Il fenomeno delle “trad wife” sembra promuovere un ritorno a ruoli domestici tradizionali, ma cosa si cela dietro questa rappresentazione? Alla luce delle teorie di Monique Wittig, che lega genere e oppressione economica, il trend online appare meno come una libera scelta e più come una riproduzione di schemi di potere patriarcali e capitalisti.
in copertina, Remo Brindisi, Maternità, Courtesy Pananti
di Irene Doda
Una donna con un vestito rosa decorato con motivi floreali si trucca e si aggiusta i boccoli davanti allo specchio. Poi sistema i piatti nella lavastoviglie e riordina la spesa nel frigo, il tutto sorridendo serafica alla telecamera del suo smartphone. Prepara una cena a base di penne lisce e formaggio di capra mentre sullo sfondo il marito si aggira per il salotto, annoiato. La donna che gira e pubblica questo video racconta la sua giornata da “moglie tradizionale” o, con un’espressione diventata famosa sul web, “trad wife”. Il trend online delle trad wives è formato da donne (generalmente bianche e anglofone) che rivendicano il “diritto” di stare a casa a occuparsi della famiglia mentre il marito è al lavoro a guadagnare il pane per loro e per i figli. Le nemiche ideologiche delle mogli tradizionali sono le femministe “moderne” – non meglio specificate -, il cui scopo sarebbe la distruzione dell’idillio domestico e l’imposizione di un modello iper-carrierista alle donne.
Se per un momento si lascia da un lato l’uso delle nuove tecnologie, il dibattito non è particolarmente nuovo. È dagli inizi del movimento femminista che una parte della popolazione femminile dichiara di lottare per la sua libertà di scegliere ciò che le rende felici: matrimonio, figli, lavoro domestico e cura gratuita. I manuali della buona madre, moglie e casalinga sono sempre esistiti, e la sottomissione al marito e ai suoi desideri è sempre stata un elemento chiave del ruolo tradizionale imposto alle donne. E chi siamo, noi, in fondo, per giudicare le scelte di un manipolo di sconosciute online?
Libertà di rappresentarsi
Non è una domanda retorica. L’autorappresentazione è un processo importante nella definizione della nostra presenza online. La libertà individuale di autorappresentarsi ed essere percepiti come si desidera è molto importante per lo sviluppo della nostra identità. Un’identità che può definirsi ibrida tra online e offline, dal momento che sempre meno possiamo prescindere dal concepirci come soggettività connesse in rete. Parto da questo disclaimer proprio perché la riflessione sulla rappresentazione online di alcuni fenomeni sociali – in questo caso del lavoro domestico e della femminilità tradizionale – va a mio avviso oltre la semplice questione della libertà individuale. Ci sono altre forze in gioco: il capitalismo e il patriarcato in primis. Tuttavia non si può discutere di agency e autodeterminazione senza mettere queste ultime al centro del discorso. Quindi: le donne che orgogliosamente si filmano mentre servono il marito deliziosi manicaretti, stanno facendo un atto di autodeterminazione. Come tutti gli atti di autodeterminazione esso non cade nel vuoto, ma si inserisce in uno specifico schema di rapporti di potere. C’è un motivo per cui non siamo sommersi da contenuti di uomini che si prodigano a pulire la casa per le loro mogli. La scelta di una vita da trad wife può essere libera, certo, ma è un’opzione solo all’interno della femminilità socialmente riconosciuta. È quindi doppiamente limitata e limitante – non è per gli uomini, ad esempio. E non è per le donne o i soggetti che vivono ai margini della femminilità egemonica. Non ci sono donne transgender che performano compiti domestici con dolce trasporto. Non ci sono donne disabili. Ci sono poche donne non bianche, quelle che si trovano nella stragrande maggioranza dei casi provengono comunque da paesi del Nord Globale. L’immaginario della casalinga è tradizionalmente bianco e borghese, e non c’è bisogno di scomodare Angela Davis per arrivare a questa conclusione. Le donne casalinghe nere e di working class hanno un’idea molto diversa dello spazio domestico, che non è necessariamente fondata sull’idea di sottomissione.

Il mito della carriera
Un punto di vista molto interessante sul fenomeno trad wives è quello che potremmo chiamare del tradimento del femminismo liberale. Quello che spesso è definito nei video il “modern feminism” non è altro che la branca del femminismo che ci ha riempito occhi, cuore e immaginazione da ormai diversi decenni. Il mito della girlboss, della donna che può tutto, della mamma in carriera. Non è arduo immaginare perché le donne, a parte una sparutissima minoranza iper-privilegiata, abbiano completamente perso la fede in questo mito. Si fa anche fatica a definirlo “femminismo”, dato che si tratta semplicemente di una versione pinkwashed dello slogan “se vuoi puoi” di stampo neoliberale. Viviamo ancora in un mondo sessista, discriminatorio e costruito a misura d’uomo. Anche se è cambiata la retorica non sono cambiati gli ostacoli che una donna incontra per raggiungere l’indipendenza economica (dal part time involontario, alle molestie sul lavoro, alla mancanza di trasporti pubblici: metteteci dentro tutto quello che volete). E l’immaginario della donna in carriera è solo un altro volto della femminilità imposta ed egemonica. La girlboss resta comunque una girl, un soggetto infantilizzato da proteggere, al massimo da guardare con ammirazione (che brava, sai gestire un portfolio di clienti!), un esempio da rivista patinata da cui prendere ispirazione. È un’altra gabbia molto stretta. Perché allora non sistemarci comode entro un matrimonio eterosessuale, dedicandoci ai nostri boccoli e alle nostre torte?
Genere e lavoro
Una elemento mi colpisce di questo dibattito: da entrambi i lati, ci sono donne pronte a rivendicare la loro libertà (o ad accusare di sottomissione le altre) rispetto a processi di produzione di valore – sia in ambito domestico che di mercato. Che dicano di sentirsi soddisfatte a servire il marito o di dirigere un ufficio, si tratta sempre di rivendicazioni basate sulla relazione tra due elementi: il proprio genere e il proprio lavoro. Sono una donna vera, e sto a casa a servire mio marito, dice la trad wife. Nonostante sia una donna, mi realizzo attraverso il lavoro produttivo, ribatte la girlboss. Non possiamo pensare al lavoro senza pensare al genere, e al genere senza pensare a che tipo di posizione occupiamo nella società capitalista.
Credo che le radici di questa falsa dicotomia oppressiva siano piuttosto da ricercarsi nell’esistenza materiale delle donne e nel “contratto eterosessuale”, ovvero quell’ordine materiale e simbolico che produce le categorie di “uomo” e di “donna” come distinte. “La categoria di sesso è il prodotto di una società eterosessuale che relega metà della sua popolazione a un’esistenza meramente sessuale, dal momento che le donne non possono essere pensate al di fuori della categoria di sesso”, scrive la filosofa femminista marxista Monique Wittig ne Il pensiero eterosessuale, un saggio imprescindibile del pensiero materialista del Novecento. “La categoria di sesso è il prodotto di una società eterosessuale nell’ambito della quale gli uomini si appropriano per se stessi sia del lavoro riproduttivo e produttivo delle donne, sia dei loro corpi. (…) Il matrimonio assegna alle donne determinati doveri, tra cui quello di lavorare gratuitamente”, continua Wittig. L’oppressione di genere è anche oppressione economica, e viceversa. La donna, per Wittig, è quell’essere umano sessuato (e inseparabile dal proprio sesso/genere) che viene sfruttato dagli uomini, in una dinamica che è assimilata a quella di classe. Una donna è tale in quanto il suo lavoro viene appropriato dagli uomini, proprio come il proletario è tale perché la sua forza lavoro produce profitto per il capitalista. Non si nasce intrinsecamente donne, così come non si nasce intrinsecamente proletari.
Dobbiamo tornare proprio alle radici materiali dell’oppressione femminile se vogliamo capire il femminile nello spazio online contemporaneo. Uno dei vizi del discorso culturale che si sviluppa sui social media è quello di appiattire tutto sulla semplice rappresentazione: rappresentare qualcosa equivale a renderlo vero, a renderlo valido e a renderlo politicamente rilevante. Queste tre categorie, in più, vengono usate come intercambiabili. Una cosa visibile è automaticamente politica, ogni visibilità è rivendicazione. Se pensiamo di nuovo all’esempio delle trad wife, la decisione di dedicarsi anima e corpo al lavoro domestico e di sottomettersi al proprio marito non ha alcuna valenza rivendicativa, se non legata a una vaga “libertà di scelta”. Quest’ultima, però, non dice nulla sui sistemi di potere a essa sottesi. Il fatto che negli spazi online si riesca a parlare di femminilità solo in relazione a una generica “carriera fuori casa” o al lavoro di cura domestico dice molto sui limiti immaginativi della condizione femminile. Non siamo riuscite a liberare la nostra identità né dai dettami del genere né da quelli del capitalismo di mercato. Non siamo di fronte a una scelta tra due stili di vita, né a una battaglia identitaria. Anche se le trad wife affermano di rivendicare una libertà, si tratta di poco più di un’illusione ottica, amplificata dalla cassa di risonanza delle piattaforme digitali: il triste riflesso, sempre uguale, di una gabbia inamovibile da millenni.


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