Cosa significa lavorare per una realtà che sfida i tuoi principi? In questo estratto da Electra di Violetta Bellocchio, l’autrice esplora il paradosso del giornalismo come mestiere, un universo dove compromesso e necessità si intrecciano.
in copertina un’opera di Mario Cocchi: “donna seduta”. Courtesy di casa d’aste pananti.
Questo articolo è un estratto da “Electra” di Violetta Bellocchio. Edito da Il Saggiatore. Ringraziamo l’autrice e la casa editrice per la gentile concessione.
di Violetta Bellocchio
You will be judged by the company you keep: verrai giudicato in base alle persone che frequenti.
Per esempio: una donna bionda sta guardando La prima notte del giudizio seduta sulle scalinate del cinema Anteo. Porta un abito rosso e una collana d’oro. Bella donna. Avanti veloce – una donna bionda ha cambiato faccia e al collo porta le chiavi di casa mentre sta lavorando per un giornale che ha preso il nome dagli antagonisti dello stesso film.
La mobilità è la disponibilità a cedere qualcosa di sé e altro ancora presentare in offerta per meglio mischiarsi con quelli che alla festa ha invitato il padrone, e un bravo infiltrato, ho scoperto, deve saper fingere adesione alle priorità e ai valori del mondo d’arrivo, ma deve sempre ricordarsi di avere un impegno urgentissimo quando qualcuno inizia a dire, allora, per quel traliccio… Devi mischiarti senza contaminare la persona che potresti essere al prossimo incarico.
L’infiltrata era il punto d’arrivo per quello che sto diventando. Sto correndo da un anno, e la Barbara Genova autrice di giornalismo culturale per una rivista di estrema destra che maschera se stessa in maniera più raffinata di altre riviste, quella Barbara sarebbe un’identità di passaggio tra le tante: a renderla più reale è il movimento del denaro.
Mi danno dei soldi. La rivista di destra mi paga.
Alcuni inverni fa, i gioielli da spiaggia li avevo venduti alla titolare di un negozietto (viale Regina Margherita, se deve rimanere agli atti), che mi aveva dato quaranta euro in moneta e mi aveva detto: sono sempre soldi. Anche questi sono sempre soldi. Nessun colpo di fionda ma una finestra sul futuro. Sono soldi e sono miei. Quanto presto posso averne altri di questi soldi? Quanti articoli da 300 dollari mi fanno scrivere al mese?
Succede tutto in un pomeriggio, dopo la mia visita all’Istituto dei Tumori: consegno un articolo d’approfondimento che il giornale pubblica subito, piglio una raffica di complimenti e il supervisore dice, verrai pagata 300 dollari, compila il modulo così possiamo pagarti. Mi parte un attacco d’ansia che dura dodici ore e riparte il mattino seguente con un tremito involontario per cui vado a fumare al parco giochi del paesino, la testa tra le ginocchia, a due metri dai cavalli a dondolo. Non ce la faccio con il modulo. Compilare il modulo è una maratona che va divisa in micro-azioni una ogni 25 minuti. Ma questi soldi mi servono. Il lavoro pagato è il passaporto per la dignità del lavoro pagato. Ho prodotto centinaia di «articoli d’approfondimento» in una vita tanto lontana da sembrare, quella, una scusa tinta di giallo, però non era detto che oltre alla barra poetica e ai racconti biografici la mia seconda persona sapesse argomentare su un tema concordato con il supervisore (la parola «cursed» e la tendenza a percepire le polemiche online come figlie di un incantesimo malvagio, data la neutralità porosa del dibattito), e poi citare studi accademici, aprendo il primo piano alla fragilità di una lingua che può venire sciolta in uno specchio deformante usato contro di noi. L’articolo esce, io ricevo complimenti. Questa lettrice cordiale chi è? Una docente della NYU. Però. Ringrazio, non dico chi sono, rispondo con la verità: era parecchio che non scrivevo un articolo d’approfondimento – forse dovrei farlo più spesso.
L’affanno mi esce dal petto in respiri graduali e si trasforma in elation. Felicità.
Sta’ a vedere che mi era mancata la prosa clinica.
Per gli americani 300 dollari sono poco. Per me sono tutto. Ci posso comprare da mangiare, appena mi arrivano, potrei spendere qualcosa per un paio di calze di nylon. Piccole concessioni editoriali da parte mia prendono l’aspetto di enormi lussi potenziali. Crema per il viso di Lush (trenta euro): un acquisto che mi potrei permettere al trentesimo articolo pagato.
Diamo il benvenuto ai Nuovi Padri Fondatori.
Come ci sei finita a scrivere lì dentro?, chiederà il mio migliore amico, e io anche a lui dirò la verità: avevo una bella lista di pubblicazioni, ho spedito cinque e-mail a cinque redazioni, mi hanno risposto loro e mi hanno dato dei soldi.
Il giornale di destra è stato un incidente, ma io non ho tolto il disturbo quando ho capito dov’ero.
Il migliore amico sarà un americano di sinistra.
La prima scintilla tra di noi – il primo passo per andare a conoscere l’altro – scatterà grazie a uno dei saggi che scriverò su commissione per il giornale di destra.
E il piano di realtà quest’anno è brutale. I giornali di sinistra chiamano soltanto gli amici intimi dotati di Master in Fine Arts, chiudono o ti rispondono sei mesi dopo: aspetta loro e tu sei morto di fame e di sete. I giornali di destra specializzati in filosofia, tecnologia e costume cercano sempre voci fresche e danno una possibilità a chiunque gli bussi alla porta.
Ta-da.
A leggere il nome «Nuovi Fondatori» sul sito dell’azienda mi si gela la bocca. Con chi mi sono messa? Devo usare questo per trovare altro. Chiedo una seconda opinione a un vecchio amico – l’ingegnere di Long Island. Mi stava cercando lui, gli dispiaceva fossi sparita nel nulla. Supero il cocente rimorso per averlo liquidato all’indomani dell’insurrezione (e per lasciarmi tirare scema da un altro, poi, cos’ho fatto), e gli chiedo: almeno legalmente, il sito ti sembra in ordine? Sembra il tipico think tank conservatore, dice lui, e io stavolta non ribatto: homie, no, è molto peggio. Agli occhi di un nativo certe sfumature potranno sfuggire, ma sul sito dell’azienda c’è scritto ovunque «ritorno». Ritorno alla tradizione, ritorno alla sovranità digitale, ritorno alla spiritualità.
Traccio una doppia linea nella sabbia a «glorificazione di reati violenti» e «transfobia». Se fanno mosse in quel senso, io non posso restare.
Con il Fondatore dell’azienda non parlo in tempo reale. Ma è un maschio adulto che ha scritto libri normali nell’ultimo decennio. Se ha deciso di saltare trecento passi a destra, per inseguire il dragone del Ritorno alle Origini, ha fatto tutto lui da solo. Il mio supervisore è un misantropo del Delaware che un tetto sopra la testa deve avercelo se lavora da remoto in una casa o in un capanno degli attrezzi sul fuso orario della East Coast.
Da un lato, questi pensano in grande. C’è da imparare. Lavorano notte e giorno. Ci danno dentro. Producono sempre nuovo materiale. Dall’altro, sono dei nazi – dall’altro lato, i Nuovi Fondatori ci danno dentro al punto di battezzarsi loro con il nome dei cattivi sostenitori dell’eugenetica in una serie di film dell’orrore.
I cattivi che alla fine perdono.
Ci sono dei precedenti. La campagna digitale Trump 2020 si vantava di aver costruito una vera e propria Death Star, «Morte Nera», e con quello intendeva una macchina da guerra indistruttibile. La Morte Nera è la stazione spaziale dei cattivi che viene distrutta nel primo Guerre stellari, perciò è d’obbligo chiedersi, questa gente ha mai visto un film dall’inizio alla fine?, ma la destra adora darsi i nomi dei cattivi che perdono. Temo sia un gesto di reclaiming culturale: riprendersi il pallone sgonfio dal prato della casa maledetta e dire che la sinistra gliel’ha bucato.
Il mio supervisore – chiamiamolo Jordan – il mio supervi- sore, il misantropo del Delaware, l’ho incrociato nel circuito delle riviste letterarie ed è con lui che mi si risveglia la disciplina del lavoro critico. Con lui è tutto pensiero. Lui mi vede. Occhiali, muso arcigno. A lui mostro qualcosa di vero. «Assembly cut» è il nome che io do alla mia prima buona stesura. Prendilo come un assembly cut, dico a Jordan per l’articolo sull’auto-diagnosi paranoica in allegato: prendilo come il primo montaggio di un film pronto per l’energia di qualcun altro. Jordan guarda molti film, sa cos’è un assembly cut. Lui conosce la mia lingua. Jordan mi vede.
Non posso. Con lui non posso.
La scrittrice Barbara Genova prova sempre cinque minuti di totale disponibilità – attenti, attenti, non è una spinta sessuale ma è disponibilità geografica nei confronti degli uomini che si congratulano per il suo stile. La sua mano. It’s terrific. Thank-you. Where did you say you live? Grazie, dove hai detto che abiti? Domanda implicita: posso essere la donna che tieni a vivere nella rimessa per le barche? Non ho intenzione di riferire quante volte, nonostante la miseria, io controlli il prezzo dei voli, gli scali e la temperatura registrata l’autunno passato. Con il mio supervisore non lo faccio. Jordan legge le mie prime buone stesure, è come se mi avesse sentito parlare nel sonno. Con lui non posso.
La penultima volta lo faccio per un uomo che abita a Miami, Florida. Questo è un cubano di destra – no, ok, no. È troppo. Con questo ci puoi diventare amica, ci potevi andare in vacanza vent’anni fa, un domani ci puoi andare a mangiare le patate fritte mentre mandi al diavolo una festa noiosa, ma non lo vai a trovare «per vedere cosa succede». Certo è un uomo seducente, racconta la sua città con uno smalto che non ha nessun altro. Quando sta nel suo, è il numero uno. Ha molto talento. La sola cosa che ti eccita davvero è il talento. Quest’uomo scrive su giornali di destra, vota a destra, se vota, ma di quegli schieramenti dice di non amare l’ipocrisia, il moralismo, l’assenza di gusto.
A tratti la posa distaccata alla tanto fa tutto schifo non si distingue dal fervore dei veri credenti.
La destra occidentale da tutto assorbe simboli, episodi, suggestioni, slogan e immagini, li ficca in un miscelatore Moulinex da cui esce una narrazione universale in larga misura composta da nuovi trucchi per fare i soldi, amministrare i soldi e preoccuparsi di avere sempre più soldi. La destra occidentale costruisce e adopera una macchina automatica per la radicalizzazione spontanea: le persone dentro la bolla consumano media che vengono prodotti dentro la bolla; i soldi non durano mai; le stesse persone producono gli stessi media per affermarsi tra i propri pari e autoproclamarsi leader di pensiero dopo aver intasato a dovere il campo da gioco. Non sfogliano un giornale qualsiasi, non guardano la CNN o un talk show neanche per sfottere l’abbigliamento dei presentatori. Sono andati oltre.
Gli uomini che noi chiamiamo Bitcoin Nazis (estremisti amanti delle criptovalute) sono quelli che dalla bassa California traslocano urlando in Texas o in Montana. Dove lavorano da casa, urlando, per avere meno tasse e più possibilità di sparare – nessuno deve dirgli come vivere!, tanto meno lo Stato!; alcuni vendono caffè agli ex militari o a quelli che avrebbero voluto entrare nell’esercito, alcuni danno consigli su come sviluppare una piccola azienda, altri si specializzano nella difesa personale – allarmi, armi da taglio e da fuoco, gear, cocktail multivitaminici, metodi e farmaci per farsi il fisico, perdere peso o aumentare la massa muscolare. Vendono sistemi per diventare ricchi lavorando nel weekend. Hanno tutti un flusso di prodotto in streaming, si filmano in automobile, attizzano una polemica al minuto, promuovono audio, promuovono video. Condividono e ammirano le fotografie di certe serate-evento, raduni spettacolari a New York e a Miami, dove è probabile sia Peter Thiel a pagare il conto, e sta girando una frase che viene elevata alla prima cosa da sapere su di te in un profilo dedicato ai rendez-vous romantici: «God Wins», Dio vince.
Bitcoin, Dio e le armi da fuoco.
Come conciliano fede e tecnologia i Bitcoin Nazi? Dicono che dietro a tutto, incluse le criptovalute, c’è la volontà del Dio dell’Antico Testamento, e che alla fine Dio vince.
Sono tutti cristiani di una fede aberrante, i cattolici per tenere il ritmo diventano sede-vacantisti. Gli piace il Dio che si vendica con gli occhi laser. Quel Dio vince è una minaccia: Dio è il loro teschio del Punitore. Prepper, quasi tutti, si tengono pronti a una serie di cataclismi irrimediabili, credono di avere sia il diritto sia le capacità di sopravvivere a un collasso globale vicinissimo. Ma quello che veramente li fa incazzare è lo Stato. Le restrizioni in pandemia hanno marcato il punto di non ri- torno. È lo Stato che odiano, lo Stato come concetto. Nessuno deve dirmi come vivere!, lo Stato!, sì sì Eric, lo Stato.
Diventa piacevole confondersi con loro, nella misura del piacere oscuro che possa dare l’atto dello spulciare le loro ossessioni documentate in differita di due o tre giorni: per lavoro devo fingere che i loro limiti psichiatrici abbiano un senso sociale – oddio questi vogliono l’anti-Papa – devo simulare neutralità e allargare le dita della mano a formare un’intesa, cercare lo sguardo degli uomini impiegati alla fabbrica dei paragrafi per quotidiani e riviste di opposta matrice politica:
il lavoro
il lavoro
ci tocca
ci tocca
pagano?
pagano
il lavoro è lavoro.
Una donna bionda stava guardando La prima notte del giudizio seduta sulle scalinate del cinema Anteo. Oggi la stessa donna lavora da remoto per una media company che potrebbe aver deciso è giunta l’ora di trasportare nella realtà il set valoriale dei cattivi di quella serie. (I cattivi che perdono! Rifanno le elezioni e tutto!) Io sono bianca, loro vedono le foto di schiena, i capelli biondi, all’analisi del sangue o del capello o del midollo forse non sarei bianca come piace a loro: posso sembrare una russa o una francese, sono una stracciona mediterranea di pelle chiara. Un souvenir da dopo-sbarco. Ma potremmo trovare un accordo.
Gli estremisti finanziano cultura ogni giorno. L’estrema destra corteggia un particolare genere di artista «non allineato» – gli eterodossi, i marginali, i decaduti, i mai famosi, uomini e donne dal carattere aspro che stentano a inserirsi in un gruppo di lavoro perché credono di valere di più, da un lato, e dall’altro si ripetono che a ogni modo fa tutto schifo e il nemico è alle porte – per loro e con loro l’estrema destra produce sontuose riviste illustrate, produce convegni, produce piattaforme ambiziose, produce opere d’arte che paga subito.
È così che funziona il più delle volte. Tu finisci in un posto, nessuno ti dice che lì non ci puoi stare, qualcuno ti dice che sei bravo, ti arriva qualche soldo, arrivano dieci amichetti nuovi di zecca, tanti complimenti, e tu sei lì, unico testimone di dove ti abbia condotto il drift.
Drifter è il nome comune assegnato all’uomo e alla donna senza fissa dimora. Mischiarsi non è mai stato così facile. Devo risultare plastica e ben allenata al ruolo della firma cresciuta in terra incognita che analizza la lingua inglese e la cultura contemporanea, forse basta apparire sulle riviste giuste, e dev’essere tutto molto fluido se per alcune settimane in autunno il miliardario investitore Marc Andreessen mi segue sui social quando un aggregatore di destra rilancia il mio saggio sulla perdita d’identità; Marc Andreessen vuole la mia voce nel barile di «contenuti» da cui pesca per sentirsi dare ragione.
Potremmo trovare un accordo.
Potrei diventare una di loro, essere io un Bitcoin Nazi – no, ho esaurito il capitale di partenza, e i risparmi da bruciare in scommesse sull’intelligenza artificiale o qualunque sia l’ultimo trastullo per pochi al momento di chiudere questa storia, ma potrei forse diventare la donna di un Bitcoin Nazi che si stringe nelle spalle – a Eric piace così – oh, io questo non lo posso escludere. Vorrei tanto escluderlo, ma di quanti soldi stiamo parlando? A quanti pranzi devo sedermi? Devo anche dargli ragione? O posso alzare gli occhi al soffitto con eleganza europea? Sì, i nazi anti-Stato ci sono anche da noi, un uomo deve pur avercelo un hobby? Dove riparo quando perdo interesse? E nel caso raro sia lui a stancarsi, chi mi raccoglie in quale abitazione privata? Quanti mecenati può avere un’artista qui dentro? Gli scapoli sono poco propensi a mantenere future mogli (la misantropia è un treno sui giusti e sugli ingiusti), gli ammogliati amano dipingere le donne come condor che sorvolano gli studi legali, però, lo stesso, in questa scena qualche amico me lo faccio. Alcuni sono avventurieri, cronisti: mutaforma per vocazione. Con altri è più un, welcome to the tribe. Benvenuta nel regno di quelli che lavorano per i giornali.
Sei una di noi.
Sei una voce senza volto che firma articoli rispettabili su un giornale in transito dalla destra all’estrema destra, non hai un brand ma potresti farti un nome. Se scopri un tasto dolente e insisti su quello.
E tra uno scrittore e centinaia di dollari a botta, i più trovano un accordo, oppure dirottano un talento sovrumano nella corsia del non impicciarsi nell’ideologia di chi paga. Separare. Linee. Buona condotta. Il mestiere. Denaro per cessione di beni e servizi. Tramite me nel giornale di destra ci finisce un ragazzo, Matt, un giovane poeta. Lo fanno scrivere di tv, a lui non interessa e lo nasconde bene: the pay is hella good. Un lavoro ci voleva per tutti e due. Matt fa i turni a un ristorante di pesce nella sua città natale, credo che con i suoi soldi risolva le bollette arretrate. Credo che lui il mission statement dell’azienda non lo guardi nemmeno. Il mio cognome Matt lo pronuncia Ge-no-va, l’accento sulla seconda sillaba.
A ogni bello il tuo articolo, io vorrei chiedere: hai visto su quale giornale è uscito?
Continuo a farmi amici. Il cubano è bravo. Il dominicano è furbo. Quelli del Montana dicono di essersi abituati ai tornado. Avere un giornale accelera un processo per cui senza la minima resistenza Barbara Genova sta diventando puro lavoro, puro codice svincolato da qualsiasi corpo, ma i lettori abituali e i close companions – gli amici del cuore – sono tutti uomini. È curioso, annoto nel mio diario, they don’t display any personal desire to own. Questi uomini non mostrano alcun desiderio individuale di possedere Barbara. Vogliono parlare con me.
Nessuno mi sta dicendo: fai questo, fai quello.
Nessuno mi dice: sei questo, sei quello.
Regole, perché mi piace parlare con gli uomini: goditi la conversazione, prendi i complimenti e ricordati di farne a tua volta, non aprire finestre in simultanea, non andare a vedere che tempo fa e quanto costa il biglietto aereo. (Tanto nessuno te lo pagherebbe.) E non finire nel bunker di uno di questi senza una via d’uscita da ogni stanza in ogni minuto. Spalle al muro e guarda le uscite. Ci vuol poco a declinare gli inviti, non sei ancora materiale da festa a palazzo, ma dovesse succedere –
It’s fine. Take the money.
Sta’ zitta e lavora, aspettando la stagione in cui la bolla scoppierà e tutto diventerà insostenibile e grottesco dalla sera alla mattina.
violetta bellocchio (Milano, 1977) è scrittrice, traduttrice e giornalista. Autrice del memoir di successo Il corpo non dimentica (2014), nel 2019 è stata voce e autrice del podcast Daimon. Con lo pseudonimo Barbara Genova ha pubblicato su diverse riviste online in lingua inglese. In seguito ai fatti ricostruiti in questo libro ha abbandonato la vita pubblica e si è resa irreperibile per alcuni anni.



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