Il nostro Agosto procede con questo racconto dal sapore faulkneriano; è cadenzato da sette starnuti stranianti, ma non più stranianti di un paese che ti ricorda solo attraverso il filtro della lordura e del dramma, quasi dimentico che il dolore è il sentimento più collettivo di tutti. E quello che cuce più bocche.
IN COPERTINA UN’OPERA DI FRANCESCO D’ISA
di Alessandro Agnese
Corro tra le strade labirintiche, aggrovigliate su sé stesse come tubuli seminiferi. Calpesto asfalto, sanpietrini. Sfioro pareti in cemento, serrande tirate, graffiti sfatti e gruppi di ragazze che mi fanno i fischi e mi chiamano tesoro. Il sole si arrampica sui palazzi e il cielo prende il colore di un’escoriazione. I lampioni si spengono come i maschi di lucciola dopo l’accoppiamento. Muoiono con le palle vuote. Giornalai impilano carcasse di cellulosa sopra ai propri banchi, tabaccai arrotolano saracinesche piene di ruggine e piscio con suoni di ossa triturate, baristi scaldano le macchine del caffè da cui escono suffumigi, come spiriti. Taglio per i giardini, sfilo sotto gli alberi aridi e nudi, rasento le panchine marce che cullano tossici e barboni già con le bottiglie o le punture in pugno. E li invidio. La città mi scorre davanti: un susseguirsi di case e di corpi screpolati e smunti. Pelle e intonaco, ossa e mattoni. Indistinguibili. La cupola della Stazione svetta sopra i tetti dei palazzi come un enorme seno materno gonfio di arsenico. Mi inserisco nel flusso di folla che ondeggia in direzione dei binari. Sbirri impettiti fanno da spartiacque mentre accarezzano l’impugnatura dei propri manganelli, corpi abbandonati ai piedi delle colonne del porticato dormono avvolti in coperte luride, abbracciati a cartoni di vino o a cani ossuti e pulciosi, vecchi avvizziti bestemmiano contro le casse automatiche e mendicanti sudici vendono loro aiuto in una lingua dalla grammatica alcolica. M’imbarco.
Il treno scorre davanti a pianure schiacciate da pesanti nubi che si stendono fino all’orizzonte come matasse di cotone incrostato di sangue. Un trattore trincia il terreno, una cascina sghemba spacca l’acqua che è iniziata a piovere, un albero isolato sta piantato nel nulla, buttato lì come un grande chiodo arrugginito caduto dal cielo, poi il panorama cambia, i campi si fanno bosco, la terra si accartoccia e trasforma la piana in colline. Le osservo con la fronte premuta sul finestrino su cui il respiro crea un alone che opacizza a intermittenza il panorama. Claudietta… sembra impossibile. Avrei dovuto andarci io con nonno, quella volta. Il fiume arancione imprigionava il crepuscolo e il gracidio delle rane risuonava nell’umido come tanti saracchi che segano il cielo. Stavamo sotto a un salice che piangeva la fronda in acqua e nonno invece controllava le canne da pesca conficcate nella sponda di fango. I pesci schizzavano veloci, dardi d’argento, le cui pinne dorsali affioravano tipo lame che incidono uno specchio. Gli uccelli frusciavano le ali sopra al profilo degli alberi dell’altra sponda, tra le nuvole sfilacciate e tinte di rosso, buttate lassù, come interiora. Poi è scesa la notte. Sopra il prato brillavano le lucciole e sembrava che il cielo con le stelle fosse caduto per terra. Stavamo sdraiati a fissare l’acqua che mulinava e gorgogliava e credevo che fossimo noi, con il nostro respiro, a far muovere i pini riflessi nell’acqua nera.
Tcssshhh!
Il treno inchioda, nitrisce. Le porte sbuffano. Le persone scendono e s’allontanano come formiche da una carcassa spolpata.
Il batacchio della chiesa picchia contro alla campana e diffonde un suono morbido sopra ai tetti di ardesia scura poggiati come cappelli sulle mura in pietra delle piccole case ammucchiate l’una sull’altra, incurvate e sbilenche, tra cui si infilano stretti vicoli contorti, ripiegati su se stessi come pieghe di un cervello. Schiaccio i ciottoli umidi per la pioggia caduta fino a poco fa e intanto il din don dan continua a guizzare tra i caseggiati e tra i gatti che indifferenti dormono acciambellati o si leccano le palle e che, vedendomi, ruotano i crani e mi seguono con lo sguardo a fessura. Tutto è uguale. Le stesse crepe nei muri antichi; gli stessi rampicanti a nasconderle. Persino i gatti sembrano gli stessi e negli stessi posti. Le lastre di pietra si inerpicano o scivolano, assecondano la volontà della collina, e io assecondo loro: mi lascio trascinare. La porta di Tito, il terrazzo di Gaia, il portico della latteria, la piazza dell’orologio dove giocavamo con la palla. Il rumore degli ulivi, il profumo di terra secca, la vecchia mulattiera che porta agli orti sghembi, alle piante succulente, alle mosche, alle capre che puzzano di nonno e alle campagne dove a Pasqua venivamo a fare la grigliata con gli agnelli di Gianni. Salivamo la mattina che ancora erano vivi. Io, Claudietta, nonno, gli altri e i vecchi. Bevevamo grappa dalla bottiglia, noi ragazzi; facevamo a gara a chi ne tirava più giù.
Giù giù giù!
Poi giù, barcollando, verso il canneto, lungo il fossato. Prendevamo ognuno una canna e ci davamo le bastonate sugli stinchi e sulla schiena. Tutti contro tutti. Nonno faceva il giudice e intanto ci lanciava le pietre nelle caviglie e nella pancia. Io vincevo.
L’ultimo vince.
E andavo avanti fino alla fine. Qualche dito o dente o naso rotto. Poi, viola di lividi e ricoperti di sangue, tornavamo tra gli ulivi a bere altra grappa perché a suon di botte l’alcol si smaltisce in fretta. E via, a sgozzare gli agnelli, a scuoiarli e a farli a pezzi e a bere mentre alcuni di noi si davano ancora un po’ di battaglia con le canne per fare colpo sui vecchi e sulle ragazze e quando non c’era più nessuno da sfidare io continuavo a bere dalla bottiglia. Ne tiravo giù più di tutti, e mi davo dei colpi di canna da solo sulla schiena. Nonno intanto rideva e faceva brace e capretto con la sigaretta stretta tra i denti. E poi Sandro esce fuori dal bosco, nudo, con sulle spalle la cotenna del capretto e sulla testa il cranio a mo’ di cappello. Con gli indici si era steso righe di sangue sotto gli occhi blu e sul petto e con la brace della griglia s’era pitturato di nero il corpo. Faceva versi da scimmia e si sbatteva i genitali sulla pancia. Noi cacciavamo ululati, ubriachi, pieni di sangue e lividi e cicatrici e coi denti viola di vino. Nonno guardava e rideva – gli zigomi neri di carbone, le mani rosse di budelli – mentre Sandro andava contro a Claudietta, saltellava e girava su se stesso, le girava intorno, si batteva il petto. Lei lo fissava, occhi lucidi, rannicchiata tra le radici di un carrubo. Noi bevevamo grappa. Io mi fustigavo con la canna.
Procedo sul lastrame in porfido sotto gli sguardi delle vecchie che sbucano tra le foglie della loro siepe per vedere se qualche pianta della dirimpettaia sia ingiallita. Hanno prolabi arricciati, bocche incurvate verso il basso e fronti scavate da solchi allibiti. Quando mi vedono, però, nelle voragini che si ritrovano tra le palpebre si accende una favilla, tipo il riflesso della luna dentro a un pozzo quasi asciutto. Lì, sul fondo fangoso inabissato metri e metri sotto terra, c’è quel puntino di luce lunare che tremola, come la fiamma di una candela, al ritmo delle oscillazioni del liquame che si ritrovano al posto dell’anima. È gioia, quella. È linfa vitale. Ora sanno di che parlare per le prossime settimane, sedute sulle sedie in vimini nella piazzetta. Sì. Per loro sono un ibisco secco sul davanzale: uno scandalo.
Tornare qui, pensano, dopo quello che ha fatto.
Ma io proseguo, sputo fumo, le guardo una per una, dritto negli occhi, fino alla piazza del sagrato. Affianco al portone in legno della chiesa c’è una piccola figura nera che pare una chiazza di vernice. Se ne sta curva su una sedia in vimini con il volto di una noce. Si dondola avanti e indietro e fissa il nulla con gli occhi bianchi che a malapena le si vedono tra le palpebre socchiuse. Tanto minuta che una cornacchia la potrebbe portare via.
«Buongiorno Ofelia» bisbiglio.
La vecchia subito drizza la schiena e gira un poco il capo.
« Checco?»
Niente è cambiato. Neppure Ofelia, che quelle rughe così profonde le aveva già quando ero bambino, e pure le pupille opache e il foulard nero che le incornicia la faccia di cuoio. Anche il cesto in giunco che ha di fianco per raccogliere le offerte è lo stesso.
«Vi sento ancora giocare a ruzzola a voi due. Almeno vent’anni fa, eh?» piega le fini labbra verso l’alto, mette in mostra le gengive scure senza più denti, «Forza, entra che sei in ritardo, birbo!»
Infilo la mano nella cesta delle offerte e raccatto quante più monete riesco senza produrre suoni sospetti.
«Mettere, non togliere. Disgraziato!» Ofelia mi appioppa una stecca sul dorso della mano con lunghe dita storte e scure, come rami, «Tu e Claudietta. Sempre stati dei furbastri, ma a Nostro Signore non si ruba, e che cazzo!»
I muri della chiesa sono stinti, nudi, coperti di piccoli fori come pori slabbri. Le panche di legno cigolano sotto i culi delle vecchie dai colli incartapecoriti. Attraverso la navata, il pavimento lucido, gobbo, smussato dai passi e dalle ginocchia mi geme sotto ai piedi. Le luci dei ceri si contorcono riflesse sulla cassa davanti all’altare. Legno di pino. Maniglie d’ottone.
«Io l’ho vista.»
Gli occhi di un bambino mi fissano dal basso. Sembra ci sia il fiume dentro. Ed è come lo sciabordio dell’onda sulla sponda di pietre, il suo bisbigliare.
«L’hanno chiusa perché c’aveva la faccia viola e quasi non c’aveva più il collo» il bambino gira la faccia verso la bara e un ghigno gli si nasconde sotto il naso, «Faceva troppo schifo. Ma a me no, non me ne ha fatto molto di schifo in verità».
Si scosta i capelli fini dalla fronte e gira di nuovo gli occhi su di me. L’incenso si avviluppa tra i fasci di luce cilestrina che filtra dalle vetrate mentre l’organo cigola sotto la pressione delle dita artritiche di un prete.
«Papà dice che a chi muore così non si può farci il funerale. Che non è giusto».
Una mano di uomo spunta alle mie spalle, afferra il braccio del bambino e lo tira via.
«Shhh. Vieni a sederti.»
Con la coda dell’occhio incrocio lo sguardo del padre che anche vent’anni dopo è sempre lo stesso. Ancora gli vedo il teschio di capra poggiato in testa. Un cenno del capo, muto, e Sandro ricambia tirando in su gli angoli della bocca. Dalla sacrestia esce il prete, uno nuovo, vecchio quanto il legno delle panche, seguito da due chierichetti con l’abito talare e due ceri di plastica in mano sormontati da una fiammella elettrica. Mi siedo su una sedia a fianco a un anziano che dorme con una mano nei pantaloni. Un odore di pepe vecchio avvolge i quadri logori e le cianfrusaglie ex voto. Cinge anche il prete che sta in piedi davanti all’altare con le mani alzate verso i rimasugli dell’affresco: una macchia di colore informe che incombe sulla cassa in cui sta sdraiata Claudietta. Rigida. Morta. Eppure io la rivedo bambina, col naso all’insù durante la messa a cercare figure dentro alla macchia sul soffitto.
Guarda Checco, una farfalla.
E poi un pesce, un albero, la luna e un aquilone. Io non vedevo niente, ma facevo sì con la testa e sorridevo. E poi uno schiaffetto di mamma, sulla nuca, le ha spento tutte le immagini negli occhi. Claudia ha incassato la testa nelle spalle e s’è morsa le labbra coi denti, ma poco dopo era di nuovo lì, col mento in alto e il sorriso steso, mentre il prete sbrodolava cose a noi distanti.
Guarda Checco. Papà!
E il prete predica, blatera, ma nelle orecchie io ho la voce di mia sorella che mi indica le forme che vede nell’affresco. Eppure io ci vedo solo nonno. Lo sento pure, come se fosse qui davanti, dietro all’altare, che parla con quella voce che pare un cumulo di sassi che rotola giù da un dirupo.
Vieni. Ha detto a Claudia, Tu sta lì, controlla le canne.
Sono andati più in là, verso le fasce degli ulivi. Le stelle inchiodate al cielo si sono fatte più grandi. Erano così vicine che a saltare si rischiava di picchiarci con la testa. Troppo vicine. Mi soffocavano. Mi sono alzato e li ho seguiti. Stavo acquattato tra il profumo di terra secca, le piante succulente e le mosche. Immobile nell’ombra lunare degli ulivi con le foglie d’argento.
Shrr, Shrr.
Il frusciare di foglie mi fa friggere le orecchie. Mi aggrappo allo schienale della panca di fronte per non cadere e un rigurgito mi sale sino al naso e mi riempie d’acqua gli occhi. Mi alzo e coi passi che tremano esco tra gli sguardi risentiti dei vecchi che si voltano come i gatti dei vicoli. Il cielo in alto è blu e sfuma sull’orizzonte di colline in un azzurro chiaro e nel blu sta una luna bianca come latte materno. Poco meno che piena. Faccio un respiro, accendo una sigaretta, chiudo gli occhi verso il sole e fili di luce mi passano tra la palpebre e mi schizzano dietro la fronte. Prendo il sentiero che scende a gradoni tra gli alberi gobbi. Devio per il prato, procedo chino sotto le fronde. Ad ogni passo, grilli saltano via e moscerini prendono il volo. Le mosche mi volano addosso, mi ronzano nelle orecchie, mi si attaccano al collo per succhiarmi il sudore. Il rumore del torrente echeggia e mi si incunea nel cervello, e più avanzo più si fa forte e più mi preme contro il cranio. Aggiro la fascia degli alberi da frutto di Elisio cinta da bobine rugginose di fil di ferro, poi mi inerpico su per una frana che taglia in due il muretto a secco. Cammino a quattro zampe, mi aggrappo alle radici per non scivolare e la polvere che si alza mi finisce in bocca e mi si appiccica alla fronte madida. Ed ecco il torrente che scende giù per la collina sotto le fronde pigre, le foglie immobili, ansando tra i sassi della sponda e le pozze dove facevamo i tuffi. Stringo gli occhi per mettere a fuoco le rocce oltre la superficie trasparente che fa i pizzi di corrente, alla ricerca di trote spiaggiate sul fondo. Ma non ce ne sono. E vado oltre, verso la gorga dove con nonno entravamo con l’acqua sino all’ombelico legati in vita con una corda al salice. Che è sempre lì, un po’ più chino, forse, piantato sulla riva di fango. E poi più in su, dove il bosco diventa di nuovo fasce di ulivi gonfi di frutti. Il cuore mi trema in pancia e la gola brucia, secca, e le mosche mi ronzano nelle orecchie e mi si infilano sotto la giacca. Eccola, Claudietta. Poggiata contro al tronco ruvido dell’ulivo. Una camicia di feltro a quadri e una gonna di cotone grezzo alzata sopra le natiche, le gambe magre disegnate di rigagnoli di sangue nero attorcigliati sulle cosce come mandala. E i capelli crespi e scuri, annodati dietro la nuca su cui nonno premeva una mano sporca di fango e di cervella di trote. La salopette lercia calata sotto al culo bianco, magro, che oscillava avanti e indietro, i capelli radi grigio-neri penzolanti sulle spalle. Silenzio. Solo le foglie di ulivo brillanti come squame di pesci.
Shrr, Shrr.
Le gambe insanguinate sotto la camicia di feltro si sono accasciate a terra. Nonno si è ricoperto il culo con la salopette sozza, si è girato e mi ha guardato con quei suoi occhi color di pozzo. Sulle labbra arricciate aveva tutto lo sdegno di questo mondo. E pure dell’altro. Poi è sparito tra i tronchi scavati come il suo volto. Claudia è rimasta lì, buttata a terra, tra la polvere. Singhiozzava. Nella testa avevo ancora conficcate le iridi di nonno, come spilloni.
Shrr, Shrr.
Nel petto il cuore mi ha fatto un battito: un gluk! di un sasso che si inabissa. Sono corso via, tra l’erba alta che mi sfregava sulle cosce, sotto i rami bassi che mi sfioravano i capelli, su, verso i tetti che emergono come placche di uno scheletro tra il verde delle colline, sfrecciando sulle pietre instabili del sentiero, che ora è sporco, pieno di erbacce e cardi, ortiche e grovigli di rovi. Cammino lento, poggio le mani sulle ginocchia, sputo catarro rappreso. I cespugli vibrano e sibilano al mio passare, scossi dalle lucertole e dalle bisce che fuggono al riparo. Poi finalmente arrivo all’arco in pietra e imbrocco il vicolo dei giardinetti. Tutto è zitto. Tutto è immobile. Cammino con le mani in tasca e mi lascio dietro il rumore del tacco delle scarpe che picchia sulle ciappe del vialetto.
Toc. Toc. Toc.
Una coppia di vecchi arranca a braccetto tra le case nascoste dietro a cancellate contorte rivestite da fitti rampicanti da cui filtrano i raggi che il sole sputa prima di eclissarsi dietro ai mattoni. Anche la signora Pia è dietro le sbarre del proprio cancello. Mi guarda e scuote la testa. Spero sia parkinson oltre che sdegno. Mi fermo davanti a lei, e lei sostiene il mio sguardo.
«Vorrei che tuo marito fosse ancora vivo, Pia, così sta sera prendevi le botte».
Lei strabuzza gli occhi, poi si ricompone. Si tocca la fronte sgualcita, lo sterno in mezzo ai seni cadenti, le spalle piccole e ricurve e poi congiunge i palmi tra di loro e alza gli occhi verso il cielo.
Toc. Toc. Toc.
Mi inerpico tra i muri gobbi bucati da edicole votive che imprigionano madonne scrostate che mi seguono con sguardi cavi sino alla stazione. Tra dodici minuti il treno riparte.
Il cielo brucia fuori dal finestrino e incendia le cartacce e le foglie che s’alzano e vorticano al passaggio del treno. Cappotti serrati sotto pesanti cappelli trottano sui marciapiedi e nel bidone verde una giacca logora cerca scarti a cui ridare la vita. E il vagone sobbalza, attraversa il tramonto, sfiora i palazzi che sbucano senza criterio qua e là, lungo la piana, tra campi incolti, ciminiere siderurgiche, lavatrici scoppiate e gambe di donna. Fiamme alimentate a plastica e copertoni d’auto si scagliano dai barili verso il cielo che inizia a farsi buio. Gruppi di donne roteano le borsette sul marciapiede ricoperto da mozziconi, schegge di vetro e profilattici. Al passaggio delle macchine tirano fuori le tette, mostrano i culi. Le osservo sfrecciare sul finestrino macchiato dagli aloni di pioggia asciutta. Una alza lo sguardo, e incrocia il mio, poi i suoi occhi blu schizzano via verso la coda del treno, che inizia a rallentare. Il puzzo del suburbio desertico fatto di industrie, campi sterili, buchi nelle braccia e tiepide erezioni inzuppa il vagone, mi si ficca nel naso.
Etciù!
Dev’essere genetica. Quando papà iniziava a starnutire non smetteva finché non ne faceva otto. A me capita con sette. Ma non l’ho mai sentito: è un racconto di mamma che poi chissà se era vero. Di lui ricordo solo le mani sporche di olio motore che stringono la Bic per riavvolgere il nastro della musicassetta di Celentano. E poi le mani sono diventate quelle di nonno, col letame sotto le unghie e tra le crepe dei palmi, e invece della penna stringevano sempre la sigaretta e poi si chiudevano a pugno sulla mia faccia.
Etciù!
Dev’essere genetica: mia madre diceva che non gli rassomiglio per niente, che lui aveva lineamenti fini e belli, ma anche io penso spesso di buttarmi giù da qualche parte e lo pensavo già prima di scoprire che mio padre s’era lanciato dal tetto del frantoio dentro il recinto delle capre. E guarda Claudietta che fine che ha fatto.
Etciù!
Sotto la cupola della stazione rimbombano i passi dei viaggiatori. C’è chi va, chi torna, chi non sa dove andare. Il buio cola come malta sopra ai tetti e un odore di marcio s’alza dalle strade. Taglio giù per i viali e i corsi sotto agli alberi neri di smog come i muri degli edifici. Taglio persone con lo sguardo mentre trottano al fianco di ruote che schizzano il fango delle pozzanghere. La piazza del mercato è ancora invasa da banchi coperti da teli di cera rossi. Nell’aria riecheggiano le voci degli uomini che per tutto il giorno hanno urlato numeri e nomi di ortaggi mentre gli acquirenti si spintonavano e si accalcavano e si incastrava con gli ombrelli.
Etciù!
Rugosi e smilzi pensionati raccolgono ortaggi marci buttati a terra mentre i mercanti smontano i banchi arrugginiti. I bidoni della spazzatura hanno fauci spalancate e rigurgitano monnezza tra i piccioni e i filtri bruciati di sigarette e le verdure avariate. Nelle loro bocche plastiche si infilano uomini armati di ganci, come circensi impavidi, domatori di belve feroci, che poi riemergono con cianfrusaglie marce da rivendere l’indomani.
Etciù!
Zingare si aggirano come squali tra i banchi e si trascinano dietro i figli neri e sporchi come l’asfalto, vestiti di stracci. Sfilano e toccano e protendono mani a scodella sotto agli occhi sbiechi e gialli dei mariti e dei padri che se ne stanno seduti a gruppi sui muretti al bordo della piazza con le birre in pugno e altre spaccate sotto ai piedi. Fumano sigarette che tengono strette, schiacciate con rabbia, tra i quattro denti che si ritrovano in bocca.
Etciù!
Passo davanti a un minimarket sommerso di casse di cibo e alcol, alla vetrina di un porno shop piena di falli di gomma che ciondolano impolverati come uccelli del malaugurio. I glandi rigonfi e penzolanti additano i piccoli manichini della vetrina a fianco coricati dentro a passeggini o culle elettriche. Le luci dei negozi si spengono, i lampioni si accendono, le serrande si abbassano: la notte cala come una scure sul collo della città.
Etciù!



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