Il “terrorismo islamico” è un errore di comunicazione.


Quanto è islamico il terrorismo islamico? Un’analisi sulla comunicazione del terrore, di Enrico Pitzianti.


Un solo giorno dopo l’attentato all’aeroporto di Istanbul ne è successo un altro a Dacca, in Bangladesh: dei giovani terroristi riconducibili all’islamismo radicale sono entrati in un ristorante frequentato da occidentali e hanno ucciso 28 personeNelle ore successive, com’è ovvio che sia, ci si è interrogati sul “motivo” che ha spinto i terroristi a un gesto simile. Il Daesh ne sapeva qualcosa? Erano degli emarginati sociali o dei ricchi rampolli? In questi ultimi giorni ci poniamo le stesse domande riguardo Mohamed Lahouaiej Bohulel, l’omicida che ha compiuto l’ennesima strage sul suolo francese, a Nizza, investendo e uccidendo quasi un centinaio di persone.


Una delle questioni più delicate è quella di definire una volta per tutte se la religione c’entri qualcosa con questo particolare tipo di terrorismo, e, nel caso di risposta affermativa, in che misura.


Una delle questioni più delicate è quella di definire una volta per tutte se la religione c’entri qualcosa con questo particolare tipo di terrorismo, e, nel caso di risposta affermativa, in che misura. (Dopotutto ce lo si è chiesti anche dopo l’attentato di Orlando dove le modalità dei lupi solitari dell’Isis si sono mescolate con quelle del mass shooting statunitense).

In questo senso, semplificando, esistono due posizioni tra chi osserva le successioni di attentati: la prima, personificata da Obama, è quella di non dire mai “Islam radicale” – la logica è semplice: “il terrorismo non ha religione”. Si tratta di dissociare il terrorismo dal credo religioso definendolo solo in quanto criminalità, magari ideologica, ma slegata da un credo che si considera “di pace”. Questa posizione è sensata, ma ha i suoi punti deboli, se non altro perché le religioni, soprattutto i monoteismi, si sono fatte strada tra i secoli a suon di torture, conquiste, abusi e uccisioni, quindi chiamarle “di pace” suona, passatemi il termine, “buonista”. Eppure la strategia potrebbe essere vincente; dissociare questi attentati dalla religione, infatti, renderebbe vano il tentativo degli ideologi del califfo di reclutare sempre più fedeli musulmani con la promessa di una vita migliore – sia terrena, a servizio del regno assolutista del Califfo, sia ultraterrena, con l’onore conferito dal martirio e la famosa storia delle vergini in paradiso come ricompensa. La strategia comunicativa tesa a spogliare i terroristi dalla spolverata di islamismo che si sono affrettati a dare poco prima di agire funziona? Forse sì, forse no.

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Courtesy MET New York

Si tratta di strategie comunicative. Lo è quella del Daesh nel fare propaganda online e nel rivendicare attentati che sono stati pianificati da personalità esterne al califfato, come lo è quella di Obama di non pronunciare mai le parole “islam radicale”.


Chiedersi se gli attentatori siano o meno dei veri religiosi è una questione scivolosa e rimanda a una domanda più generica: chi è un “vero religioso”?


La seconda posizione tra chi osserva l’evoluzione di questa sorta di sottocultura terroristica in chiave pasticcio ultra-ideologico è ammettere che la religione c’entri. Ammetto di propendere per questa scelta; è una retorica potenzialmente strumentalizzabile in chiave razzista, ma anche un po’ più schietta. Si ammette che sì, quei ragazzi, poveri o ricchi che siano – siano essi convertiti, seconde o terze generazioni, francesi, belgi o tunisini – religiosi lo sono e, soprattutto, ciò che fanno ha un fondamento religioso. Nonostante l’aspetto religioso sia spesso soltanto un’infarinatura nella vita degli attentatori non si può dire che la religione sia un fatto marginale o addirittura assente nelle loro vite. Si parla di islamizzazione del radicalismo e sempre meno di radicalizzazione dell’islam, ma l’islam c’entra. Chiedersi se gli attentatori siano o meno dei veri religiosi è una questione scivolosa e rimanda a una domanda più generica: chi è un “vero religioso”?


Ma quindi, se un religioso è colui che rispetta il dogma, obbedisce ai testi, frequenta il luogo di culto e le istruzioni del profeta i vari attentatori in occidente non lo erano.


Paladini dell’ateismo come Richard Dawkins usano l’interpretazione letterale per sbugiardare su un piano logico gli interlocutori religiosi o che si definiscono tali. In questo video proprio lo scienziato e divulgatore statunitense discute con il giornalista di punta di Al Jazeera, Mehdi Hasan, e gli chiede: “lei pensa che Maometto sia volato sulla luna in sella a un cavallo alato?”, perché così è scritto nel corano, al che Hasan risponde affermativamente. Il giornalista ha un obiettivo nella sua strategia retorica e non è certo quello di convincere un occidentale ateo che Maometto sia davvero volato sulla luna su un cavallo alato. Il giornalista vuole apparire come un fedele, perché solo un fedele, colui che ha “fede”, è un vero religioso. Mettere in dubbio un testo sacro significherebbe essere alla stregua di un infedele, di qualcuno, cioè, che non accetta il dogma religioso che compone l’essenza della fede. Vi suona familiare l’espressione “mistero della fede”? Ecco, parliamo di religiosità in senso stretto.

Ma quindi, se un religioso è colui che rispetta il dogma, obbedisce ai testi, frequenta il luogo di culto e le istruzioni del profeta i vari attentatori in occidente non lo erano. Giusto? Lo sostiene lo stesso giornalista di Al Jazeera, sottolineando come molti degli attentatori degli attentati a cui abbiamo prestato più attenzione non fossero dei veri religiosi, ma dei problematici rancorosi che hanno vestito la loro rabbia di islamismo solo poco prima di trovare la morte. La religione sarebbe quindi solo una scusa per questo terrore che può essere compreso solo andando oltre l’aspetto religioso.


Un terrorista statunitense che compie una strage a Orlando può definire il suo gesto come religioso con una semplice telefonata al 911, che funziona da auto-battesimo rituale e giuramento di fedeltà degno di essere letto come tale.


In occidente però, la religiosità è diventata sempre più un fatto intimo e sempre meno una regola sociale – è uno degli effetti della secolarizzazione. In Europa quando si misurano statisticamente le percentuali di fedeli si va in giro e si chiede a migliaia di persone: “lei si definirebbe religioso?”. Moltissimi di quelli che rispondono “Sì” magari si autodefiniscono cristiani, ma non credono alla verginità di Maria prima, durante e dopo il parto. Non sono religiosi? Be’, forse no se seguiamo la retorica di Dawkins o di Odifreddi, il suo equivalente italiano, ma “chi siamo noi per giudicarli”? Se dicono di esserlo lo sono. Non troppo differentemente da chi è comunista e può esserlo come lo era Napolitano, o come lo era D’Alema, Stalin o magari Pasolini. Se la religione secolarizzata non è altro che ideologia allora ne esistono interpretazioni, sfumature, correnti e ognuno può dirsi moderato, radicale, anticonformista, laico e così via. Il risultato è che si è religiosi per autocertificazione. Un terrorista statunitense che compie una strage a Orlando può definire il suo gesto come religioso con una semplice telefonata al 911, che funziona da auto-battesimo rituale e giuramento di fedeltà degno di essere letto come tale.


Che l’islam sia solo una “vestitura rituale” del terrorismo non importa ai media, né al Daesh né al terrorista; non importa a nessuno, il pericolo è questo.


Ecco, se domani mi convertissi all’Islam via web, seguissi qualche account Twitter con massime salafite impregnate di radicalismo e mi facessi cucire una bandiera nera del califfato da esporre in bella mostra alle mie spalle per un ultimo live su Facebook, potrei dirmi un religioso radicale. È vero che non so nulla della religione per cui vorrei morire, ma importa fino a un certo punto. Ai media occidentali non interessa la mia ignoranza perché, se  mi ero convertito a descrivermi come religioso non si sta scrivendo il falso. Neanche allo Stato Islamico interessa (anzi, gli conviene) perché sono un diversivo comunicativo e servo a distogliere l’interesse dalle perdite sul campo di battaglia del territorio occupato militarmente e a perseguire la strategia dei lupi solitari. A me, terrorista ventenne prossimo alla morte, interessa ancora meno, perché quel che voglio è la realizzazione personale da ottenere attraverso il martirio – un obiettivo folle, prefissato per imitazione in una bolla ormonale di irrazionalità e violenza in cui probabilmente sono entrato a causa di un qualche momento difficile.

Che l’islam sia solo una “vestitura rituale” del terrorismo non importa ai media, né al Daesh né al terrorista; non importa a nessuno, il pericolo è questo. La possibilità che l’onda comunicativa degli attacchi terroristici riesca a creare paura e divisione nelle società multiculturali occidentali, ottenendo instabilità e violenza, è concreta. Se si polarizzassero le posizioni i musulmani, ghettizzati ed emarginati in quanto visti come complici dei terroristi attivi in tutto il mondo tenderebbero con più facilità a radicalizzarsi per davvero. All’aumentare delle divisioni tra i musulmani e i non musulmani il multiculturalismo fallirebbe. Ma anche concentrandoci sulla situazione europea lo scenario è preoccupante. La Brexit c’è stata anche perché i promotori hanno fatto leva sui pericoli che costituirebbero i migranti in quanto provenienti da stati a maggioranza musulmana e così fanno le destre populiste in tutta Europa, dall’Austria all’Olanda, fino all’Italia. A peggiorare le cose ci sono i “nuovi” nemici occidentali dell’islam: gli omosessuali e i laici, preoccupati da una prospettiva futura in cui il conservatorismo dei nuovi arrivati nelle urne elettorali potrebbe spazzare via alcune libertà specifiche come quella di satira o rallentare il progresso su temi etici come l’eutanasia, la legalizzazione delle droghe e della prostituzione, la ricerca sulle staminali e così via.

Davanti a questo problema nasce un dubbio. In molti sappiamo che gli affiliati all’Isis sono una piccolissima minoranza dei musulmani nel mondo e, al contempo, ci rendiamo conto che questo dato rischia sempre più spesso di essere dimenticato. Qual è la soluzione? Come evitare la polarizzazione e la chiusura? Molti chiedono ai musulmani moderati di dissociarsi, di far sentire la propria voce, magari scendendo in piazza in massa, ma perché dovrebbero? Sono proprio i moderati a combattere l’Isis ogni giorno sul campo di battaglia, per non parlare degli sciiti i quali sentono la loro opposizione al califfato come ovvia, vista anche la rivalità con l’Arabia Saudita oggi sempre più attuale.

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Courtesy MET New York

L’Islam non ha gerarchie stabili. Non esiste un piano alto della gerarchia clericale che possa permettersi di parlare per l’intero mondo musulmano. Quindi chi mai dovrebbe discostarsi dagli attentati? Un ministro degli esteri dell’Islam mondiale? Un Papa? No, perché non esiste niente di tutto ciò.


Enrico Mentana dopo l’ennesimo attentato terroristico, quello successo a Dacca dove sono morti anche 9 italiani, ha scritto su Facebook:

Enrico Mentana

2 July at 17:47 ·

Noi piangiamo i nostri morti e poi volgiamo lo sguardo verso i cani rabbiosi che li hanno ammazzati. E la domanda è sempre la stessa. Che senso umano ha? Fare irruzione in un ristorante per uccidere qualcuno solo perché non è islamico, al grido di “Dio è grande”, e poi morire. Una sola cosa è più inspiegabile delle scelte dei kamikaze islamisti: la mancata sollevazione di massa contro le loro nefandezze da parte delle comunità musulmane nel mondo. In ogni civiltà si creano gli anticorpi contro le degenerazioni ideologiche o culturali o sociali. Invece il terrorismo jihadista strage dopo strage sta schiacciando l’Islam moderato, che esiste ma è senza voce, per timore di ritrovarsi la bestia in casa. Il risultato è quello peggiore, e rischia di tagliare il mondo in due aprendo sterminate praterie ai tagliagole di Al Baghdadi

Raffaele Alberto Ventura, quando ho condiviso lo status di Mentana su Facebook, mi ha fatto notare che a prima vista la lamentela suona sensata, ma sarebbe come dire “Perché i messicani non si sollevano contro i cartelli della droga?”. Magari lo fanno, magari non possono farlo, magari semplicemente non ce ne sono le condizioni. Insomma, è sensato immaginare una reazione dei moderati, ma allo stesso tempo è illogico pretenderla.

La risposta di Ventura centra il problema per più di un motivo. Innanzitutto perché l’Islam non ha gerarchie stabili. Non esiste un piano alto della gerarchia clericale che possa permettersi di parlare per l’intero mondo musulmano. Quindi chi mai dovrebbe discostarsi dagli attentati? Un ministro degli esteri dell’Islam mondiale? Un Papa? No, perché non esiste niente di tutto ciò.

Eppure il problema persiste. Si rischia l’instaurarsi di uno scontro a due: Islam Vs Anti-Islam. Polarizzazione che non conviene a nessuno se non al Daesh per fare ulteriori proseliti e a Salvini per lucrare sul disastro sociale per scopi politici – sarebbe un po’ come Nigel Farage con la Brexit, mirare al disastro, ma la guerra civile e il ritorno al razzismo diffuso sono problemi ben più gravi e difficili da risolvere rispetto al dover mediare per un accordo sull’ingresso del Regno Unito nel mercato unico europeo.


Bisognerebbe sapere che le voci anti-Isis ci sono, si fanno sentire ogni giorno, ma – e qui nasce l’ennesimo problema comunicativo – noi in occidente non le sentiamo. Siamo sordi.


Lorenzo Forlani mi ha fatto notare, commentando lo stesso status di Mentana, che le prese di distanza dal terrorismo da parte del mondo musulmano ci sono eccome. Innanzitutto migliaia di musulmani che l’Isis lo combattono faccia a faccia, come i clan sunniti, Al Dusairi, o ordine Nashabandi, per citarne due presenti in Iraq e Siria, e lo stesso vale in occidente.

Forlani conosce in prima persona il mondo arabo e non mi sorprende che lui veda il pensiero di Mentana come “uno scivolone”. Bisognerebbe sapere che le voci anti-Isis ci sono, si fanno sentire ogni giorno, ma – e qui nasce l’ennesimo problema comunicativo – noi in occidente non le sentiamo. Siamo sordi. E se è vero che siamo sordi il problema comunicativo rimane insoluto. Come fare a convincere l’opinione pubblica occidentale impaurita dal terrorismo che il problema non sono certo i migranti che scappano dall’Isis? Come si interrompe la narrazione che insiste nel creare una implicazione logica tra terrorismo e fede religiosa?

Il problema, come mi fa notare Raffaele Alberto Ventura, è anche che nei paesi a maggioranza musulmana non esiste un’industria dell’opinionismo come quella occidentale, di conseguenza avremo necessariamente una produzione di segni diversa sia da parte di chi abita oltre i confini occidentali sia da chi abita un paese occidentale ma è culturalmente riconducibile a paesi non occidentali. Insomma, tra l’occidente e i paesi musulmani ci sarebbe un’incomunicabilità che andrebbe oltre la distanza culturale e linguistica – parliamo della differenza nel modo in cui il dissenso è espresso ed è esprimibile e, di nuovo, il problema comunicativo rimane irrisolto.

Il già citato Forlani suggerisce che la questione comunicativa non si risolve anche per delle colpe interne al sistema dei media e della comunicazione occidentale. Le prese di posizione, più o meno autorevoli (sempre considerando che non esiste nell’islam un clero e una gerarchia religiosa), ci sono state eccome, e sono state reiterate. Il problema è però che non fanno notizia.

Forlani si chiede giustamente: “se una testa di cazzo nata in Marocco ma cresciuta in Francia, che ha condotto una vita non proprio da musulmano (spaccio, prostitute, promiscuità, eccetera), esce di casa, entra al Bataclan e spara a decine di persone, da cosa dovrebbe prendere le distanze un musulmano di Damasco, o di Kuala Lumpur, o di Khartum?”

E ancora:

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Courtesy MET New York

Nessuno ha mai chiesto ai cattolici di dissociarsi dal Ku Klux Klan, o ai cattolici colombiani di dissociarsi da Pablo Escobar, o agli italiani di dissociarsi dalla mafia e dalla ‘ndrangheta – che come sappiamo è intrisa di riti religiosi. Allora perché pretendere dalle comunità islamiche un generale “prendere le distanze” dai terroristi?


Suona folle ma questo sembra essere lo stato dell’arte: generalizzare puntando il dito su un 98% di religiosi innocenti e in disaccordo con gli sproloqui del Daesh e, contemporaneamente, il dito è puntato con pochissima determinazione su chi il Daesh lo sostiene.


Ogni musulmano pacifico, più o meno il 98% di 1,6 miliardi di persone, non dovrebbe ma si sente imputato di complicità coi terroristi a causa del trend generalizzante e populista cavalcato dai media. A questo si aggiunge l’enorme ipocrisia del non sottolineare a sufficienza la mancanza di condanna al Daesh da parte di Al Saud: la dinastia saudita alleata dell’occidente a cui si stendono i tappeti rossi negli aeroporti del vecchio continente. Suona folle ma questo sembra essere lo stato dell’arte: generalizzare puntando il dito su un 98% di religiosi innocenti e in disaccordo con gli sproloqui del Daesh e, contemporaneamente, il dito è puntato con pochissima determinazione su chi il Daesh lo sostiene.

Secondo Forlani il problema comunicativo non consiste nella “debolezza (o addirittura assenza) delle voci moderate”, ma semmai nella potenza di quelle radicali, che, nonostante siano marginali nello stesso mondo musulmano, “possono godere di una ampia diffusione grazie al sostegno economico da parte dei cyber-imam wahhabiti pagati da Ryad”. Stiamo parlando degli stessi che inondano il web con i loro deliri anche se il wahhabismo è, se non una eresia, perlomeno una dottrina giovane, con meno di 300 anni, e forse lo 0,2% dei musulmani coinvolti.


In questo scenario comunicativo non mancano comunque le buone ragioni per auspicare che i musulmani moderati decidano di scendere in piazza – di abbracciare una strategia comunicativa che si prefigga di prendere di petto le critiche e rilanciare un’immagine dell’Islam moderato e aperto.


Le strategie di comunicazione politica e pubblica, soprattutto su temi spinosi come questi, si giocano come delle grosse partite a scacchi. Da una parte abbiamo un muro comunicativo che rende difficile per gli occidentali rendersi conto delle prese di posizione anti-Isis sia dentro che fuori i confini occidentali, dall’altra abbiamo l’irragionevolezza della generalizzazione razzista e l’assurdità dell’ipocrisia del rapporto coi sauditi. Le due posizioni si scontrano e si confrontano quotidianamente nel dibattito pubblico ma è il populismo a sembrare vincente. Le destre populiste in Europa sono diventate le “mucche nel corridoio” e il loro aumentare nei consensi sembra inarrestabile quanto inesorabile.

In questo scenario comunicativo non mancano comunque le buone ragioni per auspicare che i musulmani moderati decidano di scendere in piazza – di abbracciare una strategia comunicativa che si prefigga di prendere di petto le critiche e rilanciare un’immagine dell’Islam moderato e aperto. Non lo devono a nessuno, certo, e le espressioni di dissenso esistono già, anche se vengono coperte meno dai media se non addirittura sistematicamente ignorate, ma le manifestazioni di dissenso come quelle di piazza ci sono state solo in minima misura e questa potrebbe essere una strategia alternativa a quella obamiana.

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Courtesy MET New York

Le manifestazioni a cui i media prestano più facilmente attenzioni sono quelle dei sit-in, dei libri strappati e dell’estetica dello scontro con le molotov e i canotti ben in vista. Tutto sommato si tratta di provare a dare visibilità alle proteste con una strategia simile a quella del marketing (e verrebbe quasi da pensare che nella manifestazione del dissenso siamo noi occidentali a essere rimasti indietro a un sistema di messa in scena delle idee concentrato sul sensazionalismo e l’hype). Ma a prescindere dai giudizi e dalle considerazioni personali appare evidente come una soluzione a questo problema di “reputazione dell’Islam” potrebbe essere proprio una strategia comunicativa occidentale da parte dei moderati musulmani dentro e fuori l’occidente – un po’ come le manifestazioni delle primavere arabe che, attraverso le piazze e i social come Twitter, riuscirono a veicolare quel dissenso su scala globale.

Parallelamente, un altro argomento per sperare in delle manifestazioni di piazza da parte dei cosiddetti musulmani moderati consiste nel notare che se esiste propaganda e radicalismo sui social e, come si sente ripetere spesso, “il Daesh usa un immaginario estetico occidentale” allora è legittimo aspettarsi delle reazioni di dissenso verso quello stesso radicalismo altrettanto occidentali. Invece la situazione permette di mantenere un certo legittimo dubbio su un eventuale supporto del nostro vicino di pianerottolo musulmano a chi uccise la redazione di Charlie Hebdo. Insomma, migliaia di ragazzini delle seconde e terze generazioni sono, o rischiano di essere, stregati dalla propaganda dell’islam radicale. Ma in quelle stesse generazioni di ragazzini ammaliati dalla grafica sensazionalista da trailer proposta dalla strategia online del Daesh sembra mancare una prova altrettanto moderna che esponga il loro rifiuto delle idee folli del califfato e degli estremisti.

Proviamo a fermarci all’Italia. Forlani mi dice che tutte le comunità islamiche si sono espresse e si esprimono, condannando, un giorno sì e l’altro pure, l’estremismo. UCOII in testa. In TV però – e questo è un problema anche anglosassone – si continua a invitare gente come Anjem Choudary, una persona inattendibile, un suonato spesso presentato come l’imam “di Londra”, anche se lo conoscono a malapena a West Ham. L’attenzione mediatica è motivata più dal protagonismo televisivo di Choudary che dalla sua khutba (il corrispettivo della predica cristiana) o il rispetto che gode presso i fedeli. È una mera questione di ascolti. Mantenere vivo l’interesse dell’ascoltatore a discapito della complessità – d’altronde gli esperti annoiano e ci si ritrova Red Ronnie a parlare di vaccini, ci siamo abituati.


È anche per via di questa incapacità dei media di affrontare tematiche complesse senza cadere in un’eccessiva banalizzazione che forse è il caso di intraprendere una strategia comunicativa che punti alla viralità


È anche per via di questa incapacità dei media di affrontare tematiche complesse senza cadere in un’eccessiva banalizzazione che forse è il caso di intraprendere una strategia comunicativa che punti alla viralità – con tutto l’intorno funzionale al catturare le attenzioni mediatiche tra flash mob, performance e gesti simbolici a favor di camera.

Perché anche se il problema è frutto di difetti strutturali degli apparati comunicativi, dove i contenuti sono pochi e le posizioni sono polarizzate, non sembra conveniente lasciare ai media l’onere etico-politico di risolvere il problema che loro stessi hanno contribuito a creare. Sarebbe auspicabile c promuovere un dialogo che razionalizzi e smussi i picchi ideologici sfruttati dal populismo crescente, ma immaginare un futuro in cui i media in nome della pace sociale siano pronti a sacrificare il dio dello share è follia. Avremo ancora Red Ronnie e Choudary. Al contrario le comunità musulmane, così come i non musulmani, hanno molto da perdere nel caso in cui lo scontro si accentuasse. Per esempio la libertà di movimento, il diritto alla privacy e tutta una serie di diritti che già ora, dopo la Brexit, cominciano a scricchiolare sotto il peso della necessità di “sicurezza”.


Concedere spazi per il culto, promuovere il dialogo e intraprendere percorsi e strategie retorico-comunicative tese a spezzare il dualismo e il pregiudizio.


Un obiettivo è portare alla luce del sole le minoranze dando finalmente voce a chi le compone, ascoltando chi normalmente non consideriamo un interlocutore degno di attenzioni. Il primo passo è, nel caso delle minoranze musulmane, concedere spazi che siano condivisi e pubblici, difficili da ghettizzare e quindi emarginare, fermando sul nascere da un lato il pregiudizio di chi li osserva dall’esterno e dall’altro i propositi di chi mira a fare di ogni musulmano un papabile terrorista nemico dell’occidente.

Concedere spazi per il culto, promuovere il dialogo e intraprendere percorsi e strategie retorico-comunicative tese a spezzare il dualismo e il pregiudizio. I primi passi ci sono, ci sono già i primi bulloni capaci di bloccare gli ingranaggi del populismo: comunità islamiche apertamente gay, voci musulmane occidentali impegnate nella proposta di un laicismo politico e così via. Alcuni problemi in rapporto al binomio comunicazione-terrorismo rimarranno, ma superato l’ostacolo principale, cioè la tendenza razzista populista europea di questo lustro, la strada si può sperare ritorni in discesa.

Qui a Bologna mi è stato dato un volantino di un candidato alle comunali palesemente fascista proprio da un ragazzo pakistano, mentre facevo acquisti nel suo mini-market di alimentari. Il problema sta in un modello multiculturale occidentale basato sulla possibilità di non-integrazione, con gruppi etnici che mantengono uno scollamento significativo dalla cultura che li circonda? Forse sì, e dunque è necessario proporre un modello di società coesa, capace di conoscersi e incapace, in virtù di questo sapere, di odiarsi.

di Enrico Pitzianti


Enrico Pitzianti, Cagliari 1988, si occupa di estetica e arte. È parte della redazione di Artnoise e di Dude Magazine. È laureato in semiotica, ha fondato il progetto artistico online GuardieShow ed è consulente per SpaceDoctorsLtd.
Immagini (c) MET

5 comments on “Il “terrorismo islamico” è un errore di comunicazione.

  1. Giorgio Rodolfo MARINI

    Si sta riproducendo su scala mondiale un po’ quello (mutatis mutandis) che è successo per le Brigate Rosse in Italia: seconde generazioni ideologizzate infiltrate nei sindacati delle grosse aziende che arruolano ribelli in nome della lotta armata comunista, contro cui si esige drastica presa di posizione di tutti i comunisti italiani (quasi il 30% dell’elettorato)…

  2. Adriano Melis

    Per favore corregga l’accenno a Pertini “comunista”, una inesattezza del genere indebolisce tutto il pur pregevole ragionamento.

  3. Edoardo Olivari

    Una voce fuori dal coretto di prefiche finalmente. Leggi il prof Franco Cardini ? Ci sono molti interessanti punti di contatto con le sue analisi. Complimenti, pezzo molto rassicurante soprattutto er il fatto che sia scritto da un giovinotto che cha 4 anni piu di mia figlia ….

  4. Un’analisi molto esaustiva e condivisibile, secondo me.

    Per quanto riguarda l’origine degli attentati, penso sia un esercizio inutile cercare di individuare “la” causa: estremismo religioso, alienazione, povertà, uso di droghe?

    Ogni caso può derivare da uno o più di questi fattori, in misure diverse, a seconda del singolo individuo e del contesto in cui vive e si muove.

    Alcuni gridano “l’Islam NON ha NULLA a che fare con questi atti terribili” – e, come già sottolineato nell’articolo, questo porta a complesse diatribe sulla definizione di “vero” musulmano.

    Dall’altra, retoriche alla “mandiamoli TUTTI a casa loro” stigmatizza e colpevolizza intere comunità.

    In ambo i casi, il senso della complessità viene irrimediabilmente perso, con gravi conseguenze sociali.

    Riusciremo a promuovere punti di vista e strategie comunicative improntate ai fatti e al buon senso?

    Io spero di sì – e, nel mio piccolo, cerco di fare la mia parte, parlandone con il mio prossimo.

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