Serve una cura per l’economia della reputazione


Il nostro mondo sociale ha un’economia difficile da regolare, quella della reputazione: le attenzioni e l’esposizione mediatica sono moneta sonante per le nostre relazioni interpersonali come per quelle politiche ed economiche. Eppure un modo per disinnescare la frenesia ansiogena della gerarchia dell’apparenza esiste.


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di Tommaso Guariento

Questo articolo è una sorta di meditazione, composta di pensieri che cominciano nell’atmosfera violacea che precede il sonno. Non ci sarà quindi la solita lista di nomi o di riferimenti all’una o all’altra corrente di pensiero. In questo testo vorrei provare ad abbandonare l’armamentario teorico, almeno per una volta, e condurre chi legge allo sviluppo di un unico ragionamento, che ha l’ambizione di cogliere l’atmosfera elusiva di una situazione emotiva dai contorni vaghi.  

Tu sei il suono del tuo nome

Almeno come introduzione non posso evitare di fornire qualche coordinata teorica, anche rischiando di contraddire quanto ho appena affermato: qui si parlerà di reputazione, tristezza, cura e automazione. Invece di procurarmi le fonti necessarie a giustificare il mio ragionamento, scelgo volontariamente di non persuadervi con un argomento di autorità o di giustificazione statistica. La mia argomentazione parte da qui: non c’è affezione attualmente più ricercata del sentimento di potere che deriva dalla fama. In questo senso, per fama intendo la riproduzione massiva di un’identità personale (sia questa umana o inanimata, come una merce). Di converso, non c’è sentimento più rifuggito della tristezza che si lega all’anonimia. Anche in questo caso, anonimia non indica semplicemente una condizione sociale, ma una forma più generale di destituzione e nascondimento dell’identità.

La storia dell’accumulazione economica non è che un breve capitolo all’interno di una più vasta saga di ineguaglianze simboliche. Semplicemente, il potere simbolico, essendosi economizzato, e quindi reso numerabile, ha reso possibile la transizione da una dominazione ingiustificata a una dominazione quantificabile.

In questa guerra per il riconoscimento sono in lotta non sono solo i singoli, ma anche gruppi di aggregazione, legati a credenze religiose, convinzioni politiche, o alla triade di race, class and gender. Che si tratti di una guerra è opinabile: in alcuni casi si tratta di una semplice strategia di sopravvivenza, in altri è volutamente condotta con scopi eliminatori. All’interno di questa configurazione fluttuante i singoli si aggregano e si dissociano secondo geometrie variabili, così come i gruppi.

L’aspetto specifico che caratterizza i recenti sviluppi di questa condizione concerne non tanto l’avvenuta dissoluzione dei macro-gruppi – le cosiddette “grandi narrazioni” della religione e dei totalitarismi novecenteschi – quanto l’impossibilità di comprendere la natura dei nuovi legami e delle nuove alleanze.  

Gerarchia del visibile

Se dovessimo sezionare questa azzardata caricatura di società, potremmo dire che esiste una gerarchia del visibile, ovvero una partizione in classi di reputazione, che sono certamente legate alla presenza di altre disuguaglianze (quelle ricordate sopra di classe sociale, razza e genere), ma possono anche manifestare una certa autonomia.

Ma autonomia non significa indifferenza, perché qui non si sta parlando di libero mercato, ma di un nuovo (per quanto antico) elemento di discriminazione. All’interno di un gruppo che vuole portare avanti un certo discorso politico o difendere i diritti di una certa minoranza non esiste una perfetta orizzontalità. Saranno sempre riscontrabili tensioni per l’emergenza o il declino di un singolo o di un sottogruppo.

La visibilità è una qualità viscosa che si trasmette per contatto. Ad esempio: un singolo che momentaneamente si trovi ad aver accumulato un capitale di reputazione preminente, mostrandosi assieme a un altro individuo (o un gruppo) meno riconoscibile, potrà cedere una parte del suo potere. Le ideologie di estrema destra accettano questo fatto come se fosse naturale, una sorta di riflesso di una struttura ontologicamente gerarchica che riverbera in tutti i piani della realtà. Per gli anarchici, invece, si tratta di un grave errore, e la stessa disuguaglianza della (e nella) rappresentazione è da eliminare.  Questa polarizzazione dicotomica, chiaramente, è volutamente sterotipata, poiché è possibile considerare un continuum di posizioni intermedie. L’uso dell’aggettivo “ontologico” in luogo di “biologico” o “sociologico”, è centrale: il problema, in questo caso, è affermare o negare l’esistenza di una gerarchia assoluta di tutte le cose. Diverso è il caso dell’attestazione di una differenza relativa delle caratteristiche intra ed extra-specifiche, o considerare fenomeni come la simbiogenesi o la psicologia evolutiva dell’altruismo: sono questi casi determinati, oggetto di uno studio che non procede interamente da petizioni di principio.

Dipendenza, tristezza, coesione

La reputazione non è più una qualità, ma la quantificazione del poter essere visti, ascoltati, apprezzati. Non è una caratteristica essenziale dei nuovi media, ma una torsione manipolatoria delle grandi piattaforme, indipendentemente dal fatto che queste connettano persone, raccomandino merci, trasportino oggetti o rilascino contenuti d’intrattenimento. È esattamente come l’effetto di una dipendenza non controllata: voglio sempre più riproduzioni ed apprezzamenti di ciò che sono, del mio aspetto o di ciò che penso. Ma anche le merci vogliono questo, e se potessimo ascoltarle, ci direbbero: “scegli me!”

Il problema di questo io che, nel riflettere sé stesso, ingloba l’Altro, è l’elemento corrosivo che si porta dietro. Qui non si sta parlando di nonsense come “atomizzazione della società”, ma del fatto che strutturalmente la dipendenza dalla reputazione ha una funzione di solvente all’interno del milieu dei legami. L’addictiveness della fama è parte di una vasta architettura di dipendenze, che all’interno dell’attuale rapporto capitalistico spazia dall’iperconsumo di antidepressivi, al design delle piattaforme che manipolano consapevolmente le nostre emozioni e consumano le nostre riserve di attenzione.

Dico che parlare di “società atomizzata” non ha senso perché è allo stesso tempo una fantasia fascista e liberale – per gli uni un rischio da fuggire, per gli altri un modello descrittivo adeguato.

La disgregazione è una cosa triste, perché fa cadere quella sensazione di calore, di deresposabilizzazione, affidamento e fiducia che si respira quando si è immersi in un gruppo, nel momento in cui questo è più coeso. Il problema è che le sensazioni sono ambigue, e una descrizione come questa può applicarsi indifferentemente al legame con i camerati, la terra e il sangue di un fascista o all’acefalia di un gruppo rivoluzionario nel 1977 (con questo riferimento obliquo sto parafrasando una nota affermazione di Antonio Negri che descriveva il piacere di perdere i confini del proprio corpo mentre si è immersi in una moltitudine in rivolta).

La differenza è che il primo gruppo è esclusivo e cristallizzante: mira a rafforzare le barriere con l’esterno, mentre il secondo è multiforme, esplosivo e inglobante – come il fuoco, ambisce a sgretolare tutti i confini. Mi si potrebbe obiettare che, data la vaghezza e l’ambivalenza del sentimento di perdita del sé, questi due esempi presentino forti omologie. Il mio personale giudizio è che si tratta di due dispositivi di annullamento dell’identità diversi: il primo mira evidentemente ad una ricostruzione molto più forte dell’identità, che viene dislocato dalla persona al gruppo; il secondo, invece, aveva come obiettivo utopico la critica di ogni nuova riemergenza delle pulsioni di rafforzamento del sé.

I confini, la morte, la cura

Immagina che, di colpo, le barriere fra stati evaporino, che le linee del genere e del colore svaniscano, che le gerarchie fra specie e classi economiche siano solo un ricordo – che forma ha, per te, questo futuro? Ma soprattutto, di chi o cosa avresti cura in questo mondo?

Quando aiuto qualcuno, quando amo qualcuno, quando sono amico di qualcuno, perchè lo sto facendo? Forse perché, di rimbalzo, la mia reputazione riceva un incremento? Questa riflessione nasce da una domanda postami da un’amica: come rendere visibile l’atto di cura? Non sapendo trovare risposta, ho pensato di alterare la questione: e se la cura si opponesse a questo regime di ricerca narcisistica della visibilità?

Poniamo che l’obiettivo di un gruppo sia proprio l’eliminazione dei confini e delle gerarchie summenzionate: esso congiura forse per la sua stessa dissoluzione? Ma per farlo non dovrebbe forse raggiungere l’egemonia, ovvero il potere di visibilità e reputazione assoluta che gli permetterebbe di muoversi agevolmente? Solo che la ricerca del fine intermedio dell’egemonia, come un imperativo ipotetico, potrebbe condurre alla dimenticanza del vero obiettivo, ovvero l’eliminazione delle gerarchie e dei confini e l’instaurazione di un governo cooperativo della cura collettiva.

Eppure l’ordine delle cose sembra muoversi in direzione completamente opposta. Quando dei terroristi oggi compiono stragi, lasciano come traccia le loro immagini, i loro scritti. L’importante è morire nella gloria innescata dalla riproduzione automatizzata dei loro gesti, e dalla catena di commenti e analisi che ne segue.

Il commento di un evento che mira a distruggere per ottenere anche solo per un istante l’ipervisibilità planetaria è esso stesso parte del circolo vizioso della reputazione. Parlare di chi uccide per fama, indipendentemente da ciò che si afferma, è prendere parte al buco nero dell’accumulo di visibilità per contatto. E la morte è sorella della fama, che essa sia donata o che la si riceva.

La cura è diversa, è un obiettivo utopico che si oppone al predominio della reputazione: è momento di arresto, riflessione e condivisione. La cura è un altro modo d’intendere le relazioni fra individui e individui e fra questi e la formazione di gruppi. La cura è un progetto infinito, non un’essenza: viene costruito sommando i singoli gesti, le concatenazioni di pensieri, il flusso delle immagini mentali.

Tu sei il nome di cui ho bisogno

Mentre l’arena del visibile è uno spazio globale, la cura instaura una relazione di prossimità. Non elimina la gerarchia del visibile, ma la contiene. Nell’assemblea, nell’ufficio, nello spazio rigenerato, all’interno delle relazioni interindividuali, la ricerca della ipervisibilità agisce come una forza che tende alla decomposizione e alla frammentazione. Anche nello sgraziato regno delle merci vige la stessa legge, ma dalla serialità e dal valore strutturale che emergono da questo mondo possiamo ricavare un’ulteriore lezione sulla cura.

Come dicevamo, la cura è una tendenza che trattiene la pulsione all’auto-rappresentazione, ma questo non significa che essa sia un moto irrazionale o che non debba essere visibile.

Io sarò sostituibile

La cura, ci insegna il pensiero femminista, è un lavoro – e noi ribadiamo: non è un’essenza, ma un processo, un’opera collettiva. Volendo abbracciare una prospettiva inumana, materialista e razionalista, è necessario imporre alla cura lo stesso trattamento di quantificazione che è stato applicato al potere spettacolare. L’economia della rappresentazione non è aura, carisma, individualità, ma assemblaggio, quantificazione. Allo stesso modo, la cura non è una postura caritatevole (verso l’amico, il bioma, la sconsociuta), è la rivoluzione permanente che si oppone alla vittoria dell’identità e dell’orgoglio. Per questo la cura non deve essere concepita come una naturale tendenza della specie Homo Sapiens alla cooperazione (come vorrebbe il pensiero anarchico), né come una disposizione individuale al sacrificio (come vorrebbe la morale degli schiavi): è un’operazione di riprogrammazione della mesopolitica. In questa strategia di riscrittura delle relazioni interindividuali, inter-oggettuali ed ecologiche il mio stesso apporto non può che essere quantificato e strutturalmente relativo: io, così come ogni altro componente dell’assemblaggio, sono limitato e sostituibile, sono una casella vuota. Con questa spiegazione, ancora insufficiente, non voglio alludere ad una forma razionalizzata di buddhismo, ma a una vera e propria rappresentazione computazionale delle interazioni fra umani e non-umani. Infine, la cura che io posso elargire non deve esaurire le mie energie e non può essere il mio tratto distintivo.

La cooperazione non si oppone in modo semplice alla competizione e non vi è un esito finale, ma un punto di fuga degli immaginari: una catastrofe climatica, una fusione universale con conseguente dissoluzione di tutte le membrane che proteggono gli enti, il superamento della nostra specie. Questi scenari non sono previsioni ma atmosfere, cronotopie dai confini porosi che si espandono e si contraggono nel tempo.

Per concludere: il desiderio di essere riconosciuti non è tratto invariante (della nostra specie, del realismo capitalista), è un fenomeno che si situa ad un livello di descrizione più vago e pervasivo. Ma questo non significa che non si manifesti in sintomi quantificabili. Abbiamo identificato nella cura non tanto una forza che si oppone al narcisismo e alla competizione, ma il punto di partenza per una nuova articolazione delle condizioni di possibilità delle relazioni mesopolitiche, ovvero il livello dal quale partire per ricostruire la grammatica delle relazioni interindividuali, ecologiche e macropolitiche.

Da un punto di vista materialista la cura è la quantità di attenzione che si rivolge ad una persona, a un oggetto o a un insieme di questi (un collettivo, un assemblaggio, un’istituzione, un ecosistema). La cura si oppone al dominio della reputazione poiché pone letteralmente il soggetto fuori di sé. Devia il flusso dell’attenzione dalla circolarità dell’auto-rafforzamento individuale (soggetto – pubblico – soggetto), all’estroflessione (l’ambito delle relazioni di prossimità – il soggetto). Per riformulare le condizioni di possibilità di una nuova macropolitica (ovvero di un piano internazionale ed istituzionale), serve alterare innanzitutto la micropolitica (le relazioni di prossimità, che in antropologia vengono tradotte con “kin”) e la mesopolitica (ovvero la giuntura fra questi due livelli).

Così come la razionalizzazione della fama è la decostruzione del concetto essenzialista di carisma (non una proprietà intrinseca, ma una vasta rete di relazioni), allo stesso modo la cura implica un radicale cambiamento di prospettiva. La cura si rivolge innanzitutto al governo delle relazioni di prossimità intraspecifiche (parentela, amicizia, affetti) ed extra-specifiche (l’ecosistema). In questo senso la cura non è una politica dell’azione diretta e radicale ma si svolge in una serie di micro-alterazioni locali. Per questo una politica della cura non mira ad una destituzione radicale ed immediata dell’esistente, ma a una lenta corrosione delle tendenze identitarie.


Tommaso Guariento è nato a Padova (1985). Ha conseguito un dottorato in Studi Culturali all’Università di Palermo. Vive fra Padova e Parigi. Scrive per l’indiscreto, not, anti-materia, Effimera, Prismo ed Il Lavoro culturale. Si interessa di immagini, antropologia e filosofia politica. da tre anni tiene un corso di visual studies presso la scuola open source di bari.

1 comment on “Serve una cura per l’economia della reputazione

  1. Padulo

    Non ho capito in che modo la pulsione verso l’atto di cura non sarebbe innanzitutto una pulsione “narcisistica”, o comunque un desiderio che è di quel sé da cui la cura dovrebbe allontanare.

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