Siamo una società malata di autofiction?



Gli effetti, in larga parte deleteri, del dilagare della cultura del sé derivata dai social network, incontrano il bisogno di espressione di comunità generalmente escluse dalle rappresentazioni mainstream: ma qual è il bilancio del potere ambiguo dell’autonarrazione?


In copertina e nel testo, Anish Kapoor, Sky Mirror in Kensington Gardens

di Irene Doda

Alle presentazioni dei libri, una delle domande che più frequentemente mi capita di sentir rivolgere all’autore o autrice è “quanto c’è di autobiografico in quest’opera?” Siamo interessati a comprendere l’arte filtrandola attraverso le lenti dell’esperienza personale. I critici della letteratura autobiografica legano l’attenzione dei lettori e dell’editoria libraria per l’autofiction a un’ossessione narcisista di una società malata di social network e di rappresentazione del sé. Una realtà in cui ci troviamo a considerare che anche “la più piccola micronarrazione soggettiva meriti non solo un’annotazione privata, come in un diario, ma una condivisione con altra gente”, per usare le parole di Jonathan Franzen. 

Del romanzo autobiografico come genere che ha definito gli anni Dieci del Ventunesimo secolo si è parlato ampiamente. La non-fiction biografica ha dominato l’esperienza di lettura dell’ultimo decennio. Il confine tra realtà e finzione è sempre più sfumato. “Negli ultimi anni è stata forte la sensazione di una realtà cannibale che avrebbe mangiato la letteratura, laddove il passaggio dall’uno all’altra è diventato sempre più sottile, ai limiti dell’impercettibilità. Un profluvio di cronache dalla depressione, dalla paternità, dalla malattia. Storie spesso definite urgenti che hanno piuttosto fatto diventare urgente la domanda: ma allora cosa trasforma l’esperienza in arte?” si chiede Cristiano de Majo su Rivista Studio.  Non solo autofiction, ma anche autotheory, saggistica costruita a partire dal vissuto personale. Che l’autonarrazione sia o meno una malattia della letteratura contemporanea è una domanda che lascio volentieri ai critici. È innegabile però che il panorama del mercato culturale abbia trasformato gli artisti in brand, proiettandoli in una giostra infinita di rappresentazioni di se stessi, una spirale di presentazioni, autopromozione, networking e luci di palcoscenico, in cui non è solo la loro opera ma sono loro stessi, il loro corpo e la loro esistenza a divenire parte del prodotto venduto. Anche chi non si racconta in un’opera è esposto alla brandizzazione, ai colpi di frusta delle agenzie e degli uffici stampa; la cultura si configura mestiere alimentato dall’angoscia dell’assenza (o potremmo dire dalla FOMO). L’ambiguità della narrazione di sé come strumento comunicativo non riguarda solo il mercato letterario, né si riduce esclusivamente a una questione di narratologia. L’auto narrazione è inserita in un meccanismo di mercato, che interessa una pluralità di industrie e di comportamenti di consumo.  

Una tecnica particolarmente in voga tra i venditori di prodotti di bellezza è quella di non mostrare mai, in nessun caso, il prodotto. Il focus del possibile consumatore deve essere sulla persona che lo utilizza. Vendere un prodotto è vendere uno stile di vita, un modello di crescita personale, un pacchetto di valori. Se questa frase l’avete già sentita in Mad Men, è diventata ancora più vera al tempo dell’influencer marketing

Produzione di soggettività

Non credo di dover affrontare in modo dettagliato come l’infrastruttura dei social network ci spinga a raccontarci continuamente. D’altronde ci alziamo la mattina e mentre beviamo il caffè un’app ci chiede “a cosa stiamo pensando”. I dati personali, i big data, la traslazione informatica di elementi personali come preferenze, legami sociali ed emozioni, non sono altro che una forma di auto narrazione inserita all’interno di un sistema globale. L’infrastruttura di social network si nutre delle informazioni fornite volontariamente. Nonostante i proclami sulla disconnessione radicale, vivere nell’oggi significa vivere in connessione profonda con i nostri dati, con cui intratteniamo uno scambio continuo, un legame umano-macchina molto profondo. Noi siamo anche le nostre rappresentazioni online, siamo quello che fluisce nelle profondità del web, cyborg fisici ed emotivi. Ci costruiamo e ci rappresentiamo all’interno di un’infrastruttura privata in cui la soggettività è un fattore di produzione di enorme valore. «La messa a valore di emozioni e sentimenti nella razionalità umana non è evidentemente sfuggita alla “razionalità economica” (e forse dovremmo dire all’emotività economica”) neoliberista, e sta diventando centrale nel processo di valorizzazione» scrive Giorgio Griziotti nel suo saggio Big Emotional Data.  Ci raccontiamo in uno spazio privato, in uno spazio non libero, ma anzi, dove la predazione dell’industria e del marketing è più feroce che mai. 

Autobiografia come sovversione

Le nostre autobiografie, i racconti della nostra intimità vivono in spazi ambigui: spazi di espressione del sé cannibalizzati da infrastrutture di rete che emanano un potere diffuso. Un potere reticolare che arriva molto vicino alle nostre emozioni, che non solo accompagna, ma addirittura spinge, la nostra narrazione personale. Ci soggettiviamo e ci definiamo anche in base a quello che raccontiamo di noi stessi online. Questa continua autorappresentazione è la cifra di un potere infrastrutturale che ci spinge a farlo e che si nutre dei nostri dati e delle nostre storie per rafforzarsi. Una trappola focaultiana perfetta. 

Eppure, nelle filosofie radicali, nel pensiero femminista materialista e per l’affermazione di diverse soggettività oppresse, raccontarsi è un’arma di resistenza. La stessa Donna Haraway parla di saperi situati: conoscenze che si radicano nei corpi e dai corpi prendono la loro potenza. Il corpo, il sé, è il punto di partenza per la costruzione di un immaginario, e di un mondo, alternativi. 

«Il corpo emerge, nell’autobiografia femminile, come luogo privilegiato per l’espressione della soggettività, nella misura in cui esso rappresenta, proprio come la donna, lo spazio occultato, invisibile e represso sul quale si è costruita e mantenuta l’identità egemonica dell’Autore autobiografico: il Soggetto universale prodotto dalla tradizione umanistica e illuminista della filosofia occidentale» scrive Celeste Iannicello su Roots Routes.

Artiste come Audre Lorde hanno incoronato l’esperienza quotidiana come punto di partenza del proprio pensiero. Usando la metafora materica della scultura, Lorde scrive che «i più lontani orizzonti delle nostre speranze e paure sono lastricati dalle nostre poesie, scolpite nella roccia delle nostre esperienze quotidiane». 

La questione dell’autorappresentazione e dell’autobiografia sono, credo, tra le più interessanti del nostro tempo: vezzi narcisisti di una generazione nativa digitale, dispositivi di potere di grandi multinazionali, strumenti di resistenza. 

Noi, che viviamo in continua relazione con la macchina – sempre per citare Haraway, viviamo da cyborg – dobbiamo abitare e raccontarci in questo spazio liminale: consapevoli del potere reticolare, diffuso, microfisico, ma contemporaneamente cercando un’autoaffermazione in un’infrastruttura totalizzante, sfruttandone le crepe. Possiamo usare lo strumento della rete come mezzo (impuro e controverso) per una contro-produzione delle nostre soggettività, una narrazione e un immaginario resistente. 

Per tornare alla questione con cui ho aperto l’analisi: siamo una società malata di autofiction? Forse sì.  Da una parte non riesco a non vedere nel disprezzo di una parte del mondo culturale verso il genere del memoir un rifiuto verso le esperienze di soggettività marginalizzate e una celebrazione del punto di vista universale e universalizzante. Partire da sé è il modo di fare uscire dall’ombra storie nascoste o cancellate. Forse in questo internet ci ha dato una mano, è vero: la continua pressione a raccontarci ha dato la spinta a una resistenza attiva da parte di soggetti cancellati dalle grandi narrazioni universali, che hanno trovato nella rete un mezzo espressivo utile e uno spazio per contro-soggettivarsi in modo sicuro. Gli effetti, in larga parte deleteri, del dilagare della cultura del sé derivata dai social network, incontrano il bisogno di espressione di comunità generalmente escluse dalle rappresentazioni mainstream: l’effetto finale è un corollario positivo, la possibilità degli spazi online di ospitare narrazioni autentiche.  

Per contro, non dobbiamo dimenticare in che modo il potere reticolare opera: inglobando e normalizzando anche anche  le istanze più radicali. Diviene essenziale quindi andare a caccia di alternative: dobbiamo immaginare infrastrutture diverse da quelle delle piattaforme private, che mettano realmente in crisi il modello di produzione della soggettività e di autorappresentazione, non solo a livello simbolico ma anche materiale. Dai margini, possiamo fare nostra tutta la potenza dell’autonarrazione: una potenza che vive nello spazio ambiguo del capitalismo delle piattaforme, ma che può costituire un punto di partenza per la costruzione di nuove opportunità.


Irene Doda ha 27 anni e vive in Romagna. Scrive su varie testate, tra cui Il Tascabile, Jacobin Italia e la rivista letteraria inutile.  A tempo perso fa la lavoratrice precaria nell’industria tech. Scrive e parla anche per il progetto Anticurriculum, che è un blog e un podcast sul mondo del lavoro contemporaneo.

 

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2 comments on “Siamo una società malata di autofiction?

  1. Ottimo Lavoro Irene, un pensiero critico, lucido e documentato in una persona giovane ě un grande annuncio di speranza nell’epoca miserrima degli influencer, un anti valore poichě certo non esisterebbero se non ci fosse chi non ha pensiero critico e si fa influenzare.

  2. Elisa Sabattini

    Davvero un’analisi interessante, sulla quale peraltro, mi trovo estremamente d’accordo. In primis rispetto al mondo dell’arte contemporanea, che non parla più dei grandi temi universali, ma diventa un mezzo per esprimere la singolarità – intesa come concetto altro rispetto a quello di soggettività – del sè.

    Grazie.

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