Solo le bestie, Giammarco di Biase



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In copertina, elaborazione da un’opera courtesy Pananti

Di Giulia Bocchio

Se accetti di scavare nel ventre dell’esistenza, devi accettare la condizione viscerale di certe verità ontologiche e che anche lo straniamento è, a suo modo, rivelazione. Bisogna allora procedere per scarti e associazioni, per corruttibilità, la condizione per eccellenza di chi è mortale e finito, di chi sa che il sangue è solo il contenuto di un labirinto che ha pareti strane, chiamate vene. Prova a spaccarne una, a emozionarti per lo sgorgo o lo zampillo. Prova, adesso, a tamponare. È tardi? Chi lo sa. Ma Giammarco di Biase ha provato a riformulare personalmente le domande più intime perché in possesso di risposte amare e le ha affidate ai versi delle bestie, perché Solo le bestie possono vegliare su certi incubi notturni.
In questa raccolta, edita da Marco Saya, ogni componimento procede per accumulazione e frantumazione simultanea, creando un ritmo sincopato che mima l’urgenza di una visione perché il lessico, in fondo, attinge a registri diversissimi, dall’aulico, al corporeo, al tecnico, al quotidiano, senza sosta e senza cercare una sintesi: le contraddizioni servono anche a generare energia semantica. E la poesia può permetterselo.
C’è, in entrambe le parti che compongono l’opera, quella strana pulchritude di cui parlava David Foster Wallace, ovvero il paradosso estetico-linguistico che inciampa in sé stesso, significa bellezza, ma suona come un digrignar di denti. È l’antinomia di una poesia che si guarda allo specchio e non si riconosce, che si serve di un suono sgraziato per dire grazia, di una veste ruvida per un concetto di seta, il volo per raccontare la discesa nell’abisso di una dipendenza.
E poi all’improvviso i ricordi, sopravvissuti al verso, che qui è quello che rimanda al titolo, e quindi eccole, ancora loro, ancora le bestie, ancora un certo tipo di dolore che non estingue la metafora decidendo di fare l’opposto, nutrirla, cariarla.
Ecco perché dovremmo uscire (o meglio ancora: svincolarci) dalla solita questione binaria dell’apprezzamento in sé di una silloge.
Dire che ci è piaciuta non dice niente, se non ha contaminato almeno una porzione di pensiero.

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