Storia di parte della new wave

“No music on weekends”: un viaggio che ci riporta nelle atmosfere anni ’80 della new wave, di Gabriele Merlini.


IN COPERTINA:  Claudio PArmiggiani, Senza titolo (1964) – Acrilico su tela, Asta Pananti online

Questo articolo è un estratto da No music on weekends di Gabriele Merlini. Ringraziamo effequ per la gentile concessione.


di Gabriele Merlini

Dalle cantine all’asfalto. Ecco lo slogan sui biglietti per il Bologna Rock: due aprile 1979. Assieme alla faccia di un bambino che si mastica la mano sfoggiando cuffie che hanno l’aria di essere il doppio della testa (nella locandina dell’evento lo stesso interprete sarà sormontato dal lancio entusiastico, ammiccante e un filo naïf: “non succedeva da cinque secoli”).

I volti dei partecipanti – all’interno della voluminosa mole di materiale iconografico reperibile in negozi online o specializzati – restituiscono sensazioni riconducibili a fanciullesca soddisfazione, terrore di essere rapinati, spaesamento alcolico, necessità di un accendino che funzioni, ansia per potenziali cariche della polizia più un contagioso ottimismo che, se stuzzicati, molti tendono a rimpiangere (succede di frequente con la concertistica. Quasi ogni immagine di assembramento suggerisce la sensazione di un tempo dissolto, mitizzato e irripetibile. Credo si possa definire banalmente vecchiaia).

Pomeriggio del 2019: inizia a piovigginare. Nel negozio di dischi non lontano dalla stazione – la pancia di un brutto palazzo in cemento risalente ai Cinquanta – roteo premuroso la musicassetta della Harpo’s tra le dita. D’obbligo trattarla come la reliquia che nei fatti è. Tracklist eterogenea e, tra i titoli di Bologna Rock (“allegato al numero zero di Harpo’s bulletin”), alcuni rapiscono più di altri. Woytila’s Rock ’n Roll dei Confusional Quartet seguito da La Peperonata dei Rusk und Brusk per tacere di Ouverture degli Windopen che fa da apripista a Pepe Al Culo. Qualcosa viene rivisto nella concezione artistica e comunicativa del Belpaese, e toccherà monitorarla durante quelle giornate di scontri, proclami, utopie: che fossero approcci diversi dallo standard di Bobby Solo e Gianni Morandi (Amore Mi Manchi, Non Posso Perderti, Un Mondo d’Amore) è evidente anche a uno sprovveduto del mio stampo.

Un fiume blasfemo, intellettualmente sofisticato, nerissimo e freddo come il metallo; mercurio liquido che si fonde con la visualità, il prêt-à-porter e le manganellate. I volantini che analizzo ricordano scatti di Mapplethorpe e Newton e la scrittura si affida a parole usate di rado nel giurassico che ci siamo lasciati alle spalle, la noiosa fase precedente l’asteroide che ha fracassato le zucche indottrinate dai padri nobili: postmoderno, kitsch, ibrido, “borderline rispetto a stereotipi e codici”.

Registrazione dal vivo e un packaging essenziale ma proprio per questo potente e suggestivo, il Bologna Rock del 1979 continua a dimostrare ciò che realmente è stato: la celebrazione (involontaria?) di una nascita. E la cosa è grandiosa poiché va segnalato il dibattito, diffuso quanto snervante, sul luogo che avrebbe effettivamente dato i natali alla versione italica del “fenomeno new wave” alla fine dei Settanta, una riproposizione in salsa tarantolata con buffi occhiali da sole di quelle diatribe tra vecchietti riguardo gli eremi montagnoli visitati sul serio da Garibaldi. A contendersi la palma, la Città delle Due Torri e la vicina, detestabile Firenze.

Perché, cercando riparo sotto un portico, è bene ribadirlo: una fetta essenziale di storia della musica è topografia di luoghi e analisi di spazi, sequenze di puntini che tra le pieghe delle mappe si uniscono e divergono restituendo informazioni imprescindibili riguardo movimenti giovanili, derive del gusto e rigagnoli di rumore: “evolve la moda. La cultura. L’estetica” titola il primo numero di Donna International fashion magazine in edicola a 4mila lire, e noi mica possiamo restarcene fermi.

Nel negozio di dischi cui oscillo assieme al proprietario, un ex tizio della pubblicità riciclato collezionista maniacale, siamo gli unici sotto i sessant’anni e i novanta chili di peso.

Il sociologo inglese Nick Crossley, un signore che di lavoro fa il docente universitario a discapito delle fotografie nelle quali dimostra quindici anni, è autore del saggio Network of sound, style and subversion. The post-punk worlds of Manchester, London, Liverpool and Sheffield, 1975-80. Tra le pagine del volume, dense di vettori e rimandi, Nick Crossley rincorre il post-punk britannico dentro le maggiori città in cui si sarebbe sviluppato; mica il centro di Bologna dove non si perde neanche un bambino.

Sistemando ogni elemento nella giusta prospettiva sarebbe un errore sentirsi in soggezione.

Topografia di gente strana, viali desertici e motorini. Isolamento che diviene disperazione, voglia di fare i matti in qualsiasi cantina possa contenere un set di tamburi. “Im Raume lesen wir die Zeit” appuntava lo studioso tedesco Karl Schlöegel: “nello spazio leggiamo il tempo”.

Claudio Parmiggiani, Senza titolo (1964) – Acrilico su tela, Asta Pananti online

Sposto gli occhi fuori dalla finestra del negozio di dischi che si è trasformato in un rettilario per l’aria bollente. Le estati in Emilia sono camere iperbariche alle quali mica sono abituato. Qualche piccione zoppica, anziani in bicicletta danno l’idea di cercare la strada di casa dalla fine dei bombardamenti, sacchetti della spesa sollevati da istantanei refoli di brezza bagnaticcia. San Donato trova rifugio sotto un’enorme ascella. Mi informo sulla strada più breve per raggiungere il secondo obiettivo e la risposta è dettagliatissima: «laggiù.»

I locali occupati di via Clevature in Bologna e gli edifici circostanti hanno ricoperto un ruolo imprescindibile per la città e l’Italia nel momento storico sbrigativamente definito “genesi della new wave”. L’appartamento lo adocchio con facilità se drizzo la schiena in direzione di grate carcerarie e grondaie cadenti. Reso scintillante da bianchi neon ospedalieri e graffiti colorati, ha piccole finestre su logge dismesse. Il nome che gli affibbiarono fu Traumfabrik: letteralmente, la fabbrica dei sogni. Partire da qui sarà obbligatorio per stilare una retrospettiva sulle band più in vista della nascente scena (terminologia disgustosa e limitante per voce degli stessi protagonisti) e una in particolare, il cui nome è stato Gaznevada.

«Li conosci? Grandiosi» fa il gestore del negozio di dischi cui dono un fraterno abbraccio (i nerd musicali, se colti di sorpresa, hanno una ritualità identica a quella di motociclisti sulle Harley che si incontrano nel deserto). Sfoggia una t-shirt di Iggy tesa come un tamburo sull’ombelico gonfio. Garantisco che li conosco alla perfezione, mentendo.

«Sarebbe un delitto snobbarli».

«Già».

Fissiamo un istante il vuoto, accomunati da un’antica forza che definiremo imbarazzo. Mollo gli ormeggi senza acquistare, niente ma con una stupefacente voglia di tirarla per le lunghe.


Gabriele Merlini è autore del romanzo Válečky o guida sentimentale alla Mitteleuropa (Effequ 2013) e del saggio No Music On Weekends. Storia di parte della new wave (Effequ 2020.) Ha inoltre curato le antologie Selezione Naturale. Storie di premi letterari e Odi. Quindici declinazioni di un sentimento. Suoi racconti, recensioni e reportage su numerosi magazine e quotidiani

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