Tolkien contro Tolkien



Un intervento tenuto al Fabcom di Fabriano che ripercorre il trionfo planetario di Tolkien negli ultimi venticinque anni, la sua banalizzazione commerciale sistematica e la contesa ideologica che se lo contende tra destra e sinistra. Attraverso Fëanor, Lúthien, Bilbo e Sam, Edoardo Rialti interroga cosa significhi la creazione artistica intesa come dono ricevuto e restituito, e cosa voglia dire, oggi, camminare nudi con Tolkien.


IN COPERTINA e lungo il testo ulivi, di vincent van gogh

di Edoardo Rialti

 

Non si vende la terra sulla quale la gente cammina.
Cavallo Pazzo
 
È l’opera comune che ha valore,
dimenticami, guardami nel vero
di ciò che fai con lo spontaneo cuore […].

 

Carlo Betocchi

 

Premessa I

Venere su dalle onde

Mi perdonerete se inizio con una poesia-preghiera. Ma è solo ricordare come possiamo ciò che è giusto, respirare l’aria pulita in cima a una montagna da cui non vorresti più scendere, ma solo salire più in alto, che può consentirci, credo, di guardare davvero in faccia ciò che non va, e quante nubi tossiche inaliamo ogni giorno. Così è, almeno, per me. Respiriamo. Riprendiamo il filo-fiato del discorso con noi e col mondo, ricordiamoci un attimo dove siamo, e, attraverso questo, anche chi siamo. Mi alzo io in piedi anche per voi.

Preghiera a Venere, di Hayden Carruth (traduzione semi improvvisata di chi scrive)

Certo conoscevamo la nostra costa che scuriva

Nessuno dubitava per quel continuo ruggito

Delle rabbiose onde grigie, fredde e possenti,

Nessuno si sbagliava sulla spiaggia, le canne,

Coronate nel buio, di alghe morte gocciolanti.

Nessuna finzione qui, niente sotterfugi.

E dunque lei viene, nata da quel letto di mare?

Così pensiamo. Nubi di rosso violento

Calde le brillavano addosso, su fianchi e seno,

E alcuni ricordano come la spuma

le schiumava alle caviglie. Altri fanno la faccia

di chi la sa più lunga e sorridono alle spalle.

Lei ci ha dato bellezza dove i nostri occhi

Avevano visto solo bisogno. Ci siamo fatti saggi

Perchè come può la saggezza non cogliere il dono

Elargito in quella superba nudità,

Valore offerto in lascito come incanto

Dai tesori dell’oceano, dai suoi risparmi?

Ma, Amore, allora dev’essere il mare

Che ti rende credibile? Tutto

Dobbiamo riportare a un fenomeno solo?

Vero, la certezza è la nostra costa

La pietra miliare del chiaramente perduto

Le cui onde si raccolgono e spingono più innanzi.

Grande regina, un cuore di poeta ignorante

È tutta la sua fede, eppure con la sua arte

Può picchiettare alla tua fonte, per dire il vero.

Perciò istruiscilo, signora.

Aggiungo dunque e ripeto: Istruiscici, Signora.

 

Premessa II. Geometrica violenza

 

Guardiamoci attorno, ho detto. Questo vuol dire notare anche altre cose, meno gradevoli. Qualcuno di voi avrà forse letto l’incipit del fosco romanzo di Grossman, Vita e Destino.

Il respiro del lager si percepiva a chilometri di distanza – lì convergevano i fili della luce, sempre più fitti, la strada e la ferrovia. Era uno spa- zio riempito di linee rette, uno spazio di rettangoli e parallelogrammi che fendevano la terra, il cielo d’autunno, la nebbia.

La ferocia disumana dell’enorme lager si esprimeva in quella regolarità perfetta.

Le izbe russe sono milioni, ma non possono essercene – e non ce ne sono – due perfettamente identiche. Ciò che è vivo non ha copie. Due persone, due arbusti di rosa canina, non possono essere uguali, è impensabile… E dove la violenza cerca di cancellare varietà e differenze, la vita si spegne.

Quella stessa pianificazione e uniformità è sopravvissuta ai lager. Più prossima, diffusa e approvata. È la stessa di tante centrali energetiche, dall’atomica alla elaborazione dei dati per IA e altro, fabbriche di computer, industrie, stazioni ferroviarie, magazzini, allevamenti intensivi. Non mi interessa- in questa sede- fare il Geremia che addita questa o quella tecnologia o industria- sebbene le Geremiadi servano eccome: si tratta di una atmosfera che si incarna in sfaccettature sempre diverse, un’idra a parecchie teste. Quello che Cristina Campo o Pasolini scrivevano negli anni ‘50 delle periferie romane si può estendere senza problemi ai trafori Alta Velocità che prosciugano i corsi d’acqua o ai centri d’imballaggio Amazon che strangolano i mari di plastica. La nostra corresponsabilità, nell’uso quotidiano di streaming, cellulari e così via, è tale che, forse, non oscura tutte le vacche nella notte di una comoda colpa universale, ma rende difficile per me proporre questa o quella soluzione che non sia meramente autobiografica, sebbene questo non voglia dire che, siccome tutto questo già lo stiamo facendo, allora possiamo spingerci oltre e farlo ancora di più. Dobbiamo decidere, come individui e comunità, e l’unica scappatoia a cui non cedere è quella meccanicistica del moto del progresso inarrestabile. Proprio questa è la forza di un simile clima “anonimo”, l’ Invisibile ovunque per citare il titolo di Wu Ming che a loro volta riprendevano Yvan Goll. Per anticipare in parte il nostro discorso tolkieniano, la medesima bruttura, unicamente finalizzata a trasformare l’ambiente in risorsa, era quella che faceva esclamare a un Sam inorridito che la Contea di Sharkey era, a sua volta, Mordor. Una Mordor più prossima, che colpiva al cuore. Ci è facile additare Mordor, quando è lontana, meno riconoscerla da vicino, soprattutto quando è grazie da Mordor che vengono così tanti elementi che giudichiamo necessari, inevitabili, al nostro vivere individuale e collettivo. Ritmi più veloci, strumenti più veloci, assenza di limiti, immediatezza dei risultati richiesti. Dalla consegna di un panino senza neppure più doversi interfacciare a un commesso, a una traduzione o una diagnosi medica. E per fare cosa? Abbiamo forse più tempo libero, o non lo impieghiamo a sua volta per produrre, e le eventuali parentesi di riposo non sono forse a loro volta una ennesima perfomance, misurabile al pari dei chili sollevati in palestra, dei passi percorsi per dimagrire, da esibire giacché altrimenti è come se non fossero mai stati? Gli stessi magnati che ci vendono i giocattoli luccicanti che ci stressano tanto, che invadono sempre più tempi e spazi, sono quelli che ci regalano qualche applicazione per respirare al ritmo d’un canto artificiale di uccelli in un bosco. Ammettiamo quanta parte ha, in tutto questo, la nostra connivenza. Alziamo lo sguardo. Sono l’unico a cui la prospettiva di spacchettare la Luna o Marte in lotti estrattivi fa orrore? Sono l’unico che giudica mostruoso il piano di Musk di lanciare in orbita una rete satellitare che brillerà nei cieli al pari delle stelle? Pensiamoci la prossima volta che ci lamentiamo della rete wi-fi che non funziona in galleria e di quanto sarebbe più comodo se ci aggirassimo in un lounge perenne. Abbassiamo lo sguardo. Solo io trovo aberrante che Amazon acquisti e distrugga le vecchie edizioni dei libri per alimentare il suo catalogo online, catalogo che può essere cancellato quando e come gli pare? In Ogni cosa è illuminata, l’avo del protagonista baciava ogni libro che gli fosse caduto a terra. Un libro non è un oggetto o una banca dati, ma una testimonianza. Tutto questo ci era stato additato da tempo. Premesse dell’età delle macchine. La stampa, la macchina, la ferrovia e il telegrafo, sono premesse da cui nessuno ha ancora osato trarre la conclusione che se ne avrà fra mille anni, aveva scritto Nietzsche. Hannah Harendt, in Vita Activa, a sua volta notava: la questione, quindi, non consiste tanto nel vedere se siamo i padroni o gli schiavi delle nostre macchine, ma se le macchine servono ancora il mondo e le sue cose, o se, al contrario, con l’automatismo dei loro processi abbiano cominciato a dominare e anche a distruggere il mondo e le cose. Tutto ciò si intreccia a quella che Wendell Berry (un nome sul quale ritornerò più volte, una delle voci più importanti del nostro tempo) ha definito la sostituzione dei criteri qualitativi con quelli quantitativi e che ha ripercussioni immediate nella nostra esistenza quotidiana. Come in cielo, così in terra, come nel profondo, così in superficie. Abbiamo diluito l’autorità, la densità dell’esperienza autentica e della sua comunicazione-condivisione con l’acqua sporca della visibilità, della rilevanza immediata, immersi in un flusso di immagini-dati che si annullano a vicenda, che profanano l’intimo e svendiamo i sentimenti, nella sottesa disperazione che qualcosa in sé non abbia più valore, se non diventa -marxianamente- valore di scambio. Il prosciugarsi delle risorse idriche si specchia nell’avvizzire di tempo e silenzio. In questa camera senza aria parole e gesti diventano mostruosi, troppo grandi, troppo piccoli. Ci presentiamo in pantofole e pantaloni corti ai funerali. Alterniamo la nostra indignazione per i migranti annegati alla nostra spiaggia nel villaggio vacanze, postiamo una lettera alla nonna defunta con la foto della sua mano rugosa stretta per l’ultima volta. Non abbiamo semplicemente sacrificato così il buon gusto, la decenza, il rispetto, il mistero-la volgarità è sempre esistita -ma ci siamo privati anche degli ambiti dove quella stessa volgarità è divertente, lecita, forse doverosa e- arrivo a dire- benedetta. Siamo ovunque e siamo pertanto, a un livello più profondo, invisibili. Ricordate il primo effetto “secondario” dell’Anello del Potere? Vedere senza essere visti, un rapporto sbilanciato di potere col mondo, dove io posso agire senza espormi al contraccambio che ciò innescherebbe. Ma tale invisibilità agita diventa sempre più subita. L’Anello consuma, smagrisce, trasforma in spettri perennemente visibili da occhi ai quali non possiamo più sottrarci, neppure volendo. Il rifiuto della fatica e della obbedienza che un rapporto reciproco col mondo esige, nel quale possiamo fare esperienza di una gerarchia di valori e dell’autorità di certe esperienze rispetto ad altre, magari più immediatamente pressanti e soddisfacenti, non ci rende più liberi, ma più facilmente soggetti a quella parodia contraffatta che è l’autoritarismo, giacché, parafrasando Ambrogio di Milano, non avere padri vuol dire avere altrettanti padroni. Eccoci dunque in un mondo conteso da conservatori che non conservano un bel niente, che avvelenano il pianeta, si fanno scherno dei poveri e dei diversi, brandiscono parole come tradizione e religione per fomentare le paure e gli istinti tribali che contribuiscono a rimpinguare i loro conti bancari. Ma se crediamo che un uso migliore degli stessi mezzi che ci sono stati venduti da Sharkey-Saruman non ci renderà a nostra volta complici nel distruggere la Contea, ci sbagliamo di grosso. L’Anello va gettato via, e basta. Non ci occorre un uso migliore- “illuminato, regolamentato, condizionato”- di ciò che ci viene proposto, ma gesti che si muovano già come se fossimo in un altro mondo, in un altro orizzonte, che releghi quello che parrebbe vittorioso nel niente spettrale che è in realtà, ombra proiettata sul fondo della caverna, mentre fuori splende il sole vero. Così forse sto correndo troppo. Tutti questi esempi ripetono e variano lo stesso nocciolo della questione. Forse siamo troppo impegnati a sbracciarci (quando lo facciamo, giacché questo nostro tempo è scandito dal pendolo che oscilla tra apatia e isterismo, altrettanto sterili) nell’additare ciò che è sbagliato nel mondo quando- esortava già Chesterton- dobbiamo tornare a riconoscere ciò che nel mondo c’è di giusto.

Parlato di storie fantastiche ed imprese eroiche, The Faerie Queene di Edmund Spenser, Libro V, contiene una scena su cui vale la pena riflettere. Sir Artegall incontra un gigante mostruoso, attorniata da una folla vociante di sgherri:

vide ritto un possente Gigante

su una roccia, che alta tenea

enorme una bilancia tra le mani,

con la quale, nella sua presunzione, si vantava

di soppesare equamente il mondo intero […].

E il seguito del gigante lo acclama e appoggia nella sua impresa di violento uniformatore:

Nella speranza di grande beneficio trarne,

E libertà senza limiti ottenere […].

La risposta di Artegall è un interrogativo che può metterci sulla strada giusta:

Come puoi stimare rettamente le cose che non vedi,

se già male estimi il tanto che sta dinanzi agli occhi tuoi?

Domandiamocelo anche noi. Cielo è terra, terra è cielo. Ciò che non si vede si manifesta in ciò che vediamo, e lo sostiene come moto profondo. Così il nostro atteggiamento ultimo verso le questioni universali si palesa sempre in come ci relazioniamo al locale, particolare, al concreto, al limitato. In come lo abbracciamo, quale linguaggio di intimità sappiamo sviluppare in esso. Ciò si integra-sovrappone a quanto aveva scritto Dante in quella che per me rimane la più bella definizione della fede: Fede è sostanza di cose sperate e argomento delle non parventi. È il rovescio dell’arazzo medesimo. E anche questo occorre chiedercelo: qual è la sostanza di ciò che speriamo, speriamo davvero, per noi, per coloro a cui teniamo, per ciò che ci viene incontro nello spazio-tempo o pare proprio negato dalle circostanze? E cosa c’è di invisibile ma che di cui possiamo ancora argomentare? Sia la domanda di Spenser che l’affermazione di Dante sono un tutt’uno, ovunque posiamo lo sguardo con deliberata attenzione e, più intensamente ancora, come un dono elargito senza impegno previo da parte nostra, gratuita caparra per l’abbracciata, magari ilare, comunque fatica di quegli altri momenti, in quell’altrove così prossimo che è la nostra vita quando qualcosa- un evento piccolo o grande, una parola, un paesaggio, ci fa come sprofondare, o affiorare, a un livello di intensità che avvertiamo, a tradurlo in parole così povere, come l’unico che veramente conta, una patria più autentica, un respiro più pieno, integrato col pensiero, gli occhi, i sogni, respiro-pensiero, respiro-sguardo, respiro-sogno, del quale ci dimentichiamo così facilmente.

Nei versi di Les Murray:

Lieve e come ossigeno intrinseco al fuoco

È un’inalazione sporadica. Viviamo lunghi giorni

sotto la sua superficie, respirando aria materiale,

poi qualcosa s’apprende: ci siamo. Silenzio assorto, speciale.

È questo l’interesse, che in un istante spegne i nostri interessi

E solo ne permette la sopravvivenza, alleviandoci

Della loro gravità per un momento senza tempo;

che fa centro dove punta, e punta a far centro,

che c’incentra dove punta, e riflette il nostro centro.

 

 

Tolkien ha vinto. Tolkien ha perso

 

Tolkien ha vinto. Sono passati venticinque anni da quell’evento a sua volta spartiacque- a rifrazione dell’uscita del romanzo negli anni ’50- che fu la trilogia cinematografica di Jackson, che nel terzo capitolo fu infine coronata dalla notte dei tanti oscar, per mano di Steven Spielberg, sorta di passaggio di testimone nell’immaginario collettivo. Il ritorno del re come titolo pareva quasi l’adempimento di una profezia: Tolkien -se non ritornato- veniva comunque incoronato. Il lungo viaggio dai sobborghi di Oxford ai campi di Woodstock e poi nelle camerette di milioni di lettori ragazzini come Stephen King o Martin veniva celebrato in mondovisione. Se posso indulgere in una breve parentesi autobiografica, ricordo bene quegli anni, l’attesa per il primo film di una storia che amavo da quando avevo memoria di me: al cinema Gambrinus di Firenze feci la fila dal primo pomeriggio, come per un concerto e alla cassiera che mi domandò quanti biglietti dovessi staccare, risposi oltre cinquanta. Avevo raccolto i soldi per tutti i miei amici, praticamente occupammo metà sala. Da allora chi- come me già era un lettore appassionato di Tolkien, e magari si era recato al Bird and Baby di Oxford in pellegrinaggio- l’uomo che serviva al bancone mi fissò sornione e Credi di essere l’unico venuto qui con quella faccia? disse- lo ho visto diffondersi dappertutto, e chi invece in questi 25 anni è nato e cresciuto ci ha semplicemente nuotato dentro. Il mio tesssssoro è una battuta citata al pari -se non più- di Che la Forza sia con te. Libri, traduzioni, videogiochi, serie tv, convegni universitari, riviste, omaggi di altri artisti.Pure ciò che parrebbe andare in direzioni diverse e contrapposte, reattive, viene perlopiù descritto in relazione con esso. Il Signore degli Anelli dove si fa sesso, era più o meno uno dei titoli che circolavano per lanciare la serie Game of Thrones. Ci sono stati Martin, Abercrombie, Richard Morgan, Ken Liu, il folle caleidoscopico Signore degli Anelli africano di Marlon James. Al pari e più di Harry Potter, al pari di altre mitologie contemporanee come quello strano fortunato guazzabuglio che fu Star Wars e pure- alas– i film di supereroi della Marvel, Tolkien è semplicemente uno degli orizzonti immaginativi condivisi, e l’unico riconducibile a una grande impresa narrativa. Omero del XX secolo è una espressione facile e abusata, ma qualcosa di vero lo esprime comunque. Quello che per altre riserve di senso espresse da opere di fantasia era stato il frutto di stratificazioni e generazioni, è incredibilmente riuscito a quel singolo uomo. Ultimamente le parole di Gandalf sono addirittura state citate in una enciclica del pontefice. Lo stesso Tolkien era arrivato a chiederselo, intercettando le prime increspature del sasso gettato nello stagno. Guardando all’indietro vero le cose completamente inaspettate che sono seguite alla pubblicazione, iniziando subito dopo l’appari- zione del primo volume, mi sento come se un cielo sempre più scuro che copriva il nostro mondo attuale si fosse improvvisamente aperto, le nubi ritirate, e una luce solare quasi dimenticata fosse tornata a splendere. Proprio come se i corni della Speranza fossero stati nuovamente sentiti, come li sentì improvvisamente Pipino al nadir assoluto delle fortune dell’Occidente. Ma come? e Perché?

Persino una serie pressoché infinita, impossibile a tracciarsi di sottoprodotti che poi hanno condizionato così tanto della nostra vita collettiva si rivelano in qualche modo a loro volta altrettante costole d’Adamo di quel cosmo immaginativo e delle strade percorse da chi ne ha subito il fascino. Pensiamo ai giochi di ruolo che, come ha notato Vanni Santoni, hanno fornito l’ossatura di quelle schede-personaggio che sono i social.

Eppure Tolkien ha perso. Dentro tutto questo, si sarebbe tentati di affermare. La vittoria ti ha sconfitto, sentenziava il Bane di Nolan a Bruce Wayne, se posso citare un film di fumetti. Il successo della trilogia di Jackson- che, con tagli e scelte discutibili, era però un prodotto d’autore intelligente e sincero, che era riuscito a tradurre Tolkien sul grande schermo con ricchezza di dettagli, profondità quasi storica, perizia artigianale, cura del dettaglio, scrittura, un sapiente ricomposizione delle citazioni – è stato seguito dalla banalizzazione sistematica progressiva di un universo ridotto a brand commerciale, che ripropone ad libitum easter eggs, refrain, situazioni e al tempo stesso li smorza con supposte provocazioni e smussature d’angolo che hanno tutte lo stesso obbiettivo: servire a tutti- ossia a nessuno- quello che già vogliono, nel modo più semplicistico possibile. Senza peso, tragedia, costo. Ruffiana pornografia emotiva. La serie Amazon- che fa capo a individuo che rappresentano tutto ciò che Tolkien detestava- ne è solo il caso più lampante e vergognoso. Non solo non vediamo sorgere nuovi sogni collettivi ma- e le due cose sono certamente legate- neppure sappiamo tenerci stretti quelli vecchi. A questo riduzionismo Just Eat si accompagna una nuova sistematica ondata di appropriazione ideologica. Tolkien come monarchico-reazionario-conservatore-cristiano-cattolico viene citato come esempio e modello dai rappresentanti delle destre, a governo nel mondo o in ascesa così diffusa. I suoi personaggi e le sue parole, le spade che lampeggiano all’aurora, le radici profonde che non gelano, sono branditi da autoproclamatisi Hobbit che fanno il lavoro sporco degli Orchi, avvelenano il pianeta, tribalizzano le tradizioni e le religioni, venerano la ricchezza e la guerra, si fanno spregio del povero e del diverso. Cosa hanno di conservatore, questi affaristi e i loro chierichetti parassiti, che giganti come Chesterton o Bernanos avrebbero sfidato a duello? Cosa difendono di nobile, di antico, dell’esperienza condivisa, mentre fanno affari milionari con le armi? Esteti decadenti e razzisti che si struggono per la messa in latino dei lefevriani tra la foto instagram di uno spritz e quella di un piatto “tradizionale” di canederli (sic), e inneggiano ai bulli brutali della politica internazionale come altrettanti imperatori Costantini, infami e vigliacchi milites gloriosii, compiaciuti dei video che li ritraggono mentre consegnano i loro nemici alle belve nel Colosseo, corteggiano gli autocrati e inneggiano alla persecuzione del diverso, alla cacciata dalla vita comune del negroide, del frocio, dell’islamico immigrato, vicepresidenti degli Stati Uniti che si credono tomisti per due citazioni dalla Summa, si entusiasmano per Tommaso Moro e passano sotto silenzio le immagini deliranti del loro padrone che si ritrae come Cristo. Enrico VIII almeno era un discreto poeta. Per tutti costoro, l’altro è il nemico, il mostro, l’Orco. Spesso i loro partiti sono al potere, si compiacciono di avere i magnati degli imperi tech a omaggiarli cappello in mano, eppure si ritraggono sempre e comunque come la Contea, la Resistenza. Ed ecco allora- dall’altra sponda- la solita tiritera degli interventi snobisti della sinistra progressista che tirano fuori dal cilindro i vecchi slogan sull’eroismo reazionario del fantasy, sul ritorno al medioevo patriarcale e misogino degli Elfi- e allora chi Tolkien lo ha amato studiato sente come l’eco dentro di sé di vecchie dispute ed obiezioni, che con la gentile condiscendenza che si accorda agli sconfitti in flagrante: Visto? Tutti questi anni a paragonarlo a Orwell o Simone Weil, e poi il governo Meloni ci fa le mostre, J. D. Vance twitta le battute di Sam Gamgee, allora era veramente fascista. Oppure, sempre sul cosiddetto nebuloso fronte progressista, qualcuno al massimo cerca di cavarsela con appelli che suonano come altrettante patetiche dichiarazioni di resa: Non dobbiamo lasciare Tolkien alla destra…Chi non dovrebbe? Di cosa vi stupite adesso? Avete corteggiato il mercato liberale come la grande opportunità per diffondere diritti e opportunità e vi stupite se nelle diseguaglianze che quegli slogan hanno cercato di occultare, le persone si rivolgono a chi smercia loro e prostituisce loro qualcosa che, quantomeno a parole, si contrappone a quel sistema medesimo? Avete schernito come fuori dall’orologio della storia tutto quello che non era possibile incasellare negli hastag che ringraziano qualche rivista di moda per lo spazio concesso, avete steso la complessità del mondo sul letto di Procuste delle vostre definizioni previe, semplicemente nuove, non necessariamente migliori di quelle che volete abbattere, e che spesso tradiscono solo lo sconfinamento bulimico di ogni limite che contrasti il narcisismo consumistico. Avete irriso il sacro privato e collettivo, tutto quello che non è mercificabile. Ipocriti. Nel frattempo, col vostro concorso, proprio quel sistema che combattete a parole e a volte neppure a parole, ha sua volta assorbito e vampirizzato quelle storie-riserve di significato. Con una sorta di perversa sorridente innocenza, battezza senza pudore alcuno i suoi strumenti di controllo globale e raccolta dati con nomi come Anduril, o, più a chiare lettere ancora, Palantir. Verrebbe da mettersi a ridere, tanto esplicito è il monito che tutto ciò dovrebbe comunicarci se non fossimo sordi e ciechi. In una lettera era lo stesso Tolkien ha ravvisare i primi segni di questa tragedia inneggiata a chiare lettere, laddove scriveva in una lettera d’una quasi una malattia mentale diffusa in tutto il mondo, che solo una piccola minoranza riesce a percepire. Anche se qualcuno ha mai sentito le leggende (cosa che sta diventando sempre più rara), non ha alcuna idea della loro portata. Come potrebbe, un fabbricante di motociclette, chiamare i suoi prodotti Issiocicli? Issione, che fu legato negli inferi a una ruota che gira incessantemente! Quello che Tolkien lamentava e additava, è successo con le sue stesse parole e storie. Davanti a un simile sistematico trionfante abuso verrebbe quasi da pensare che egli potrebbe fare suoi questi versi di Yeats:

Fatto ho al mio canto un mantello
Ornato di ricami
D’antiche mitologie
Da capo a piedi;
Me l’han strappato gli sciocchi,
L’hanno ostentato davanti a tutti
Come se l’avessero ricamato loro.
Lascia, o mio canto, che se lo tengano,
Perché c’è più coraggio
A camminare nudi.

Cosa vuol dire, anche per noi supposti tolkieniani, camminare nudi con Tolkien?

 

La mente del creatore. Figli del Tempo. Crescita organica e meccanica

 

In un altro passo di Vita e Destino si narra di un soldato, dai rapporti scricchiolanti col regime sovietico, che ascolta un commilitone barbiere che suona il violino durante l’assedio di Stalingrado: Quella musica gli aveva fatto capire che cos’è il tempo. Il tempo è lo spazio trasparente in cui gli uomini nascono, si muovono e scompaiono senza lasciare traccia… Nel tempo nascono e scompaiono anche le grandi città. Il tempo le crea e il tempo le distrugge. La sua, invece, era una concezione del tempo diversa, particolare. Quella che fa dire: « Ai miei tempi… Non è il nostro tempo, questo… ». Il tempo confluisce nell’uomo e nel suo regno, vi si annida, e poi passa, si dilegua, ma l’uomo e il regno resta- no… Il regno c’è ancora, il suo tempo è passato… L’uomo c’è ancora, il suo tempo è svanito. Ma dove? C’è un uomo che respira, che pensa e piange, ma il suo tempo, quel tempo che apparteneva solo a lui se n’è andato, è volato via, scivolato via. Mentre l’uomo resta. Non c’è niente di peggio dell’essere figliastri del proprio tempo.

Credo che tanta parte di questa scollatura, avvertita ancora oggi, di una simile esperienza di alienazione temporale- che nel discorso di Grossman si riferiva ovviamente alla pressione ideologica del XX secolo- sia riconducibile in misura altrettanto forte se non maggiore, più pervasivamente anonima- al peso della cultura dell’innesto, dell’aggiornamento informatico continuo della nostra adorazione tecnologica, fondata su una concezione meccanica della crescita. Come scrisse Eugene Peterson, Ogni volta che passiamo dai nomi personali a etichette astratte o a grafici o statistiche, siamo meno in contatto con la realtà e diminuiamo la nostra capacità di occuparci di ciò che è meglio e al centro della vita. Eppure siamo incoraggiati da ogni parte a fare proprio questo. Ancora una volta, Tolkien questo lo aveva dolorosamente presente, quando scriveva della Macchina: Con quest’ultima intendo ogni uso di piani o dispositivi esterni (apparati) invece dello sviluppo dei poteri o talenti interiori inerenti – o anche l’uso di questi talenti con il motivo corrotto di dominare il mondo reale, o costringere altre volontà. La Macchina è la nostra forma moderna più ovvia, sebbene più strettamente correlata alla Magia di quanto non si riconosca di solito.

Questa correlazione con la magia- che negli anni ’40 e ’50 era ancora a distanza siderali dallo spiritualismo tecnologico che è la sua veste più aggiornata, era stata messa bene in luce anche dal suo sodale C. S. Lewis nel pamphlet L’Abolizione dell’Uomo, che è una banalità definire una dei quelle opere che paiono sinistramente scritte oggi: È il patto del mago: cedere la nostra anima e in cambio ottenere il potere. Ma una volta ceduta la nostra anima, ovvero noi stessi, il potere così concesso non ci apparterrà. Sare- mo infatti schiavi e burattini di ciò a cui abbiamo ceduto la nostra anima. L’Uomo ha il potere di trattare sé stesso come semplice «oggetto naturale» e i suoi giudizi di valore come materia grezza da manipolare scientificamente e alterare a piacimento. L’obiezione non è che una simile operazione (come al primo giorno in una sala di dissezione) sia dolorosa e scioccante finché non ci si abitua. Dolore e shock costituiscono semmai un mo- nito e un sintomo. La vera obiezione è che se l’Uomo decide di trattare sé stesso come materia grezza, materia grezza sarà: e non mate- ria che egli possa manipolare, come gli piace- va immaginare, bensì puro appetito, ossia mera Natura, nella persona dei suoi disumanizzati Condizionatori. L’Anello del potere non è una mera allegoria dell’IA oggi più di quanto lo fosse della Bomba H negli anni ‘50: sono entrambi questi strumenti- semmai- a indicare qualcosa di ancora più vasto, la forzatura tecnologica ai problema dell’esistenza, che fu teorizzata già da Bacone e si ripresenta a ogni generazione sotto forme diverse, in diverse commistioni di due diverse seduzioni, la fuga e il controllo (come scrisse Rowan Williams) magari sempre più prossime, apparentemente innocue nei loro rischi rispetto alla promessa con cui allettano di primo acchito. Dobbiamo patire tanti timori e dubbi per una cosa così piccola, si tormentava Boromir.

A questa prospettiva di dominio, accumulazione, sfruttamento, uniformità, si oppone- nella stessa opera di Tolkien, e nelle riflessioni di altre voci importanti del nostro tempo, da Simone Weil a Pier Paolo Pasolini, a Wendell Berry, l’opzione di una crescita, personale e comunitaria, che invece sia Organica, Locale, Particolare, gloriosamente Parziale, per così dire, Limitata- nello spazio e nel tempo, e ultimamente soggetta alla morte. Non ho disposto tali aggettivi in una qualche sequenza. Sono a loro volta un tutt’uno. Qui trovi senno, qui prosperità/ scriveva Shakespeare nei Sonetti: altrove, un folle gelo di vecchiaia. Chi come te si nega al tempo, fa/ che in pochi inverni il mondo già scompaia.

L’esperienza artistica, attiva o passiva, realizzata o fruita, è una delle dimensioni privilegiate dove tale alternativa ci torna incontro con chiarezza e intensità rinnovata. In essa troviamo una diversa relazione col mondo e con noi stessi, che non si basa su un accumulo di potere e informazioni, ma su una compromissione radicale, un dare-ricevere-restituire. Che comprende diverse dimensioni. Anzitutto, la specificità del soggetto creatore, dello strumento scelto, e persino di chi quell’opera la incontra come lettore, ascoltatore, spettatore. Nelle parole di Wendell Berry, tutta l’arte che si eleva al di sopra della competenza insiste sull’irriducibilità dei suoi soggetti, dei suoi materiali e delle sue opere finite. Crea cose che hanno un valore intrinseco in sé e non sono intercambiabili con altre. Per un falegname semplicemente competente, un’asse può essere praticamente uguale a un’altra. Ma per un bravo falegname o ebanista, ogni tavola è unica. Più un falegname diventa un bravo artista, più è consapevole dell’individualità delle tavole e delle differenze tra di esse. In secondo luogo, l’”esposizione” che il linguaggio artistico prescelto consente all’artista, rendendolo capace di intercettare una vastità espressiva assai più grande, quella della realtà in cui ci troviamo, nei suoi fermenti visibili e invisibili. Il Padre mio lavora sempre, aveva affermato Gesù. Per Seamus Heaney, l’artista se ne sta aperto come un occhio o un orecchio, e in lui si imprimono tutte le melodie e i geroglifici del mondo; il lavorio dell’universo in azione. È proprio questo che ci fa godere, come fruitori di un’opera d’arte, di quella che con espressione felice Iris Murdoch definiva Bontà per procura, ossia la capacità di re-instaurare, per mezzo del linguaggio artistico, un rapporto più profondo e sì, persino responsabile, col mondo, nel senso antico della parola, quello di una risposta adeguata a quanto incontriamo in esso. L’arte trascende le limitazioni egoistiche e ossessive della personalità e può ampliare la sensibilità di chi ne fruisce, scrive Murdoch, Il realismo del grande artista non è un realismo fotografico, è essenzialmente pietà e giustizia. Autentiche proporzioni del cosmo, di una storia molto più grande di noi e della nostra pretesa di essere al centro di tutto, e commozione, coinvolgimento. Pure questi elementi (e ne ho elencati solo tre, e sommariamente) sono tutte facce del medesimo prisma: un altro modo di dire la stessa cosa è che le opere d’arte, quale che sia il loro linguaggio, sono gesti che invitano ad addentrarsi uno spazio relazione, intimo, personale, nel quale la nostra libertà può muoversi. Atti di ospitalità. Nelle parole con cui Tolkien descrive l’offerta di Baccadoro agli Hobbit che cenano presso di lei e Tom Bombadil, era una bevanda che sembrava acqua fresca e limpida, eppure andava dritta al cuore come vino e liberava la voce, che suscitava il desiderio di cantare allegramente, quasi fosse più̀ facile e più̀ naturale che parlare. L’arte suscita arte.

Tutto questo per Tolkien attinge a qualcosa di così decisivo e profondo da permetterci do cogliere la mente stessa del Creatore, per citare un celebre saggio di Dorothy Sayers che gli era familiare. Per questo, ogni volta che nella sua opera incontriamo un personaggio legato all’esperienza della creazione artistica, quale che essa sia, celebre o nascosta, celebre nelle generazioni o apparentemente misconosciuta, indistinguibile dai gesti di tanti altri, è in gioco qualcosa di estremamente importante, ed è su questo che voglio soffermarmi, come memoria e forse antidoto rispetto all’abuso di Tolkien medesimo. Quattro esempi di artisti, dunque.

 

Attingere, per aggiungere. Feanor

 

Curufinwe, più noto ai più come Feanor-Spirito di Fuoco è l’incarnazione primaria, di tutto quello che continuiamo a cogliere per accenni e aspetti in un Michelangelo, in un Beethoveen, i quali però stanno alla potenza della sua creatività, e alla sua passionalità divorante, come Carlo Magno, Salomone o Artù alla dignità regale di Adamo prima della Caduta. Il richiamo alla fiamma nel suo appellativo, ovviamente, si lega al Fuoco Segreto che Iluvatar ha posto al centro della Creazione di Arda, ma quello stesso ardore, se sottratto alla sua origine, può farsi distruttivo, come nei Valaraukar, o Demoni di Fuoco, i Balrog. Come che sia, ben prima che si arrivi a considerare un simile bivio, in Feanor tutto è intenso, spinto al massimo grado della sua accelerazione. Egli è l’artista supremo, colui che insegue con una sorta di impazienza rovente una visione tutta sua, che si esplicita nella sua opera, a sua volta scandita da tentativi sempre più ambiziosi, che infine convergono nel suo capolavoro, i Silmaril, la più perfetta opera d’arte mai realizzata, culmine e precipizio della intera storia di Arda, per Elfi, Uomini e persino gli Dèi. Una visione tutta sua, dicevamo? Persino nel caso di Feanor, non è esattamente così. Nessun creatore, per quanto originale, attinge unicamente da sé stesso quello che vuole esprimere e realizzare. Le profondità più autentiche di noi stessi affondano in un debito previo, quello di essere a nostra volta creati, ricevuti molto prima che auto-plasmati. Míriel era il nome di sua madre che era detta Serindë a causa della sua sorprendente abilità nel tessere e nel cucire; le sue mani erano infatti capaci di produrre cose belle più di chiunque altro tra i Noldor. L’arte di Feanor si sviluppa in questa eredità, nel lascito genetico e spirituale di una madre che non ha mai conosciuto, ma che lo ha dato alla luce. Ciò viene accennato una seconda volta: In gioventù, perfezionando l’opera di Rúmil, inventò quelle lettere che portano il suo nome e di cui in seguito gli Eldar si sono sempre serviti. Pure nell’invenzione dell’alfabeto elfico, egli è un perfezionatore, ma non il primo inventore. Rumil viene prima di lui. Come Chretièn de Troyes prima di Dante, o Marlowe prima di Shakespeare. Haydyn di Mozart, su su fino agli anonimi geni delle grotte di Lascaux. Proprio per questo, con diramazioni che si estendono tanto nel passato quaanto verso il futuro, come notava un autore importante per Tolkien come Owen Barfield, nessun poeta è del tutto il creatore e il detentore della propria opera. Spesso gli artisti stessi tendono a dimenticare questa staffetta, questo dono anzitutto ricevuto da mani altrui. Come avrebbe dichiarato Albert Camus, Crede quindi di poter creare lui stesso la realtà. E invece, lontano dalla società cui appartiene, creerà soltanto opere formalistiche o astratte, emozionanti come esperienze, ma prive della fecondità propria dell’arte vera, la cui vocazione è quella di riunire. È stato lo scrittore Wu Ming 4 a farmi notare per primo come in Tolkien lo sbilanciamento psichico di alcuni personaggi derivi proprio dalla rimozione o assenza della polarità maschile-femminile, tanto nella loro crescita quanto nelle loro relazioni successive. Ciò in Feanor viene ripetuto due volte, nell’assenza della madre che riposa in una sorta di animazione sospesa per il travaglio di aver dato alla luce un figlio così possente, e poi nel legame con una sposa che a sua volta costituiva una sorta di breccia o contrappeso alla unilateralità della sua vocazione creatrice, innestandola in un più vasto orizzonte di senso: Nerdanel era di volontà ferma, ma più paziente di Fëanor e desiderava comprendere le menti più che dominarle, e al principio ella lo placava quando il fuoco del suo cuore ardeva con troppa furia; ma ciò che egli fece dopo l’addolorò ed essi si allontanarono l’uno dall’altra. Di Feanor leggiamo che egli crebbe rapidamente, come se un fuoco segreto si fosse acceso dentro di lui….di tutti i Noldor divenne, allora e dopo, quello dalla mente più sottile e dalla mano più abile…e fu lui che, primo tra i Noldor, scoprì come si potessero ottenere, artificialmente, gemme più grandi e più lucenti di quelle della Terra. Tale sua effettiva intuizione pioneristica conosce la sua vetta proprio nei Silmaril. Non so se è lo stesso per chi mi legge, ma che tanta sconfinata passione, adorazione gelosa e strazio dovessero venire da alcune pietre lucenti, sebbene di sublime bellezza, per molti anni è rimasto alquanto vago e distante da chi scrive questo saggio. Certamente, è chiara che in essi si ripete, più in piccolo, quanto Dio stesso ha operato nel cosmo. Come al centro misterioso delle cose arde, dantescamente, una fiamma d’amore che le fa sussistere, così per i Silmaril quel cristallo era null’altro che ciò che il corpo è per i Figli di Ilúvatar: la dimora del suo fuoco interiore, che sta dentro di esso e assieme in ogni parte di esso, e che ne è la vita. E il fuoco interiore dei Silmaril Fëanor lo produsse mescolando la luce degli Alberi di Valinor, che ancora vive in essi ancorché gli Alberi siano da tempo avvizziti e non splendano più. Ma sono stati due verbi quasi al termine della loro prima descrizione che mi hanno reso tutto questo più prossimo, concreto e rilevante: Così, anche nel buio del tesoro sepolto nel più profondo i Silmaril splendevano di radiosità propria come le stelle di Varda; e tuttavia, come se fossero oggetti davvero vivi, gioivano della luce e la ricevevano e la restituivano in tonalità più meravigliose di prima.

Ricevere e restituire: i Silmaril sono arte suprema perché in essi agisce, con forza unica, ciò che è continuamente attivo in tutto il resto della realtà. In essi ciò che è già presente viene valorizzato e incrementato nella sua natura di dono. Lo stesso accade in ogni esperienza estetica autentica, piccola o maestosa. Essa accresce, arricchisce quanto già sperimentiamo, lo compie e lo esalta. Uno stagno di Monet ci riconsegna quelli che possiamo vedere nella passeggiata al parco vicino casa, leggere un verso d’amore in Leopardi o Hadden ci fa vedere meglio quanto già agisce in noi nell’amore vissuto o desiderato. Per citare ancora una volta Camus, l’universo reale che con il suo splendore suscita i corpi e le statue riceve nel contempo da essi una seconda luce che consolida quella del cielo. Varda stessa, regina delle stelle, benedice l’opera di Feanor, sancendone così il carattere di contributo all’opera complessiva della creazione.

Ci sarebbe così tanto su cui soffermarsi, tuttavia mi limito a un passaggio che forse è meno presente, nella memoria collettiva, di altri più celebri e melodrammatici, come l’auto-esilio dei Noldor, la strage dei congiunti e la Maledizione di Mandos che seguono tutti alla distruzione degli Alberi di Luce a Valinor e del furto dei Silmaril stessi. si tratta del lamento di Yavanna, e del rimedio possibile che ella si sente di proporre:

La Luce degli Alberi se n’è andata, e vive ormai soltanto nei Silmaril di Fëanor. Preveggente, egli è stato! Persino per coloro i quali sono i più possenti sotto Ilúvatar, vi sono opere che possono compiere un’unica volta e non più. Ho posto in essere la Luce degli Alberi e in Eä non potrò mai più farlo. Pure, avessi io un pochino di quella luce, potrei ridare la vita agli Alberi prima che le loro radici si secchino; e la nostra ferita sarebbe medicata, la malvagità di Melkor vanificata”.

Allora parlò Manwë e disse: “Hai udito, Fëanor figlio di Finwë, le parole di Yavanna? Sei disposto a fare ciò che ha chiesto?”

Seguì un lungo silenzio, ma Fëanor nulla disse. Poi Tulkas gridò: “Parla, Noldo, di’ sì o no! Ma chi opporrebbe un rifiuto a Yavanna? E forse che la luce dei Silmaril non è frutto della sua opera iniziale?”

È molto difficile, persino per chi abbia una qualche esperienza creativa, immedesimarsi letteralmente con una simile scena. Cosa vuol dire accettare di spezzare i Silmaril? Potrebbe essere chiesto anche a noi di bruciare un manoscritto, sfregiare un quadro, cancellare la traccia di una canzone? Cosa restituiremmo all’universo, con un gesto simile? Non è inutile, peggio ancora, dannoso, come mutilare un paesaggio, fare del male al proprio figlio? Pure, alla luce delle parole di Camus che ricordavo prima, forse possiamo tentare. Nel corso dell’esistenza di chiunque ambisca a creare qualcosa nel quale infondere quello che avverte come più decisivo nel suo rapporto col mondo, possono esserci momenti nei quali è chiamato a decidere cosa conti di più, se la sua identità come artista- isolato, contrapposto al resto- o come uomo tra gli uomini. Qual è la chiamata definitiva, al cui appello occorre deporre le altre? L’ho fatto per rabbia è una spiegazione che comprende una qualche auto-accusa; l’ho fatto per amore, o-pure- per amore della mia arte può essere una giustificazione che si autocondona tradimenti, violenze, indifferenza alle domande di chi ci sta intorno. Pure così, sarebbe ancora abbastanza chiaro, sottoscrivibile. E non ammiriamo giustamente gli artisti che hanno tenuto testa a rigetti e incomprensioni, alle persecuzioni, all’indifferenza dei familiari o alle pretese del loro ambiente? Flannery O’ Connor che tira dritto nonostante i rifiuti editoriali, i samizdat russi che sfidano la censura, Leopardi che si oppone al conte Monaldo? Certamente. Pure, al fondo lo sappiamo, in certi bivi tragici della vita esserci addirittura richiesto di morire a noi stessi, rinunciare a ciò che ci parrebbe così giusto, nobile, necessario, per amore e dedizione a qualcosa di apparentemente più ordinario, comune agli altri, lasciando sprofondare ciò che parrebbe così unico e stupefacente nelle acque scure e uniformi dell’anonimato. Il problema è sempre quello dell’isolamento di cui parlava Camus, rifiutare di riconoscersi nell’opera del mondo, come ebbe a scrivere Mario Luzi in un suo verso, obliare la gratitudine per ciò che anzitutto ci ha raggiunto, ed è comunque più grande di qualunque nostra realizzazione. Il costo di una simile eventualità è alto, noto forse solo a chi davvero abbia infuso così tanto di sé nella generazione di qualcos’altro. Auguriamoci di non doverlo incontrare in una forma così radicale. Abramo sul monte Moria, quando gli fu chiesto di stendere il coltello sul futuro benedetto che Dio stesso gli aveva promesso, ne sapeva qualcosa. Non è un caso che proprio Aule l’Artefice intervenga a parziale ma sentita difesa dei dubbi di Feanor: “Non aver fretta! Chiediamo cosa più grande di quanto tu non creda. Lascialo decidere in pace”.

Non sappiamo cosa sarebbe successo se Feanor avesse accettato un simile sacrificio, una simile straziante restituzione. Chi abbia letto il resto del racconto conosce invece cosa seguirà alla sua scelta.

Una compromissione senza confini. Luthien

 

Poesia e matrimonio è il titolo di uno scritto di Wendell Berry: Il significato del matrimonio ha inizio nello scambio dei voti. Non possiamo unirci l’uno all’altro senza darci la nostra parola. E ciò deve essere un dono incondizionato, poiché unendoci l’uno all’altro ci uniamo all’ignoto. Possiamo unirci l’uno all’altro solo unendoci all’ignoto… Ciò che solo tu pensi che dovrebbe essere, non avverrà. Dove solo tu pensi di voler andare, non andremo. La cosa andrà dove voi due – insieme al matrimonio, al tempo, alla vita, alla storia e al mondo – lo porterete. Non conosci la strada; hai affidato la tua vita a un percorso. Nel matrimonio come nella poesia, la parola data implica l’accettazione di una forma che non è mai interamente opera propria. Se compresa con sufficiente serietà, una forma è un modo di accettare e di vivere entro i limiti della vita terrena. Viviamo una sola vita e moriamo una sola morte.

Una vita e una morte sono quello che scelgono Beren e Luthien, soprattutto Luthien. Variando il titolo di Berry appena citato, poesia è matrimonio, matrimonio è poesia. Nel descrivere questo episodio Tolkien in una lettera afferma che qui s’incontra, fra l’altro, il primo esempio dell’idea (che diverrà dominante negli Hobbit) secondo cui le grandi questioni della sto- ria del mondo, “le ruote del mondo”, non ven- gono fatte girare dai Signori e dai Governanti, e nemmeno dagli dèi, ma da coloro che sembrano sconosciuti e deboli: fatto, questo, dovuto alla vita segreta della creazione.

La vita segreta della creazione. Anche in questo caso, proprio quel riferimento conclusivo è ciò su cui voglio soffermarmi. Si narra, nel Lai di Leithian, che Beren entrò in Doriath incespicando, reso grigio e curvo come da molti anni di dolore, tali e tanti erano stati i tormenti della via. Ma, aggirandosi d’estate tra i boschi di Neldoreth, si imbatté in Lúthien, figlia di Thingol e Melian, ed era di sera, nel momento in cui la luna saliva in cielo, e Lúthien danzava sull’erba sempre verde nelle radure lungo le rive dell’Esgalduin. Ed ecco il ricordo di tutte le sue sofferenze abbandonò Beren, ed egli cadde in preda a un incantesimo, poiché Lúthien era la più bella di tutti i Figli di Ilúvatar. Il primo incontro tra i due, e sappiamo quanto ciò fosse intrecciato per Tolkien al ricordo della luna di miele con sua moglie Edith, è imperniato sul contrasto tra una vita mortale, ferita, lacera, pressoché spezzata, e la contemplazione di una bellezza immacolata, totalmente armonizzata con la natura circostante. Possiamo dire senza alcuna incertezza che Luthien è a sua volta un Silmaril vivente. Vi fu un momento, poco prima dell’alba, la vigilia di primavera, che Lúthien danzava sopra un verde colle; e d’un tratto prese a cantare. Acuto tanto da trapassare il cuore era il suo canto, simile a quello dell’allodola che si leva dalle porte della notte e riversa la propria voce tra le stelle morenti, lei che scorge il sole dietro le mura del mondo; e il canto di Lúthien sciolse i vincoli dell’inverno, e le acque gelate parlarono e fiori balzarono su dalla fredda terra là dove si erano posati i suoi piedi. Luthien canta. Non lo fa per comporre qualcosa che verrà trascritto in un libro. Canta come pienezza traboccante di sé stessa, pura fontana. Come scrisse il poeta americano Carlos Williams, Era l’amore per l’amore, l’amore che ingoia tutto il resto, amore riconoscente, amore della natura, delle persone, animali, un amore che dà vita a gentilezza e bontà che mi ha commosso ed è quello che ho visto in te. E ciò suscita un moto di risposta. Allora Beren fu liberato dall’incantesimo del silenzio, ed egli la chiamò, invocando Tinúviel; e i boschi echeggiarono del nome. Lúthien si arrestò meravigliata e più non fuggì, e Beren venne a lei. Ma, non appena gli posò gli occhi addosso, cadde preda della sorte e si innamorò di lui. Credo che tanta di quella vita segreta della creazione, a cui Tolkien accennava, sia presente e attiva proprio in questo passaggio, che racconta un moto di compromissione, di contagio, di esposizione senza riserve. Le nozze di Beren e Luthien hanno inizio qui. Amare qualcuno è preferire di addentarsi nello spazio che quel rapporto schiude, persino se ciò implica la trasformazione dolorosa di quanto prima era pacifico, risolto, libero dai vincoli del limite, della fatica, ultimamente della morte. E dal suo fato Lúthien fu catturata, e da immortale che era ne condivise la mortalità e, da libera, si caricò della sua catena; e la sua pena fu maggiore di ogni altra che un Eldalië avesse conosciuto.

La storia di quella pena per amore, vissuta da entrambi, e delle grandi gesta che ad essa si intrecciano, è intessuta di canzoni, ma dentro e oltre tutto questo è un’opera d’arte in sé -tanto che poesie su di essa continueranno a essere cantate nei secoli, fino a quella che Aragorn intonerà a Collevento per Frodo e compagni. Il canto di Luthien, che prima dell’amore per Beren sgorgava libero e gioioso, nel fondersi col sacrificio, l’angoscia, diventa magia, azione che cambia il mondo. Per tre volte un suo canto ribalta la polarità Orfeo-Euridice cui in parte la vicenda si ispira. Il canto magico contro Sauron, che proprio da Luthien viene infine sconfitto, quello che fa sprofondare Morgoth e la sua corte nel sonno, e infine quello dinanzi al Valar stesso che presiede al destino e alla morte. Il canto di Lúthien al cospetto di Mandos fu il più bello che mai sia stato contesto in parole, il canto più triste che mai il mondo udrà. Immutato, imperituro, ancora lo si canta in Valinor, inaudibile al mondo, e ad ascoltarlo i Valar si rattri- stano. Ché Lúthien intrecciò due temi di parole …non credo di essere l’unico a sottolineare che in quella duplicità di motivi musicali Tolkien sta paragonando, come per nessun altro nella storia, il gesto artistico di Luthien all’azione creatrice di Dio stesso, quando Egli assume, nella sua, la musica dissonante di Melkor? La poesia non offre a chi è in lutto una liberazione dal dolore, ma una compagnia nel dolore. La poesia incarna le complessità dei sentimenti nei loro momenti più intensi e intricati e, per questo, offre (nel corso dei secoli o in un istante) la compagnia delle lacrime, ha scritto Donald Hall sulla morte di sua moglie, anch’essa poeta: Mentre sedevo accanto a Jane nel suo dolore e nella sua debolezza, scrivevo di dolore e debolezza. Una volta, in ospedale, notai che le foglie stavano cambiando colore. Mi resi conto che non mi ero accorto che fossero già spuntate sugli alberi. Era un anno senza stagioni, un anno senza punteggiatura. Ho iniziato a scrivere «Senza» per incarnare le sensazioni di vite sottoposte a un assalto tetro e monotono. Dopo averne buttato giù diverse bozze, l’ho letto ad alta voce a Jane. «Ecco, Perkins», disse. «Ce l’hai fatta. È propriocosì.» Anche in questa poesia scritta al suo capezzale c’era compagnia.Qualcosa di affine e altrettanto doloroso si ripeterà- in una variante forse più tragica ancora, perché scandito da una lunga separazione tra le morti dei due – con Arwen proprio al capezzale di Aragorn e nelle parole finali di entrambi. Nave non c’è che possa portarmi via da qui e, volente o nolente, io dovrò accettare il Fato degli Uomini: la perdita e il silenzio… Non cediamo però di fronte alla prova finale, noi che un tempo rinunciammo all’Ombra e all’Anello. Dobbiamo lasciarci con tristezza, ma non con disperazione. Guarda! noi non siamo eternamente confinati entro i cerchi del mondo e, al di là, c’è più che il ricordo. Addio!’

“‘Estel, Estel!’ gridò lei. Mi ha sempre colpito che il nome elfico di Aragorn, ossia speranza, sia gridato con tanto strazio proprio nella disperazione che egli aveva appena sconfessato. Come se persino ciò che per noi è solo oscuro e insensato, se vissuto in quella compromissione nuziale, irradi una luce che non possiamo vedere, ma c’è.

 

Ricordare è camminare. Con gli altri. Bilbo

 

Vorremmo sentirla di nuovo, viene detto a Bilbo dopo un suo breve recital nella sala del fuoco e delle canzoni, nella casa di Elrond. La salmodia cessò. Frodo aprì gli occhi e vide Bilbo seduto sullo sgabello e circondato dagli ascoltatori che sorridevano e applaudivano. “Ora vorremmo sentirla di nuovo,” disse un Elfo. Bilbo si alzò e fece un inchino. “Sono lusingato, Lindir,” disse. “Ma sarebbe troppo faticoso ripetere tutto.” “Non certo per te,” risposero gli Elfi ridendo. “Lo sai che non ti stanchi mai di recitare i tuoi versi. Ma non possiamo mica rispondere alla tua domanda al primo ascolto!” “Come?” esclamò Bilbo. “Non sapete riconoscere le parti composte da me e quelle composte dal Dúnadan?” “Non è facile per noi dire qual è la differenza tra due mortali,” disse l’Elfo.

Forse sono solo io a trovarci così tanto, ma resta uno dei passaggi di Tolkien che amo di più, ognuno ha i suoi, per diverse ragioni: non ho mai potuto fare a meno di leggerla come una scena metaletteraria, una intuizione sulla dinamica stessa della poesia, come sguardo gettato due volte sulla stessa esperienza, che si esplicita nella sua potenzialità, che sboccia nel ricordo. Il ricordo di qualcosa è la sua profondità, che si fa strada percorribile, percorsa. Le parole sussistono come senso in noi quando sono già state pronunciate. L’ho sempre connesso a un altro passo che mi è molto caro in Lontano dal pianeta silenzioso di C. S. Lewis, quando il marziano amico dell’umano protagonista gli spiega che un piacere è un piacere completo solo nel ricordo. Tu, Huomo, parli come se il piacere fosse una cosa e la memoria un’altra, invece sono tutt’uno. I séroni potrebbero spiegartelo meglio, ma non meglio di quanto potrei fare io con una poesia. Quello che tu chiami ricordo è l’ultima parte del piacere, come il crah è l’ultima parte di una poesia. Quando noi due ci siamo incontrati, l’incontro, in sé, è durato un attimo, è stato un nulla. Ora, nel nostro ricordo, sta diventando qualcosa. Ma noi ne sappiamo ancora pochissimo. Quello che sarà nel mio ricordo il giorno in cui io mi stenderò a terra per morire, e quello che opera e opererà dentro di me ogni giorno fino ad allora, questo è il vero incontro. L’altro è stato solo l’inizio. Tu dici che ci sono poeti nel tuo mondo. Non vi insegnano queste cose?”

Ricordare è rivedere, la memoria è la profondità presente di quello sguardo nel passato. Voglio rivedere le montagne, Gandalf: le montagne; e poi trovare un posto dove riposare. In pace e tranquillità, senza un mucchio di parenti in giro che curiosano e un codazzo di esecrabili visitatori appesi al campanello. Magari trovo un posto dove finire il mio libro. Ho pensato a un bellissimo finale: e visse per sempre felice e contento fino alla fine dei suoi giorni.”

È significativo notare che questa confessione-dichiarazione di poetica Bilbo fa coincidere l’esperienza fondativa della sua vita di avventuriero e quella della sua vocazione come romanziere, destato a sua volta, tanti anni prima, da una canzone che aveva suscitato in lui il desiderio di uscire, camminare, esporsi a una vastità bella e pericolosa:

Il buio aveva invaso tutta la stanza; il fuoco moriva lentamente, le ombre si smarrivano, ed essi suonavano ancora. E d’un tratto, mentre suonavano, cominciarono a cantare uno dopo l’altro: un canto roco di nani che sembrava salire dai recessi delle loro antiche case; e questo è come un frammento della loro canzone, se canzone può esserci senza alcuna musica. Lontan sui monti fumidi e gelati in antri fondi, oscuri, desolati, prima che sorga il sol dobbiamo andare i pallidi a cercar ori incantati. Mentre cantavano lo hobbit sentì vibrare in sé l’amore per le belle cose fatte con le proprie mani, con abilità e magia, un amore fiero e geloso, il desiderio dei cuori dei nani. Allora qualcosa che gli veniva dai Tuc si risvegliò in lui, e desiderò di andare a vedere le grandi montagne, udire i pini e le cascate, esplorare le grotte e impugnare la spada al posto del bastone da passeggio. Guardò fuori della finestra. Le stelle erano apparse in un cielo buio al di sopra degli alberi. Pensò ai gioielli dei nani che scintillavano in caverne buie. Improvvisamente nel bosco di là dall’Acqua palpitò una fiamma – probabilmente qualcuno che accendeva un fuoco di legna – ed egli pensò a draghi predatori che venivano a installarsi sulla sua quieta Collina e ad appiccare il fuoco dappertutto. Rabbrividì…

Memoria è narrazione. Scrivere è tornare a camminare per il mondo, nella strada che prosegue sempre oltre, e viceversa. Ciò su cui mi interessa soffermarmi maggiormente in questa prospettiva è che in Bilbo questa nuova identità, questa verità più autentica di sé, il suo essere l’hobbit bislacco, avventurieri, narratore e poeta, comprende sempre un aspetto collaborativo. Bilbo è stato innestato in una storia più grande di lui, e a sua volta cerca il perenne contributo di altri alla sua stessa opera. Lo vediamo così spesso comporre non da solo, ma assieme ad altri. L’elegia malinconica sull’età che avanza, e la sensazione di essere lasciato indietro, e l’infinità ricchezza di altre storie ed eventi e scoperte che restano comunque al di là della portata di ciascuno, si chiude a sua volta con una immagine di attesa per quello che altri potranno a lora volta consegnare a lui, dal loro camminare nel mondo. Perché son tante poi le cose che io non ho mai visto: un bosco o una primavera un altro verde acquista. Seduto accanto al fuoco penso a tanto tempo fa, a quelli che vedranno un mondo ch’io mai conoscerò. Ma mentre lì seduto penso ai tempi di una volta, ascolto e aspetto passi e voci che tornano alla porta. Così Bilbo compone con nientemeno che Aragorn nella Casa di Erlond, il quale si presta volentieri al gioco: “Bene, mio caro,” disse Bilbo, “ora che hai saputo le notizie, puoi dedicarmi un attimo? Mi occorre il tuo aiuto per una cosa urgente. Elrond dice che questa mia canzone dev’esser pronta prima che finisca la serata, e io sono bloccato. Mettiamoci in un angolo e aggiustiamola!” Passolungo sorrise. “Allora andiamo!” disse. “Fammela sentire!” Così è, naturalmente e principalmente, con Frodo, come erede e prosecutore: In cambio chiedo solo questo: che ti prenda ogni cura di te stesso e riporti tutte le informazioni che puoi, e qualsiasi vecchia storia o canzone che trovi. Io farò del mio meglio per finire il libro prima del tuo ritorno. Mi piacerebbe scrivere il secondo libro, se mi è concesso…In serata andarono a dire addio a Bilbo. “Be’, se dovete partire, c’è poco da obiettare,” disse. “Mi dispiace. Mi mancherete. È bello sapere che siete nei paraggi. Ma sto diventando sempre più assonnato.” Poi diede a Frodo la cotta di mithril e Pungiglione, dimentico di averlo già fatto; e gli diede anche tre libri sapienziali che aveva steso in epoche diverse, scritti con la sua calligrafia filiforme, che sul dorso rosso recavano l’iscrizione: Traduzioni dall’Elfico, di B.B.

Così è pure con Sam, Merry, Pipino: A Sam diede una piccola borsa d’oro. “Quasi l’ultimo goccio dell’annata Smaug,” disse. “Potrà tornarti utile, se hai intenzione di sposarti, Sam.” Sam arrossì. “Non ho granché da darvi, giovanotti,” disse a Merry e Pippin, “se non buoni consigli.” E finito ch’ebbe di dargliene un notevole campione, aggiunse un’ultima cosa in stile conteale: “Non lasciate che la testa vi diventi troppo grossa per il cappello! Ma se non la smettete presto di crescere, finirete per trovar cari abiti e cappelli.” “Ma se tu vuoi battere il Vecchio Took,” disse Pippin, “non vedo perché noi non dovremmo cercar di battere il Muggitoro.” Bilbo rise e tirò fuori da una tasca due belle pipe con bocchino di perla e cerchiate d’argento finemente lavorato. “Pensatemi quando le fumerete!” Bilbo è un uomo- pardonnez, un Hobbit- e un artista ultimamente risolto proprio per questa sua generosità nel consegnare ad altri quello che un tempo era stato suo, e che continuerà ad agire, diversamente, in altri. E’ anche questo che esprime la variazione conclusiva sulla celebre poesia sulla Strada che prosegue: La Strada se n’va ininterrotta/A partire dall’uscio onde mosse./Or la Strada ha preso una rotta, Seguirla sta ad altri che possono!/Intraprendano quel viaggio nuovo, Mentre io con il passo penoso/Verso questa locanda mi muovo Per godere il serale riposo.”

Nella commovente e umoristicamente delicata consegna finale della sua eredità di scrittore a Frodo- nella quale lampeggia ancora l’occhiolini scaltro del vecchio Bilbo che abbiamo imparato ad amare- Tolkien racconta persino di una transizione tra linguaggi artistici. La prosa del romanzo, della storia vissuta e narrata, cede ormai il passo alla pura intuizione lirica della poesia.“Secondo me, signor Frodo, non ha scritto molto mentre eravamo via. Ormai non scriverà più la nostra storia.” Al che Bilbo aprì un occhio, come se avesse udito. Poi si svegliò. “Sto diventando sempre più assonnato, lo vedete,” disse. “E quando trovo il tempo per scrivere, mi piace scrivere soltanto poesie. Mi domando, Frodo, mio caro amico, se ti seccherebbe assai metter le cose un po’ in ordine prima di andare via. Raccoglier tutti gli appunti e le carte, anche il diario, e portarli con te, se ne hai voglia. Sai, non ho molto tempo per la scelta e la disposizione e tutto il resto. Fatti aiutare da Sam e, quando avrai dato una sistemata alle cose, torna e io ci darò un’occhiata. Non sarò troppo pignolo.” E nella scena conclusiva ai Porti Grigi, l’ultima nella quale vediamo Bilbo prima della partenza, è significativo che Tolkien condensi la parabola del suo primo “eroe” e joyciano autoritratto come artista da vecchio, in una battuta che è un’ultima domanda, a sua volta una mano tesa, la stessa che ogni artista compiuto ci offre nella sua opera, felicemente incompleta, in attesa di noi. Poi Bilbo si svegliò e aprì gli occhi. “Salve, Frodo!” disse. “Be’, oggi ho superato il Vecchio Took! E questa è fatta. E adesso mi sento prontissimo a partire per un nuovo viaggio. Vieni con me?”

 

Un posto nel mondo. Sam Gamgee

 

Sam è giardiniere, e un lettore. Ogni lettore è il compimento necessario di una esperienza poetica o narrativa, l’autore invisibile. La sua esistenza prosaica, in apparenza in contrasto coi suoi cavoli e patate rispetto ai tanto agognati elfi e draghi, è invece l’humus fertile da cui può sbocciare la poesia. Come notava Wendell Berry, a sua volta poeta e contadino: La cultura è stata ridotta all’arte; l’arte alle opere degli artisti nei musei, nelle sale da concerto e nelle biblioteche, frequentate dai non-artisti nel tempo libero. Così sia la cultura che l’arte sono separate dal lavoro, dalla vita quotidiana della maggior parte delle persone e dall’azione. Cultura e arte sono inattive, recepite passivamente nei momenti di svago: una collezione di prodotti di consumo da utilizzare a propria discrezione e poi “smaltiti”… L’arte e la cultura vere — cioè vive —, d’altra parte, nascono dall’azione e ad essa ritornano, dalle azioni più piccole come da quelle più grandi della vita quotidiana di ciascuno. Quanta eccellenza nelle «arti» ci si può aspettare da un popolo che è incapace di fare lavori di falegnameria, di cucito, di agricoltura, di giardinaggio e di cucina? Sam, proprio lui, è anche un nobile. Nell’accezione che il Forster di Casa Howard dava dell’aggettivo, la capacità di parlare con gli antenati e di farsi aiutare da essi. Che tale dialogo col passato per lui risalga perlopiù ai detti sapienziali del vecchio padre il Gaffiere non vuol dire niente. Anche come giardiniere Sam è essenzialmente un co-llaboratore, al pari del suo essere un lettore. Sempre nelle parole di Berry: Il giardinaggio non è né del tutto naturale, né del tutto artificiale, ma entrambe le cose; è una collaborazione tra il giardiniere e la natura… il principio, comunemente compreso dai bravi agricoltori e giardinieri, secondo cui la natura risponde a un trattamento adeguato. Il giardiniere non deve mai dimenticare la natura perché la natura, tanto quanto l’intenzione umana, indica ciò che deve essere fatto.

Lo stesso Sam si sminuisce spesso- Io sono solo uno hobbit e a casa mi occupo di giardinaggio, signore, non so se mi capite, e non sono granché bravo con i versi – men che mai a comporli: magari una poesiola comica ogni tanto, sapete, ma non vera poesia – perciò non vi so dire cosa intendo. Bisogne- rebbe cantare. Per questo ci vorrebbero Passolungo, cioè Aragorn, o il vecchio signor Bilbo– eppure proprio quella sua umile ricettività e generosità lo rendono capace di alcune delle riflessioni più profonde e metaletterarie che Tolkien affida a un suo personaggio, al pari di quello che Shakespeare aveva fatto con Bottom il Sarto o Cervantes con Sancho Panza; pensiamo a come egli “legge” l’esperienza elfica di Lorien o la natura elusiva di Galadriel, o il passaggio centrale per il romanzo, dove proprio Sam, al pari di Don Chisciotte e Sancho Panza, vede sé stesso e Frodo e gli altri come protagonisti di una storia che verrà letta in futuro. Ma non andava così nelle storie che contavano sul serio, o in quelle che rimangono impresse. Di solito le persone sembravano esserci finite dentro: il loro cammino era tracciato, come dite voi. Ma scommetto che hanno avuto, come noi, mille occasioni di fare marcia indietro, però non l’hanno fatto. E se l’avessero fatto noi non lo sapremmo, perché le avremmo dimenticate. Noi sentiamo parlare di quelli che andarono avanti… e non sempre incontro a una bella fine, badate; almeno non la chiamerebbe così chi è dentro, e non fuori, una storia. Sapete, tornare a casa e trovare tutto a posto, anche se un po’ cambiato… come il vecchio signor Bilbo. Ma non sempre sono quelle le migliori storie da ascoltare, anche se magari sono le migliori dove finire! In che razza di storia ci siamo andati a cacciare, io mi domando e dico?”

Tutto questo converge nel momento in cui, al culmine della disperazione e dell’abbandono, come Luthien e Beren secoli addietro, a sua volta Sam attaccò a cantare. E in quel canto è fusa tutta la sua esistenza, tutte le sue esperienze apparentemente così dimesse e che invece si rivelano ancora una volta la voce stessa della creazione al lavoro, come amore e dedizione: La voce suonava esile e tremante nella fredda torre oscura: la voce di uno hobbit stremato e derelitto che nessun orco in ascolto avrebbe potuto neanche lontanamente confondere con il canto chiaro di un Elfico signore. Mormorava vecchie filastrocche infantili della Contea e frammenti di poesie del signor Bilbo che gli venivano in mente come scorci effimeri del paese natale. E poi di colpo sorse in lui nuova forza, e la voce squillò, mentre parole sue sgorgavano adattandosi spontaneamente al semplice motivo.

 

Una lunga obbedienza nella stessa direzione. Poesia contro economia

 

La conclusione di tutto questo non può che essere aperta, e chi mi legge sarà pure stanco. Guardare a Tolkien conduce a feticismi facili e sterili. A forza di addobbare troppo il tempio, il dio se ne vola via, e quando le divinità spariscono ci restano solo i gadget, parafrasando Proust. E certamente oggi si dibatte anche delle possibilità di decostruire la Terra di Mezzo, mettendo a nudo razzismo, unilateralità sospetta della narrazione e così via. Nutro sempre l’impressione che simili operazioni servano più a processare e a mettere a nudo le nostre ambiguità e zone d’ombra, che quelle dei testi cui fanno riferimento. Ma tant’è. per un vecchio dinosauro come il sottoscritto. Diverso è tentare, a ogni generazione, a ogni nuova lettura-incontro, di guardare con lui, dove lui stava guardando. Prestare attenzione rinnovata al lavoro della creazione, dove esso già in atto, dentro e fuori di noi. Citando ancora una volta quello che io considero davvero un “tolkieniano” nello spirito come Wendell Berry, Per preservare i nostri luoghi e sentirci a casa in essi, è necessario riempirli con l’immaginazione. Immaginare oltre che vedere ciò che essi comprendono. Non riempirli con la spazzatura della fantasia e dell’inconscio, poiché ciò sarebbe semplicemente quanto fa l’economia industriale, ma, prima, osservarli chiaramente con gli occhi, e poi contemplarli con l’immaginazione nella loro sacralità, come parte del Creato. Ciò si oppone alla segreta disperazione che contagia anche tanta della cosiddetta industria culturale, coi suoi creator, influencer, hastag e tag, ossia che fare arte, o esporsi a essa, non sia sufficiente. Fidarsi di quello che già presentiamo come più autentico, dargli tempo, spazio, silenzio, sottrarlo a richiami pressanti e alla loro promessa di un successo visibilità così facile, all’avidità che ci circonda e che infetta così facilmente ciò che possiede una riserva di senso, proprio perché è dalle esperienze più intense che si può cavare il profitto maggiore.

Poesia contro economia, facile a dirsi, meno a viversi, resta per me una espressione con un peso reale, perché ci libera dai confini apparentemente illimitati e invece angusti di una cultura di seconda mano, dove tutto è mediato, filtrato, parcellizzato, e ci innesta in una cultura di prima mano, dove torniamo a stringere concretamente la mano che ci viene tesa da così tante sorgenti, nel mondo, Tolkien compreso. Possiamo-dobbiamo dire di no. Bisogna rovesciare il tavolo che ci viene apparecchiato anche nella fruizione di prodotti tolkieniani, fare altro, vivere altro; da questo verranno intuizioni, condivisioni, rielaborazioni e arte del tutto nuovi, che potranno pare ignorati o sconfitti, ma che saranno un canto nuovo, intessuto di ciò che abbiamo già caro e che non tornerà a noi se chiediamo che ci venga semplicemente riproposto ancora e ancora in echi sempre più scialbi, perché sempre più contaminati da ciò che è in disaccordo col suo autentico genius.

E qual è allora- si potrebbe chiedere- lo spirito autentico dell’opera di Tolkien? Nessuno può rispondere brandendo uno slogan. Ma chiunque abbia accusato il contraccolpo di un incontro profondo, sa se e quanto ne stia assecondando lo sviluppo, o lo abbia ridotto e filtrato al proprio uso e consumo. Lasciare che esso susciti quesiti più grandi delle risposte comunque parziali, sempre in mutamento che sappiamo trarne, che semini in noi qualcosa che magari impiegherà tutta la vita a crescere. La più intima persuasione su ciò che davvero nutre la nostra esistenza non viene da una qualche definizione, ma dall’attenzione accordata a quanto già suscita amore in noi e che proprio per questo suggerisce un possibile cammino. Un cammino del quale fidarsi e obbedire. Obbedire, una parola che oggi suona cosi aspra e sgradevole, e facile da rigettare, per le tante violenze ed abusi che sono stati imposti in suo nome. Eppure, esiste una obbedienza positiva, solare, che è quella della fedeltà a quanto si è già, fosse pure nel primo lucore dell’alba, sorpreso come più autentica lettura di sé stessi. Nietzsche ne parlava acume, e scherno: La cosa essenziale di “in cielo e in terra” è, a quanto pare (per ripeterlo ancora una volta), che ci sia una lunga OBBEDIENZA nella stessa direzione, così che ne risulta, e ha sempre risultato a lungo andare, qualcosa che ha reso la vita degna di essere vissuta. Con spirito diverso Sam già ce lo ricordava, inoltrandosi in Mordor con Frodo il loro cammino era tracciato, come dite voi. Ma scommetto che hanno avuto, come noi, mille occasioni di fare marcia indietro, però non l’hanno fatto.

Non ci fidiamo abbastanza di ciò che già si è fatto strada fino a noi, e ci comunicato una segreta evidenza, mai del tutto riducibile a parole, ma reale, e attiva, operante. Dobbiamo tornare laggiù, ovunque tale laggiù sia, per ciascuno di noi, e forse così anche insieme. Come scrisse Chesterton Voglio dire che un uomo potrebbe tranquillamente essere meno convinto da una filosofia fondata su quattro libri, che da un libro, una battaglia, un paesaggio e un vecchio amico. Proprio il fatto che le cose sono di vari tipi aumenta l’importanza del fatto che puntino alla stessa conclusione.

Nel caso di Tolkien e della sua opera, quei quattro termini, il libro, la storia di una battaglia, il cammino dentro un paesaggio e il legame con un amico, hanno per me sempre più nettamente coinciso, proprio perché mi hanno sempre aiutato a rintracciarli altrove.


Questo intervento è stato tenuto, in forma più breve, durante il Fabcom tenutosi nell’agosto del 2026, a Fabriano. Per Wendell Berry 1934-2026, che ci ha ricordato la fedeltà alla Terra.

EDOARDO RIALTI (1982) È TRADUTTORE DI LETTERATURA ANGLO-AMERICANA E LETTERATURA FANTASY, SCI-FI, HORROR, PER MONDADORI, LINDAU, GARGOYLE, MULTIPLAYER. TRA GLI ALTRI HA TRADOTTO E CURATO OPERE DI J.R.R. MARTIN, C. S. LEWIS, J. ABERCROMBIE, P. BROWN, O. WILDE, W. SHAKESPEARE. E’ COLLABORATORE DE “IL FOGLIO” DOVE SI OCCUPA DI CRITICA LETTERARIA E HA SCRITTO LE BIOGRAFIE A PUNTATE DI J. R. R. TOLKIEN, G. K. CHESTERTON, C. S. LEWIS, C. HITCHENS. HA INSEGNATO IN ITALIA E CANADA. DIPENDESSE DA LUI, LA SUA GIORNATA COMPRENDEREBBE SOLO CAFFÈ, SPORT E SCRITTURA.

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