Storia del profumo

Il profumo ha una storia antica, che intreccia filosofia, archeologia e mitologia.


IN COPERTINA e lungo il testo, John William Godward, The new perfume (1914)

di Stefania Berutti

I profumi si dissolvono istantaneamente e muoiono appena nati. Il loro massimo pregio consiste nel fatto che, quando passa una donna, la sua scia attira anche chi è affaccendato in tutt’altre cose. 

Plinio il Vecchio, Storia Naturale XIII 4.20

“Si dice che gli alberi investiti dall’arcobaleno diventino profumati”: l’ignoto autore dei “Problemi”, lo scritto pseudo aristotelico che ha stuzzicato la curiosità dei pensatori medievali, affronta la questione della natura degli odori e dei profumi partendo da un adagio popolare, la cui origine è per noi impossibile da rintracciare. Un’immagine poetica che contrasta con l’analisi scientifica che segue: l’arcobaleno è un effetto prodotto dalla rifrazione sulle gocce di pioggia e il profumo si sprigiona attraverso il vapore che si forma per l’umidità. Il “problema” è risolto in poche righe e la magia del proverbio si asciuga al sole della conoscenza. 

Eppure l’immagine dell’arcobaleno associata al profumo racchiude in sé più suggestioni di quelle che lo Pseudo-Aristotele fosse in grado di ammettere. Questo “ponte colorato”, che per gli antichi Greci assumeva le sembianze di una giovane ninfa, Iris, impegnata a distribuire messaggi e far dialogare fra loro il mondo umano e quello divino, può a buon diritto essere profumato, dal momento che – storicamente – l’uomo comincia a selezionare le essenze profumate proprio quando allestisce sacrifici agli dèi.

Le prime sostanze odorose a essere bruciate furono destinate agli altari, tanto che lo stesso lessico delle liturgie religiose resta a memoria imperitura di queste prime forme di dialogo: thyo è l’atto di bruciare l’offerta sacrificale, thysia  è il sacrificio e thya/ thyia è il legno balsamico. Così thymiasiq sono i fumi che si innalzano durante i sacrifici. Se poi oggi parliamo di “profumo” è perché il per-fumum o il pro-fumum era l’offerta di fumo che saliva alle divinità romane, mentre l’incenso è ciò che veniva bruciato (termine che deriva da incendere) per essere sacrificato agli dèi. L’edizione italiana de “Sugli odori” di Teofrasto, curata da Giuseppe Squillace e pubblicata da Olschki con il titolo “Il profumo nel mondo antico”, permette proprio di ripercorrere la storia millenaria del dialogo olfattivo tra uomini e dèi: al testo del filosofo aristotelico è infatti aggiunta una collazione di testi letterari di autori greci e latini, che compongono un quadro estremamente articolato, perché tale deve inevitabilmente essere la ricerca dell’origine degli odori e dei profumi naturali. 

Il “De odoribus” è considerato una sezione del “De causis plantarum”, composto da Teocrito nell’ambito della ricerca botanica iniziata con la “Historia plantarum”; la riflessione sugli odori naturali del filosofo aristotelico, tuttavia, comprende anche diversi capitoli sull’arte profumiera, sviluppati grazie a una conoscenza diretta del lavoro degli artigiani del profumo, e sulla produzione di unguenti profumati, tra le merci più ricercate del Mediterraneo ellenistico. Questa dedizione alla ricerca documentaria non sfuggirà ai posteri e viene ripresa da Plinio il Vecchio, autore di una ricca digressione sul profumo e i profumieri come fenomeni di costume, nel suo caso un costume romano di qualche secolo successivo a Teofrasto. Nel III secolo d.C. sarà poi Ateneo a riprendere le fila del discorso, riportandolo in un’ottica filosofica, anche se ammorbidita dall’atmosfera simposiale: nei “Sofisti a banchetto” ci sono molti paragrafi dedicati agli effetti dei profumi e alla confezione di ghirlande profumate, tradizionale vezzo dei partecipanti a un banchetto. 

Una ricerca filosofica, dunque, che diventa inevitabilmente ricerca di costume: nelle parole dei filosofi i profumi sono il mezzo per esprimere non uno stato d’animo, ma uno status sociale, dunque determinarne l’origine – spesso esotica –  significa indagare sugli usi, a volte indecifrabili, di popoli lontani. L’urgenza di catalogare di Teofrasto lo spinge a elencare anche gli effetti di determinati odori su chi li indossa: gli ingredienti di alcune misture profumate vengono utilizzati anche in medicina, così che l’olio profumato può essere cosparso per cosmesi oppure per cura e alcune essenze floreali diventano pharmaka da ingerire per trovare sollievo.

Le pareti affrescate di un edificio minoico nella città fantasma di Akrotiri, sulla moderna isola di Santorini (antica Thera) illustrano i momenti cruciali di un rito prettamente femminile a base di fiori. In un paesaggio roccioso disseminato di crochi, alcune donne ripropongono l’antico ciclo della vita e della riproduzione. Si tratta di una serie di affreschi che decorano quella che gli studiosi ormai ritengono essere stata una stanza, o meglio un ambiente su due piani, dedicata a rituali di passaggio e, probabilmente, alla cura di donne in età fertile. Le tre figure più dibattute sono una ragazza avvolta in un mantello color giallo-rossiccio, una seconda donna, di poco più grande, seduta su una roccia e apparentemente ferita a un piede e infine una terza, più matura, dalla veste curata e ingioiellata. La donna ferita sembra intenta a osservare il sangue che pare confondersi con i colori di un fiore di croco. Le proprietà mediche del croco nella sua varietà di zafferano sono riportate per iscritto in un prontuario medico di età assira, datato al VII secolo a.C. Si tratta di quasi mille anni dopo gli affreschi minoici, dunque l’uso del croco fa parte di una sapienza millenaria che lo impiega per alleviare i dolori mestruali, ma anche per accelerare il parto o per indurre l’aborto: le figure ritratte sulla parete di Akrotiri riflettono tale conoscenza, trasmessa di madre in figlia. La ragazza avvolta nel mantello sembra essere in attesa della prima mestruazione, quella seduta sulla roccia medita sulla fertilità che si è appena manifestata, mentre la terza compare sulla scena già perfettamente equipaggiata per recitare la propria parte nel ruolo eterno della seduzione. 

Se le pareti che circondano il bacino lustrale, vale a dire il luogo delle sacre abluzioni che sanciscono il contatto tra umano e divino, sono decorate con queste figure quasi ancestrali, che restituiscono un messaggio valido per tutte le donne di Akrotiri, la scena della stanza superiore ci riporta al dialogo con la divinità. In un campo di crochi alcune bambine riempiono cesti di fiori, mentre una scimmia blu consegna un contenitore già pieno alla divinità assisa su un alto podio. La presenza di scimmie ad Akrotiri e in generale nel mondo minoico evoca i rapporti commerciali e culturali con l’Egitto, dove le scimmie compaiono in affreschi dal carattere chiaramente erotico, accanto a figure femminili. Anche qui l’argomento è la maturazione sessuale della donna, ma qual è la dea che sorride benevola al mistico raccolto?

Nell’Atene del V secolo a.C. un’animata Lisistrata sta aizzando le sue compagne a mettere in atto una ribellione mai tentata prima: l’astensione dal sesso. Durante la parabasi, il coro di donne ateniesi ripercorre le tappe salienti della educazione femminile e ricorda di essere stata “orsa alle Brauronie” e di aver “deposto la veste gialla (letteralmente: color croco) in onore di Artemide”. A Brauron, infatti, un demos sulla costa orientale dell’Attica, le giovani di 8 anni trascorrevano tre o cinque anni presso il santuario di Artemide e indossavano una veste color giallo-rossiccio, intinta nel croco-zafferano. La fondazione del tempio era legata all’uccisione di un’orsa sacra, perciò le bambine venivano chiamate “orsette” e, guidate dalle sacerdotesse, imparavano a prendersi cura di sé negli anni del cruciale cambiamento fisiologico. Tra gli ex voto del santuario sono state trovate anche statuette maschili, perché evidentemente anche i bambini venivano affidati alla protezione della dea, benché non dovessero prestare servizio al tempio. Artemide è la dea liminale, la divinità del passaggio dall’infanzia all’adolescenza, sia per bambine che per bambini (si pensi ai riti di Sparta presso l’Artemide Orthia), e dall’efebia all’età adulta del guerriero (si pensi all’anno di posta presso le fortezze militari disposte sui confini dell’Attica). 

Sulle pareti di Akrotiri, dunque, la dea che accetta i crochi è verosimilmente un’Artemide/Potnia, la versione protostorica della divinità greca. Anche in quell’antico contesto si muovono figure maschili, che non partecipano attivamente al rito, ma sono ritratte nell’atto di portare strumenti utili al raccolto.

Artemide guida, dunque, le bambine verso la piena maturazione sessuale e, in questo processo, fa del croco il proprio simbolo. Nel ricco catalogo di Teofrasto, al croco è dedicato poco spazio, compare in alcuni capitoli dedicati ai fiori e per lo più per indicare quale sia il luogo in cui la qualità del fiore è particolarmente rinomata: “il miglior croco si produce a Egina e in Cilicia”, ricorda Teofrasto, e la stessa osservazione si leggerà in Plinio, il quale, però, aggiunge anche Thera al breve elenco.

Il piccolo fiore dai petali affusolati non abbandona le giovani donne greche una volta cresciute, ma compare – nei racconti del mito – insieme a un bouquet prettamente primaverile, a sottolineare i momenti in cui la ragazza sboccia alla vita adulta: sono infatti crochi i fiori che Persefone raccoglie ignara poco prima di essere rapita e cominciare una nuova vita di donna maritata. Il croco, insieme agli altri fiori primaverili, diventa ingrediente irrinunciabile quando è necessario ribadire la femminilità divina. Ecco la descrizione che leggiamo della toeletta di Afrodite nei Cypria: Sul corpo le vesti indossò, che le Cariti e le Hôrai fecero e tinsero in fiori di primavera, quanti recano le stagioni, nel croco e nel giacinto, nella viola rigogliosa e nella bella rosa sbocciata, dolcemente profumata, nei calici d’ambrosia del narciso […] e del giglio [… …] la divina Afrodite indossava abiti profumati con fiori di ogni stagione.

Afrodite si prepara a una vera e propria epifania divina, perché deve comparire al cospetto del mortale Paride ed essere scelta. Il croco dunque è, per così dire, la nota di fondo del mondo olfattivo della donna in trasformazione, da ragazza a moglie e madre. 

Da sostanza odorosa che brucia sugli altari, il profumo diviene protagonista della vita mortale, compagno nella crescita, alleato nel gioco della seduzione. Teofrasto dedica numerosi paragrafi del suo trattato alla descrizione della migliore tecnica per ottenere olio profumato, che non è appannaggio esclusivo del mondo femminile, anzi, gli antichi filosofi riflettono spesso proprio sull’uso per lo più orientale di cospargere anche il corpo maschile con olii impregnati di essenze. È dall’Oriente che vengono gli dèi più profumati del pantheon greco: uno è Adone, paredro di Afrodite, la dea profumata di ambrosia e di rosa, nato da un arbusto odoroso, la mirra, destinato a bruciare rapidamente la propria virilità, proprio come un intenso legno aromatico incendiato in un divino giardino. L’altra divinità che incatena l’animo mortale anche con l’odore è Dioniso: l’aspro aroma del vino viene normalmente stemperato con acqua e spezie e in molti casi petali di fiori odorosi macerano a lungo nelle anfore o nei grandi pithoi in terracotta. Quando giungono nella sala del banchetto, i crateri che accolgono la fatale mistura di acqua e vino sono spesso inghirlandati (testimoni le decorazioni di alcuni orli, a motivi vegetali) così come ghirlande circondano le teste dei simposiasti: Ateneo ricorda che le ghirlande non sono altro che un raffinato sostituto delle bende per rinfrescare la testa di chi esagera nel bere. Allora diviene importante selezionare la pianta con cui confezionare le ghirlande e, accanto al mirto – sacro arbusto di Afrodite – torna il croco, estremamente adatto a mitigare gli effetti della sbornia. 

Afrodite e Dioniso, le divinità profumate che mantengono aperto il ponte con il mondo dei mortali, agendo sui loro istinti più naturali. Il rhodinon è il profumo di Afrodite: a base di rosa, Teofrasto ricorda non solo le numerose varietà, ma anche l’uso che ne fanno i profumieri, i quali cospargono il polso della cliente perché l’aroma persistente copra le essenze dei profumieri rivali – pericoloso è l’inganno della dea anche sottoforma di essenza odorosa. A Dioniso rimanda invece un altro profumo, come ricorda Plinio:

Era pure esistito un profumo detto pardalio, prodotto a Tarso, di cui si è perso il ricordo anche per quanto riguarda la formula e le dosi. 

Pardalio perché legato alla pantera (pardalis) compagna di gozzoviglie del giovane dio di Nisa: era opinione comune che la pelle di questo animale emanasse un richiamo odoroso quando voleva accoppiarsi, ma che – a sua volta – non potesse resistere al profumo del vino. Così che, per catturare le pantere, si diceva fosse sufficiente disporre bacili di vino nei luoghi frequentati dalle fiere: era facile coglierle alla sprovvista mentre erano impegnate a lappare il liquido aromatico. Una lekythos – contenitore per olio profumato, solitamente impiegato per cospargere il corpo di un defunto – a figure rosse del IV secolo a.C. sembra suggellare il connubio profumato tra Afrodite e Dioniso: la scena dipinta offre infatti Adone abbracciato a una pantera. Il gioco della seduzione comincia con una veste color croco e si conclude con il fiore riflesso nella superficie immobile di una coppa piena di vino. Gli antichi filosofi cercano di esorcizzare il piacere del profumo togliendogli ogni sensualità e rendendolo puro gioco di umori o meccanico sistema di percezioni. Tutto ciò che riguarda la parte più emotiva diventa “orientale”, corrotto, “altro”, o semplicemente femminile. Sarà in un altro simposio, bevendo altro vino, che Senofonte suggerirà di considerare la donna un fenomeno naturale a sé stante: 

Assolutamente no, rispose Socrate. Come infatti un tipo di veste è per la donna e un altro per l’uomo, così per i profumi, uno è da donna, un altro da uomo. E in realtà, io credo, nessun uomo si cosparge di profumo per piacere a un altro uomo. Ma invero anche le donne, specialmente se sono spose novelle, come la moglie del qui presente Nicerato e quella di Critobulo, che bisogno hanno di profumarsi ? Sono esse di per sé profumate.

Di questo profumo innato è testimone involontario Esiodo, il quale, ne “Le Opere e i Giorni”, ci lascia l’immagine della giovane “ancora ignara dell’aurea Afrodite”, che se ne sta in casa presso la madre e “si lava e si cosparge il corpo di olio profumato”. Il gesto così abituale e intimo è in realtà proprio il segreto seduttivo che l’aurea Afrodite insegna a ogni donna greca, come leggiamo nell’inno omerico a lei dedicato, quando la dea si prepara all’incontro con Anchise entrando nel proprio tempio a Pafo (Cipro) e lasciandosi acconciare dalle Cariti: la lavarono e la unsero con un olio straordinario (…) un olio divino e soave che la profumò tutta.


Stefania Berutti, classe 1975, specializzata in Archeologia e Storia dell’Arte greca alla Scuola Archeologica Italiana di Atene, è docente di “Greek and Roman Mythology” presso
l’Istituto Lorenzo de’Medici di Firenze, collabora con la rivista Archeologia Viva come accompagnatrice archeologa di viaggi in Italia e in Grecia e con CAMNES, Centre for Ancient Mediterranean and Near Eastern Studies. Condivide le proprie riflessioni suilegami tra antico e moderno in  www.memoriedalmediterraneo.com

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