Svegliarsi, o non svegliarsi, a mezzanotte

Gli “istinti di morte”, quindi la depressione e la volontà di morire, sono un tema particolarmente attuale. In questo articolo, a margine di una conversazione con la scrittrice Fuani Marino, si affronta il tema nella sua rilevanza politica e filosofica proprio a partire dall’ultimo libro di Marino, “Svegliami a mezzanotte”. Dietro la storia (autobiografica) della protagonista, il libro esprime anche una riflessione su politica e capitalismo.


In copertina: un dipinto di Edward Hopper, “Two Comedians”. fu la sua ultima opera.

di Vittorio Ray

Sono circa tre mesi che mi arrovello su come rimaneggiare questa intervista, o recensione, o articolo sulla possibilità politica dell’ultimo libro di Fuani Marino, Svegliami a mezzanotte. L’intervista in sé è riuscita a metà, colpa di una serie di distanze (non ultima quella geografica) e di timori. Chiacchierare con un intervistatore sconosciuto a distanza non è facile, soprattutto se il punto di partenza è l’esperienza autobiografica di una mancata suicida. Il risultato è stato un dialogo un po’ strozzato e impaurito, da entrambi i lati. Eppure qualcosa si intravede: forse soprattutto la necessità di moltiplicare queste occasioni, diffondere e aggiornare il dibattito sul ruolo di vita e morte nella società, guadagnare tempo prima che i toni politici più bassi e polarizzati invadano tutti gli spazi.

Piccolo passo indietro. Ho letto il libro di Marino tra i giorni 19 e 20 ottobre. Sono corso in libreria dopo aver letto la recensione di Paolo Giordano, uscita sul Corriere il 18, perché ad un certo punto dice che il libro non racconta solo una vicenda autobiografica, ma è un libro di “denuncia a tutto campo”. Questa frase ha trafitto la mia quiete autunnale: sapere che una giovane partenopea, dopo essere sopravvissuta a un tentativo di suicidio, aveva scritto un libro bellissimo (voce che circolava già da qualche tempo) era un’ottima notizia; scoprire che si trattava di un libro politico mi aveva messo una certa ansia – e fretta.

Ho letto il libro in un giorno e mezzo. L’argomento non è triviale ma è un libro incredibilmente scorrevole. Soprattutto lo è stato nel mio caso perché, nel goderne la scrittura, un angolo del cervello era concentrato sulla caccia alla rivendicazione politica. Niente, le pagine scorrevano e c’era solo una fiabesca e devastante storia personale, raccontata con delicatezza, inframezzata da alcune pause ciniche – forse meno belle per i più sensibili, ma sempre brillanti. Borghesia napoletana (palcoscenico senza tempo), storie di una liceale attraente e problematica, che si trasforma in aspirante giornalista e inizia a fare i conti con la frustrazione lavorativa, la precarietà, la depressione, gli psicofarmaci. Il fidanzato notaio, la casa troppo grande in regalo, le vacanze in Abruzzo, la gravidanza abbastanza desiderata. La quiete perfetta, il salto dal quarto piano, e poi lentamente la risalita. Tantissimi ingredienti insomma, impreziositi dal fatto della “storia vera” (il non plus ultra per il bravo cittadino con bisogno di riscontri), ma nessun accenno alla dimensione politica. Speravo insomma che Paolo Giordano avesse travisato tutto, sempre per quell’ansia che mi aveva divorato e adesso piano piano si placava. E invece no. In una pagina qualsiasi, quasi inaspettatamente, Marino scrive: “questo è un libro politico”. Da qui, per me, è iniziato un altro libro. Ho scritto delle domande di getto, poi vagamente riviste e inviate all’autrice.

Questa la premessa con cui ho aperto la conversazione con l’autrice:

So che non è un saggio, so che alcune frasi potrebbero essere poco pesate, ma d’altronde a un certo punto verso la fine dici che è un libro politico. Chiaramente la grande responsabilità di scrivere un libro politico è che, anche solo implicitamente, per negazione a ciò che denuncia, deve formulare o almeno ammettere uno scenario alternativo e coerente, fatto di elementi compossibili. Poiché sono tempi in cui ci sentiamo tutti un po’ engagé, e mi sembra che tu non faccia eccezione, ho preso politicamente molto sul serio il libro e adesso lo vorrei analizzare. 

La malattia implica l’esistenza di una “sanezza”, un modo giusto di funzionare e uno sbagliato. È il motivo per cui alcune devianze vengono nel tempo riclassificate come semplici modi diversi di vivere/ pensare/ essere attratti/ esistere. Nel libro dici che i malati mentali dovrebbero essere trattati con la “serenità” e l’onestà con cui trattiamo chi si rompe una gamba o ha il cancro. Non hai paura delle implicazioni che questo avrebbe per una ortodossia mentale?

Mi stai chiedendo se temo che trattare la patologia psichiatrica nello stesso modo in cui trattiamo tutte le altre patologie possa catapultarci nel finale di Joker? Direi il contrario, considerato che molte persone con disagio psichico più o meno importante rifiutano di vedere uno specialista o di assumere farmaci proprio perché li considera “pericolosi”. Io stessa molti anni fa ho commesso l’errore di non accettare una diagnosi, e i risultati li conosciamo.

 

Un’opera di Thomas Eakins. Il ritratto di Edward Anthony Spitzka

In alcune parti del libro sembri dire “chi non ci è passato non può capire”, un po’ come il celebre caso della maternità e della possibilità di parlare dell’inizio della vita da parte di chi non ha partorito. A livello esperienziale possiamo essere serenamente d’accordo, ma nel momento di prendere decisioni politiche universali il problema si complica, e nel caso della sanità mentale la sfida sembra ancora più ambiziosa. Come si fa a rivendicare di essere gli unici a poter “parlare” di un argomento se l’esperienza dello stesso è accompagnata, direi anzi immersa, in uno stato alterato?

In questo momento il mio stato mentale non mi sembra più alterato del tuo. Tuttavia ho attraversato fasi di sofferenza profonda e non vorrei che quest’ultima venisse esclusa a priori da un discorso più ampio sul fine vita e sul suicidio assistito. Così come malattie oncologiche o degenerative possono condurre a uno stato in cui l’individuo non consideri più la possibilità di voler vivere, anche patologie psichiatriche recidivanti o resistenti ai farmaci meritano di rientrare in questo tipo di ragionamento. Naturalmente ad esprimersi su questo aspetto non ci sarebbero solo depressi o pazienti affetti da disturbi psichici in genere, e tuttavia credo che il loro punto di vista possa essere prezioso. In generale, la loro esperienza e i loro suggerimenti potrebbero risultare molto utili anche in ambiti come i diversi approcci terapeutici e la relazione medico/paziente.

Quando ti senti nel massimo delle tue facoltà mentali – non dico nella gioia e nell’euforia, ma quando ti senti lucida e presente a te stessa – speri di vivere fino all’ultimo giorno che ti sarà dato vivere? Escludendo i martiri e i terroristi/militanti vari, pensi che sia naturale (cioè, iscritto nel dna degli esseri viventi) desiderare di vivere piuttosto che desiderare di morire?

Spero di vivere fino all’ultimo giorno della mia vita in maniera dignitosa, e auguro lo stesso agli altri. Naturalmente si tratta di parametri soggettivi, legati anche al proprio sistema di valori (un cattolico praticante potrebbe avere più difficoltà ad invocare il suicidio assistito, ad esempio, perché non lo ritiene in linea con la propria fede). Quanto all’istinto di conservazione, nel libro faccio riferimento a Sigmund Freud che individua in ciascuno di noi due diverse pulsioni: quella di vita e quella di morte. Non credo quindi che il desiderio di vivere possa essere considerato “più giusto” rispetto a quello di morire, direi solo che è preponderante ed è considerato la normalità.

Pag. 87, dici che “la gente ti chiede come ci sei finita perché vuole sapere se può capitare anche a loro”. Escludi l’ipotesi che a qualcuno invece non interessi se può capitare a lui, e invece vuole soltanto che non ricapiti a te, e soffre se stai male, anche se non ti conosce. Questo cinismo è una posa, un espediente letterario, o sei veramente così distaccata dall’umanità?

La frase virgolettata che mi attribuisci in realtà è tratta dal memoir di Susanna Kaysen, in cui la scrittrice americana racconta la propria esperienza di ragazza ricoverata in una clinica psichiatrica (la stessa fra l’altro in cui era stata Sylvia Plath). Naturalmente ci sono persone che si saranno rattristate per quanto accadutomi, ma in generale, le storie come la mia fanno paura perché non si riesce a trovare una spiegazione razionale, e anche il mio libro non è altro che questo, il disperato tentativo di trovare delle risposte che non ci sono.

Pag. 63, dici che fai yoga. Non pensi che le discipline orientali, l’idea di cercare un’ancora dentro sé stessi e non presso il prossimo, abbiano questa controindicazione di pochi appoggi esterni? Esiste un egoismo salvifico?

Ho praticato yoga solo nel periodo della gravidanza e del post partum, e direi che non mi ha giovato. Non so se l’egoismo in generale è salvifico, ma in alcuni casi può essere funzionale o addirittura necessario, se si ha un equilibrio più delicato, ad esempio.

Nel libro sei spesso cinica nei confronti della situazione, di quello che ti è successo. Una persona poco abituata al cinismo leggendo potrebbe dire che “ti manchi di rispetto”. In effetti, in questa ottica, il suicidio è il massimo della mancanza di rispetto. D’altronde nel nostro orizzonte di pensiero (che alcuni storici delle idee direbbero liberale) sul nostro corpo siamo sovrani assoluti, giudici monocratici. Immagina se invece domani arrivasse uno e dicesse “No: il corpo è tuo ma non proprio del tutto, c’è un limite al male che gli puoi fare e devi renderne conto a qualcun altro” (un Dio, la società civile, il parlamento – non è importante). Quanto ti sembrerebbe assurdo?

Nel passato in effetti era così: il suicidio veniva sanzionato come un crimine a tutti gli effetti, e la famiglia del suicida doveva risponderne da un punto di vista legale ed economico. Oggi fortunatamente siamo in un’epoca diversa, sebbene alcuni abbraccino ancora posizioni oscurantiste che vorrebbero stabilire cosa fare del corpo degli altri: mi riferisco all’aborto, ad esempio, o all’accanimento terapeutico. Si tratta comunque di un discorso molto complesso, perché tu parli di un limite, ma come si fa a stabilirlo?

Nel dopo, nella ripresa, cosa sarebbe stato diverso se Greta (figlia della scrittrice Ndr) non ci fosse stata?                                                   

I primi anni di vita di un bambino sono totalizzanti, come avviene in genere ne sono stata completamente assorbita, ponendomi in secondo piano e traendone una spinta vitale. Credo che la sua presenza abbia inciso molto sulla mia ripresa, e non solo su quella. Mi riferisco anche al mio matrimonio, che ad oggi è ancora in piedi. 

Racconti che i tuoi genitori non si amavano. Secondo te due persone possono sforzarsi di amarsi, addirittura mossi dal bene per un figlio?

Possono sforzarsi di restare insieme, e di farlo evitando attriti. Ma vedo l’amore e lo sforzarsi di farlo come cose antitetiche. 

A pag. 115 dici che non riesci a conciliare la soddisfazione personale con la cura per i figli. Va bene, è una cosa molto comune, ragion per cui molte donne scelgono l’una o l’altra strada. Esiste la possibilità che tu fossi semplicemente inadeguata, o anche solo che non sia stata in grado di scegliere bene le tue priorità? Siamo nel 2019, è pieno di donne senza figli che governano le sorti del mondo, hanno fatto una scelta e quindi, come ogni scelta, alcune rinunce. La tua insoddisfazione è una rivendicazione, ha una dimensione politica? Ci sarebbe qualche strumento per avere sistematicamente tutto ed essere sempre soddisfatti? 

Sicuramente non ero portata per l’accudimento, e l’ho capito solo dopo essere diventata madre. Il problema è che la maternità continua ad essere un imperativo culturale, insegniamo alle bambine che occuparsi del bambolotto è bello, mentre nella vita reale non è sempre così, o almeno non per tutte. Fra l’altro mi pare tu dia un po’ troppo per scontata la necessità di una scelta da parte delle donne sull’essere madri o lavorare,  mentre il punto è proprio sentirsi libere di poter fare una delle due cose o entrambe, in base a come ci gira. 

Più avanti ti lamenti del fatto che le persone malate, specie quelle affette da malattie psichiatriche, sono stigmatizzate. È vero, sono d’accordo ed è esperienza quotidiana. Meno quotidiano è, nei miei rari episodi di contatto con malati mentali, rivendicare con questo orgoglio la propria condizione, da artisti troppo sensibili e un po’ maledetti. Insomma i pochi malati che ho conosciuto io bacerebbero a terra per avere un lavoro da impiegati al comune a 1100€ al mese. In questo senso, un primo passo verso la riappacificazione con la società potrebbe essere il riconoscere il problema, fare pace con la normalità. Dichiarare che la vita è il collante, il bene supremo, il campo da gioco per innaffiare il quale orientiamo tutti i nostri sforzi, e invece la morte fa schifo. Perché se dici che la società ti dovrebbe aiutare a morire, come fa poi quella stessa società a compatirti quando tenti il suicidio, pure con un pizzico di rivendicazione (“la civilissima opportunità del suicidio assistito”, di cui parli alla fine del libro)? Ribalto la domanda: sei disposta a fare qualcosa per venire incontro a chi stigmatizza?

Rivendicare una condizione (che sia un orientamento sessuale o una patologia) non equivale tanto ad esserne fieri quanto a non rinnegarla. Per venire incontro a chi stigmatizza la mia condizione ho scritto questo libro, in cui riconosco il problema in maniera pubblica argomentandolo, e resto aperta al confronto con posizioni diverse rispetto alla mia.


 

Questo è stato, per ora. Il mezzo scritto, oltre a ghiacciare ogni possibile empatia (cosa di cui, rileggendo, mi dispiaccio di più), non ha permesso di scendere più a fondo negli argomenti.

Riassumo qui, in pochi punti non esaustivi, le questioni politiche che il libro tocca e che bisognerebbe indagare meglio.

Partiamo dalla cornice. Quali sono i confini, spaziali e temporali, del mondo di idee in cui ci troviamo. Immersi in un modello liberale puro, almeno dal punto di vista formale, tendiamo a dimenticare che 1) questa è una posizione storicamente accaduta, con un inizio e uno sviluppo, come tutte le altre idee e quindi non meno ideologica; 2) restando nel campo liberale, stiamo forse entrando in una zona di rendimenti decrescenti (o negativi) della sfera delle libertà. C’è il rischio che prendendoci ancora qualcosa (il diritto al suicidio, il diritto a percepirsi e farsi percepire al di là di ogni dato biologico, etc.) possa sottrarre per incompatibilità altre porzioni di sfera (compassione, coesione della comunità), porzioni che davamo per scontate e a cui non è detto che siamo pronti a rinunciare facilmente, o senza conseguenze; 3) uscendo dal campo liberale, esistono altre posizioni, altri paradigmi. Oggi la forma in cui queste posizioni altre si manifestano è quella purulenta dei cd. “populismi reazionari”, e forse è purulenta ed esplosiva proprio perché quelle idee non hanno avuto cittadinanza nel dibattito pubblico civile, né di conseguenza hanno autocoscienza. Non ci illudiamo del fatto che tutte le posizioni possano convivere pacificamente in una democrazia, ma al momento pochissimi sforzi vengono fatti in una direzione dialogante (da entrambe le parti, e soprattutto da quella che avrebbe più mezzi e spazi intellettuali per prendere l’iniziativa) e dunque c’è ancora molto margine prima di arrivare ai limiti del confrontabile.

In secondo luogo, come dare voce in capitolo ai malati psichici nel dibattito politico (soprattutto in quello che li riguarda direttamente). Le possibilità sono tante, e tutte presuppongono una collaborazione tra il dato medico e l’interpretazione dei filosofi, dei preti, degli imam. Questa collaborazione deve accadere presto, spesso, nitidamente e con onestà.

Poi un terzo problema: come tenere insieme una ridiscussione della “norma mentale” (un certo orgoglio della propria diversità, il rispetto per la pulsione suicida), e allo stesso tempo la normalizzazione della malattia psichiatrica all’interno della comunità dei malati. L’ortopedico vuole che le ossa stiano dritte, e lo stesso vuole lo zoppo. E lo psichiatra? E gli altri psichiatri? E i pazienti? È chiaro che qui il terreno è meno stabile, ma bisogna capire se rimanerci e – ancora di più – rivendicarne l’instabilità, o se provare ad avanzare verso qualche direzione.

Infine va deciso cosa è capitalismo e cosa no. Anche in questo libro si cita Mark Fisher, e anche in questo libro a tratti si ha l’impressione che venga tirato in ballo il grande buco nero di tutte le frustrazioni, i mali e ogni altra cosa con segno meno a cui si possa pensare: il capitalismo. Nella fattispecie, l’autrice ha l’impressione che il mondo (capitalista) si aspetti troppo, soprattutto dalle donne, imponendo la classica tragica dicotomia figli/carriera. Ma in questa dinamica di realizzazione/autorealizzazione, quali aspettative sono imposte da fuori e quali generiamo noi, naturalmente e da sempre? Se qualcuno si sente incompleto stando a casa ad accudire i figli invece di lavorare, la responsabilità di quella sensazione è sua o della società? Insomma, c’è qualcosa di emendabile e contingente (cioè politico) in questa situazione? D’altronde possiamo chiamare ‘capitalismo’ tutto quello che non ci piace, anche noi stessi o addirittura tutta la realtà, come il fortunato caso letterario di Fisher. Ma se la topologia e Gramsci ci hanno insegnato qualcosa sull’importanza della parzialità in politica, questo anticapitalismo pancapitalista non porterà molto lontano.


Vittorio Ray è nato a Roma. Giornalista freelance, si interessa soprattutto di cultura e società.

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