Il sesso degli angeli


Perché interrogare la pedofilia in letteratura ci porta agli estremi confini di noi stessi e delle menzogne nella nostra società: alcuni interrogativi a partire da Bruciare tutto di Walter Siti.


di Edoardo Rialti

I punti interrogativi non vengono posti abbastanza in profondità.

Wittgenstein

Il suo cuore sarebbe stato sollevato se si fosse trovato al posto giusto.

Flannery O’Connor (in risposta a una lettrice che si era lamentata che i suoi racconti, troppo violenti, “non sollevassero il cuore a fine giornata”)

Il potere e il valore tributato alle provocazioni artistiche è sempre postumo. Quando sono state ben assimilate (verrebbe da dire digerite), quando la forza delle immagini è ormai entrata in circolo, e magari è persino insegnata nei programmi scolastici, allora la loro audacia è ammirata, elogiata, citata come un grande e indisputabile tesoro collettivo.

I parricidi e pervertiti sessuali di Dostoevskij, i serial killer e i poliziotti corrotti (corrotti davvero, altro che le canne del pur buon Rocco Schiavone. Qui si parla di tizi capaci di scendere dal letto in canottiera e bretelle e sparare in faccia a un giapponese in strada, così, tanto per fare un omaggio a Bette Davis) di Ellroy, le blasfemie che ottennero una fatwa a Salman Rushdie (con tanto mondo democratico che a sua volta tentennava nel difenderlo, e l’Osservatore Romano stesso che, con ipocrita equilibrismo, omaggiava la nobile indignazione islamica contro la bestemmia), gli inni al sesso orale di Pasolini coi ragazzetti etero tra i copertoni e i ciuffi d’erba campagna romana, adesso sono letteratura (la parola che Verlaine, la “mogliettina di Satana” per Rimbaud, sfotteva malizioso).

Spesso si tratta di un vero e proprio processo (probabilmente inevitabile e non del tutto negativo) di addomesticamento (come quello che trasforma i lupi in cani), cui contribuiscono la frequentazione abituale, la distanza temporale e spesso la difficoltà stilistica. Le stesse professoresse cattoliche che proibirebbero ai ragazzini delle medie di leggere Hunger Games (troppo violento) non hanno alcun problema a far studiare un cannibale che si pulisce la bocca ai capelli della persona che sta addentando da cosciente, per tutta l’eternità (Inferno XXXIII). In effetti, la scena contemporanea che piú si avvicina a tanti momenti fondamentali dell’Iliade (basti pensare alla violenza che Achille, folle di rabbia, infligge sul cadavere di Ettore) è stata la danza tribale, in diretta televisiva, dei ribelli libici col corpo seviziato di Ghedaffi. Dell’armi onusto de’ nemici uccisi, per citare il paludato Monti delle odiate parafrasi. Da una parte, occorre sempre lottare per permettere alla forza originaria di queste scene del nostro immaginario di colpirci ancora (si possono leggere saggi e saggi sul parricidio in Pascoli e non fermarsi un istante a riflettere sul fatto che quel bambino ha avuto davvero il padre assassinato); dall’altra, questa disponibilità a sentire tutta la forza (spesso sconvolgente) della nostra letteratura passata, è alimentata dalla nostra capacità di esporci al vero banco di prova, quello della letteratura a noi piú contemporanea.

Le generalizzazioni sono sempre pericolose, ma si può ragionevolmente affermare che è proprio questa la cartina di tornasole della nostra ricettività artistica, del nostro lasciarci davvero condurre dove, da soli, non saremmo mai andati, e forse non saremmo mai neppure voluti andare. Al tempo stesso agli estremi confini e nelle piú autentiche profondità di noi stessi. Wilde sosteneva che non esistono libri morali o immorali, ma solo libri scritti bene o scritti male. Chesterton sembra contraddirlo ma in realtà esplora solo un’altra sfaccettatura della stessa intuizione quando afferma che i cattivi libri hanno una morale e i buoni libri sono una morale. Il che non vuol dire che costituiscono una lezione. Piuttosto, al livello piú autentico, ogni espressione artistica, anche nei suoi colpi di scena piú imprevisti, o nelle svolte e scelte piú difficili da sopportare, ci comunica sempre e comunque un sentore stranamente inesorabile. Non sappiamo esprimerlo a parole (e neppure l’autore saprebbe e vorrebbe farlo), ma sentiamo di trovarci e muoverci in uno spazio di verità.  E il turbamento ne è parte integrante tanto quanto la catarsi. Si cita spesso Kafka (“il libro come una piccozza per infrangere il mare ghiacciato dentro di noi”), ma, quando ciò accade, è molto facile rifugiarsi tra le ninnananne che ci fanno addormentare senza problemi.

L’affaire Siti

La letteratura ha d’altronde le spalle larghe, e può sopportare quasi qualsiasi peso. Quasi. Perché poi tutto dipende da come lo si fa, dallo scopo che ci si prefigge, dalle conclusioni che se ne tirano. I pedofili esistono e, se si sente il bisogno di parlarne, lo si può (e forse lo si deve) fare, ma a patto di restare autentici e veri fino alla fine. Che scopo, dunque, si prefigge Siti? 

Michela Marzano

“Bruciare tutto” di Walter Siti (Rizzoli, 2017)

L’ultimo romanzo di Walter Siti, Bruciare tutto, è stato accolto da un uragano di polemiche. A leggere le recensioni dei primi giorni, pareva che il libro non si potesse quasi tenere in mano, quasi scottasse, o emanasse un fetore insopportabile. Persino le difese si appellavano a petizioni di principio sulla libertà artistica (e bla bla bla) ma con grande circospetta cautela sull’addentrarsi nel libro stesso. Tutto questo perché Siti racconta la storia di un sacerdote attratto dai bambini, ma che nella sua unica relazione pedofila anni addietro non è stato coercitivo o ricattatorio, e che, dopo anni di fughe e lotte silenziose, resiste alle avance di un altro bambino, che (anche) per questo rifiuto si uccide. Se il sacerdote fosse stato un vecchio laido alla Svidigrailov o un ipocrita moralista come il Frollo di Hugo, e  se non fosse stato il bambino a proporsi, le manifestazioni di furiosa indignazione non sarebbero certamente state.

È stato paragonato al Coridone di Gide, e naturalmente a I demoni di Dostoevskij (dove la piccola Lisa, dopo essere stata sedotta, si impicca, convinta di aver in qualche modo “ucciso Dio”). In realtà, Siti ha citato anche Giuda l’Oscuro di Hardy (dove c’è un suicidio infantile causato dalla miseria morale ed economica della famiglia, un tema niente affatto secondario e su cui sarà bene ritornare). E il lettore attento troverà anche Chesterton e Proust (con uno dei proverbi dell’indimenticabile cuoca Francoise). Ma l’altro grande punto di riferimento è costituito dai due romanzi di George Bernanos dedicati al sacerdozio cattolico, Sotto il sole di Satana e Diario di un curato di campagna. Le citazioni sono tante, dalla variazione sull’incontro del curato e la Contessa, che in Siti diventa una berlusconian-fallaciana della buona società milanese) al miracolo finale (stavolta mancato) al capezzale di un giovane, al suicidio della giovane Mouchette (“santa Brigida del Nulla”) e Andrea. Ma si tratta d’un dialogo tra testi e autori ben piú vasto e che forse può essere descritto solo con questa citazione dello stesso Bernanos, e che potrebbe benissimo comparire anche nel romanzo di Siti. Per fortuna di Cristoforo Colombo la terra è rotonda; la caravella leggendaria non appena slegati gli ormeggi era già sulla via del ritorno. Ma un altro cammino può tentarsi, dritto, inflessibile, che sempre più si allontana e da cui non si ritorna, nessuno mai. L’altro grande esplicito lo esplicita lo stesso Siti: Pedofilia come metafora? Non saprei spingermi a tanto; gonfiandomi un po’, anzi parecchio, potrei dire che la pedofilia nel mio romanzo ha il medesimo ruolo funzionale che ha la musica nel Doctor Faustus di Thomas Mann.


Avremo sempre motivi per essere spaventati, quando l’arte ci restituisce un’immagine che non corrisponde al racconto edulcorato col quale cerchiamo di leggerci e leggere il mondo intorno a noi.


Con grande acume, il già citato Oscar Wilde notava come la rabbia verso la letteratura cela spesso il dispetto dello sgraziato Calibano sia quando vede che non vede il suo riflesso nell’acqua. Credo sia quello che è successo anche in questo caso. Si bollano facilmente le polemiche come pretestuose, “prive di alcun fondamento” (mentre i censori sguainano sempre e subito la spada delle “scene gratuite”, soprattutto in fatto di sesso. Come se la gratuità fosse un difetto. R. K. Morgan ribatteva “Sarò anche una vecchia troia, ma nella vita ho sempre fatto sesso gratuito”). In realtà, avremo sempre motivi per essere spaventati, quando l’arte ci restituisce un’immagine che non corrisponde al racconto edulcorato col quale cerchiamo di leggerci e leggere il mondo intorno a noi.

Noli me tangere

Il sacrilegio, che deriva necessariamente dall’esistenza di una religione, non può essere compiuto di proposito e con competenza, se non da un credente… La forza del sadismo, il suo fascino, consiste dunque interamente nel piacere proibito di trasferire a Satana gli omaggi e le preghiere che sono dovute a Dio.

J. K. Huysmans, Controcorrente

È interessante notare nella nostra società come ci siano orrori e aberrazioni cui ci si possa riferire, magari scherzandoci su oppure dedicandovi studi complessi, senza la necessità di fare una pausa a metà frase e specificare: “Naturalmente, io non ho MAI desiderato provare il cannibalismo, eh.” Altre realtà parimenti inquietanti invece suscitano subito un profondo disagio, che si fa persino allarmismo, qualora non siano immediatamente incasellate ed esorcizzate con un’esplicita persa di distanza.

La pedofilia è una di queste, anzi indubbiamente costituisce la grande ossessione del nostro tempo. A ciò contribuisce anzitutto un sacrosanto impulso basilare, genetico, l’innato desiderio che proviamo nel proteggere i bambini (una disposizione così radicata che si estende anche ai cuccioli delle altre specie animali. Come notava il filosofo Daniel Dennett, gli autori dei cartoni animati sanno benissimo come sfruttare questo nostro istinto fondamentale. Possono essere anche piccoli di coccodrillo, ma sono così carini). L’investimento emotivo in ballo è così forte che qualunque minaccia ai nostri piccoli ha bisogno di essere identificata con l’orco o il drago nella tana: il sudicio maiale in canottiera sporca, illuminato dalla fredda luce azzurra del pc notturno, mentre grufola disgustoso, oppure l’ecclesiastico mellifluo, che si fa forte del suo potere superiore per compiere di notte coi piú piccoli e indifesi ciò che condanna di giorno negli adulti liberi e consenzienti. Che Siti abbia invece deciso di raccontare un uomo fondamentalmente buono e serio (con una profonda simpatia alla Leon Bloy per le miserie umane, una radicalità che è parte integrante d’una rigidezza confusa, ma che non sposare il Vangelo col perbenismo borghese, ed è capace di accogliere i profughi, disponibile persino a partecipare come testimone a delle nozze gay in comune), costituisce a mio avviso una prima vittoria immaginativa.

Le altre opzioni le conoscevamo già. Affrontando lo stesso abisso nello sguardo di un uomo così dolorosamente serio (Ogni affetto che proviamo ci interroga su quello che siamo: la domanda che dobbiamo farci oggi è “chi è davvero mio fratello?” – si sente dire da molti, e anche da alcuni politici, che non possiamo accogliere i migranti perché in Italia siamo già in troppi: ma se di colpo il tasso di natalità crescesse, e le donne italiane sfornassero nel 2016 cinque milioni di figli, forse non ci sarebbe in Italia posto per loro?) è invece possibile esprimere ed indagare un cortocircuito molto piú tragico e vasto, quello tra la religione e la capacità o meno di affrontare davvero i problemi della identità affettiva e sessuale (Fino ai quattordici anni non capiva bene che cosa gli stesse  succedendo: aveva notato che i corpi dei “grandi”, dei maschi adulti, gli provocavano forti reazioni di disgusto – i rumori delle loro defecazioni, i peli, l’ingombro delle loro pesantezze quando le esponevano d’estate sulle sdraio o giocando a pallone a torso nudo, quell’occupare lo spazio come se ne fossero i padroni e i boia. Non se ne stupiva, lo metteva sul conto della propria timidezza, “non voglio diventare così, non voglio diventare come nessuno”. Nei cuginetti che facevano il bagno si riposava, erano corpi che finivano subito[…]. Il desiderio si precisò mentre in Leo esplodeva il vorticoso big bang di Dio: come due forze opposte ma coincidenti nell’istante zero, anzi misteriosamente complementari – un vuoto infinito penetrato da un infinito pieno… La combattuta decisione del seminario, col pianto di mamma incerto tra paura animale e soddisfazione bigotta, fu insieme un gesto di coraggio e una trincea: tu Dio m’hai messo in questa difficoltà e io ti sfido correndoti tra le braccia). Ci si getta così nei confessionali come fossero docce, per ripulirsi dai pensieri ancora e ancora (e magari se ne fugge dopo avervi incontrato il sorriso complice di chi si mette a cantare la carne dei bambini come fosse un inno sacro medievale di San Bernardo o Ubertino da Casale).

In questa spirale segreta, Dio, con le sue estasi e le sue gioie, è sempre e solo la voce di un Non Devi, mentre Satana (cui Siti tributa una magnifica pagina come Principe ironico del “Quasi”: Leo è ossessionato da un affresco egiziano del VI secolo nel sito paleocristiano di Baouit: un ragazzo dagli occhi cerchiati che sorride ironico. È la piú antica antica raffigurazione di Satana finora conosciuta e non ha nessuno dei tratti laidi o terribili che gli sono stati attribuiti in seguito…un essere quasi perfetto quanto Lui, quasi altrettanto luminoso e potente, è rimbalzato nel vuoto come un’eco del frastuono primigenio. In questa seconda (e quasi immediata) energia-mente si è impiantato il fuoco del “se solo…”: mancava poco, se appena i momenti si fossero invertiti, l’Onnipotente sarei stato io) sussurra “Ne siamo sicuri? Davvero?” Leon Bloy scriveva che Ci sono recessi nel povero cuore dell’uomo che ancora non esistono e nei quali il dolore entra affinché abbiano vita, e Christopher Hitchens chiedeva provocatoriamente Sono parole vere solo per chi crede nella transustanziazione? Verrebbe da fare la stessa domanda riprendendo la frase di Dostoevskij nei Karamazov, su Dio e Satana sempre in lotta nel cuore dell’uomo: è forse una frase vera solo per chi crede nella Chiesa Ortodossa e i suoi staretz? Non solo. Siamo sicuri di sapere chi abbia ragione? E se avessero torto entrambe le parti in gioco? Se non stessimo dibattendoci tra due potenze realmente opposte (comunque le si voglia chiamare) e dessimo solo polarità e volti diversi alla voce spezzata di un monologo male impostato? Il concetto stesso soprannaturale di peccato, ben diverso da quello empirico di sbaglio (magari mostruoso), è alla base di una diseducazione affettiva e d’una violenza ideologica che impedisce davvero di conoscersi, e magari correggersi. Questa provocazione è già insita nelle due citazioni iniziali, dal coraggioso teologo protestante Bonhoeffer (La conoscenza del bene e del male è dunque separazione da Dio) e dello psichiatra Lacan (Chi trascura la legge limitata della parola interumana per una Legge e una Parola Superiore, è un perverso). Resistere o cedere al peccato. Dire sia no che sì, a Dio o a Satana, forse sono tutti modi per saltare le vere domande.

Il sesso degli angeli

L’infanzia – così come noi la concepiamo, come una fase di edenica innocenza – è un’invenzione degli ultimi secoli (dal Romanticismo in poi). Questo non vuol dire che altre epoche e culture non abbiano percepito e difeso alcuni caratteri peculiari dell’essere bambini. Ma, come nota Siti, affermare che i bambini sono nuovi non vuol dire che sono altro. Invece, negli ultimi due secoli e a velocità crescente negli ultimi 50 anni, abbiamo chiesto all’infanzia di essere la nostra memoria photoshoppata. Se la vita adulta è scandita dall’onnipresenza e omnipervasività dell’esperienza e identità sessuale, deve esserci stato un momento, tanto personale quanto collettivo, “al riparo dalla natura”, come scriveva Palazzeschi. Nel crollo del mito religioso dell’eden, abbiamo trasferito la stessa nostalgia sui bambini intorno a noi, ai quali chiediamo di recitare una parte che corrisponda al copione col quale vogliamo rileggere la nostra stessa infanzia. In realtà, questo angelismo di matrice vittoriana volutamente ignora (e quindi rende ben piú difficile e pesante da accompagnare) una sessualità che è già sbocciata (Freud docet) ed è già attiva in modalità sue proprie, ancorché pre-puberali, appunto. Con lo strano e tragico paradosso di accompagnarsi a un contesto verbale e concettuale assolutamente sessualizzato e sessualizzante (dai vestiti ai commenti delle madri in spiaggia sulle figlie in costume. “Vedi come si atteggia già”), basti pensare alla violenza verbale delle cene familiari o della televisione, al consumismo e alla pornografia delle emozioni. Facebook e Instagram pullulano di bambini, felici e infelici, feriti dalle bombe o sorridenti con cravattino e minigonna, che esponiamo per sfoggiare le nostre realizzazioni private o la nostra compassione. Quando, nel romanzo di Siti, i pedofili del deep web commentano la “posa provocante” del piccolo profugo Aylan, morto sulla spiaggia, il pugno nello stomaco dovrebbe farci riflettere su quanto il mondo intero abbia prostituito quella stessa scena nel grande teatro collettivo della commozione a buon mercato.


Come possiamo accompagnare e abbracciare chi si affaccia alla vita in una serena presa di coscienza, se noi per primi trasciniamo pesi che non affrontiamo, e alziamo cortine fumogene che ci fanno oscillare tra una negazione sistematica e acritica dei nostri desideri e una loro realizzazione sconsiderata.


Una delle grandi conquiste artistiche di Siti è proprio mostrare come il rifiuto di Leo alle confuse avances di Andrea («Posso toccarti il pisello? (poi, ripetendo una frase del padre che lo fa sentire adulto ma lo fa anche violentemente arrossire) io vado subito al sodo.») partecipi, pur con le migliori intenzioni, alla generale incapacità degli adulti ad accompagnare le nuove generazioni nella difficile e autentica scoperta di se stessi (“Se era una prova, l’ho superata di slancio”: il primo sentimento è di trionfo – Leo ricostruisce mentalmente l’impeccabile risposta (“io sono capace di leggere dentro l’anima, lo sai? e so che questi atti osceni non si devono fare, li hai imparati dal tuo papà… è una colpa grave che pregiudica tutto il futuro”); ma chissà se “pregiudica” non era un verbo troppo saccente? Mi è venuto spontaneo, da educatore. Andrea si è lasciato prendere da uno dei suoi scatti, è scappato via senza salutare farfugliando che a casa aveva i ravioli in padella. Nella furia ha dimenticato il berretto di lana col pompon blu, con la scusa di riportarglielo domani affronteremo l’argomento con maggiore dolcezza).

In Dostoevskij la piccola Lisa, dopo essere stata violata da Stravoghin, si uccide – lo abbiamo già ricordato – perché sente di aver fatto qualcosa di strano e sbagliato, che ha “ucciso Dio.” Con intelligente capovolgimento, Siti, in una delle pagine piú intense del romanzo, ci fa ascoltare i pensieri di Andrea che, sentendosi rifiutato da quell’adulto gentile che aveva iniziato a caricare dell’affetto mancante in casa e delle sue prime confuse pulsioni erotiche esplicite, vive invece una “morte dell’io” che è il culmine d’una lunga serie di rifiuti, piccoli e grandi, di violenza assorbita, filtrata e mal interpretata come linguaggio e ricatto nelle relazioni, per cui il suicidio è l’ultimo, estremo ennesimo modo per cercare di sentirsi “visto”: per cui il suicidio è un ennesimo modo per cercare di sentirsi “visto”: Andrea è arrabbiatissimo: nessuno vuole che io vado dove voglio andare, ma se ne pentiranno – prendo una sedia e mi dondolo come Pinocchio quando l’hanno trovato impiccato alla quercia. Questi ravioli fanno vomitare perché c’è troppo pangrattato di miseria, alla scuola di cucina dicono in questi casi “pastone indigeribile”. Il pisello di Leo è nascosto e se io ne vado in caccia lo posso trovare come i funghi nel bosco: io sono un principe dello spazio e tutti mi devono ubbidire. Ma Leo si trasporta in Siria perché io sono un infame, come in Star Trek quella palla di pelo contaminata che devono espulgerla dall’astronave e impazzisce chi gli viene a contatto. Pregiudicare il futuro vuol dire che nel futuro io non ci devo essere; io sono sbagliato qui. Ecco i miei giocattoli e i libri, glieli lascio tutti così emettono delle radiazioni che uccidono gli altri bambini contaminati come me. Ramona aveva sei anni, era piccola ma la sua mamma continuerà a vivere perché la vita deve andare avanti – nel mio banco vuoto ci metteranno i fori e la maestra farà svolgere un testo in classe.

E solo una lettura ansiosamente moralista, nel suo bisogno di non sostare un istante sulla vertigine inquietante che questa situazione suscita in noi, può impugnare i pensieri successivi di Leo davanti al cadavere di Andrea (Ho considerato la salvezza della mia miserabile anima più importante del tuo ancora aperto futuro. Perdonami, dovevo accettare di fare l’amore con te, qualunque prezzo mi fosse costato; l’ossessione avvicina a Dio mentre la morale ce ne allontana) come la morale del romanzo e del romanziere. Come si fa a non percepire che questa stessa risposta alla tragedia è parte integrante del problema che si è dipanato lungo tutto il corso del romanzo? Può un cieco guidare un altro cieco, si chiedeva il Cristo dei Vangeli. Come possiamo accompagnare e abbracciare chi si affaccia alla vita in una serena presa di coscienza, in un tifo intelligente e appassionato per se stessi, se noi per primi trasciniamo pesi che non affrontiamo, e alziamo cortine fumogene che ci fanno oscillare tra una negazione sistematica e acritica dei nostri desideri e una loro realizzazione sconsiderata.


Nel romanzo di Siti, siamo obbligati a fronteggiare un concorso di colpa per abdicazione, un mondo di grandi che sbagliano sia quando dicono sì che no, sia quando obbediscono a Dio che quando cedono a Satana. Che al tempo stesso scaricano sui bambini pesi che questi non saprebbero mai portare e si rifiutano di ascoltarli davvero, perché ciò esigerebbe delle risposte a domande che noi per primi non affrontiamo.


In entrambi i casi, non vediamo l’altro (nel caso specifico, il bambino) perché anzitutto non vediamo noi stessi. Tutto questo Siti lo racconta intrecciandolo con pagine meravigliose sulla Milano degli aperitivi e delle scuole per immigrati (Come può essere bella Milano quando il sole la premia e fa brillare i grattacieli come stoviglie nuove: nel cielo di febbraio completamente azzurro solo un cirro bianchissimo vaga come un cucciolo sperso. Ma in due punti dolenti, allo zenith, affiora un sospetto d’impurità che presto si materializza in biancore filamentoso, ectoplasma, eczema della pelle, cellula tumorale o sinapsi nervosa. Due cirri nuovi nuovi emergono tra le torri dalle profondità del nulla e trovando enzimi favorevoli si fortificano, inspessiscono fino a diventare un’unica vera nube, nemmeno più bianca ma gialla e minacciosa verso il Parco Sempione. Sembrava tutto sereno e invece il celeste covava in sé questo magone: così il Male nasce dal Bene) sui profughi (Nyamekye, detto Gian, se lo ricorda l’arrivo nell’isola – anzi, prima il viaggio, la sconvolgente novità del mare: la seta viola che di notte virava al blu-argento, e lui ammaliato a sporgersi dalla murata per ammirarne il gonfiore; e quella striscia bassa di terra che poi era l’Italia, i cani randagi unici guardiani del porto, le palme intraviste dal furgone e i ferri arrugginiti che lo facevano sentire a casa; e il cancello scintillante come una prigione. Ricordi già pronti per trasformarsi in leggenda nella malafede dei giornalisti: intrattenimento, buona coscienza spray per i sensibili di bocca buona; “almeno” rumina Leo in silenzio “avessero l’onestà di fregarsene) sui bambini e le loro solitudini (un bambino da solo non può che aggirarsi smarrito chiedendo alla marmotta o al gibbone di dargli un segno, sbattendo amichevolmente le palpebre. È la favola che Andrea si con cede ogni volta al Museo civico di storia naturale in corso Venezia… Quando il livello di stupidaggini gli sale alla gola, approfittando dell’incuria materna Andrea fa finta di infilarsi nell’atrio della Pozzi e invece dribblando le siepi si imbuca nel metrò; ha imparato a imitare la firma di papà, il giorno dopo presenta la giustificazione. Al museo parla con gli animali, gli racconta di quanto sia duro recitare il ruolo di bambino felice, beati voi che i genitori vi insegnano le cose essenziali e poi via, tra maschio e femmina non state delle ore a litigare). Proprio per questo, ci porta davvero dove forse non saremmo mai andati da soli, dove un abuso può non essere necessariamente coercitivo senza per questo smettere di essere sbagliato, dove magari le vittime sanno cercare di cavarti dei soldi e non perdonarti e perdonarti al tempo stesso. È davvero difficile capire come si possa uscire da un libro del genere senza un rinnovato senso di responsabilità per l’infanzia, per i bambini così come sono, nella loro bellezza e innocenza reale, come dei soggetti e non degli oggetti. Alla fine di Romeo e Giulietta, il Duca di Verona, davanti ai cadaveri dei due adolescenti suicidi, sentenzia Siamo tutti colpevoli”, ed è vero. La tragedia di Shakespeare è appunto quella di due ragazzi che si affacciano alla vita e all’amore e si ostinano a parlare in poesia (anche stilisticamente) anche se sono circondati dalla prosa brutale e cinica degli adulti. Anche nel romanzo di Siti, siamo obbligati a fronteggiare un simile concorso di colpa per abdicazione, un mondo di grandi che sbagliano sia quando dicono sì che no, sia quando obbediscono a Dio che quando cedono a Satana. Che al tempo stesso scaricano sui bambini pesi che questi non saprebbero mai portare (Giuda l’Oscuro) e si rifiutano di ascoltarli davvero, perché ciò esigerebbe delle risposte a domande che noi per primi non affrontiamo. Preferiremmo forse essere cullati nelle nostre previe sicurezze, ma le vere opere d’arte non fanno prediche e non ti fanno impugnare sassi, ma hanno la forza di farti stare o quantomeno sostare nella zona grigia che costituisce l’unico vero mondo che davvero abitiamo, senza ricette o dettati previ, ma solo col peso e la vertigine di scelte che si devono rinnovare e approfondire giorno dopo giorno.


Edoardo Rialti (1982) è traduttore di letteratura anglo-americana e letteratura fantasy, sci-fi, horror, per Mondadori, Lindau, Gargoyle, Multiplayer. Tra gli altri ha tradotto e curato opere di C. S. Lewis, J. Abercrombie, P. Brown, O. Wilde, W. Shakespeare. E’ collaboratore de “Il Foglio” dove si occupa di critica letteraria e ha scritto le biografie a puntate di J. R. R. Tolkien, G. K. Chesterton, C. S. Lewis, C. Hitchens. Ha insegnato in Italia e Canada. Dipendesse da lui, la sua giornata comprenderebbe solo caffè, sport e scrittura.
Copertina: Francis Bacon, Screaming Pope.

1 comment on “Il sesso degli angeli

  1. Olimpia

    Interessante spunto ma non scorre, date un’occhiata prima di pubblicare. La struttura è pesante, la punteggiatura in alcuni punti messa a caso e nella prima parte veramente troppe, troppe parentesi. Certi punti non si capiscono proprio.

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