Sulla strada per Stonehenge



Druidi, pagani, giganti, hippy e sentieri: come si arriva al mitico sito di Stonehenge?


In copertina un’opera d’arte di john piper

di Elena Cirioni

That’s easier said than done

È una notte buia come non ne ho mai viste in vita mia. La strada nel campo è dissestata, mi muovo cauta e quando spengo la torcia del cellulare tutto intorno a me diventa nero. Supero la paura di essere tra le tenebre, in un luogo sconosciuto, accendendo lo schermo del cellulare, dalla cartina di Google Maps sono solo un puntino in mezzo a una grossa macchia verde. 

Rimpiango d’aver lasciato il sentiero vicino a un’autostrada trafficata anche in piena notte e di essermi avventurata per i campi.

La macchia verde che vedo sulla cartina si chiama Salisbury Plain, in realtà di piano non ha nulla, visto che nella notte più buia della mia vita mi ritrovo a salire e scendere collinette e alture di una vallata coperta da un sottile strato d’erba. Oltre a questo, Salisbury Plain è il luogo dove convergono i Downs, colline cretacee che caratterizzano tutto il sud dell’Inghilterra. Esattamente al centro della pianura si trova il luogo che sto cercando.

L’ho scoperto leggendo un grande cartello turistico all’entrata di Amesbury, il villaggio sul fiume Avon, pacifico, pieno di parchi e villini, da dove a notte fonda sono partita. 

Mi ritrovo improvvisamente davanti a una discesa dove il rischio di cadere diventa un’eventualità concreta. Nel buio i versi dei fagiani accompagnano tutto il mio cammino. Ce ne sono parecchi, prolificano quasi indisturbati, non hanno particolari predatori naturali, qualche volpe, poche martore e l’uomo. 

A spiegarmi la composizione della fauna e della flora della zona è stato Christopher, una delle poche persone con cui ho socializzato ad Amesbury.

Orgoglioso custode del club di caccia, Christopher mi ha indicato la scorciatoia che sto percorrendo.

«That’s easier said than done» ha continuato a ripetermi, invitandomi a comprare nel suo negozio di vestiti usati una giacca impermeabile militare, indispensabile per la camminata notturna.

Mentre mi pento di aver seguito i consigli di questo gentleman inglese, i versi dei fagiani vengono sostituiti dai toni bassi di una musica lontana e all’orizzonte appare qualche piccola luce. 

Dal primo camper che vedo s’affaccia un uomo con i capelli lunghi, biondi, la faccia assonnata, mi saluta sbalordito di trovarsi di fronte una sagoma umana spuntata dal buio con addosso un k-way militare. 

L’espressione di sospetto si trasforma in un sorriso quando gli domando se sono sulla via giusta per Stonehenge, annuisce e mi indica un sentiero sterrato.

 

 La Danza dei Giganti

Il buio ha fatto posto a una sottile luce bianca e all’orizzonte si intravedono delle sagome scure: sono le pietre di sarsen di Stonehenge.

Nelle due stanze del Museo di Amesbury ho scoperto che la storia del sito preistorico inizia circa duemilatrecento anni prima di Cristo. In questo periodo, nel sud dell’Inghilterra e in tutta l’Europa occidentale vivevano gruppi di cacciatori e raccoglitori di bacche e arbusti, vestiti di pelle di animali e con il grosso problema di non riuscire a conservare la selvaggina nei mesi invernali; bastava una stagione rigida, più fredda, per distruggere intere comunità. Intorno al 2000 a.C. nuove tribù sbarcarono sulle coste meridionali dell’Inghilterra. A mano a mano raggiunsero la Piana di Salisbury portando grandi rivoluzioni: l’allevamento e l’agricoltura. 

Molti dei problemi delle popolazioni autoctone finirono e gli uomini e le donne iniziarono ad avere una vita più lunga, maggiore tempo per costruire asce, zappe, altri utensili e ore libere per riflettere.

Dagli storici vennero chiamati le genti di Windmill Hill, famosi per aver creato dei long barrows, tumuli di terra rettangolari, tombe collettive orientate verso sud-ovest. 

Se ne trovano molti vicino a Stonehenge e indicano l’importanza religiosa nella piana. Per avere una popolazione in grado di costruire siti più complessi bisogna aspettare il 1400 a.C. e la Wessex culture, una sorta di aristocrazia religiosa in grado di sottomettere le altre popolazioni e costringerle a trasportare e lavorare enormi blocchi di sarsen. Con la Wessex culture i long barrows si ampliano e si trasformano in round barrows e inizia la costruzione di maestosi monumenti, tra cui Stonehenge.

Guardando la fila di tende, camper, van accampati lungo la strada, mi sento felice di aver trovato forme di vita umana e di essere a pochi metri dalla mia meta.

Tra poco più di mezz’ora sarà l’alba del 20 marzo del 2024, l’equinozio di primavera fa radunare a Stonehenge neopagani, druidi, hippy, wiccan, new travellers e curiosi.

Per l’occasione, poco prima del sorgere del sole, il sito viene aperto e a tutti è data l’opportunità di entrare nel cerchio di pietre per svolgere riti, pregare e danzare.

Per questo motivo sono arrivata fin qui da Londra e prima dell’alba, sotto una pioggerella fitta, aspetto che un gruppo di volontari apra i cancelli di Stonehenge. 

Per capire come Stonehenge da monumento preistorico sia diventato tempio per druidi, wiccan e neopagani, c’è bisogno di un altro salto nel tempo, stavolta non nel Neolitico, ma in tempi più recenti, a metà del Settecento.

Nell’epoca dei lumi, William Stukeley, un dottore laureato a Oxford, come molti aristocratici soffriva di gotta.

Per cercare di guarire da questa malattia si era prescritto delle lunghe passeggiate a cavallo e in una di queste gite si ritrovò davanti a Stonehenge.

Rimase così impressionato dal sito da dedicargli tutto il resto della sua vita.

Nella piccola biblioteca del museo di Amesbury ho sfogliato un grosso volume: Stonehenge a Temple Restor’d to the British Druids by William Stukeley. 

Stukeley non ha dubbi: quello che lui chiama il tempio è stato costruito da druidi, sacerdoti celtici.

Il medico ritrova una storia di uno scrittore gallese, Geoffroy di Monmouth, che visse intorno al 1100 d.C. e scrisse una Historia Regum Britanniae, ispirata ad antiche leggende celtiche. 

In un passo racconta della lunga lotta tra il re d’Inghilterra, il bretone Vortigern e Hengist re dei sassoni.

I due schieramenti, dopo anni di guerre, decisero di organizzare una conferenza per la pace vicino Stonehenge. La regola stabiliva di presentarsi senza armi, ma Hengist, deciso a sterminare tutta la nobiltà della Gran Bretagna, incitò i suoi a portare dei pugnali nascosti sotto gli abiti. Tutti i nobili bretoni vennero così massacrati dai sassoni, compreso Vortigern. 

Al re Hengist successe un romano cresciuto in Gran Bretagna, Aurelius Ambrosius che volle costruire un monumento eterno per ricordare lo sfortunato re bretone. Per la costruzione del sito immortale chiese consiglio a uno dei personaggi più famosi dell’epoca, Myrddhin (in gallese), Mago Merlino, il creatore dell’ordine della Tavola Rotonda. 

 

«Vai a cercare la Danza dei Giganti, che si trova a Killarus, una montagna d’Irlanda. Sono delle grandi pietre che possiedono qualità meravigliose. Se potranno essere collocate in cerchio su questo terreno, vi rimarranno per l’eternità. Le pietre della Danza dei Giganti sono pietre sacre e guariscono da ogni male. I Giganti dei tempi andati le portarono dalle sponde più lontane dell’Africa per via delle loro virtù. Quando uno di loro era ammalato, essi lo immergevano nell’acqua che era servita a lavare le pietre, e la guarigione era immediata.»

Così parlò Merlino e Aurelius Ambrosius non ci pensò due volte e decise di fare guerra all’Irlanda pur di avere le sacre pietre. A capo del suo esercito mise un valoroso condottiero, Uther il Pendragon, che, insieme a Merlino, sconfisse l’esercito irlandese. Ma una volta giunti a Killarius, davanti alle enormi pietre i bretoni si resero conto che era impossibile spostarle. Merlino grazie ai suoi poteri magici le sollevò e le trasportò verso le navi.

Sempre sotto la direzione del Mago le pietre vennero portate ad Amesbury, collocate nella piana ed erette in un cerchio nella stessa disposizione in cui erano state trovate a Killarius. 

 

Alban Eiler

Mentre penso a questa storia, accanto a me due uomini vestiti con lunghe tuniche bianche, mantelli rossi e bastoni si salutano tra loro con aria amichevole e con lo stesso entusiasmo accolgono una donna vestita di bianco con un mantello blu e un cesto di fiori colorati. Deve essere Ostara, la dea celtica della Natura e della fertilità.

I riti dell’equinozio di primavera sono dedicati a lei e la festa che si celebra viene chiamata: Alban Eiler (Luce della Terra). Le preghiere dei riti hanno come scopo quello di concretizzare dei desideri. Per le antiche tribù celtiche le preghiere erano indirizzate verso la fertilità dei raccolti e collegati a dei rituali ierogamici come l’unione sessuale, massima rappresentazione sacra della fertilità.

Oggi le preghiere sono desideri di persone che partecipano al rito e hanno come comune denominatore la pace e l’armonia dell’universo.

Ho letto le testimonianze di diversi turisti che dicono di essere rimasti delusi di fronte a Stonehenge. Sarà per le storie che ho letto, sarà per la presenza silenziosa di tutte queste persone e per quest’alba uggiosa, ma quando mi ritrovo dentro al cerchio di Stonehenge e vedo uno dei druidi sistemarsi al centro con le mani alzate nel punto esatto dove sorgerà il sole, sono sicura di poter sentire tutta l’energia di questo posto. 

I preparativi dei riti si fanno in silenzio, la donna vestita di blu posiziona il cestino di fiori al centro del cerchio, mentre i due druidi si scambiano qualche parola. Nell’attesa non c’è nessuna aria solenne, ma una gioia festosa, ci si sorride a vicenda tra sconosciuti, si chiacchiera a bassa voce. Così conosco Mary, una ragazza arrivata dal nord dell’Inghilterra insieme al suo compagno John e ai tre figli. Uno sbuca fuori da un marsupio che ha attaccato alla vita, da lontano John mi saluta con la mano, intento a cullare un altro bambino, mentre il più grande, poco lontano da Mary, mi fissa con aria curiosa. Guidati dai druidi formiamo un cerchio in linea con le pietre del sito. Mentre con una mano stringo quella di Mary nell’altra trovo quella di una signora con i capelli bianchi raccolti sotto una fascia fatta a uncinetto che le invidio moltissimo. Mi dice che è un regalo della nipote e mi indica una ragazza riccia sui vent’anni di fronte a noi. A occhi chiusi e scalza sorride stringendo le mani di altri ragazzi che sembrano conoscersi. Uno dei due druidi invita a recitare la preghiera che apre i riti, per tre volte:

We swear by peace and love to stand, Heart to heart and hand to hand. Mark, O Spirit, and hear us now, Confirming this our Sacred Vow. 

Poi Ostara alza le mani verso il cielo e inizia a recitare l’Invocazione alle sette direzioni. Mary mi aiuta a capire quello che sta succedendo e mi dice che si tratta di una preghiera Maya che aiuta a sintonizzarsi con l’Universo e metterci in contatto con tutte le creature della terra visibili e invisibili. 

Questa invocazione appartiene a uno dei tanti riti del Neopaganesimo, che reiventa nuove tradizioni a partire da religioni antiche, entrambe legate dalla connessione con la Natura.

Quello che può sembrare un pastiche un po’ assurdo è l’esigenza del Neopaganesimo di rinnovare le sue tradizioni in base ai cambiamenti della società. Non si tratta di una religione statica, ma fluida e con un forte interesse all’attualità e la politica. I fatti storici o mitici che compongono le sue tradizioni vengono scelti in base a esigenze d’innovazione. In questi anni le conseguenze del cambiamento climatico e le guerre sono i principali problemi del Neopaganesimo e vengono espressi chiaramente anche nelle preghiere. 

Nel cerchio dentro Stonehenge spicca una bandiera della Palestina e il desiderio maggiore di tutte le preghiere si esprime con le parole: stop genocide. 

Questa incessante trasformazione del movimento neopagano racchiude diversi gruppi, alcuni rappresentanti fanno parte del cerchio, Mary mi aiuta a riconoscerli.

Sulla nostra destra un gruppo di donne indossano abiti lunghi, pellicce (finte) di orsi e lupi, alcune portano maschere di scheletri di animali e una indossa un giaccone con dipinti animali selvatici. Sono wiccan, adepte della religione Wicca, una delle più grandi del mondo del Neopaganesimo. Per i wiccan, Dio è in ogni cosa ed è racchiuso nella Dea (la Luna) e nel Dio (il Sole); sull’alternanza tra queste due forze si costruisce la vita nel mondo. È una religione molto legata alla teologia, fondamentale è lo studio della natura, non ha dogmi da rispettare e lascia molta indipendenza ai suoi adepti. A causa di una serie di mistificazioni spesso si crede che la Wicca abbia a che fare con il satanismo, sacrifici di animali e altre credenze errate che ancora circolano a causa della disinformazione e della volontà di altre religioni affermate, prima tra tutti il cristianesimo, di voler screditare ogni forma di paganesimo. 

Dopo le preghiere druide tocca alle wiccan condurre le cerimonie, che si svolgono con canti e suoni di tamburi. Scocca l’ora del sorgere del sole, anche se il cielo grigio non permette di vederlo, grida e altri canti accolgono l’arrivo della primavera. Una delle wiccan raggiunge il centro e inizia a danzare e a suonare il tamburo; man mano il cerchio si scioglie, c’è chi segue le danze, chi medita in silenzio accanto alle pietre mentre un altro gruppo si posiziona per un Saluto al Sole.

 

I want to believe 

Colgo l’occasione per fare delle foto e mi allontano dal cerchio, il sito è pieno di persone, la luce è più chiara, alzo la testa verso il cielo alla ricerca di qualche raggio di sole, ma c’è poca speranza. La coltre di nuvole rimane fitta e ora che il vento si è fermato sarà difficile riuscire a vedere il sole allinearsi sulle pietre. Allontanandomi dal cerchio mi rendo conto che non sono l’unica a guardare in alto.

Distesi per terra a semicerchio un gruppo di persone fissa il cielo, indossano occhiali scuri, mi avvicino di poco per paura di disturbare qualunque rito o preghiera stiano facendo. Riesco a leggere su una delle magliette scure che indossano la scritta: I want to believe e capisco chi sono. 

I vuoti storici di Stonehenge sono stati colmati da miti, leggende, e spesso molti scrittori non hanno resistito alla tentazione di scrivere una storia sul sito.

Uno di questi è lo svizzero Erich von Däniken, autore di numerosi best seller negli anni Settanta. Secondo le sue teorie, Stonehenge, come anche le Piramidi, le statue dell’Isola di Pasqua e Teotihuacán sono stati costruiti da extraterrestri. 

Questa teoria pseudoscientifica è chiamata paleoastronautica e racconta di popolazioni aliene arrivate sulla Terra nella preistoria per contattare gli uomini e costruire enormi templi. I siti sono centri di comunicazione attraverso i quali l’uomo può mettersi in contatto con loro. Proprio Stonehenge, secondo questa teoria, è uno dei luoghi più importanti dove possono verificarsi anche incontri ravvicinati con gli alieni. Molti sono stati gli avvistamenti di Ufo e apparizioni sospette sia dentro il sito, sia nelle vicinanze.

 

No need for a tunnel

Vedere un gruppo di persone distese ad aspettare un contatto alieno può far ridere anche chi non è scettico a queste teorie, ma oltre al rispetto che ogni fede comporta c’è un filo conduttore che lega tutti i movimenti, le religioni e le teorie che riguardano Stonehenge: il rispetto per la Natura e per gli uomini e le donne, chiunque essi siano stati, che costruirono questo monumento. 

Una grossa minaccia incombe su Stonehenge; alla fine dei riti, uno dei Druidi, Richard, ne parla. Riguarda l’autostrada A303 che circonda il sito e che prima di avventurarmi per i campi ho costeggiato con il pericolo di essere investita dai tir e dalle macchine. Da parecchi anni c’è il progetto di costruire un tunnel che passi sotto Stonehenge. La costruzione del tunnel, secondo i pareri di molti archeologi e ingegneri causerebbe dei danni molto gravi al sito. 

The Stonehenge Alliance è l’associazione che da anni organizza presidi e manifestazioni contro il tunnel, considerato un progetto intrusivo e dannoso non solo per il sito, ma anche per l’intero ecosistema della valle. Inoltre, l’area intorno a Stonehenge è ricca di altri monumenti ancora da scoprire e che potrebbero raccontare tante altre storie su questo luogo. Scavare il tunnel sarebbe come depredare i templi e le tombe dei nostri antenati, mi dice Richard e mi riempie di volantini.

Insieme agli altri movimenti neopagani sta organizzando una marcia lenta per bloccare il progetto e proteggere la zona. 

Il druido solenne si è trasformato nell’attivista lucido e deciso nel sostenere le sue lotte con azioni non violente, a lui si uniscono persone che si ritrovano a Stonehenge, ognuna con le sue credenze. Questa varietà di movimenti religiosi testimonia come il Neopaganesimo sia una realtà complessa e in continua trasformazione. 

Man mano le persone iniziano a incamminarsi verso l’uscita dal sito, sfoglio i volantini che Richard mi ha lasciato. Uno in particolare mi colpisce:

 

There is a need to dance

There is a need to travel 

There is a need to squat

There is a need to celebrate

There is a need for community

There is a need for tolerance

There is a need to be heard

E alla fine a lettere cubitali:

No need for a tunnel. 

Mi ricorda una serie di flyer che mi è capitato di vedere a Londra in una mostra a Peckham a Copeland Park. 

Le frasi erano simili ed erano state scritte nel 1995 contro il Criminal Justice Bill, un pacchetto di leggi che in nome del decoro urbano condannava chiunque avesse uno stile di vita diverso dalla norma.

«Tutto torna» mi dice serafica Mary quando le faccio vedere il volantino e provo a spiegarle le somiglianze con i flyer della mostra. 

Prima di andare via tocco una delle enormi pietre di sarsen ricoperta da un sottile e resistente strato di muschio scuro. Una delle ultime teorie su questo sito che è sia stato progettato per essere un santuario curativo; vicino al monumento sono stati trovati tumuli con diversi scheletri di persone malate o con malformazioni. Immagino in tempi antichissimi pellegrinaggi e carovane di genti dirette verso il cerchio di pietre con la volontà di curarsi. Oggi le comunità di new travellers e neopagani ripercorrono le vie di quelle persone, reinventano nuove tradizioni, elaborano nuovi riti e miti con lo scopo di voler curare l’umanità dai suoi mali più gravi: la guerra e la distruzione della Natura.

La via che percorrono è antica e ci indica una strada per tentare di salvaguardare il nostro futuro e ritrovare l’unità con la Natura.

Tra le tante storie di Stonehenge questo sembra essere il significato più profondo che ci lascia questo monumento.

Ora la luce è chiara e densa, le persone si disperdono nella piana, si danno appuntamento per il solstizio d’estate. Lascio Stonehenge, lo guardo da lontano e per pochi attimi la coltre di nuvole si apre e spunta un sole pallido che fa appena in tempo a illuminare il cerchio di pietre.


elena cirioni lavora per la rai e si occupa di libri, cinema e teatro.

1 comment on “Sulla strada per Stonehenge”

  1. Maria Francesca Rizzo

    Sono stata a Stonehenge due volte,ogni volta con la stessa emozione, la stessa sensazione di un misticismo connaturato con quel luogo, della presenza di un’energia positiva che non ho percepito in altri luoghi di culto che ho visitato. Ogni volta ho sentito il bisogno di distendermi a terra , sull’ erba, tra i fiori della pianura di Stonehenge. Ne ho assorbito la forza, il senso di benessere e di ancestrale appartenenza a quel luogo magico. Stonehenge è uno dei cardini della Terra

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