Spinoza in Palestina



La lezione di Spinoza ci aveva messo in guardia dai pericoli dell’incrocio tra teologico e politico.


In copertina: guerra, di Marc Chagall (1915)

 

di Clarissa Greta Gibella

«Questa è la guerra dei figli della luce contro i figli delle tenebre», è con questo genere di commenti, con il richiamo ai cosiddetti “testi sacri”, che Netanyahu giustifica ogni genere di azioni violente e sanguinose contro Gaza e tutta la Palestina. I palestinesi sono stati paragonati ai discendenti di Amalek, che nel libro di Samuele venivano indicati come meritevoli di sterminio: «uccidi uomini e donne, bambini e lattanti, buoi e pecore, cammelli e asini». Dopo quattro tentativi falliti e più di trentamila morti in pochi mesi, le Nazioni Unite hanno approvato la risoluzione che vuole il cessate il fuoco immediato. Servirà a fermare il tremendo intreccio del teologico-politico, che qualificava questo massacro come necessario?

Eppure la cultura ebraica ha saputo, nella sua storia, offrire un’alternativa all’incubo del teologico-politico, attraverso l’opera immortale di un filosofo: Baruch Spinoza. Una testimonianza che, non a caso, è stato tentato di cancellare: il 27 luglio 1656, la comunità ebraica di Amsterdam pronunciava una condanna che sembra non avere eguali nella storia: «Con l’aiuto del giudizio dei santi e degli angeli, con il consenso di tutta la santa comunità e al cospetto di tutti i nostri Sacri Testi e dei 613 comandamenti che vi sono contenuti, escludiamo, espelliamo, malediciamo ed esecriamo Baruch Spinoza».

È una terribile maledizione quella che colpisce lo studioso allora ventiquattrenne: «Che sia maledetto di giorno e di notte, mentre dorme e quando veglia, quando entra e quando esce. Che l’Eterno non lo perdoni mai. Che l’Eterno accenda contro quest’uomo la sua collera e riversi su di lui tutti i mali menzionati nel libro della Legge; che il suo nome sia per sempre cancellato da questo mondo e che piaccia a Dio di separarlo da tutte le tribù di Israele affliggendolo con tutte le maledizioni contenute nella Legge».

Il giovane deve essere escluso, isolato: «Sappiate che non dovete avere con Spinoza alcun rapporto né scritto né orale. Che non gli sia reso alcun servizio e che nessuno si avvicini a lui più di quattro gomiti.» La condanna, ovviamente, riguarda anche la sua opera: «Che nessuno dimori sotto il suo stesso tetto e che nessuno legga alcuno dei suoi scritti».

Che cosa ha potuto giustificare una simile reazione? Il filosofo del famoso motto Deus sive natura («Dio, ossia la natura»), colui che, diciassette anni dopo, rifiuterà la cattedra ad Heidelberg restando un umile tornitore di lenti, nel 1656 non aveva ancora pubblicato nessuna delle sue opere più importanti: né l’Etica dimostrata con ordine geometrico (che uscirà postuma dopo la sua morte, nel 1677) né il Trattato teologico-politico (che verrà pubblicato anonimo nel 1670). Pare che quello che gli veniva contestato già in quegli anni giovanili fosse il suo ragionare e parlare liberamente, anche dissertando sui dettami della comunità, che infatti lo scomunica per «eresie pratiche e insegnate».

Una nuova idea di Dio, una nuova idea di uomo

Spinoza aveva ricevuto un’educazione estremamente solida e rigorosa, ma era anche una persona molto eclettica: oltre a essere uno dei massimi conoscitori della Torah e del Talmud, aveva, per sua passione, coltivato un profondo interesse per lo studio dei classici latini. Era anche un figlio della diaspora ebraica e conosceva le peripezie dell’esilio: i suoi genitori, portoghesi marrani, erano stati costretti a fuggire dalle persecuzioni in Portogallo e in Spagna per stabilirsi, nei primi anni del ‘600, nell’Olanda calvinista.

L’eresia comincia a farsi spazio nel pensiero di Spinoza quando inizia a mettere in discussione il carattere trascendente di Dio e ogni sua concezione antropomorfica. Il suo Dio, immanente alla Natura, verrà poi definito nell’Etica «l’ente assolutamente infinito» e totalmente libero, ovvero «che esiste in virtù della sola necessità della sua natura e che è determinata ad agire soltanto da se stessa», quello che in filosofia si definisce causa sui – cioè, una realtà che è nello stesso tempo causa e prodotto di se stessa, che possiede in sé la causa primaria della sua stessa esistenza.

Dell’uomo, invece, Spinoza criticherà la credenza nel libero arbitrio e la prima caratteristica che troveremo di lui nell’Etica sarà la sua «schiavitù», ossia «l’impotenza umana nel moderare e tenere a freno gli affetti», che lo condanna a essere «in balìa della fortuna». Come se l’uomo fosse una canna al vento, in giro a vagare in virtù di forze che non le appartengono.

La questione della libertà spinoziana è innanzitutto una questione ontologica, perché dipende da due diversi modi di essere dell’esistenza: vivere nel tempo, come tutte le cose che nascono, crescono e periscono (soggette alla temporalità), l’uomo è certamente fra questi; ed esistere fuori dal tempo, essere eterni – come Dio. Ma, queste analisi di ampio respiro metafisico non impediranno al filosofo di sviluppare, già nell’Etica e poi soprattutto nel Trattato teologico-politico, le implicazioni politiche della questione della libertà: avventurandosi nei territori dell’esegesi biblica, difenderà le libertà civili – libertà di pensiero e libertà di parola – come fondamento della società e lotterà contro ciò che più di tutto ne ostacola tutela e garanzia: la teologia, con i suoi dogmi assoluti e i suoi pregiudizi colmi di provvidenza e toni messianici.

Contro il finalismo, per l’autodeterminazione

La critica spinoziana al pregiudizio si estende a tutta una tradizione di pensiero occidentale, anche filosofico, che si era sempre fondata, in un modo o nell’altro, sul cosiddetto principio teleologico – dal greco τέλος, che significa «fine», «scopo», o «obiettivo». Una visione del mondo finalistica, insomma, basata sull’idea che l’uomo avesse in nuce qualcosa da realizzare, un compimento nella Storia, e che il mondo fosse proprio lì a sua disposizione per realizzarlo.

Rifiutare l’idea di fine significava rinunciare anche a ogni “modello” presentato come tale, da seguire o imitare. Per l’uomo, e qui sta un’ulteriore eresia, significava fare il primo passo verso l’autodeterminazione. Compito dell’Etica sarà proprio quello di mostrare all’uomo la via da percorre per potersi liberare da ciò che lo rende passivo (pregiudizi, cattiva immaginazione, affetti e passioni tristi); così come scriverà il Trattato teologico-politico per mostrare allo Stato (e al popolo) come liberarsi dalla teologia; Come commenterà Piero Martinetti (non a caso, l’unico filosofo tra i pochi intellettuali che si rifiutarono di prestare giuramento al Regime fascista nel 1931): «la conclusione suprema del Trattato è il principio della libertà dello spirito».

Questa libertà, oltre a essere estremamente legata al nesso di determinazione causale (essere causa di sé o essere l’effetto di una causa altra), mostra come la linea del Tempo non sia semplicemente uno strumento di misurazione del mondo, ma un modo specifico di osservarlo e intenderlo, che varia a seconda dei punti di vista: essere nel tempo o fuori dal tempo è in fin dei conti un modo di guardare le cose: sub specie aeternitatis, oppure no. Ma sforzarsi di raggiungere il punto di vista dell’eternità, di Dio, della libertà infinita, è ciò che serve a Spinoza per mostrarci come la libertà non sia una proprietà della volontà (il libero arbitrio non esiste) ma l’effetto di una specie di forza d’animo: un “Sé” interiore che entra in possesso della propria capacità di agire. Curiosamente, tutto questo accade a differenza di Dio, il quale, essendo puro atto immanente (l’infinito concatenarsi e l’infinita espressione di ogni cosa), non può agire  è evidente che non ha proprio margine di spazio (né logico, né materiale).

L’uomo, invece, pur non essendo infinitamente potente – anzi, proprio per questo – può, nell’ordine delle sue possibilità, fare qualcosa. Grazie alla conoscenza (che per Spinoza è conoscenza delle cause), grazie al metodo esposto nell’Etica, l’uomo può liberarsi – che non vuol dire “essere libero” ma avviare un processo di perfezionamento della propria iniziale condizione di schiavitù verso uno stato che non sarà certo quello dell’uomo totalmente libero, ma, almeno, non sarà mai nemmeno totalmente schiavo. Una lezione che riguarda, oggi, tutti i popoli oppressi, come quello palestinese.

Il modello, se dunque di un modello vogliamo parlare, si costituisce tra incroci e conflitti di forze. Tra egoismo (guardare solo il proprio punto di vista) e virtù (intendere il punto di vista di Dio, della Natura, della libertà necessaria). Tra un impegno senza fine a (ri)conoscere la propria potenza e utilizzarla (senza imporla) per liberare non solo il singolo individuo ma la società tutta: vivere il limite su cui i nostri corpi e i nostri pensieri si scontrano.

Spinoza in Palestina

Al terzo capitolo del Trattato, Spinoza sferra un colpo durissimo alla teologia politica di matrice ebraica mettendo in discussione il concetto di “elezione”: nessuna virtù può essere un bene esclusivo, né di singoli uomini né dei singoli popoli, perché colui che «si reputa più beato per il fatto di essere solo a trovarsi in una condizione vantaggiosa o perché è più beato o fortunato degli altri, non conosce la vera felicità». Questione quantomai attuale oggi, in Israele. Già nell’ottobre 2010, per esempio, l’assemblea sinodale sul Medio Oriente, all’affermazione secondo cui «La terra promessa è tutta la Terra» e «Non vi è più un popolo scelto» pronunciata da Salim Bustros (arcivescovo dell’Arcieparchia greco-cattolica di Beirut), l’allora ambasciatore israeliano presso la Santa Sede, Mordechai Lewy, rispose – cinque secoli dopo Spinoza – che si trattava soltanto di «bizzarre interpretazioni della Bibbia».

Spinoza ci suggerisce di abbandonare il piano arbitrario delle interpretazioni che spesso si tramutano in (false) credenze o, peggio ancora, in dogmi. La critica metafisica al teleologico dell’Etica si riflette nella critica al teologico del Trattato. Se di “elezione” vogliamo parlare, essa, come ogni cosa, deve essere considerata come un momento, un passaggio temporaneo, un modo d’essere transitorio che appartiene all’infinito ordine naturale di ogni ente del mondo. Investirlo di un’aura destinale (o messianica) significa affidarsi alla superstizione (ignoranza delle cause) e proiettarsi – ma è un’illusione – nell’ambito dell’azione divina.

Il nuovo mondo che disegna Spinoza è un luogo in cui l’uomo smette di credersi Dio, in cui tutti i sistemi di potere, Stato o Chiesa, smettono di comportarsi come se fossero Dio – ostacolando l’autodeterminazione dei popoli. Come sottolinea Gilles Deleuze nel suo Spinoza. Filosofia pratica: «La società migliore sarà dunque quella che esonera la potenza di pensare da dovere di obbedire, e, nel proprio interesse, evita di sottometterla alla ragion di Stato, che non vale se non per le azioni.»

La filosofia di Spinoza è un invito a cercare il sommo bene: pervenire al vero bene in accordo con gli altri: «formare una società politica che ci consenta di […] raggiungere la massima felicità nella più piena sicurezza» (dal Trattato sull’emendazione dell’intelletto), una società, insomma, in cui non si viene cacciati o perseguitati per il proprio pensiero, o per il fatto stesso di esistere (di esistere in un certo modo). Un invito, anche, a trasformare l’uomo del risentimento, affetto da cieco egoismo, in un uomo finalmente libero dai fantasmi di proiezioni autoriferite ed etnocentriche; perché dietro i falsi idoli della teologia, purtroppo, ci sono anche i falsi idoli dell’etnia. «Vi è una filosofia della “vita” in Spinoza: essa consiste nel denunciare tutto ciò che ci separa dalla vita, tutti quei valori trascendenti rovesciati contro la vita», scrive ancora Deleuze.

Il Trattato teologico-politico resta incompiuto proprio all’inizio del capitolo sulla democrazia (Spinoza muore nel 1677) e sulle domande che lo avevano spinto a rischiare la propria vita e che ancora oggi, ahinoi, sembrano manifestarsi con tutta la loro urgenza: quali sono le condizioni di possibilità di una democrazia? È possibile trasformare una semplice moltitudine di uomini in un’intera collettività libera?

Liberare l’esistenza, liberare l’uomo dalla sua condizione di schiavitù, è la grande rivoluzione di Spinoza. E i palestinesi, molto spinozianamente, ci stanno insegnando a esistere – a fare dell’esistenza una questione di libertà (qualcosa che noi occidentali ormai diamo per scontato). Ed è in questo senso che, come ha detto il reverendo Munther Isaac, Gaza oggi è la «bussola morale del mondo».


Clarissa Greta Gibella, Milano 1991, lavora nell’editoria. Spinoziana, pur consapevole che si tratta di un’impresa impossibile, o quasi.
 

2 comments on “Spinoza in Palestina

  1. Stefano

    Grazie, una bella riflessione

  2. È un articolo interessante, che rivela alcuni aspetti “nascosti” del pensiero di Spinoza, eppure non vi ho trovato risoluzione al paradosso spinoziano, ovvero alla conciliazione fra determinismo e politica (intensa filosoficamente come riflessione su come essa dovrebbe essere). Calata nell’articolo, la domanda sarebbe: se ciò che sta vivendo oggi il popolo palestinese è assolutamente necessario e inevitabile, e ciò che vivrà domani non dipende da noi, perché dovrebbe interessarci?

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