Terra che si crede Cielo: Il mito dell’Eden, dalla Bibbia a Darwin


Il mito di un Eden perduto segna e attraversa tutta la storia dell’uomo, sia che discenda dalle scimmie che dagli angeli.


di Edoardo Rialti

I came upon a child of God
He was walking along the road
And I asked him, where are you going
And this he told me
I’m going on down to Yasgur’s farm
I’m going to join in a rock ‘n’ roll band
I’m going to camp out on the land
I’m going to try an’ get my soul free
We are stardust
We are golden
And we’ve got to get ourselves
Back to the garden

Joni Mitchell, Woodstock

Dostoevskij riteneva che le tre tentazioni nel deserto (il pane, la magia-miracolo, il potere), rigettate da Cristo (ma abbracciate dalla Chiesa cattolica, auch!) costituissero una delle pagine più vertiginose e (se il diavolo lo consente) divine della letteratura universale:

“Se mai ci fu sulla terra un vero e clamoroso miracolo, fu in quel giorno, nel giorno di quelle tre tentazioni. Precisamente nella formulazione di quelle tre domande era racchiuso il miracolo. Se si potesse, soltanto a mo’ di esempio e di ipotesi, immaginare che quelle tre domande dello spirito terribile fossero scomparse dai libri senza lasciare traccia e che occorresse ricostruirle, pensarle e formularle di nuovo, per rimetterle nei libri, e se per questo si riunissero tutti i sapienti della terra – governanti, prelati, dotti, filosofi, poeti, – e si assegnasse loro questo compito: immaginate, formulate tre domande tali da corrispondere all’importanza dell’evento non solo, ma da esprimere per giunta in tre parole, in tre proposizioni umane, tutta la futura storia del mondo e dell’umanità, – ebbene, credi Tu che tutta la sapienza della terra, insieme raccolta, potrebbe concepire qualcosa di simile per forza e profondità a quelle tre domande che Ti furono allora rivolte nel deserto dallo spirito intelligente e possente? Già solo da quelle domande e dal prodigio della loro formulazione si può capire che si ha da fare non con lo spirito umano transitorio, ma con quello eterno ed assoluto. In quelle tre domande infatti è come compendiata e predetta tutta la storia ulteriore dell’umanità, sono dati i tre archetipi in cui si concreteranno tutte le insolubili, contraddizioni storiche dell’umana natura su tutta la terra.”

Eppure a quella sfida tra le sabbie del deserto, nella vertigine e nei miraggi del digiuno, verrebbe da affiancare anche la prima grande sfida dell’umanità, quella posta da un “serpente astuto” (che poi si sarebbe fatto coincidere con lo stesso tentatore del Vangelo) ai primi due abitanti umani di un lussureggiante “giardino recitato e protetto”, quello che poi si sarebbe chiamato “paradiso”.

“Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: «E’ vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?». Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare,
ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete».
Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto!
Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male».
Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.”

coveredenAnche qui, parafrasando Dostoevskij, è contenuto ciò che si sarebbe dipanato nei secoli, con infinite sfumature e cicliche ripetizioni: innocenza ed esperienza, la seduzione di un passo nuovo, audace, e gli occhi che si aprono, la vertigine di un nuovo potere, la vergogna e il timore di una nuova fragilità. Dalle isole beate di Pindaro al contrasto tra l’agnello e la tigre in Blake, dalle opposte versioni narrative di C. S. Lewis (che racconta un secondo Eden sul pianeta Venere in “Perelandra”) e P. Pullmann (che in “Queste oscure materie” ha rinarrato la storia della Caduta dal punto di vista di Satana) alle (serissime) battute di Wilde (“La Bibbia inizia con un uomo e donna soli in un giardino. E termina con l’Apocalisse”), gli esempi e le variazioni sul tema non si contano. Borges disse che in fondo raccontiamo sempre le solite quattro-cinque storie, e al suo elenco (la città assediata, gli amanti divisi, il ritorno a casa, il dio che muore e risorge) verrebbe proprio da aggiungere anche questo: il giardino segreto, che diventa il giardino perduto.


Conosciamo tutti quel giardino. E molti hanno provato a raccontarlo.


Le modalità con le quali lo raccontiamo o ricordiamo sono tante quanto le epoche, le storie e le personalità (dall’Arcadia dei pastori di Virgilio all’infanzia di Worsdworth, alle memorie dei rivoluzioni che in tarda età si fanno conservatori). Dante, con uno dei suoi colpi di genio narrativi, ci presenta la bellezza soave e riposante dell’Eden al termine di un lungo processo (quello del Purgatorio) di guarigione dell’umano anche nei suoi aspetti civili, artistici. Così il suo Paradiso Terrestre non è una semplice radura piena di frutti e fiumi, ma quella sintesi perfetta di natura e cultura: come a dire che le nostre espressioni più complete e complesse ambiscono proprio a recuperare quella armonia originale. Non è certo un caso che a Woodstock tanti si aggirassero nudi, o che chiunque abbia provato l’estasi e la vergogna del primo orgasmo capisca benissimo quella battuta semplice e profondissima “Si aprirono loro gli occhi.” Da quella esperienza il mondo intero assume un nuovo, dilatato significato. Questo perché tutti ci siamo passati, come singoli, come popoli, come specie. Conosciamo tutti quel giardino. E molti hanno provato a raccontarlo.


“Ma sicuramente c’era un Eden su questa infelicissima terra. Noi tutti ne abbiamo nostalgia, e lo intravediamo costantemente: tutta la nostra natura nella sua forma migliore e meno corrotta, più gentile e più umana, è impregnata della sensazione di esilio.”


Uno degli scrittori la cui prosa è letteralmente intrisa dal dolore per una bellezza e una felicità perduta è il Tolkien del “Signore degli Anelli”. “Ah, come oro cadono le foglie al vento!” canta Galadriel, la Regina degli Elfi, dando voce a un enorme coro silenzioso che, con gradi e consapevolezze diverse, coinvolge tutti, uomini, alberi, montagne. Non stupisce dunque trovare nelle sue lettere al foglio momenti di riflessione come questo: “Ma sicuramente c’era un Eden su questa infelicissima terra. Noi tutti ne abbiamo nostalgia, e lo intravediamo costantemente: tutta la nostra natura nella sua forma migliore e meno corrotta, più gentile e più umana, è impregnata della sensazione di esilio.” E Tolkien fa persino degli esempi (Eliot li chiamerebbe correlativi oggettivi) in cui dardeggia questo struggimento: “Se provi a pensarci, il tuo orrore (molto giusto) di fronte alla stupida uccisione del falco, e il ricordo ostinato di questa tua casa in un’ora idilliaca (quando spesso si sperimenta l’illusione che il tempo si sia fermato e si prova una sensazione di pace gentile)- eithe gheinomen in greco…sono derivanti dall’Eden.”.

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In tutt’altra prospettiva da quella di un cattolico tradizionalista sembra fargli eco il grande critico ebraico George Steiner, in uno dei suoi brani dove distinzioni tra narrativa, saggistica e persino poesia vanno (almeno per me) a farsi allegramente benedire:

“La tenebra bruciante nella quale mi sento trascinare trascende la mia volontà. Sono in preda dell’enormità. Ma questo odio e questo cordoglio disperati, questa nausea dell’anima, risvegliano un’eco antitetica. Non so come dirlo con altre parole. Al centro della disperazione che porta a impazzire vi è l’intuizione insistete- di nuovo, non trovo altre parole- di un patto infranto. Di un cataclisma tremendo e specifico. Nell’urlo futile del bambino, nella sofferenza muta dell’animale torturato risuona il rumore di fondo di un orrore sorto dopo la creazione, dopo che siamo stati strappati alla logica e al riposo del nulla.”.

Per poi aggiungere (ed è significativo) che “a un livello pragmatico e narratologico le fiabe di un qualche crimine e della colpevolezza risultante sono universali-stranamente radicate e durevoli.” Potremmo citare Leopardi e l’abisso inspiegabile tra la “beata greggia” e il suo pastore assalito dal tedio, capace di interrogare la Luna, o il grande affresco che al tema dell’Eden viene dedicato da Daniel Quinn nel suo romanzo filosofico, “Ishmael” che legge l’intera storia umana come il progressivo diffondersi del dominio dei “Prendi” (i popoli conquistatori della Rivoluzione Agricola) sui “Lascia” (tutte le altre culture, più ancestrali o differenti). La Caduta in questa prospettiva rifletterebbe entrambe le prospettive, sia il monito dei “Lascia” sulla violenza perpetrata alla Natura, sia l’auto-legittimazione dei “Prendi” ad agire come padroni designati del mondo.


Non solo, l’azione di Prometeo esprime che l’uomo “deve patire per la propria individuazione”, deve soffrire per poter distinguere, e quindi godere, di Apollo e Dioniso, del principio razionale che legge il mondo in forme comprensibili e armoniose e del principio istintivo che sente la separazione, lo strappo da Tutto informe e vi si ricongiunge temporaneamente.


michelangelo_fall_and_expulsion_from_garden_of_eden_00È uno dai meriti di Nietzsche aver istituito, già ne “la nascita della tragedia”, un raffronto serrato sulla Caduta dell’Umanità nella versione biblica, e la diversa struttura del mito greco, dove alle colpe di un’altra prima donna, Pandora, va però premessa l’azione assolutamente positiva del “Serpente” Prometeo, il Titano dalle conoscenze occulte che si commuove per la natura bestiale e incosciente degli uomini, e decide di donare loro il fuoco e aprire i loro occhi alla complessità del mondo. Ecco come Eschilo fa parlare il benefattore ormai punto dagli Dei per aver divulgato i loro segreti, in una carrellata che ripercorre con una chiarezza stupefacente gli albori della nostra razza:

Ché prima, essi, vedendo
non vedevano, udendo non udivano;
e simili alle vane ombre dei sogni,
quanto era lunga la lor vita, a caso
confondevano tutto. E non sapevano
né case solatie, né laterizi,
né lavorare il legno. E a guisa d’agili
formiche, in fondo a spechi dimoravano,
sotterra, senza sole. E segno alcuno
che distinguesse il verno non avevano,
né la fiorita primavera, né
la pomifera estate: ogni loro opera
senza discernimento era, sin che
sperti li resi a consultar le stelle,
e il sorger loro ed i tramonti arcani.
E poi rinvenni, a lor vantaggio, il numero,
somma fra le scïenze, e le compagini
di lettere, ove la Memoria serbasi,
che madre operatrice è de le Muse.
Sotto i gioghi primo io le fiere avvinsi,
obbedïenti ai basti e ai soggóli,
perché ministre a l’uomo succedessero
nei piú duri travagli; e sotto i cocchi
spinsi i cavalli docili a la briglia,
fulgidi fregi al fasto. E niuno i cocchi
dei marinai prima di me rinvenne,
ch’errano in mare, ch’ali hanno di lino.
Piú stupirai quando avrò detto il resto:
quali arti escogitai, quali scïenze.
E questa è la piú grande. Ove taluno
cadea nel morbo, niun rimedio v’era,
non pozïone, non cibo od unguento;
ma consunti perian, privi dei farmachi,
sin ch’io delle medele ebbi mostrate
le salutari mescolanze, onde hanno
contro ogni mal riparo. E ai modi molti
dei vaticinî ordine posi
E di ciò basti.
E quante utili cose in grembo al suolo
giacean nascoste all’uomo, il rame, il ferro,
l’argento, l’oro, chi potrebbe dire
che le rinvenne pria di me? Nessuno,
sappilo, quando millantar non voglia.
Ma tutto apprendi in un sol motto breve:
tutte die’ Prometèo l’arti ai mortali.

Come spiega lo stesso Nietzsche,

“il presupposto del mito prometeico è il valore inestimabile che un’umanità ingenua assegna al fuoco, come al vero palladio di ogni civiltà nascente; ma che l’uomo disponga liberamente del fuoco, e che non lo riceva punto come un esclusivo dono del cielo in forma di folgore accendifuoco o di calore riscaldante del sole, ciò ai contemplanti uomini primitivi parve empietà. E così già il primo problema filosofico crea un pensoso e insolubile contrasto tra l’uomo e dio, e lo pianta come un macigno sulla soglia di ogni civiltà. Il bene migliore e più alto a cui sia dato all’umanità di partecipare, lo consegue a prezzo di un misfatto: essa deve dunque accettarne le conseguenze, cioè tutto intero il torrente di dolori e di affanni, col quale i celesti offesi debbono mettere alla prova il genere umano anelante a nobili a cose: che è un’austera idea, la quale, per la dignità che conferisce al delitto, contrasta stranamente col peccato originale semitico”.


Il frutto proibito, il fuoco rubato alle divinità gelose, l’estasi e la vergogna, cosa resta di tutto questo nell’era di Lucy, del DNA e dell’Evoluzione?


bosch2Non solo, l’azione di Prometeo esprime che l’uomo “deve patire per la propria individuazione”, deve soffrire per poter distinguere, e quindi godere, di Apollo e Dioniso, del principio razionale che legge il mondo in forme comprensibili e armoniose e del principio istintivo che sente la separazione, lo strappo da Tutto informe e vi si ricongiunge temporaneamente. Anche le nostre estasi brucianti, dunque, paniche, sessuali o chimiche, presuppongo questa distanza da ricolmare o da percorrere a ritroso. Per Nietzsche è significativo questo distinguo (un filino misogino) tra “delitto maschile, peccato femminile”. Quello che ignorava era che, come insegnano Graves o Frazer, la stessa versione biblica costituisce una riscrittura di temi ben più antichi, dove il connubio tra sapienza iniziatica (il serpente ctonio, presente in tutti i giardini magici, da quelli babilonesi alle Esperidi) e la femminilità non era assolutamente letto in chiave negativa, e che fu più avanti che la casta sacerdotale monoteista (e maschile) si impossessò del mito e ne fece una vicenda colposa, appunto. La limpidezza dell’azione di Prometeo è possibile solo per la scissione con la condanna misogina di Pandora, che a ben vedere riflette lo stesso atteggiamento censorio biblico (a cui andrebbe sommato l’episodio nel libro apocrifo di Enoch, dove sono gli Angeli caduti e disobbedienti a trasmettere agli uomini le arti della cultura).

Molto bene, si dirà, ma tutto questo continua ad aver peso e senso anche senza Dio (o gli Dei)? Cosa resta di questo enorme bagaglio rappresentativo, con cui l’umanità di tante diverse culture (qui ci si è limitati ai racconti del bacino Mediterraneo) hanno espresso i primi fondamentali passi dell’umanità? Il frutto proibito, il fuoco rubato alle divinità gelose, l’estasi e la vergogna, cosa resta di tutto questo nell’era di Lucy, del DNA e dell’Evoluzione?

kokoIn effetti, quello che notò con sconcerto uno dei primi anonimi recensori vittoriani degli scritti di Darwin, “Nella teoria di cui ci dobbiamo occupare, l’artefice è l’Ignoranza Assoluta; si può quindi enunciare come principio fondamentale dell’intero sistema che, al fine di costruire una macchina perfetta e meravigliosa, non è necessario sapere come fare a costruirla.”. Non solo, l’empio studioso, in virtù di “un ragionamento bizzarramente capovolto, sembra pensare che l’Ignoranza Assoluta abbia tutti i titoli per prendere il posto della Saggezza Assoluta in tutte le realizzazioni delle capacità creative.” Nessun disegno calato dall’altro, nessuno spirito soffiato nell’argilla, ma neppure alcun potere strappato ai palazzi degli dei. E l’anonimo recensore, e l’intera sistema teologico, filosofico e sociale che presupponeva, era, parafrasando Chesterton, falso re ma vero profeta. Coglieva nel segno, accusava tutta la forza controintuitiva di Darwin, capace di far vacillare oltre duemila anni di platonismo. La stessa opposizione, persino viscerale, lo stesso “No” a un tale ribaltamento di prospettiva si trova nella celebre frase di Benjamin Disraeli, passata in proverbio e tutt’ora in voga tra i creazionisti: “La domanda è la seguente: l’uomo è una scimmia o un angelo? Mio Dio, io sto dalla parte degli angeli!”

Scimmie o angeli, questo è il problema.
Uno dei grandi filosofi del linguaggio e della mente, Daniel Dennett, si è interrogato come pochi altri proprio sulle sconvolgenti implicazioni della scoperta darwiniana. Com’è possibile, dal punto di vista evolutivo, raccontare l’avvento dell’homo sapiens? Dennett presenta la storia dell’evoluzione come un percorso di invasioni, con i batteri che sanno infiltrarsi e propagarsi in strutture sempre più complesse, piante ed animali. Finché arriva il bel giorno in cui alcuni di questi veicoli hanno sviluppato una serie di attributi che permettono lo sbocciare, il prosperare e il diffondersi di un tipo nuovo di virus: quelli culturali. Non solo i geni, ma anche i memi.

“Non sorprende che gli invasori fossero adatti a trovare il loro ambiente naturale nei loro ospiti, poiché essi stessi erano stati creati da questi ultimi, in gran parte come il ragno crea la tela e la rondine il nido. In un batter d’occhio-meno di centomila anni-questi nuovi invasori trasformarono le scimmie che li ospitavano in qualcosa del tutto nuovo: ospiti volontari, che, grazie la loro enorme riserva di nuovi invasori, potevano immaginare ciò che prima era inimmaginabile, compiendo balzi nello spazio dei progetti come niente aveva mai fatto prima…Seguendo Dawkins  chiamerò questi invasori memi e l’entità di tipo radicalmente nuovo creata quando un genere particolare di animale è corredato in maniera opportuna-o infestato-da memi è ciò che essenzialmente si chiama persona.”

E ciò che permette lo sbocciare di questa prodigioso balzo avanti, che ci permette di condividere gioie, emozioni, tentazioni, scoperte, anche a distanza di continenti o di secoli, si chiama linguaggio. Come spiega P. Medawar,

“Gli esseri umano devono la loro supremazia biologica al possesso di una forma di successione ereditaria alquanto diversa da quella degli altri animali: l’eredità esogenetica o esomotaica. In questa forma di ereditarietà, l’informazione si trasmette da una generazione alla successiva attraverso cabali non genetici; oralmente, per esempio, o mediante altre forme di indottrinamento; in generale, mediante tutto il sistema della cultura.”


La storia tutta terrena della nostra evoluzione, quella storia che ci accomuna alle piante, ai pesci, alle scimmie, getta nuova luce a quanto avevamo da sempre intuito e raccontato: le parole e i miti di Prometeo o di Eva acquistano un nuovo peso struggente, anche se tutto sale “dalla terra” e non cala dal cielo.


O, per dirla con la battuta di Sol Spiegelman, “Gli acidi nucleici hanno inventato l’uomo per potersi riprodurre anche sulla Luna.” In questa prospettiva, l’Albero della Conoscenza non precede le nostre bocche capaci di addentarlo. Ma, per il “ragionamento bizzarramente capovolto” di Darwin, è stata la nostra bocca a creare il frutto magico. Non solo. Nella prospettiva evoluzionistica c’è spazio anche per il mistero di Prometeo. Scrive Dennett:

“Ho sollevato la questione della possibilità che gli scimpanzé riescano a occuparsi di un fuoco perché, in un qualche momento della preistoria, i nostri antenati domarono il fuoco. Fu necessario il linguaggio per questo grande progresso a favore della civiltà? Alcune delle prove paiono indicare che accadde centinaia di migliaia di anni-oppure addirittura un milione di anni- prima dell’avvento del linguaggio, ma naturalmente dopo che la nostra linea di ominidi si separasse dagli antenati delle scimmie moderne. Le opinioni in merito sono alquanto diverse. Molti ricercatori sono convinti che il linguaggio ebbe inizio prima, con tutto il tempo necessario per sottoscrivere l’addomesticamento del fuoco.”

Il fuoco, appunto.

Con la consueta ironica lucidità, lo stesso Nietzsche cantore di Dioniso e Apollo aveva ben compreso la portata delle nuove scoperte scientifiche:

“Il nuovo sentimento fondamentale: la nostra definitiva caducità. – Una volta si cercava di giungere al sentimento della magnificenza e signoria dell’uomo, additando alla sua origine divina: questa adesso è divenuta una via proibita, poiché alla sua porta, insieme ad altre orribili bestie, sta la scimmia e piena di comprensione digrigna i denti come per dire: non oltre in questa direzione! Così ora si tenta la direzione opposta: la strada verso cui si dirige l’umanità deve servire a dimostrare la sua magnificenza e signoria e la sua affinità con Dio. Ah!, anche così non serve a niente. Alla fine di questa strada sta l’urna funeraria dell’ultimo uomo e dell’ultimo becchino (con l’iscrizione: «nihil humani a me alienum puto»). Per quanto in alto possa svilupparsi l’umanità – e forse alla fine si ritroverà più in basso di quanto non fosse all’inizio – non si darà per lei alcun trapasso in un ordine superiore, allo stesso modo come la formica e la forfecchia al termine della loro «vita terrena» non si innalzano all’affinità con Dio e all’eternità.”


Forse non c’è storia più straziante di alcune scimmie che per spiegare l’intensità della loro gioia e del loro dolore, della nostalgia per la pace incosciente da cui provenivano, della loro forza e solitudine, si sono dovute credere, con orgoglio o colpa, angeli caduti.


1024px-garden_of_eden_eden_tx_img_1834Tuttavia, proprio come i buchi neri, l’orizzonte dell’evento, o le frontiere della neuroscienza ci espongo, dentro e fuori di noi, a nuovi fiammeggianti miti (nell’accezioni di descrizioni e immagini dell’universo che incarnano una verità superiore) da contemplare, non meno potenti dell’occhio di Odino, dell’evirazione di Crono o il Roveto Ardente, anche la storia tutta terrena della nostra evoluzione, quella storia che ci accomuna alle piante, ai pesci, alle scimmie, non solo possiede una vertiginosa bellezza in sé, ma getta nuova luce a quanto avevamo da sempre intuito e raccontato: le parole e i miti di Prometeo o di Eva acquistano un nuovo peso struggente, anche se tutto sale “dalla terra” e non cala dal cielo. Anche se il sibilo suadente del Serpente, l’audacia del Titano che si commuove per i bestioni senza intelletto, l’Albero della Conoscenza, la mano tremante di chi coglie il frutto e scopre il proprio corpo, i propri occhi percorsi da una voluttà sconosciuta, la condanna del Dio, il giardino originario e l’esilio nella fatica del lavoro, fossero tutti dentro di noi. Fossero noi, anzi. Forse non c’è storia più straziante di alcune scimmie che, divenute capaci di comprendere il mondo dall’alto di una vetta che rende tutto più acuto, per spiegare l’intensità della loro gioia e del loro dolore, della nostalgia per la pace incosciente da cui provenivano, della loro forza e solitudine, si sono dovute credere, con orgoglio o colpa, angeli caduti.

E forse nessuno, a mio giudizio, è riuscito a esprimere tutto questo in una singola battuta come il romanziere R. K. Morgan, per bocca del suo alieno Grashgal, che confida alla figlia il fardello di ogni essere la cui autocoscienza sia in grado di cogliere questa lunga strada alle sue spalle:

Siamo ciò che creiamo… molto tempo fa, forze più antiche e oscure della conoscenza ci hanno imposto il sapere e ci hanno escluso dal paradiso. Non c’è modo di tornare indietro. L’unica vittoria contro quelle forze è costruire. Costruire bene, in modo che quando ci volteremo a osservare la via dell’esilio che abbiamo edificato, la vista sia sopportabile.”


Edoardo Rialti (1982) è traduttore di letteratura anglo-americana e letteratura fantasy, sci-fi, horror, per Mondadori, Lindau, Gargoyle, Multiplayer. Tra gli altri ha tradotto e curato opere di C. S. Lewis, J. Abercrombie, P. Brown, O. Wilde, W. Shakespeare. E’ collaboratore de “Il Foglio” dove si occupa di critica letteraria e ha scritto le biografie a puntate di J. R. R. Tolkien, G. K. Chesterton, C. S. Lewis, C. Hitchens. Ha insegnato in Italia e Canada. Dipendesse da lui, la sua giornata comprenderebbe solo caffè, sport e scrittura.
Immagini: (c) Wikimedia. Copertina: particolare dal Giardino delle delizie di J.Bosch. All’interno, Michelangelo, Brueghel il vecchio, Rubens, Tolkien e la scimmia Koko.

2 comments on “Terra che si crede Cielo: Il mito dell’Eden, dalla Bibbia a Darwin

  1. Gabriele

    E’ un articolo così interessante e ricco di spunti su cui riflettere che è vitale fornirci una accurata bibliografia!

  2. beppe sebaste

    bellissimo testo. testimonio per ora solo questo, in fretta.
    b. s.

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