È uscita questo mese la nuova edizione del Dimenticato re Gudù di Ana María Matute, capolavoro del fantasy europeo pubblicato in Spagna nel 1996 e rimasto irreperibile in Italia per oltre venticinque anni. Safarà lo riporta in libreria con le illustrazioni di Gianluigi Toccafondo e una prefazione di Vanni Santoni, che pubblichiamo qui con il consenso dell’editore.
Ana María Matute nacque a Barcellona nel 1925 e morì nel 2014, dopo una vita letteraria lunga e irregolare come il paesaggio di certi suoi romanzi: vasti, segnati da cicatrici storiche, attraversati da creature che sembrano uscite da un sogno o da un incubo. Bambina durante la guerra civile spagnola, trascorse anni di isolamento forzato durante la malattia che la colpì nell’infanzia, e fu in quella solitudine che imparò a costruire mondi; un’abitudine che non abbandonò mai, nemmeno quando i suoi libri cominciarono a essere letti, premiati e discussi. Nel 2010 ricevette il Premio Cervantes, il più alto riconoscimento della letteratura in lingua spagnola.
Il suo nome in Italia è rimasto a lungo nell’ombra, nonostante la qualità della sua opera fosse difficile da ignorare per chi l’avesse incontrata. Dimenticato re Gudù, pubblicato in Spagna nel 1996 dopo decenni di gestazione e tradotto da Rizzoli nel 1999 senza trovare il pubblico che meritava, è rimasto per un quarto di secolo una presenza sotterranea, il libro che circolava tra appassionati, che riappariva nelle bancarelle dell’usato con la sua copertina spenta, che veniva citato come uno di quei romanzi che “bisogna assolutamente leggere” da chi aveva avuto la fortuna di trovarlo. Safarà lo riporta ora in libreria in una veste completamente rinnovata, con le illustrazioni di Gianluigi Toccafondo e la prefazione di Vanni Santoni.
Sul Dimenticato (ma per fortuna ritrovato) re Gudù
di Vanni Santoni
Non è scontato scrivere oggi, in Italia, di Dimenticato re Gudù, questo romanzo vasto come un mondo, elevato come le nuvole in cielo e capace di profondità abissali, e così inusuale, pur nella chiarezza dei suoi riferimenti fiabeschi, letterari e storici. Per farlo, può essere utile appoggiarsi alla sua vicenda editoriale, dato che arriva oggi nel nostro paese per la s
econda volta, nonché alla sua posizione nella storia del fantasy europeo e mondiale. Non si è scritto qui “europeo” per caso, ma per porre l’accento su un dato: il miglior fantasy è quasi tutto europeo, ma è inglese in modo quasi esclusivo. Una volta esclusa la qui-non-perfida Albione, ecco che il continente si trova ragguardevolmente sprovvisto di narrazioni fantasy che possano dirsi possenti, o che possano dirsi effettivamente fantasy. Ciò a meno di andare molto indietro, fino all’Orlando furioso.
Il miglior fantasy, non c’è neanche bisogno di dirlo, è Il Signore degli Anelli, ed è risibile ogni tentativo di sostenere il contrario, che sia frutto di snobberia o di pur comprensibile insofferenza nei confronti di questa montagna narrativa con la quale chiunque scriva fantasy deve fare i conti (Michael Moorcock ebbe a scrivere che Il Signore degli Anelli è un misto tra Winnie the Pooh e la Bibbia, e nella sua malignità non aveva tutti i torti). E Il Signore degli Anelli è inglese. Si può discutere su quale sia il secondo migliore: forse il Gormenghast di Marvyn Peake, che pure è inglese; forse Le cronache di Narnia di C.S. Lewis (idem); chi preferisse andare in cerca delle opere che hanno ispirato Tolkien potrebbe tirar fuori Lud nella Nebbia di Hope Mirrlees; chi odia le smancerie tirerà fuori appunto il brutale Moorcock; chi vuol buttarla sul ridere tirerà fuori Pratchett… Inghilterra, Inghilterra, Inghilterra… Non si esce dall’isola. Neanche andando sui modernissimi. Pullmann? Inglese. Rowling? Inglese. Clarke? Inglese. Persino unendo le forze di tutto il resto del continente si faticherebbe a formare un contendente per i nomi minori di questa lista, al punto da far venire il dubbio che il fantasy sia, in fondo, un genere inglese.
Ciò almeno fino alla Spagna del 1996 e all’inatteso Olvidado rey Gudú di Ana María Matute. Anzi, oltremodo inatteso, visto il profilo della scrittrice. Autrice di romanzi realistici, che solo una volta aveva sfiorato il gotico, coi Bambini tonti, libro del 1956 a suo tempo sforbiciato dalla censura franchista, e una volta col medievalismo, col Cavaliere senza ritorno (1971). Insomma, se già era difficile aspettarsi un fantasy da Matute, figurarsi uno dei migliori fantasy di tutti i tempi – anche perché troppo spesso gli autori di ceppo realistico, quando s’approcciano al genere, lo fanno ammantandolo di pretese filosofiche, oppure finendo nell’allegoria, o ancora schermendosi in modo imbarazzante, come fece Kazuo Ishiguro quando licenziò Il gigante sepolto dicendo che “non era veramente fantasy”.
Non è il caso di Ana María Matute, che prende il fantasy di petto, con la sapienza di una scrittrice ormai espertissima e l’ingenuità ritrovata di una ragazzina, e vi porta una sensibilità squisitamente continentale: solo chi reca nella propria memoria genetica il segno di invasioni subite e successive riconquiste, di tensioni verso Oriente e minacce barbariche, può ideare un mondo come quello di Dimenticato re Gudù.
Ma torniamo a quel fatidico 1999, che viene a ricondurci alla storiaeditoriale di questo romanzo: Rizzoli lo pubblicò in un’ottima traduzione e in una splendida veste editoriale, e non se lo filò nessuno. Difficile dire, ventisette anni più tardi, cosa accadde, tanto più che capita spesso che un libro straniero, di autore poco noto nel paese in cui viene importato, complice un lancio stampa debole o fallito per altre ragioni, finisca nei “resi” prima di aver incontrato i suoi lettori. Certo, non dovrebbe capitare a un capolavoro, ma è possibile che si siano incrociati vari fattori, non ultimo il fatto che nell’Italia di ventisette anni fa era più vivo di adesso un certo pregiudizio anti-fantastico che rendeva difficile per un fantasy ottenere recensioni su inserti e riviste, un fatto che si può incrociare con la veste scelta da Rizzoli: la copertina, ricoperta da una sovracoperta trasparente e satinata, che ne spegneva ulteriormente i toni bigi, presentava un dettaglio dalla
Battaglia di San Romano di Paolo Uccello, nello specifico un angolino dove si vede un cavaliere morto a faccia in giù. Una scelta iconografica brillante, nella sua comica tragicità, per chi ha già letto il romanzo; debole per quanto riguarda la visibilità in libreria, e debolissima per ciò che concerne la “cattura” dei lettori di fantasy, abituati a copertine più chiassose…
Speriamo che il più appariscente drago scelto da Safarà gli porti maggior fortuna; ma se al suo secondo giro italiano Dimenticato re Gudù avrà davvero maggior fortuna, sarà anche perché nel frattempo certi pregiudizi nostrani nei confronti del fantastico sono in parte decaduti, e perché questo romanzo, anche grazie alla sua prolungata indisponibilità, si è guadagnato una certa fama sotterranea tra gli appassionati… Ma questo è a ogni effetto un romanzo che tutti dovrebbero incontrare, anche quelli “che il fantasy non lo leggono”, e senza che venga loro spacciato con etichette ammorbidenti come “fantasy storico”: casomai “fiabesco”, ma se è vero che le fiabe sono la fonte primaria di Matute come il mito lo fu per Tolkien, chi si azzarderebbe a definire Il signore degli Anelli un “fantasy mitologico”? Dimenticato re Gudù è un fantasy in purezza (i fissati delle tassonomie verranno placati specificando low fantasy), ed è il fantasy che può sfidare il Gormenghast di Mervyn Peake per il titolo di secondo migliore d’ogni tempo in questo genere, e considerando che il primo posto ce l’ha quel misto tra Winnie the Pooh e la Bibbia altrimenti noto come Il Signore degli Anelli, si tratta di un argento che vale più di tanti possibili ori.


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