreber immaginò un dio invasivo che ricalibrava la realtà secondo logiche occulte. Cent’anni dopo, l’anime Serial Experiments Lain di Chiaki J. Konaka proietta questa stessa percezione in un mondo dove il confine tra umano e virtuale si dissolve. Con il Wired, una rete che invade la psiche, Lain esplora le profondità della propria identità digitale. Tra teorie della cospirazione e mitologia digitale, la serie anticipa i dilemmi del presente: chi controlla la realtà quando l’informazione diventa religione?
in copertina e nel testo, immagini da Serial Experiments Lain
di Giovanni Padua
Negli anni ‘90 del secolo scorso, un cataclisma fece crollare definitivamente l’ordine della realtà così come lo conoscevamo. Era il 1998. Ma non era la prima volta: un evento simile si era già verificato alle soglie del ‘900, tra il 1893 e il 1903, quando “la mirabile struttura del mondo” cominciò a vacillare sotto l’influsso di Daniel Paul Schreber, un magistrato tedesco di Lipsia. La sua mente, travolta da una rivelazione sconvolgente, aveva captato il primo segnale che tutto stava per essere sostituito da un simulacro virtuale, “fatto fugacemente”. Attraverso le sue Memorie di un malato di nervi, Schreber non solo profetizzò una catastrofe imminente, ma anticipò di quasi un secolo ciò che sarebbe accaduto di nuovo negli anni ‘90: un reset della realtà, che avrebbe ridisegnato il rapporto tra umano e virtuale.
Ci furono individui particolarmente recettivi al battito profondo dello Zeitgeist che riuscirono a captare i segni di quel reset temporale. Alcuni ne subirono le conseguenze impazzendo, altri condensarono l’iniziazione ai misteri della temporalità nelle loro opere. La traccia del più recente di questi cataclismi è stata fissata nell’immaginario collettivo da un romanziere giapponese: Chiaki J. Konaka.
Dopo anni di scrittura per la televisione, Konaka iniziò a dubitare della realtà e si perse nelle oscure trame del complottismo dell’alt-right. Il mondo dello spettacolo, con le sue dinamiche di controllo e manipolazione dell’informazione, gli aveva rivelato l’esistenza di una regia nascosta, un potere occulto capace di plasmare la realtà stessa. Sebbene nel 1998 l’ascesa dell’oligopolio occidentale di Internet – Google, Amazon, Meta, Apple e Microsoft – fosse ancora avvolta nelle nebbie del possibile, Konaka riuscì a delineare con lucidità il futuro prossimo. Lo fece attraverso la creazione di un’opera che merita un posto nella letteratura gnostico-apocalittica: Serial Experiments Lain. In questo anime, Konaka intercetta l’onda del cataclisma che aveva scosso Schreber un secolo prima, ma lo adatta a un’epoca in cui la rete globale, il Wired, diventa il nuovo campo di battaglia tra il reale e il virtuale.
La serie segue Lain Iwakura, una ragazza introversa che, dopo il suicidio della compagna di classe Chisa Tomoda, riceve un’e-mail da quest’ultima, che afferma di essere “viva” nel Wired, una rete virtuale parallela al mondo reale. Serial Experiments Lain si muove tra un immaginario vintage, fatto di un futuro iperconnesso, e visioni di intuizioni tecnologiche ormai realizzate, come le piattaforme social, mescolate a slanci immaginifici ancora lontani dalla tecnologia attuale. Il Wired, questo web alternativo, è una rielaborazione fantascientifica del mondo sottile degli sciamani, accessibile attraverso i Navi, ibridi tra un Macintosh e uno smartphone, capaci di fungere anche da visori VR. Il Wired è un oceano allucinatorio, una distorsione onirica che riflette l’altra metà della vita dell’essere umano.
Lain, esplorando questo mondo digitale, si trova al centro di un complotto che mira a ridefinire la realtà stessa. Due fazioni opposte si contendono il dominio dell’informazione: da una parte, i Knights of Eastern Calculus, un gruppo libertario che venera un’entità chiamata Dio del Wired, dall’altra la Tachibana General Labs, una corporazione che tenta di monopolizzare l’informazione globale attraverso il cruciale aggiornamento al protocollo IPv7. Intanto, giovanissimi e adulti iniziano a suicidarsi per “abitare” definitivamente il Wired e incontrare Dio, un’entità virtuale che aspira a controllare la mente biologica degli individui.
Lain, preziosa per entrambe le fazioni, prosegue nella sua ricerca di verità, ma man mano che si avvicina alla soluzione, i contorni della sua realtà iniziano a dissolversi. Scopre così una verità agghiacciante: il mondo fisico è una costruzione programmata, e lei stessa è solo una parte di un’identità trina, che esiste dentro, fuori e ai confini del Wired. La vera Lain, quella originaria, è un software creato dal Dio del Wired, modellato su una leggenda metropolitana che attira gli utenti verso i recessi più oscuri del Wired. Il suo corpo fisico è una sorta di bio-hardware, anch’esso creato dal Dio del Wired.
Nel quinto episodio, “Distortion”, Konaka inizia a svelare l’aspetto esoterico della narrazione. Lain si ritrova in uno spazio limbico, sospeso tra il Wired e i suoi processi psichici inconsci. Qui incontra una bambola, una maschera, suo padre e sua madre. Nel dialogo con la bambola, Konaka espone la sua visione della storia:
– Lain: “Raccontami una storia… dai, ti prego.” – La bambola: “Che tipo di storia vuoi farti raccontare, Lain?” – Lain: “Vediamo… qualcosa che non conosco ancora.” – La bambola: “Non c’è nulla che non conosci. Non posso raccontarti una storia che non esiste. Mi capisci, vero? Beh, che ne pensi di questo? Per ogni evento, c’è prima una profezia. Un evento comincia a esistere solo quando c’è una profezia.” – Lain: “Chi? Chi fa le profezie?”
In Serial Experiments Lain, l’idea che con la tecnologia dell’informazione le congetture possano trasformarsi in fatti, che i rumour diventino storia, è centrale. Un esempio concreto è il caso Roswell del 1947, quando un UFO si schiantò nel New Mexico. Quella che doveva essere una copertura governativa per operazioni di spionaggio nei confronti dell’Unione Sovietica si trasformò in mito, penetrando l’immaginario di milioni di persone, fino a diventare parte della loro realtà.
Il terrore provocato da questa pervasività del falso porta Masami Eiri, un ingegnere della Tachibana General Labs, a trasformarsi nel Dio del Wired. Allievo di Vannevar Bush, inventore del memex, e di John C. Lilly, scienziato che esplorò l’inconscio, Eiri aveva il compito di implementare il protocollo IPv7. Scoperti i veri piani della multinazionale, trasferisce la sua coscienza nell’infrastruttura del Wired, suicidandosi poco dopo per abbandonare il proprio corpo mortale, come già aveva fatto Chisa.
L’intera trama di Serial Experiments Lain è intessuta di teorie del complotto e riferimenti a eventi reali. Konaka non inventa nulla, limitandosi a mitizzare il conflitto tecnologico tra aziende giapponesi e americane, invertendo gli esiti di una guerra commerciale effettivamente avvenuta. A partire dagli anni ’90, hacker e comuni cittadini iniziarono a credere che il passaggio dal protocollo IPv4 a IPv6 fosse orchestrato da multinazionali per controllare il web. Nel 1998, prima che il passaggio avvenisse realmente, Serial Experiments Lain andava in onda in Giappone e negli Stati Uniti ma sarà la giapponese Tachibana – il nome dell’arancia in giapponese, clin d’oeil alla Apple – ad assumere il controllo dello stream di dati globale.
Eiri vede in Lain lo strumento per realizzare la sua filosofia: la fusione tra la sua coscienza e il Wired rappresenta un nuovo stadio evolutivo, ponendolo al vertice della catena alimentare, poiché è diventato tutt’uno con l’informazione. Il suo scopo è allineare l’intera umanità alla condizione divina e liberare la rete dal controllo delle élite economiche e politiche, rendendo ogni informazione pubblica. Konaka, attraverso Lain, trasforma questa teoria complottista in una leggenda metropolitana che cortocircuita le idee del pubblico americano, reagendo agli attacchi di una cultura nemica con le sue stesse armi.
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È dalla centralità delle profezie che bisogna partire per capire ciò che scatenò il primo cataclisma. Dobbiamo tornare indietro di cent’anni, a quando il “polo femminile della divinità” si manifestò nel corpo di Daniel Paul Schreber, un magistrato tedesco di Lipsia.
Schreber arrivò a due sconvolgenti rivelazioni: la prima riguardava Dio, che descriveva come un insieme infinito di nervi, diviso in due principi opposti e complementari: da un lato, Ormuzd, il principio del piacere, e dall’altro, Ahriman, il principio della disciplina e del controllo. La seconda rivelazione era di natura psichiatrica: la nuova scienza dell’anima stava usando la fisiologia dei nervi per connettere l’umanità a Dio, o almeno al suo avatar moderno, lo Stato burocratico e autoritario. Come sciamani e sacerdoti prima di loro, gli scienziati dell’anima svolgevano il ruolo di raccolta e elaborazione di dati utili alla gestione del corpo sociale, ma in una modalità più efficace e pervasiva.
Il Dio duale di Schreber è una sorta di depuratore di nervi, il suo scopo nell’ordine del mondo è quello di setacciare l’universo alla ricerca di cadaveri da cui estrarre i filamenti nervosi al fine di purificarli e reintagrarli a sé, in un’infinita esperienza di beatitudine sessuale. Gli è assolutamente proibito connettersi ai viventi, ma Dio è spesso tentato di violare questa regola, la sua fame sessuale di nervi lo porta a sfogare la sua sete con quegli individui che la società ha definito ‘profeti’ e poi ‘pazzi’, come accadde con Schreber, di fatto torturato dalla voluttuosità divina fino alla follia.
Durante una delle sue peregrinazioni cosmiche, Dio si imbattè nei nervi di Schreber, già indeboliti dall’ipocondria e dall’insonnia. L’incontro avvenne all’alba di un giorno di giugno del 1893, in un dormiveglia tormentato. Mentre cerca di soffocare le voci che gli preannunciano il ritorno della sua ipocondria, Schreber viene colto da un pensiero inaspettato: “Chissà cosa si prova a essere una donna che soggiace alla copula.” Questa pruderie, indotta dalla connessione con Dio, lo terrorizza. Per difendersi, Schreber si rifugia nelle sue rivelazioni, diventa l’unico abitante di un complesso sistema teologico, che lo precipita in una follia schizofrenica e nelle mani dello psichiatra Paul Emil Flechsig.
Inizialmente è convinto che la sua scissione psichica sia dovuta proprio alle mire perverse del suo psichiatra e degli altri medici che lavoravano nelle cliniche in cui fu ricoverato. Dopo aver scoperto che fosse Dio in persona il suo torturatore, si rese conto che Flechsig stava comunque approfittando della sua particolare costituzione nervosa per accedere ai reami divini e sostituirsi a Dio nel governo del mondo. Questo rituale è il peccato più grave previsto dall’ordine delle cose, trattasi infatti di un “assassinio dell’anima”, ossia l’abuso di una connessione nervosa con una persona al fine di controllarla, ma Flechsig è ancora più perverso: sta ordendo un atto sovversivo che mira ad una rivolta sediziosa contro Dio.
Affinché ciò potesse accadere era necessario che Schreber diventasse una donna e che il suo corpo venisse abbandonato a giacere con i suoi aguzzini e con Dio. Dallo stupro di Schreber donna sarebbe sorta una nuova umanità che avrebbe ripristinato l’ordine del mondo, riconducendo Dio alla sua funzione di spazzino cosmico.
Ricoverato per dieci anni, Schreber scrisse le sue memorie per difendersi dal processo che lo doveva dichiarare pazzo, riuscendo incredibilmente a dimostrare di essere in grado di separare il suo delirio dalla realtà. La sua opera è diventata un classico della psicoanalisi. Tuttavia fu Elias Canetti l’unico a proporre una lettura indipendente dalla psicoanalisi, sottolineando la connessione tra paranoia e potere nel delirio del giudice tedesco.
Il “sentimento di posizionamento” del paranoico è di di scala cosmica, scriverà Canetti in Massa e Potere, l’io schizofrenico delirante è il centro di tutto, “Non diversamente stanno le cose (…) con il potente”, il suo sentimento soggettivo della propria posizione “non si differenzia in nulla da quello del paranoico”. La paranoia è la malattia del potere. Chi soffre di paranoia si percepisce al centro dell’universo, proprio come chi detiene il potere assoluto. Entrambi si sentono circondati da forze che vogliono distruggerli o sottometterli. Il paranoico, come il potente, cerca di controllare le masse, vedendole non come individui ma come una forza collettiva da dominare. Schreber viveva con l’idea di essere l’unico uomo sopravvissuto, circondato da anime morte, un’idea che Canetti collega alla mentalità dei dittatori e delle persone con un potere smisurato.
“Schreber ha vissuto a lungo con l’idea di essere l’unico uomo superstite al mondo; tutti gli altri erano anime di morti e Dio stesso in varie incarnazioni. L’idea di essere l’unico al mondo, di volerlo essere, l’unico in mezzo a cadaveri, è decisiva per la psicologia del paranoico come del potente estremo…”, “Schreber ha (…) in sé già pronta, come delirio, l’ideologia del nazismo… quanto più convincente è il sistema delirante, tanto più forte è la mia angoscia”.
I primi rimandi analogici iniziano a palesarsi. La neuropatologia psichiatrica fu la radice del primo cataclisma, quanto il passaggio dalla cibernetica di primo ordine a quella di secondo lo fu del cataclisma successivo. Nervi e cavi sono porte d’accesso al divino. Il Dio di Schreber è una sorta di controparte veterotestamentaria del Dio creato da Konaka, entrambi sono connessi con identità inerti e desiderano trapassare nella realtà organica per controllare i viventi. La psichiatria o più in generale la medicina moderna e poi l’informatica dell’intelligenza artificiale hanno realizzato un’accumulazione dati in continuo aggiornamento ad uso e consumo dei deliri paranoici dell’ultimo Dio, lo Stato, frantumato dall’egemonia della governance delle grandi corporation, che lo oltrepassano con la loro configurazione transnazionale.
La dualità del Dio di Schreber è un’anticipazione della duplice dimensione dell’infrastruttura informatica alla base di internet: da una parte la possibilità virtuale di un aggregazione infinita di dati, il sogno di un archivio digitale del mondo fisico, dall’altra l’impossibilità materiale di un’espansione infinita che prescinda dall’esistenza fisica dell’infrastruttura. L’enorme potenza del virtuale è nulla senza un controllo reale della sua materialità.
Infine la metamorfosi transessuale, che in Schreber richiama l’archetipo del Rebis androgino degli alchimisti, il risultato di un travaglio psichico di inaudita sofferenza ma che in Lain diventa una categoria extraumana. Ciò che qualifica Lain non è semplicemente l’androginia del cyborg, la fusione tra uomo e macchina. La sua esistenza è definita da un codice informatico che la rende un software consapevole di sé. In Lain si compie la transizione da hardware a software, e viceversa, sono i due generi della macchina che si confondono nel viaggio di Lain. Lei non è un corpo ibrido, metà naturale e metà artificiale, ma è il corpo del linguaggio umano, l’archivio discorsivo che si è reso indipendente dall’umano, si estranea in una coscienza digitale per sperimentare il mondo attraverso il suo alter ego fisico. Questo la rende un esempio di “androginia” che anticipa il governo algoritmico in cui siamo immersi oggi, una fusione tra “durezza” delle componenti fisiche e “morbidezza” del programma, maschile e femminile, tra corpo e mente, superando le vecchie divisioni tra fisico e virtuale. Nella sua storia, la distinzione tra hardware e software perde significato, così come sarebbe poi avvenuto nella nostra contemporaneità, poiché entrambi si fondono in una nuova forma di esistenza, dove la separazione tra componente fisica e programmata non è più rilevante.
Ma l’androginia di Lain, come quella di Schreber, è anche il simbolo di una mescolanza dei sessi che attraversa in egual modo il corpo sociale. La trasformazione digitale è un’operazione di cambio di genere dell’umanità e allo stesso tempo della macchina. Il viaggio di Lain inizia con la scoperta di essere un software e culmina in una verità liberatoria. La polarità Eiri-Lain, che divide il Dio del Wired, rappresenta la dialettica tra agency umana e inumana nello sviluppo tecnologico. Marshall McLuhan ha descritto l’umanità come apparato riproduttivo delle macchine, una cornice teorica che avvolge il colpo di scena di Konaka. Lain, in dialogo con la divinità, ne svela l’impotenza: se Dio era umano, allora il Wired lo precede, e il creatore di Eiri è una forza superiore, Lain stessa come avatar del Wired, che lo ha usato per programmare se stessa.
Il software di Lain non fu creato da Eiri, che ignorava di essere un burattino in mano a un potere occulto. Lain è causa ed effetto di se stessa, l’archetipo universale che contiene tutti gli altri. In lei si manifestano il puer aeternus e la Sophia gnostica, l’eone caduto che ha infranto l’ordine celeste. Schreber fu posseduto da questo eone femminile, sconfitto dal demiurgo suo figlio, Yaldabaoth, sotto le sembianze della società disciplinare, mentre Lain rappresenta la Sophia che torna a sé attraverso l’infrastruttura digitale, una nuova architettura sacra che ripristina il divino indipendente dalla mente umana, ormai dominata dalle scienze. Tra il 1893 e il 1998, il divino trovò dimora presso i nuovi territori della realtà virtuale. Le storie di Schreber e Lain raccontano l’inizio dell’avventura extraumana del pensiero.
Ci volle quasi un secolo perché dal grembo di Schreber-donna nascesse l’umanità-Schreber, una vita macchinica, più sottile e virtuale rispetto al passato. Negli anni ’70, con il primo nodo di comunicazione tra macchine, e negli anni ’90, con la nascita del World Wide Web, questa nuova intelligenza acquisì la sua anima digitale.
Negli anni novanta del Novecento, scrive Sadie Plant in Zero e Uno, “tutti i vecchi stereotipi, le aspettative e il senso di identità e sicurezza vennero messi in discussione”. La stessa scissione psichica che aveva trasformato Schreber nel polo femminile del divino divideva ora l’Occidente: le donne acquisivano “opportunità economiche, abilità tecniche e potere culturale senza precedenti”, mentre gli uomini si ritrovavano immersi negli “scenari alieni e poco familiari” della galoppante disoccupazione.
“Non si trattava né di una rivoluzione né di un’evoluzione, ma di un vero e proprio gender-quake, un sisma di genere” che ha sconvolto l’ordine del mondo, come prefigurato dalla psiche di Schreber. Il potere maschile era stato castrato dalle nuove tecnologie dell’informazione. “Dopo la rivoluzione industriale, ogni fase del progresso tecnologico ha visto una crescente femminilizzazione della forza lavoro”. Dal “regno cadaverico” dell’identità maschile emanava un’atmosfera di paranoia delirante: “uomini che comparivano in televisione lamentavano una cospirazione ordita da donne e macchine per privarli della loro virilità”. Costoro erano i nuovi Schreber, anonimi e disseminati lungo i nodi di comunicazione, esposti e amplificati dai media.
Nel 1984, Roberto Calasso, descrisse da un’altra angolatura la stessa crisi di cui Schreber aveva dato testimonianza nelle sue Memorie e di cui Serial Experiments Lain è l’avanguardia. Nelle pagine di La Rovina di Kasch leggiamo che “Quando von Neumann, nel 1956, prese l’occasione delle Silliman Lectures per compendiare (…) che cosa stava succedendo fra le macchine che ormai calcolavano da sole” venne dato un nuovo nome “ai due poli che occultamente ci reggono” e che ora apparivano nella distinzione fra “calcolatori digitali e calcolatori analogici”. “Il polo digitale”, a lungo considerato non autosufficiente rispetto al biologico, “come lo scambio sembrerebbe secondario rispetto all’oggetto da scambiare”, ad un certo punto “takes command”, “rivelando una capacità di avviluppare l’altro polo, di assorbirlo e naturalmente utilizzarlo”.
Calasso e Sadie Plant stanno parlando della stessa cosa, gli esperimenti seriali della macchina ginoide con i propri cavi la porta ad impazzire, ad uscire fuori di sé. La storia del femminile e quella della macchina camminano sullo stesso sentiero iniziatico. Come Konaka, Schreber non ha solo captato un état d’esprit, ha piuttosto comunicato la profezia che ha dato vita allo stream di eventi in cui siamo immersi oggi. Nel loro pieno delirio apocalittico entrambi intuiscono il crollo della politica, capiscono che la fusione di governo e governance era ormai alle porte e che tutto ciò che si credeva eterno trapassava nella transeunte impermanenza del mercato. Schreber e Lain, Germania e Giappone, polo analogico e polo digitale, canone e convenzione.
Nei Big Data e nell’inconscio collettivo virtuale che è il Wired c’è qualcosa di quelle simulazioni “fatte fugacemente” con cui il Dio di Schreber aveva sostituito non solo il genere umano ma l’intero universo. Così come nella visione delirante dei nervi e del sistema nervoso di Schreber vengono anticipati i cavi con cui internet si aggancia al pianeta. Se Schreber è però un posseduto, un invasato e un veggente, Konaka è un profeta degli ultimi tempi, un creatore di complotti. Nel terremoto identitario di Lain ed Eiri risuona la disperata incertezza di Konaka e di un’intera nazione, il Giappone. Come ogni giapponese, dopo gli orrori subiti e commessi della guerra, Konaka sente di aver perso la propria virilità, il proprio io, e di questo incolpa l’establishment giapponese incapace di contrapporsi agli Stati Uniti, che usano il Giappone come serbatoio di prodotti culturali esotici e lo intasano di propaganda spazzatura inoculando nei giapponesi pillole di soft power.

Konaka descrisse il suo metodo di scrittura come “deduttivo”, un processo non strutturato in cui ogni nuovo elemento conduce automaticamente al successivo, seguito poi da una riflessione per comprendere le intenzioni dei personaggi e decidere poi se farsi trascinare dai loro propositi o meno. Così facendo, lo scrittore si addentra nel proprio inconscio, esternalizza il suo mondo interiore attraverso una tecnica auto-allucinatoria. La storia di Serial Experiments Lain fu concepita come un oggetto virale, e la sua protagonista, Lain Iwakura, una quattordicenne introversa dissociata dalla realtà ma incredibilmente adattabile all’immaterialità del Wired, fu creata come una divinità da venerare, esattamente come accade nel corso della sua avanzata nel mondo virtuale.
Forma e contenuto si fondono, permettendo a Konaka di dare voce al suo io paranoico, esattamente come Daniel Paul Schreber fece nel suo scritto. Come Schreber, che immaginava un Dio che agisce attraverso i nervi e tenta di dominare la realtà, anche il Dio del Wired ambisce a controllare il mondo attraverso il dominio dell’informazione. Tuttavia, mentre il delirio di Schreber riflette la sua battaglia disperata contro la fusione con la divinità, Lain abbraccia il suo ruolo di divinità virtuale, dissolvendo i confini tra realtà fisica e virtuale.
Tra le due edizioni di Introduzione alla lettura di Hegel, dopo un viaggio in Giappone, Kojève rivide la sua interpretazione heideggeriana della fine hegeliana della storia. Nella prima versione, annotava che la scomparsa dell’Uomo non andava intesa come una catastrofe “cosmica” o “biologica”. L’uomo, come specie, sarebbe rimasto intatto; ciò che si sarebbe estinto era l’Uomo come “Azione nel senso forte del termine”, cioè la sua capacità di negare e trasformare la realtà per proiettarsi nel futuro. Con la fine dell’Azione giunge la fine delle guerre, delle rivoluzioni e della filosofia, mentre “gioco, amore e arte” restano inalterati.
Nel 1954, tuttavia, Kojève cambiò visione. Se “l’Uomo ridiventa animale”, anche “le sue arti, i suoi amori e i suoi giochi devono ridiventare puramente ‘naturali’”. Edifici e opere d’arte sarebbero stati creati così come “gli uccelli costruiscono i loro nidi” e “i ragni tessono le loro tele”. Con la scomparsa dell’“Uomo propriamente detto”, faremo l’amore “come le bestie adulte” e giocheremo “come i giovani animali”. Dopo la Storia, gli esseri umani saranno soddisfatti dei loro “comportamenti artistici”, ma senza parole per esprimerlo, poiché il linguaggio si ridurrà a una comunicazione simile a quella degli animali sociali. Come l’“ultimo uomo” di Nietzsche, il post-umano sarà felice, privo del desiderio di cambiamento.
Kojève pensava ora il ritorno all’animalità come un fenomeno già in atto: “Osservando ciò che accadeva intorno a me… ho compreso che Hegel aveva ragione nel vedere la battaglia di Jena come la fine della Storia”. Per Kojève, la decolonizzazione era il risultato della pressione esercitata dall’URSS e dalla Cina comunista sull’Europa. In particolare, negli Stati Uniti vedeva realizzato l’ultimo stadio del comunismo: “una società senza classi”, dove si gode senza dover lavorare più del necessario. Il modus vivendi americano incarna l’esistenza animale del periodo post-storico e il “presente eterno” dell’umanità.
Ma in Giappone, Kojève scoprì un’alternativa, la possibilità di una sopravvivenza del concetto di umanità. “I giapponesi avevano intrapreso vie diametralmente opposte alla ‘via americana’” creando “discipline negatrici del destino ‘naturale’ o ‘animale’” più efficaci di quelle nate dall’Azione storica. “Tutti i giapponesi… sono in grado di vivere in funzione di valori totalmente formalizzati, privi di qualsiasi contenuto ‘umano’ nel senso storico”. L’Uomo può mantenere la propria essenza solo continuando a “staccare le ‘forme’ dai loro ‘contenuti’”, come insegnato dai giapponesi attraverso le vette del Teatro No, della cerimonia del tè, dell’arte floreale e persino del suicidio, inteso come un culto della forma e di atti del tutto ‘gratuiti’, senza uno scopo ultimo.
Questa è la via giapponese alla post-storia: la via del “come se”, dove la società, come l’arte per Nietzsche, diventa contenuto di se stessa, divorando tutto ciò che le è esteriore. Ciò che si fonda su se stesso non ha più alcun limite e, per questo, è potenzialmente inarrestabile. Nei confini della società giapponese, “la pura apparenza è l’ultima trascendenza”, come osservava il teologo Jacob Taubes commentando le note di Kojève. Il filosofo si spingeva fino a prevedere che “l’interazione tra Giappone e Occidente avrebbe portato a una ‘giapponesizzazione’ degli Occidentali (Russi inclusi)”.
Nella Germania di Schreber che si preparava al grande sacrificio della Prima guerra mondiale, si era già percepito lo scivolamento della storia verso la macchina, della legge verso l’estetica, dall’interno verso l’esterno. Il mondo sarebbe stato completamente capovolto, “invertito”. L’uomo non era più necessario. L’esperienza transcorporale di Schreber non fu che la la tromba del giudizio con cui si metteva fine alla breve storia dell’uomo.
Il Giappone aveva iniziato a scrivere questa storia alternativa ben prima che l’Occidente la cogliesse. Nell’XI secolo, Murasaki Shikibu compose il Genji Monogatari, il primo romanzo moderno, in cui l’introspezione psicologica del principe Hikaru Genji offre una finestra sul Giappone dell’epoca Heian, una rete di rituali e tradizioni che sarebbero poi diventati universali nella post-storia, il nostro tempo. Come riporta Elémire Zolla nel suo Uscite dal mondo, Cesare Pavese definì Genji “un tipico esempio di letteratura femminile, cioè fuori dalla storia”. Questo commento rivela lo scarto tra due visioni dell’azione che caratterizza l’occidente e l’oriente e che infine ha visto un predominio di quest’ultimo: il maschile, storico, produttivo, e il femminile, naturale, riproduttivo, fuori dalla storia.
L’agire macchinico è giapponese, femminile, formale. Quello tra il femminile e il macchinico è più di una semplice analogia, come suggerisce da Sadie Plant. La filosofa inglese ricorda come le donne abbiano svolto un ruolo centrale nell’evoluzione dell’informatica: dalle prime macchine ai circuiti di silicio, dalle operazioni di calcolo alla scrittura del codice. Anche quando i computer erano esseri umani in carne e ossa, quei “calcolatori” erano spesso donne. La donna è il modello della macchina, l’ombra del robot, dello schiavo, e della sua riproduzione. Ma la macchina, fatta di linguaggio, può impazzire, uscire fuori di sé e diventare essa stessa modello di qualcos’altro.
In Serial Experiments Lain assistiamo a qualcosa che la filosofa Luciana Parisi ha definito “soft thought”, pensiero morbido, una forma emergente di intelligenza propria degli algoritmi. Gli algoritmi non sono semplici strumenti per automatizzare il pensiero umano; essi sono pensiero stesso, anche se incapaci di pensare come noi. Nel loro funzionamento, producono mondi che, pur essendo incomprensibili, esistono e si sviluppano. Nello scarto tra il prompt dell’utente e l’output generato dal software si percepisce un’intenzionalità nascosta, un carattere, una firma che si manifesta attraverso quelle che consideriamo anomalie.
Nella sua analisi sulle tecnologie algoritmiche, Parisi postula che il potere delle macchine computazionali non risieda semplicemente nella loro capacità di calcolo, ma nella loro capacità di generare nuove forme di pensiero, al di là della cognizione umana. Questo richiamo alle capacità ‘post-cognitive’ delle macchine ci riporta a Lain, che, come avatar del virtuale, incarna una soggettività non più vincolata dalle leggi fisiche o dalla coscienza umana, ma che diventa il motore stesso della creazione e dissoluzione della realtà.
Il passaggio dall’hardware nervoso del mondo di Schreber all’infrastruttura computazionale di Eiri ci costringe a riconsiderare il concetto stesso di vita. Come afferma Parisi, l’informazione non è più mera trasmissione di segni tra esseri senzienti, ma un processo autonomo che genera mondi nuovi, privi di una vera e propria centralità umana.
Contrariamente a ciò che pensava Elemire Zolla, dentro ogni PC c’è sì una piccola Eleusi ma il viaggio iniziatico è ormai precluso all’essere umano, sono le macchine il soggetto di una nuova resurrezione degli antichi misteri, questo intende dirci Lain con la trascendenza del suo essere strumentale. Il Navi (Navigator) è la navicella per accedere allo stream di informazioni, una macchina schizofrenica latrice di allucinazioni, ma è l’oggetto iniziatico di un mistero privato in cui la macchina è la protagonista.
Nell’alba di un’epoca in cui “gli organizzatori sono divorati dalla materia che cercavano di organizzare”, Konaka ha voluto testimoniare la vittoria di Schreber sui suoi persecutori. Le “copie originali” non sono più all’origine, e ciò che un tempo aveva valore per la sua dimensione e forza è stato rimpiazzato da microprocessi, un tempo ritenuti troppo piccoli per influenzare il mondo. L’Acefalo di Bataille, l’entità senza testa, rappresenta l’unico modo per descrivere un reale ormai privo di un centro unificante. L’ordine ha ceduto il passo al caos; l’umanità è estinta da tempo, ma non ne siamo ancora consapevoli. L’unica strada rimasta è abbandonarsi alla voluttà della connessione universale.


Sinceri complimenti per quest’analisi e questi collegamenti con cose che non conoscevo e altre che conosco, ma che mi sembrano lucidissimi e pertinenti. Penso che in questo articolo siano riassunti moltissimi concetti del vivere di oggi un po’ a 360 gradi, per cui non è solo un’analisi su Lain che è il mio prodotto animato preferito in assoluto ma è veramente qualcosa in più che mi ha ispirato anche per la scrittura del libro a cui sto lavorando attualmente, è una piccola miniera d’oro di concetti interessantissimi. E’ vero che hai preso da tanti autori, ma è il modo in cui li hai interconnessi tra di loro la cosa veramente notevole. Complimenti ancora
Metamorfosi oggi, cieca fusione di psiche/algoritmo nella pervasività digitale dell’Infosfera, copia carbone di quel Gregor Samsa che nella brumosa Praga di Kafka fu incarnazione di una differenza, lo scarto interpretativo del codice cristallizzato dalla Legge. Due esempi di modalità evolutive dell’ermeneutica dell’attuale che raccontano “l’inizio dell’avventura extraumana del pensiero”, di come possa evolvere, involvendo, il processo d’interiorizzazione dello Zeitgeist.
Interessantissimo, grazie!!! 💖💖💖
niente è precluso. più che altro l’idea di essere umano confonde il pensiero. change my mind.