“Teoria” (differenziale) della classe Myspace


Cosa hanno in comune la decadenza dell’Occidente e quella di Myspace?


di Enrico Pitzianti

Myspace, ancora prima di Facebook, ci aveva ingannato tutti. Per essere qualcuno bisogna essere creativi, credere in se stessi, essere ambiziosi, guardare ai propri sogni molto seriamente, magari farne una professione. Suoni uno strumento? Metti sul tuo profilo le tue tracce, proprio lì sotto al nome e all’immagine, in modo che sia chiaro quanto quella musica sia parte di te. Disegni, dipingi o ti diletti in una qualche arte? Crea un profilo gratuito in cui pubblicizzi ciò che fai, una vetrina che ti permetterà di venire a contatto con altri che coltivano le tue stesse passioni e immettiti, così, nel circolo velocissimo e incessante dei contenuti online. “Ognuno è il proprio hobby”, questo sembrava essere il mantra.

Il social network di Tom – lui ve lo ricorderete sorridente con la sua maglietta bianca davanti alla lavagna – ha preceduto Facebook in un’idea geniale, quella di promuovere su scala globale un’omeopatia dei contenuti, la morte delle élite e della differenziazione qualitativa. Un mondo senza più nicchie composte da artisti capaci o qualificati, distinguibili dal pubblico, ma un unico grande palco in cui includere tutti, un’esplosione del numero degli artisti così che nessuno è stato più semplice spettatore. Perché no? Che tutti si possano finalmente sentire artisti e che possano godere del proprio granello di fama – anche senza bravura o qualifiche. Fu l’inizio della “fine della competenza”, così la chiama Tom Nichols nel suo saggio omonimo consigliato pochi giorni fa anche dal premier Gentiloni.

Così le competenze sono state diluite, proprio come nell’omeopatia: poco contenuto spalmato su un numero enorme – e sempre crescente – di aspiranti e autoconvinti professionisti. Quindi ecco che le lauree per diventare “accessibili” hanno visto abbassarsi l’asticella della qualità dei loro corsi. Contemporaneamente, sempre in nome dell’accessibilità, l’universo online è stato organizzato con la credibilità equamente distribuita sotto forma di account, (l’unità di misura perfetta). In fondo parliamo di naturali processi di democratizzazione, ovvie conseguenze della diffusione a buon mercato dei mezzi tecnologici utili a produrre e mettere in circolo contenuti. Gli omeopati chiamano “potenza” la misura della diluizione e, proprio come nella teoria omeopatica, è il placebo a far funzionare il meccanismo: tanto chi può mai dire che quei granelli siano solo zucchero? E allo stesso modo, chi può dire che io non sia un grande dj? Non certo il parere interessato dei detrattori, delle accademie – in fondo il progresso è sempre arrivato voltando le spalle a professori e istituzioni.   

Quando Myspace arrivò in Italia era il maggio 2007, stesso anno della “grande recessione”, quella che poi, nel 2008, causò il fallimento di Lehman Brothers. Mica un caso, quando mai, ma nemmeno un complotto, perché quelli se esistono saltano fuori, non rimangono segreti. Più banalmente fu una di quelle occasioni in cui una congiuntura storica di tipo economico e tecnologico fece sì che un prodotto avesse successo su scala globale. Così, un social network come Myspace, poté inaugurare la stagione delle vetrine personali su scala planetaria: la propria foto, il proprio nome d’arte e i propri talenti – veri o presunti – messi in bella mostra su una stessa piattaforma, usata ovunque da chiunque, compresi quelli bravi per davvero, o che comunque avevano le carte in regola per vendere i dischi, visto che da lì vennero lanciati, tra gli altri, gli Arctic Monkeys .

A essere stato lasciato in sordina però, è proprio ciò che alla lunga si è rivelato fondamentale: la gratuità e l’estrema diffusione di un servizio hanno delle conseguenze, nello specifico l’inflazionarsi dell’idea di “creativo” e la conseguente mancanza di un ritorno economico, visto che in economia se una cosa ce l’hanno tutti non vale nulla. Oltre all’assenza di un discrimine per la qualità: quel famoso setaccio che differenziava i contenuti tra ciò che era buono da ciò che non lo era. Avremmo potuto capire che, in potenza, si era davanti ai problemi che oggi ci pone un social networking ancora più pervasivo, ad esempio il fatto che con la diffusione della possibilità di parlare, metti caso, di medicina, ecco esplodere il numero dei sedicenti esperti, ed ecco arrivare i dubbi su cosa è valido e cosa non lo è nella disciplina medica.

Volendo, Myspace è il simbolo di un occidente che a un certo punto si è afflosciato sui suoi hobby, sui gusti che a volte coincidono col talento e altre volte con la mera ambizione, coi sogni. Sullo sfondo è rimasta la costante illusione, un po’ sbruffona e un po’ classista, di poter prescindere dall’oggettività dell’economia, dalla struttura sociale in cui si è costantemente immersi. Tale illusione, figlia anche di un certo modo di intendere l’educazione e la formazione scolastica, ha diffuso il mito dell’essere tutti delle creature speciali, uniche, meritevoli non solo di credere in se stesse e nelle proprie ambizioni, ma anche di pretendere di vivere di tali mire. Myspace ci ha fatto dimenticare la concezione deterministica della storia, illusi dalla rete si è scordata la struttura.

Qualche anno fa sui giornali si parlava ancora di decrescita felice, oggi invece l’idea appare per quel che è: una formula perfetta per l’infelicità. Perché viviamo di paragoni e si può essere felici solo rispetto al proprio passato. È il miglioramento – non la crescita – a fare la felicità (almeno quella economica), e non ci può essere impoverimento felice per il semplice fatto che impoverirsi è un peggioramento rispetto alla situazione precedente.

La causa di questa illusione collettiva è la stessa del successo di Myspace: si è ignorato collettivamente un concetto tanto banale quanto fondamentale: l’importanza della differenza. È questa a fare il mondo così come lo conosciamo in ogni suo aspetto e lo abbiamo colpevolmente dimenticato. Infatti non c’è realtà che non sia “differenziale”, basata, cioè, su elementi distintivi che permettono di osservare qualsiasi elemento nel suo contesto. Non esiste ricchezza se non in rapporto al benessere generale e non esiste povertà se non rispetto a una ricchezza. Insomma, non esiste nessun grado zero, nessuna normalità assoluta, quindi non può esistere una decrescita felice intesa come riavvicinamento “naturale” a un grado standard di benessere. L’unico standard esistente è quello relativo, percepito come tale in rapporto a un contesto fuori dall’hic et nunc della nostra percezione – come il nostro immediato passato e quello delle persone con cui siamo naturalmente tesi a rapportarci, come la generazione che ci ha preceduto e consegnato una visione del mondo. Il nostro standard, quello di chi come me nel 2006 aveva 18 anni, sarà quindi quello della generazione del boom. Per questo ci brucia così tanto essere degli impoveriti, perché ci aspettavamo le stelle (ce le avevano promesse) e abbiamo difficoltà a pagare l’affitto della stalla.

Il risultato è oltremodo scontato e ci avremmo dovuto pensare prima: siamo “destinati” ad essere infelici e sarà solo un boom uguale o maggiore al precedente a poter invertire il trend. Figli dei boomers post-guerra mondiale abbiamo creduto troppo in sogni irreali, ci siamo montati la testa e ora ne piangiamo le conseguenze. I giovani indiani, con ben a mente cosa sia la povertà, all’università scelgono ingegneria o informatica perché della povertà hanno ancora paura, visto che ne sono usciti da poco – e hanno ragione. Noi, invece, siamo “stupidi occidentali” imbrogliati dalla bambagia, troppo ricchi per rinunciare ai nostri sogni e oggi troppo poveri per continuare a inseguirli, è così che riassume questa piccola tragedia generazionale Raffaele Alberto Ventura nel suo Teoria della classe disagiata, saggio che esce proprio in questi giorni per Minimum Fax e che spacchetta l’inganno fin dalle fondamenta. Che sia una “classe” o una generazione è difficile da dire, ma la sostanza della tragedia cambia di pochissimo.

L’idea di alternanza felicità-infelicità non è affatto nuova, già otto secoli fa il filosofo medievale Ibn Khaldun propose l’idea di una ciclicità dell’andazzo velleitario e della felicità che ne consegue. In periodo di grassa si accumula ricchezza, poi, quella stessa ricchezza, verrà sperperata dalla generazione successiva in arti e hobby a cui, sempre grazie alle tasche piene, si può star dietro nonostante l’improduttività. Subito dopo, però, arriva la magra. L’ex-ministro Tremonti, secoli dopo il filosofo magrebino, venne investito di critiche quando disse che “con la cultura non si mangia” ma a ben vedere, se in parte aveva certamente torto (sono in molti a mangiare con la cultura) l’altra faccia della medaglia è che se tutti siamo musicisti, artisti e creativi succede che l’eccesso di offerta di questi servizi riduce tragicamente i profitti dei suoi prodotti.

In economia esistono dei beni particolari, chiamati “posizionali” che funzionano esclusivamente per differenza. Un Rolex, ad esempio, ha un valore che è determinato innanzitutto dal fatto che lo hanno in pochi, serve per “differenziarsi”. Ed è per come è distribuito tra la popolazione – e non nel numero totale di Rolex in circolazione – che esiste il suo valore. In inglese si usa l’aggettivo “status-maker”, nel senso che quel bene simboleggia una posizione sociale. Questa economia delle posizioni è estremamente irrazionale e non nasce oggi, ma è oggi che andrebbe rispolverata soprattutto rispetto a beni che la democrazia e la razionalità ci hanno insegnato a vedere come “diritti” e che invece, al contrario, sono proprio beni posizionali, investimenti un po’ classisti volti solo all’acquisizione di uno status. La laurea è tra questi. Così come sono beni posizionali gli infiniti master che si fanno indebitandosi o scialacquando i soldi dei propri genitori. C’è poco da fare, ci erano sembrati diritti e invece erano privilegi, scendevamo in piazza per rivendicare infiniti corsi ultra-specialistici, oggi, forse, è tempo di rendersi conto che eravamo entrati in una galleria degli specchi.


Enrico Pitzianti, Cagliari 1988, si occupa di estetica e arte. È parte della redazione de L’Indiscreto, Artnoise e di DudeMagazine. È laureato in semiotica, ha fondato il progetto artistico online GuardieShow ed è consulente per SpaceDoctorsLtd.
Copertina di Laboratorio Saccardi.

1 comment on ““Teoria” (differenziale) della classe Myspace

  1. umberto

    articolo ben scritto e di piacevole lettura di cui non condivido alcuni contenuti. Intanto la creativita’: senza di essa gli individui sarebbero tutti banali ed omologati, ad esempio i “perfetti consumatori” che il grande Potere vorrebbe a sua disposizione: la creatività è il presupposto della Democrazia, neppure il contrario, perche’ riconosce valido il dissenso e quindi la necessita’ di spiegare eppoi contarsi. Siamo sicuri che la felicita’ si basi solo sulla comparazione degli altri piuttosto che sullo sviluppo delle personali inclinazioni? L’Economia della Felicita’ è ormai materia universitaria e riconosce una correlazione tra Pil e felicita’ solo nel breve periodo, nel lungo e nel medio il parametro fondamentale sono le relazioni sociali, quindi anche Myspace e Facebook, ed anche la capacita’ di comunicare se stessi. Noi ci formiamo attraverso le relazioni ma formiamo anche le relazioni e se non siamo un po’ creativi tutto diventa banale. Certamente ognuno ha i suoi interessi e le sue capacita’ ed i piu’ dotati possono trainare, confondendosi un po’, oppure scegliere di interagire coi loro pari. La scelta è personale. In realta’ sappiamo o dovremmo sapere quello che è avvenuto: la grande contestazione dei giovani del dopoguerra, che aveva l’obiettivo di realizzare gli individui e raggiungere cosi’ la felicita’, si è scontrata con la grande omologazione del benessere consumistico, ed in questo scontro ha perso. Questa era una delle possibili realta’ future e si e’ realizzata ma non vuol dire fosse l’unica, e nemmeno la migliore visto che l’infelicità e’ sempre piu’ diffusa. E questo errore dell’articolo di ridurre la Realta’ alla Verita’ unica è chiaro dal suo giudizio dell’Economia come scienza oggettiva: una disciplina che non si cura della qualità dell’aria, dell’acqua, del cibo, dell’ambiente, delle cure parentali ecc, e considera unico valore i soldi, non puo’ essere il Verbo. E’ solo l’attualita’, ed è dall’esistente che si deve partire per migliorare le cose non da un mondo immaginario, su questo concordo e considero fondamentale. La conclusione dell’articolo sconta il “pessimismo cosmico” di chi non ha capito quanto ho detto sopra, e teorizza l’infelicita’ futura come condizione ineludibile: non è cosi’ perchè i presupposti sono sbagliati. Non è la prima volta nella Storia che l’Umanita’ attraversa periodi difficili (basti pensare al nazismo ed al fascismo trionfanti ovunque negli anni 30) e per fortuna sono le difficoltà che stimolano a trovare le soluzioni. Quindi sono totalmente in disaccordo con la conclusione dell’articolo. Tra l’altro è errato che la decrescita debba necessariamente essere “infelice” : per ora e’ la crescita ad esserlo se avviene attraverso la perdita di posti di lavoro per colpa dell’automazione e della globalizzazione e dell’austerity, e soprattutto se avviene abbassando gli standard qualitativi del nostro ambiente con l’applicazione pura dei parametri economici per i quali , ad esempio, costruire un ecomostro di 20 piani dove prima c’era una spiaggia incontaminata è un miglioramento del Pil. Tu puoi desiderare nell’immediato di fare gli stessi soldi ed avere la stessa casa del tuo vicino ma non potrai mai piu’ godere di quella spiaggia e di quel mare pulito: il tuo futuro sarà meno felice. Ci vuole un punto d’incontro, un po’ di creativita’ e mediazione: il futuro ce lo giocheremo su questo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *