Tecnologia, vita e desiderio statistico

Una riflessione su come la tecnologia moderna catturi e riplasmi il nostro desiderio, rendendoci prigionieri di una riprogrammazione impercettibile.


In copertinA: Adolfo Natalini, Senza titolo, Asta Pananti in corso

Questo articolo è un estratto, in forma di cut-up, dal libroManifesto della Moltiplicazione degli Organi. Corpo, identità, tecnologia, desideriodi Christian Nirvana Damato


Di Christian Nirvana Damato

Slavoj Žižek, come Georges Bataille, sostiene che il vero godimento, nella sua forma erotica, sovviene a partire dalla condizione intralciata e fallimentare dell’essere umano. Questa sarebbe l’esperienza autentica dell’erotismo. È proprio mantenendo tale condizione che l’erotismo può avere luogo costruendosi attraverso espedienti psicologici dati dalla fantasia, meglio ancora dai supporti fantasmatici che dobbiamo edificare per sostenere il nostro desiderio

Cosa succede se la fantasia manca proprio all’appuntamento in cui i soggetti si mescolano? Sarà forse che attraverso e a causa di uno sviluppo tecnologico predatorio si sta catturando il desiderio mediante la sterilizzazione e la riprogrammazione della nostra capacità fantasmatica? Dobbiamo tornare indietro, ripartire da quella che è stata la storicizzazione del desiderio, in cui complessivamente vediamo come questo non è mai “completamente nostro”, ma sempre situato e influenzato dal periodo storico, e dunque dalla cultura, dalla politica, dall’immaginario, dall’ordine simbolico e dalle ideologie vigenti. Nessun desiderio è davvero casuale: sono nostri, ma sempre sovradeterminati da(l) (grande) Altro. Ne Il sesso e l’assoluto, Žižek si chiede dunque se davvero la digitalizzazione porti una novità in tutto questo:

Il grande altro digitale è forse un nuovo esempio di grande Altro simbolico, un esempio che ci permette di maturare la consapevolezza di come siamo decentrati e disciplinati (parlati e non parlanti, come ha detto Lacan)? […] La digitalizzazione della vita quotidiana, anziché minacciare la nostra soggettività libera, minaccia proprio il grande Altro, la capacità di azione dell’ordine simbolico, nel suo funzionamento “normale”. Un altro degli assiomi di Lacan […] è che «non c’è un grande Altro» e dovremmo prendere questa affermazione nel senso più forte, in contrapposizione a un mero «non esiste (Slavoj Žižek, Il sesso e l’assoluto, Ponte alle Grazie 2022, p. 226).

L’affermazione «non c’è un grande Altro» indica proprio il fatto che in realtà non esiste alcuna entità che ci controlla, piuttosto si tratta di una sovrastruttura caotica, incoerente e inevitabile che interferisce e appunto “sovradetermina” i miei desideri, soggettivi proprio in quanto si scontrano con una struttura caotica, che permette al soggetto di desiderare proprio grazie all’intralcio con cui deve necessariamente scontrarsi. Tra noi e il grande Altro – questa entità virtuale che ci separa da tutto ciò che è la struttura socio-simbolica del mondo esterno – vi è sempre uno scarto dato dallo scontro dei nostri desideri e gli elementi d’influenza e d’intralcio. Secondo Žižek, la novità che introdurrebbe la digitalizzazione è dunque l’esistenza materializzata di un grande Altro (Ivi, p. 230). Torniamo al mio assunto cardine, ovvero la tecnologia odierna come spazio di cattura del desiderio, dove la cattura indica esattamente questo: assorbire, depotenziare e neutralizzare. E in cosa consiste la sostanza del desiderio, se non nella fantasia stessa che lo attiva? Per attivare il desiderio, la fantasia stessa dev’essere inaccessibile, o per lo meno in una forma che si vorrebbe raggiungere; solo così avviene la spinta.

Ma il desiderio non è a-storico, a-culturale e a-politico. Oggi, attraverso la tecnologia vi è una riprogrammazione del desiderio dove tale sovra-determinazione viene esperita come “nostra”, e i desideri provenienti e indotti dall’esterno ci sembrano quindi provenienti dall’interno. L’ambiente digitale e più complessivamente la tecnologia, con la sua gestione visibile/invisibile e diretta/indiretta del lavoro, delle relazioni sociali e della vita stessa, diventano il meccanismo perfetto per controllare questa riprogrammazione e veicolazione attraverso lo sfruttamento della capacità mimetica del desiderio: non solo i nostri desideri sono sovradeterminati, ma cercano di imitare altri desideri (Cfr. Alfie Bown, Dream Lovers. The gamification of relationships, Pluto Press 2022). Quando questi provengono tutti dallo stesso seme malato dell’imposizione dell’ordine, della disciplina, di un lavoro asfissiante, di una carriera e in un doppio movimento impongono in maniera implicita anche la riprogrammazione del tempo libero, allora anche quest’ultimo finisce per coadiuvare il sistema politico-economico che attanaglia il mondo e da cui non ci si può liberare. La riprogrammazione tecnologica di cattura dello spazio desiderante improduttivo ci porta a costruire un desiderio che non è più imprevedibile o talvolta improvvisato, e in maniera più radicale che non risponde più all’esigenza caduca e incoerente dell’essere umano. Si tratta di una costruzione statistica, della definizione politica di un pensiero tale per cui si crede non solo che il desiderio che ci viene addossato sia nostro e proveniente dall’interno, ma ci convince di poterlo pilotare e veicolare come se fosse uno strumento meccanico. Il desiderio statistico è una forma di desiderio che fonda la sua spinta attraverso il divenire numero, la gamification, la prevedibilità e la predizione delle azioni che vogliamo mettere in atto, il rifiuto dell’errore e l’aderenza al calcolo. Tale desiderio statistico si collauda attraverso la proposta di sviluppo e progresso della tecnologia come estensione dell’umano e dunque come potenziamento infinito in un mondo di risorse finite e in un corpo/mente intralciato, non ascrivibile alla matematizzazione totale dell’essere.

Il punto non è semplicemente che un’ipotetica e utopica perfezione non possa più renderci esseri umani, mentre l’imperfezione ci manterrebbe tali, ma l’accettazione del fatto che è esattamente la condizione illusoria di perfezione (apparente) a creare la vera impossibilità di desiderare, mentre l’imperfezione e l’intralcio costitutivi dell’essere restano un’impossibilità sempre in tensione e colmabile, e in questo riempire fantasioso noi ci sentiamo vivi. Nel piccolo racconto di Ballard Un gioco da bambini (Feltrinelli Editore 2007), c’è un ricco quartiere residenziale dove una serie di famiglie vivono una vita perfetta. In queste famiglie ci sono tredici ragazzini dagli otto ai sedici anni, tutti conducono una vita programmata, ordinata e perfetta. Hanno impegni tutti i giorni come la scuola, lo sport e la musica, non manca niente. Ogni ora è riempita, e per la loro sicurezza e incolumità ogni stanza è videosorvegliata dagli adulti. Questa condizione priva di impurità e ricolma di impegni interessanti attui a riempire ogni residuo di energia in eccesso, ogni potenziale attività improduttiva, crea nei ragazzini residenti la condizione di una psicosi collettiva: organizzano l’uccisione di tutti gli adulti. Quest’atto radicale è nondimeno l’ultima chance che hanno per tornare umani, per passare dal mondo perfetto a quello imperfetto. Qui, l’atto omicida è metaforicamente una forma di volontà propriamente umana di discesa dalla perfezione, dal desiderio impossibile, all’imperfetta contingenza che fa esplodere la fantasia e il desiderio.

La perdita di energia eccedente

Mentre il mondo che abbiamo creato gira a senso unico, in moto inverso da quello che il mondo è – trascendendoci –, mi vien voglia di voltargli le spalle e correre nella direzione opposta. Ma il tempo nel mio mondo, nel nostro mondo, non è quello che ci trascende, dunque perdiamo facilmente le coordinate, imboccando sempre quell’odioso moto a senso unico. Il movimento continuo e circolare a cui siamo chiamati per vivere è quello della produzione: tutto prende questa direzione di senso, anche ciò che non dovrebbe ne viene risucchiato, compresa l’improduttività. Torniamo al mondo, non quello da noi edificato come società, ma quello che ci trascende e al tempo stesso ci include come esseri umani. Nel passaggio sul senso e le leggi dell’economia generale, Bataille parte da una serie di riflessioni sulla natura, o meglio sulla circolazione dell’energia sul globo terrestre. Cercherò di riassumere brevemente il suo discorso: l’organismo vivente, inteso come pianeta terra o singolo organismo, riceve in teoria più energia di quanta ne occorra per il suo mantenimento, il resto è un eccesso. Quando l’organismo non può più crescere e non può assorbire questo eccesso di energia per intero, deve in qualche modo spenderla senza profitto. Per un organismo, risorse energetiche maggiori di quelle necessarie sono fondamentali per la crescita e la riproduzione; in altre parole, la vita necessita di questo eccesso di energia da spendere improduttivamente, altrimenti è sopravvivenza. La vera eccedenza tuttavia inizia solo nel momento in cui la crescita si limita, fattore che nella materia vivente avviene in modo naturale; riprogrammando tali eccedenze, il nostro equilibrio però è da sempre spezzato:

L’uomo ha avuto fin dall’inizio la facoltà di utilizzare una parte dell’energia disponibile per l’accrescimento, non biologico, ma tecnico, delle proprie ricchezze energetiche. […] L’introduzione del mondo del lavoro nel mondo sostituì fin dall’inizio all’intimità, alla profondità del desiderio e al suo libero scatenarsi, l’incatenamento ragionevole ove la verità dell’istante presente non importa più, bensì importa l’ulteriore risultato delle operazioni (Georges Bataille, La parte Maledetta, Bollati Boringhieri, 2015, pp. 86-105).

Adolfo Natalini, Senza titolo, Asta Pananti in corso

Una volta raggiunto il capitalismo, al dispendio piacevole si oppone l’accumulazione, attua a investire quell’eccesso nell’acquisto di altri mezzi di produzione. Attraversando i secoli, oggi più che mai ogni azione improduttiva del singolo viene trasformata in azione utile alla produzione e alla produttività, l’agonia del vivere per lavorare, dove l’energia spesa per vivere è un investimento di tempo utile per essere prodotti meglio performanti nella società. Nel momento in cui l’essere umano diventa cosa, ogni energia in eccesso è spesa per sfuggire da questo stato e tornare all’essere presenti, a sé stessi e al mondo. Le modalità per dotare di significato questo senso di fuga sono due: la prima è l’inserimento di una serie di azioni quotidiane e saltuarie nella cornice del rituale e del simbolico; la seconda è l’azione senza contropartita, ai soli fini di assecondare il nostro desiderio. Queste modalità di fuga sono sempre avvenute – e avvengono – nel piano fisico uscendo per strada, mescolando esperienza, conoscenza, errori, strade che col senno di poi reputiamo giuste o sbagliate, ma per questo condensazioni di conoscenza e consapevolezza di sé e del mondo. Oggi qualcosa riduce queste forme di esperienza e, nella pigrizia, all’asfalto e al sentiero preferiamo vie di fuga più comode, riducendo la complessità stessa dell’esperienza. Come mimesi distorta della realtà sociale, il digitale programma fantasie, riproduce attrattive di piaceri e desiderio e noi le percepiamo come nostre. Il punto è che queste forme di piacere sono vacue, non contemplano l’errore, l’imprevisto e l’esperienza. Qui il desiderio diventa impossibile, la fantasia è negata, l’ostacolo salta. Di conseguenza, attraverso la negazione di questi aspetti, la cattura del tempo improduttivo e produttivo costruisce una forma di desiderio statistico il cui imperativo necessario è quello della previsione razionale, di un cervello calcolatore che infine vince e trafigge le leggi del cuore. Non inquieta il robot che rassomiglia all’essere umano, ma la semplicità con cui quest’ultimo diventa un automa che ragiona per statistiche, probabilità e piaceri meccanizzati. Questo è il nostro tragico divenire cyborg.

Sole ingabbiato

L’apparato tecnologico di cattura e ricostruzione del desiderio attraverso il tempo improduttivo e produttivo ci invecchia prematuramente, e la situazione rischia di peggiorare con il passare del tempo. Abbiamo una pressione sociale tale per cui, in fondo, ogni via di fuga prevede solo l’autodeterminazione possibile dalla contraddizione, dai compromessi, dalla negoziazione continua, dal sacrificio e dalla ricerca di equilibrio.

Il desiderio non ci viene solo drenato, piuttosto è sotto assedio, sotto uno stress cognitivo che porta a convincerci che ciò che desideriamo aderisce a quello che in fondo siamo. Ma siamo davvero? E quando? La riprogrammazione del desiderio attraverso gli apparati di cattura tecnologici verte a riconfigurare il concetto stesso di felicità intesa come «leggerezza del procedere attraverso la vita senza saperne l’abisso» (Franco “Bifo” Berardi, Disertate, Timeo 2023, pp. 258-259). La felicità di oggi è costruita culturalmente come la capacità di procedere con la pesantezza macchinica della programmazione continua e anticipata della propria vita. Siamo parlati da una sorta di desiderio statistico. Ne L’erotismo, Bataille parla degli esseri umani in termini di continuità e discontinuità:

la riproduzione mette in gioco esseri discontinui. Gli esseri che si riproducono sono distinti gli uni dagli altri, e gli esseri riprodotti si distinguono tra loro, come sono distinti dagli esseri da cui sono derivati. […] tra un essere e l’altro vi è un abisso, vi è discontinuità. Questo abisso si apre, per esempio, tra me che parlo e voi che mi ascoltate. Noi tentiamo di comunicare, ma nessuna comunicazione tra noi riuscirà mai a sopprimere una differenza costitutiva. Se voi morite, non sono io a morire. Siamo, voi e io, esseri frammentari. […] Alla base della nostra esistenza sta una serie di passaggi dal continuo al discontinuo e dal discontinuo al continuo. Noi siamo esseri frammentari, individui che muoiono isolatamente nel corso di un’avventura inintelligibile, colmi di nostalgia per la perduta unità. Sopportiamo a stento la condizione che ci inchioda a una individualità casuale, a quella individualità perduta che noi siamo. E se abbiamo il desiderio angoscioso della durata di quest’essere destinato a perire, abbiamo ugualmente l’ossessione di una totalità originaria, che ci unisca all’essere complessivo (Georges Bataille, L’erotismo, SE, Milano, 2017 pp. 15-16).

Cosa succede se invece iniziamo a pensarci come esseri essenzialmente continui, e la discontinuità come un prodotto culturale della civiltà? Il sistema politico-economico innervato alle tecnologie verte a una costruzione del soggetto discontinuo. Se dunque iniziamo a pensarci come esseri essenzialmente continui, allora vuol dire che la discontinuità è una mezza imposizione, una scelta volontaria, un desiderio in fondo indotto. Siamo esseri continui ammaliati dal desiderio statistico, resi culturalmente discontinui. È proprio a partire dall’impossibilità di alternativa al sistema in cui viviamo che il desiderio statistico si costruisce oggi come l’unico desiderio possibile in grado di soddisfare un soggetto costretto a vivere in questo mondo. Pensare alla continuità vuol dire soffrire. Pensare a rapporti sociali o amorosi a lungo termine fa paura. È strano perdonare, è inutile darsi o dare una seconda possibilità ed è vietato e inaccettabile fallire. L’utile, il programmabile e l’individuale prendono alla fine il sopravvento, bruciando quello che in potenza poteva essere. Ma, in fondo, l’applicazione di un desiderio statistico rischia sempre di tradirsi, prima o poi. Non resta che ridefinire un’organicità post-tecnologica tra le rovine dei rapporti umani: la distruzione dell’ideologia tecnologica di progresso e ipnosi di massa può nascere dall’atto egoistico di negarsi al desiderio statistico, partendo dalla disarticolazione critica di come l’estetica, le narrazioni, le piattaforme e le interfacce tecnologiche veicolano e costituiscono i soggetti attraverso un ecosistema ideologico a cui è sempre più difficile sfuggire.

Bisognerà strappare leggi astratte e mappe, ritrovare le coordinate del proprio desiderio, quello che batte l’asfalto e cade, quello che fa esperienza della propria sovranità, e di ogni disciplina correttiva un pezzo di carta straccia. Se non si abbraccia l’erotismo di un’ossessione personale in tutta la sua attrazione e repellenza, se non si toccano i principi di autodistruzione, se non si sfiora la morte del sé, ogni possibilità di ricomporsi nuovamente è negata. Nell’inutile splendore di essere nessuno, se il desiderio è un sole ingabbiato, non vi è altra soluzione che liberarlo.


Christian Nirvana Damato è uno scrittore, curatore e ricercatore indipendente che si occupa di filosofia, tecnologia e cultura visuale, Parallelamente, porta avanti una ricerca sulla scrittura e sull’editoria come pratiche artistiche e sperimentali, in particolar modo ragionando sull’ibridazione dei generi nella prima, e sulla curatela concettuale della struttura nella seconda. È laureato in Arti Visive e Studi Curatoriali alla Naba di Milano ed è docente in Tecniche dei nuovi media integrati allo IED di Torino. Pubblicherà, scrive, ha firmato e collabora, a vario titolo, per e con Mimesis, Fata Morgana, Artribune, Not (NERO), Kabul, TBD, Coeval, RUFA, PSe (Flashart). È fondatore e curatore di Inactual, collettivo editoriale, artistico e curatoriale. Ha pubblicato Manifesto della Moltiplicazione degli Organi. Corpo, identità, tecnologia e desiderio (2024).

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