Recensione dal mio bagno – The Hateful Eight di Quentin Tarantino

“The Hateful Eight” di Quentin Tarantino
Sceneggiatura di: Quentin Tarantino
Fotografia: Robert Richardson
Montaggio: Fred Raskin
Con: Samuel L. Jackson, Kurt Russel, Jennifer Jason Leigh, Walton Goggins, Demian Bichir, Tim Roth, Michael Madsen, Bruce Dern, James Parks, Channing Tatum
Prodotto da: The Weinstein Company

Tarantino ha fatto un altro film, il suo ottavo.
Otto, come l’infinito, come la rosa dei venti, i petali del loto, i sentieri della Via, 
le beatitudini, le otto braccia, l’acca, la maglia di Iniesta;
come la palla da biliardo che se non la lasci per ultima ti ammazza,
come gli otto personaggi che popolano il suo nuovo film, “The hateful eight”,
un ottovolante di film,
un serpente a otto teste che gira e rigira e si avvita e capovolge e va avanti e torna indietro pur rimanendo statico, monolitico, immobile e privo d’azione apparente.


Tarantino ha fatto un altro film, il suo ottavo. Otto, come l’infinito, come la rosa dei venti, i petali del loto, i sentieri della Via,  le beatitudini, le otto braccia, l’acca, la maglia di Iniesta.


Un serpente. 
Se ne parla da tempo, da anni, da quando qualche tempo fa qualcuno si è impossessato della sceneggiatura e la ha pubblicata on line.
E allora il film non si fa più.
Anzi no.
Si fa.
Si cambiano i finali e si cambiano gli attori.
E insomma alla fine il film si fa e nasce e cresce e vede la luce.
Il film è uscito. 
E con clamore.
E se ne parla e se ne riparla.
E il settanata millimetri e il digitale,
e le presentazioni in pompa magna,
e Morricone che si dice esausto e quello e quell’altro.
Il film esce oggi in sala e voi tutti andrete a vederlo.
Un altro western, ancora una volta tanti grandi attori (otto).

(c) Lorenzo Bechi 2015, FILMSOLO
(c) Lorenzo Bechi 2015, FILMSOLO


Ma “The hateful eight” prima di essere un film è un gioco.
È un gioco bellissimo nel quale il regista si serve di tutti i suoi strumenti per inventare un gioco infinito, un gioco del mondo, magico e complesso, pur, ripeto, mantenendo delle sembianze umili, aride, “povere”, rimanendo fermo.
“The hateful eight” è un film western.
È un film giallo.
È un thriller.
È teatro filmato.
È un film demenziale.
È un film politico-sociale.
La regia è tecnica, capace, dimostrativa.
Il settanta millimetri è sfruttato al meglio sia nelle scene degli esterni con i campi lunghissimi sui paesaggi del Wyoming che poi Wyoming non è (il film è girato in Colorado), sia negli interni, dove la singola inquadratura si fa scena a più piani  all’interno della quale succedono più cose, più azioni, nello stesso tempo, in quella contemporaneità destinata prima o dopo a spezzarsi e a morire.

(c) Lorenzo Bechi 2015, FILMSOLO
(c) Lorenzo Bechi 2015, FILMSOLO


Teste che esplodono, pistole fiammanti, fiumi di parole, eroi dell’assurdo e ancora cavalli, inganni, marchingegni, il lontano west, i paesaggi infiniti e la voce di Tarantino che gioca col film, col cinema, con lo spettatore prendendolo per mano e portandolo nel suo film, nel suo cinema, avanti e indietro nel tempo, nello spazio e nella storia.
Il cinema di Tarantino è cinema allo stato puro, per una cosa su tutte:
lo spazio tempo, lo spazio e il tempo.
E anche in questo film l’attenzione allo spazio tempo si fa conclamata e evidente.
C’è la divisione in capitoli tanto cara a Tarantino.
C’è il suo giocare avanti e indietro nello sviluppo della storia utile a seminare indizi e tranelli, a ingrassare e rendere avvincente una narrazione per sua natura doverosamente debole.
C’è un utilizzo attento dello spazio filmico che il settanta millimetri celebra e trionfa.
Ci sono i campi lunghissimi sugli spazi innevati e infiniti.
Ci sono i primissimi piani.
Ci sono i dettagli.
Ci sono i dettagli apparentemente privi di significato salvo poi diventare prove, indizi, cardini sui quali il film gira e si annoda.
Ci sono due ore di film girati solo in un’unica location,
dove i piani di una stessa inquadratura si intrecciano e si sovrappongono grazie a un uso magistrale dei fuochi e quindi della macchina da presa stessa.

(c) Lorenzo Bechi 2015, FILMSOLO
(c) Lorenzo Bechi 2015, FILMSOLO


La macchina da presa che si fa matita e pennello, Tarantino pittore.
Maestro.
“The hateful eight” è un sacco di cose, come già detto,
ma è prima di tutto, come tutti i film di Tarantino,
un film sull’idiozia dell’uomo,
sull’imbecillità dell’umano,
sull’assurdità della vita e sulla pochezza di tutte le stupide parole con le quali siamo soliti passare il nostro tempo riempiendoci la testa e le orecchie di ragionamenti inutili che si inseguono e ci inseguono mentre viviamo e pensiamo e poniamo la nostra attenzione sulle cose che sotto gli occhi ci scorrono mentre noi scorriamo con loro.
A caso.
Senza pensare.
Senza guardare.
Senza regia.


È un film sull’idiozia dell’uomo, sull’imbecillità dell’umano, sull’assurdità della vita e sulla pochezza di tutte le stupide parole con le quali siamo soliti passare il nostro tempo riempiendoci la testa e le orecchie di ragionamenti inutili che si inseguono e ci inseguono mentre viviamo e pensiamo e poniamo la nostra attenzione sulle cose che sotto gli occhi ci scorrono mentre noi scorriamo con loro. A caso. Senza pensare. Senza guardare. Senza regia.


“The hateful eight” è un film fortemente teatrale.
È un film statico ma che corre sul posto.
È un western ma anche un giallo e anche un thriller.
È un film politico.
È un film che parla di razzismo.
È un gioco prima che un film e come tutte le opere di Tarantino è un gran bel gioco,
con il quale l’autore si diverte e ci intrattiene e con il quale ci chiede di giocare, ci impone di giocare.
“…Gioca con me…”e lui si diverte e io mi diverto a giocare con lui e col suo film, proprio perché non si prende la briga di invitarmi chiedendomi “…Vuoi giocare con me…?”
ma bensì imponendomi il suo gioco e con questo le sue regole.

(c) Lorenzo Bechi 2015, FILMSOLO
(c) Lorenzo Bechi 2015, FILMSOLO

La trama in due righe:
Qualche anno dopo la guerra di secessione.
Una diligenza corre nei paesaggi sconfinati del bianco Wyoming.
Il cacciatore di taglie John Ruth (Kurt Russell) e la sua prigioniera Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh) sono diretti verso la città di Red Rock dove la donna verrà consegnata alla giustizia per essere impiccata mentre lui, John Ruth, sarà ricompensato con diecimila verdoni.
Lungo la strada alla diligenza si uniscono Marquis Warren (Samuel L. Jackson), anche lui cacciatore di taglie ed ex soldato nordista e Chris Mannix (Walton Goggins) in cammino verso Red Rock per diventarne lo sceriffo.
A causa del maltempo la diligenza è costretta a rifugiarsi presso la merceria di Minnie, un rifugio in mezzo al niente nel quale vengono accolti non dalla stessa Minnie ma bensì da quattro sconosciuti:
il cowboy Joe Gage (Michael Madsen),
il boia Oswaldo Mobray (Tim Roth),
il generale Sanford Smithrers (Bruce Dern).
Ecco i nostri otto personaggi, ecco il film.
Prendi otto personaggi, mettili in una stanza e vediamo cosa succede.
Ecco il film ed ecco il gioco dunque.
La drammaturgia diventa una partita di scacchi,
un gioco dell’oca,
il gioco del mondo e “Indovina chi”.
Il cinema un gioco delle parti. Come la vita e come la morte che poi sono la stessa cosa e uno parte dell’altra.


La drammaturgia diventa una partita di scacchi, un gioco dell’oca, il gioco del mondo e “Indovina chi”. Il cinema un gioco delle parti. Come la vita e come la morte che poi sono la stessa cosa e uno parte dell’altra.


Non racconto nient’altro perché non ho intenzione di spifferare alcunché e perché non serve poi a molto.
Questo è il meccanismo del film.
Questa è l’idea forte che sta dietro la costruzione della pellicola:
prendi otto personaggi balordi e fortemente caratterizzati,
prendi otto maschere, infilali in un’unica stanza e stiamo a vedere che diavolo succede e lo strano effetto che fa.
L’idea mi piace, molto, moltissimo.
Il film colossale dell’industria Holliwoodiana che diventa cinema da camera, contenitore, situazione, gioco di ruolo, teatro. 
E quella stanza, quella scatola che a sua volta diventa contenitore di altri film all’interno del film stesso.
Sì perché il film gira e scarta di lato.
Non ci si accontenta di infilare otto balordi in una stanza e di vedere che cosa succede ma si gioca con i generi, con la letteratura e il cinema stesso.

(c) Lorenzo Bechi 2015, FILMSOLO
(c) Lorenzo Bechi 2015, FILMSOLO

E allora succedono cose apparentemente inutili e prive di senso che innescano traiettorie nuove e direttrici altre verso le quali il film sembra dipanarsi per poi tornare su se stesso e sparire ancora un’altra volta per vie e calli sconosciuti.
Tarantino stesso si mette in discussione e alla prova, in una parola: in scena.
È sua la voce fuori campo che a un certo punto prende il film per le corna e lo contorce e lo snoda a suo piacimento, riavvolgendo tre chilometri di pregiatissima pellicola settanta millimetri e mostrando nuovamente parti del film già viste ma da altri punti di vista, con altri occhi, i suoi, altre inquadrature, punti macchina, altre lenti, altri fuochi e dettagli.
E il film gira e cambia pelle e diventa un serpente a sonagli, un gioco, un enigma, un  percorso, un mondo a se stante che può piacere e eccitare, può annoiare e far discutere ma poi chi se ne frega.
È il cinema che si fa gioco perché adesso oggetto nelle mani di un maestro del palleggio, di un master senza scrupoli, di un giocoliere nell’aria di rigore rubato al circo, alla magia, alle tribù di funamboli e allo slalom speciale.


Una molla e una freccia nella faretra dell’autore che a seconda degli strumenti dei quali si è fornito possa giocare al meglio a questo gioco che ha da essere l’arte stessa, sempre più sfida estrema, disciplina dell’azzardo, singolar tenzone, olimpiade della mente e della vita.


E questo è importante, importantissimo e questo è bello, bellissimo.
L’arte deve essere prima di tutto gioco e gioco di prestigio.
Deve sorprendere e spiazzare,
deve essere la rappresentazione dell’elasticità dell’intelletto e della poesia del dettaglio,
dell’abilità poetica e della poesia disabilitata,
dei pensieri dilatati,
delle parole disabitate,
dell’imprevisto,
del non visto,
del impensabile e del non pensato,
delle architetture fantastiche che si sbriciolano al soffio di un alito pesante,
delle piramidi al contrario e dei grattacieli sotto il mare,
del non detto,
del non sentito,
dell’abbandono,
dell’imponderabile,
dell’impossibile,
dell’impenetrabile e del non.
Deve essere performance atletica e trionfo,
estasi,
droga e sonnambulismo,
muscoli che si tendono e si strappano,
tensione all’infinito
salto nel vuoto,
volo impercettibile,
bracciata d’altri tempi,
scheggia impazzita,
mondi senza confine
e colpi d’ala e di reni e spallate radenti,
un gancio destro sotto il mento di chi guarda e poi subito dopo una carezza e un bacio con la lingua,
una molla e una freccia nella faretra dell’autore che a seconda degli strumenti dei quali si è fornito possa giocare al meglio a questo gioco che ha da essere l’arte stessa, sempre più sfida estrema, disciplina dell’azzardo, singolar tenzone, olimpiade della mente e della vita.

(c) Lorenzo Bechi 2015, FILMSOLO
(c) Lorenzo Bechi 2015, FILMSOLO

E in questo Tarantino conferma di essere atleta olimpico, maestro e giocatore, allenatore, commissario tecnico e artista della fune.
Troppo facile fare il compitino,
smistare palloni a centrocampo come un grigio otto d’altri tempi,
tenere il palleggio uccidendo per noia e sfinimento.
Abbiamo bisogno dei salti mortali e dei tuffi carpiati.
Noi scaliamo le montagne, arriviamo in vetta e scendiamo in picchiata bendati e a trecento all’ora.
In un mondo che permette a tutti di salire fino in cima e poi discendere legato e in sicurezza noi abbiamo l’obbligo di scalare il K2 a piedi nudi e ridiscenderlo a occhi chiusi e senza mani:
è l’idea che diventa imperatrice e regina sovrana e non la tecnica serva del mezzo e del progresso.
È la capacità di costruire mondi, di giocare con il niente, di edificare ponti infiniti  e collegare continenti che fa la differenza.
Sono tutti bravi a nuotare, sanno tutti volare ma pochi nuotano nell’aria e volano sott’acqua.

Gli attori sono bravi, sono bravissimi davanti ai soliti infiniti dialoghi “tarantiniani” all’interno dei quali non è semplice orientarsi,
viaggiando nel buio profondo della notte del senso,
sul filo sottile dell’assurdità della vita che Tarantino dipinge,
nella rappresentazione dell’idiozia di noi comuni mortali,
nella messa in scena di questo eroe uomo idiota filosoficamente ponderato.
Non è  semplice vestire i panni dei personaggi di Tarantino,
di quei piccoli idioti filosofi o filosofi idioti poco importa che poi tanto è uguale.

(c) Lorenzo Bechi 2015, FILMSOLO
(c) Lorenzo Bechi 2015, FILMSOLO

C’è qualcosa però che non mi ha convinto.
Tim Roth nei panni del boia di Red Rock Oswaldo Mobray è eccezionale.
È liquido, snodabile, sarcastico, freddo, lucido, un tutt’uno col suo personaggio.
Ma c’è un problema:
è Tim Roth che fa Christoph Waltz che fa il colonnello Hans Landa (“Inglorious Bastard”, Tarantino 2009) che fa il Dottor King Schultz (“Django Unchained” Tarantino 2012) che fa Tim Roth che fa Oswaldo Mobray.
In due parole: Tim Roth fa Christoph Waltz.
Perché?
È una cosa incomprensibile e fastidiosa che evidentemente è stata richiesta dal regista ma che mette in secondo piano e in cattiva luce la prestazione dell’attore.
Peccato.
Poi:
Il finale è povero e non sembra funzionare, non risplende né “taglia lo capo a tondo”, sembra bensì figlio, come detto in precedenza, di una seconda scelta a causa delle fughe di notizie sulla trama del film.
Le seconde scelte a volte funzionano meglio delle prime perché figlie del tentativo e dell’errore, altre volte son figlie di un dio minore e dunque prive di forza, freschezza, dell’esuberanza perché nipoti del cervello, sorelle del raziocinio, nuore della scienza e cognate del paradigma.
Stop.
Samuel L. Jackson parla un americano veramente stretto ed è molto invecchiato.
Nel film non ci sono fighe.
La voce di Tarantino è orrenda.
L’audio del film è meraviglioso:
abbandonandosi allo scorrere della pellicola ci ritroviamo d’un tratto con gli speroni ai piedi e il tamburo della pistola che gira senza sosta tra le mani prima di sparare e uccidere e morire.
Siamo dentro il film, con loro, tra loro e uno di loro, altro che 3d.
Morricone firma la musica del film e dichiara che non ha alcuna intenzione di lavorare ancora in futuro con Tarantino che è bravo ma anche un pazzo criminale.
Peccato.
La fotografia è supersonica:
sono caldi e gialli gli interni del rifugio e bianchi e freddi gli esterni del Wyoming innevato, proprio come devono essere e come sono nell’immaginario di chi guarda.
Freddo Vs caldo, blu Vs rosso. Un classico.
Ogni singola inquadratura potrebbe essere una scena e un’unità di spazio tempo autonoma e a se stante, dotata di significato e tensione drammatica.
Come in tanti film di Federico Fellini nella singola inquadratura ci sono più piani d’azione.
È così che il film si snoda nella contemporaneità,
come se durante lo svolgersi della pellicola non si perdesse mai di vista che in quella stessa unità di tempo e di spazio il film scorre e come se scorre,
e corre e rincorre e accade;
mentre in primo piano assistiamo a un dialogo, in secondo e terzo e quarto piano succedono cose che noi vediamo, percepiamo e che dopo andiamo a ritrovare, riacciuffare, riprendere e capire.
Sono molteplici i segni e i significati che nell’azione si dipanano e lo sono e lo fanno contemporaneamente, santificando l’unità spazio tempo per poi distruggerla e farla a pezzi con l’irruzione in prima persona del regista stesso che entra in scivolata nel mezzo del film, falciandoci in area di rigore per poi prenderci per mano e riportaci indietro di quaranta minuti, impossessandosi dei nostri occhi schiavi ammaestrati e direzionandoli dove lui vuole, lì dove il suo film vuol far girare, un serpente impazzito e con otto teste,
che dribbla, salta e ancora si tuffa, si avvita, striscia all’indietro e scarta di lato.

Veniamo alle pagelle:
quattro stellette
quattro pallette
È un sette e mezzo per il vecchio Tarantino

Di Lorenzo Bechi
(www.filmsolo.org)


Lorenzo Bechi è nato nel 1982 ed è regista, produttore, fotografo, montatore e sceneggiatore, quasi tutto per filmsolo.org.

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