Tra evidenza e induzione



Arrivare ad avere delle certezze, nella scienza come nel ragionamento, è una questione complessa. E che, soprattutto, presuppone a monte un ragionamento che vale la pena conoscere.


In copertina, come lungo il testo, alcune opere di mirò


Questo testo è tratto da  “Teoria e realtà” di Peter Godfrey-Smith. Ringraziamo Raffaello Cortina editore per la gentile concessione.


di Peter Godfrey-Smith

 

3.1. L’ORIGINE DI TUTTI I PROBLEMI

In questo articolo analizziamo un problema molto importante e difficile, quello di capire come le osservazioni possano fornire evidenze per una teoria scientifica. In un certo senso, questo è stato il problema fondamentale della filosofia della scienza negli ultimi cento anni. Questo problema era centrale per il progetto dell’empirismo logico ed è stato una fonte costante di frustrazione. Tuttavia, abbandonare l’empirismo logico non fa sparire il problema: in una forma o nell’altra, esso continua a presentarsi praticamente per chiunque.

Lo scopo degli empiristi logici era elaborare una teoria logica dell’evidenza nella scienza. In questo articolo, userò spesso la loro terminologia preferita, stando alla quale a dover essere compresa è la conferma delle teorie. La conferma non è la stessa cosa di una dimostrazione: una teoria può essere confermata dall’evidenza e tuttavia rivelarsi sbagliata. La conferma è un tipo di supporto che le teorie possono ottenere dalle evidenze, dove questo supporto è solitamente parziale anziché decisivo. Gli empiristi logici volevano trattare la conferma come una relazione astratta tra enunciati. È ormai piuttosto chiaro che il loro approccio al problema è fallito. Il modo giusto di analizzare l’evidenza nella scienza richiede lo sviluppo di un tipo diverso di teoria. Ma ci servirà una lunga riflessione in questo capitolo e nei prossimi prima che possano emergere le differenze fra gli approcci che funzionano e quelli che non funzionano. Questo capitolo esaminerà soprattutto il modo in cui il problema dell’evidenza è stato affrontato verso la metà del XX secolo. Ed è una storia triste.

Prima di passare al lavoro del XX secolo su questo tema, dobbiamo di nuovo dedicare del tempo a un’epoca più lontana. La conferma delle teorie è strettamente connessa a un altro tema classico della filosofia: il problema dell’induzione. Che motivo abbiamo di aspettarci che degli schemi osservati nella nostra esperienza passata varranno in futuro? Quale giustificazione abbiamo per usare le osservazioni passate come base per generalizzazioni su cose che non abbiamo ancora osservato? L’analisi più famosa dell’induzione si deve all’empirista scozzese del XVIII secolo David Hume. Hume si chiedeva: che motivo abbiamo di pensare che il futuro assomiglierà al passato? Non c’è contraddizione nel supporre che il futuro possa essere totalmente diverso dal passato. È possibile che il mondo cambi radicalmente in qualsiasi momento, rendendo inutili le esperienze precedenti.

Come sappiamo che questo non accadrà? Potremmo rispondere a Hume che il fatto di basarci sull’esperienza passata in precedenza si è rivelato un bene per noi. Questa pratica ha un buon curriculum. Ma Hume ci risponderebbe che questa è una petitio principii, un presupporre ciò che deve essere dimostrato. L’induzione ha funzionato in passato, sì, ma quello era il passato. Abbiamo usato con successo i “passati passati” per dire qualcosa sui “futuri passati”. Ma il nostro problema è se qualcosa del passato sia in grado di fornirci delle buone informazioni su ciò che accadrà domani.

Hume concludeva che non abbiamo ragione di aspettarci che il passato assomigli al futuro. Hume era uno “scettico induttivo”. Accettava che noi tutti usiamo l’induzione per fare il nostro percorso nel mondo e non suggeriva che dovessimo evitare di farlo (nemmeno se ci riuscissimo). L’induzione è psicologicamente naturale per noi. Nonostante questo, Hume riteneva che essa non avesse una base razionale: è solo un’abitudine che abbiamo tutti. Lo scetticismo induttivo di Hume non ha mai cessato di perseguitare l’empirismo. Il problema della conferma è diverso dal problema classico dell’induzione, ma i due sono strettamente connessi.

3.2. INDUZIONE, DEDUZIONE, CONFERMA E INFERENZA ESPLICATIVA

Gli empiristi logici tentarono di mostrare in che modo l’evidenza osservazionale potesse dare supporto a una teoria scientifica. Lo ripeto, non era un tentativo di mostrare che le teorie scientifiche potessero essere dimostrate. L’errore è sempre possibile, ma l’evidenza può supportare una teoria più di un’altra. I casi che dovevano essere trattati da quest’analisi includevano i casi di induzione più semplici e tradizionali: se vediamo una moltitudine di casi di cigni bianchi, e nessun cigno di altri colori, perché questo ci dà motivo di credere che tutti i cigni siano bianchi? Ovviamente, però, non tutti i casi di evidenze nella scienza sono come questo. Il supporto osservazionale per la teoria di Copernico, secondo cui la Terra ruota intorno al Sole, o per la teoria dell’evoluzione di Darwin sembrano funzionare in modo molto diverso rispetto all’induzione tradizionale. Darwin non osservò un insieme di casi individuali di evoluzione per poi generalizzare.

Gli empiristi logici volevano una teoria dell’evidenza che trattasse tutti questi casi. Non stavano cercando di elaborare una ricetta per confermare teorie. Lo scopo era piuttosto quello di dare una spiegazione delle relazioni tra gli enunciati che compongono una teoria scientifica e gli enunciati che descrivono le osservazioni, relazioni che fanno sì che le osservazioni supportino la teoria.

Devo ora dire qualcosa in più sulla distinzione tra logica deduttiva e logica induttiva introdotta nel capitolo 2. La logica deduttiva è il tipo di logica meglio compreso e meno controverso. È una teoria degli schemi di argomento che trasmettono la verità con certezza. Questi argomenti hanno la caratteristica che se le premesse dell’argomento sono vere, la conclusione ha la garanzia di essere vera. Un argomento di questo tipo è deduttivamente valido. Il più famoso esempio di argomento logico è un argomento deduttivamente valido:

Premesse: Tutti gli uomini sono mortali.

Socrate è un uomo.

Conclusione: Socrate è mortale.

Un argomento deduttivamente valido può avere premesse false. In tal caso, anche la conclusione potrebbe essere falsa (anche se potrebbe non esserlo). Quello che si ottiene da un argomento deduttivo dipende da che cosa ci si mette dentro.

Gli empiristi logici pensavano che la logica deduttiva non potesse bastare per un’analisi completa dell’evidenza e dell’argomentazione nella scienza. Le teorie scientifiche devono essere logicamente coerenti, ma non è tutto. Nella scienza, molte inferenze non sono deduttivamente valide, ma possono comunque essere buone inferenze, possono dare supporto alle loro conclusioni.

Per gli empiristi logici, c’è un motivo se nella scienza buona parte delle inferenze non sono deduttive. Come empiristi, credevano che tutte le nostre evidenze derivassero dall’osservazione. Le osservazioni sono sempre osservazioni di oggetti o occorrenze particolari. Gli empiristi logici pensavano, però, che lo scopo principale della scienza fosse scoprire e stabilire generalizzazioni.

Talvolta questo scopo veniva inteso come una descrizione delle “leggi di natura”, anche se questo concetto veniva guardato con un certo sospetto. L’idea centrale era che la scienza puntasse a formulare e verificare generalizzazioni, che si riteneva avessero, almeno potenzialmente, un ambito di applicazione infinito. Nessun numero finito di osservazioni può accertare in modo definitivo una generalizzazione di questo tipo e quindi le inferenze dalle osservazioni in supporto alle generalizzazioni sono sempre non deduttive. Viceversa, basta un caso del tipo giusto per dimostrare che una generalizzazione è falsa; questo fatto si prospetterà nel prossimo capitolo.

Nello svolgere molte di queste argomentazioni, gli empiristi logici (e alcuni autori successivi) usavano una terminologia semplice in cui tutti gli argomenti sono deduttivi o induttivi. Si pensava che la logica induttiva fosse una teoria di tutti i buoni argomenti non deduttivi. Questa terminologia può però essere fuorviante, quindi imposterò le cose in modo diverso.

Userò il termine “induzione” solo per le inferenze che vanno dalle osservazioni particolari alle generalizzazioni. Per usare l’esempio più tradizionale, l’osservazione di un gran numero di cigni bianchi (e di nessun cigno di altri colori) può essere usata per supportare l’ipotesi che tutti i cigni siano bianchi. Possiamo esprimere le premesse con una lista di casi particolari: “Il cigno 1 osservato nell’istante t1 era bianco; il cigno 2 osservato nell’istante t2 era bianco…”, o possiamo dire semplicemente: “Tutti i numerosi cigni osservati finora erano bianchi”. La conclusione sarà l’asserto che tutti i cigni sono bianchi: una conclusione che potrebbe anche essere falsa, ma che è supportata, in qualche misura, dall’evidenza. A volte si usano le espressioni “induzione enumerativa” o “induzione semplice” per indicare gli argomenti induttivi di questo tipo più tradizionale. Non tutte le inferenze dalle osservazioni alle generalizzazioni hanno però questa forma. (Una nota per i matematici: l’induzione matematica è in realtà un tipo di deduzione, anche se ha la forma superficiale dell’induzione.)

Una forma di inferenza strettamente connessa all’induzione è la proiezione. In una proiezione, inferiamo da un certo numero di casi osservati per arrivare a una previsione sul caso successivo e non a una generalizzazione su tutti i casi. Vediamo un certo numero di cigni bianchi e inferiamo che il cigno successivo sarà bianco. Ovviamente c’è una stretta relazione tra induzione e proiezione, anche se esiste una varietà di modi di intendere questa relazione.

Altri tipi di inferenza non deduttiva si vedono spesso nella scienza e nella vita quotidiana. Per esempio, negli anni Ottanta, Luis e Walter Alvarez iniziarono a sostenere che un enorme meteorite aveva colpito la Terra circa 65 milioni di anni fa, causando un’enorme esplosione e profondi cambiamenti climatici che coincisero con l’estinzione dei dinosauri (Alvarez, Alvarez, Asaro et al., 1980). Il gruppo di Alvarez sosteneva che il meteorite aveva causato l’estinzione, ma questo lasciamolo da parte. Consideriamo solo l’ipotesi che un enorme meteorite abbia colpito la Terra 65 milioni di anni fa. Un’evidenza cruciale per questa ipotesi è la presenza di livelli insolitamente elevati di alcuni elementi chimici, come l’iridio, negli strati della crosta terrestre che hanno 65 milioni anni. Questi elementi sono tendenzialmente presenti nei meteoriti in concentrazioni molto più elevate rispetto a quelle presenti sulla superficie della Terra. Questa osservazione fu considerata una buona evidenza a supporto della teoria che un meteorite avesse colpito la Terra grossomodo in quel periodo.

Se costruiamo questo esempio nella forma di un argomento con premesse e conclusione, è chiaro che esso non è né un’induzione né una proiezione. Non stiamo inferendo una generalizzazione, ma un’ipotesi su una struttura o un evento che spiegherebbe i nostri dati. In filosofia si usano diversi termini per indicare inferenze di questo tipo. Peirce le chiamava inferenze “abduttive” in opposizione a quelle “induttive”. Altri le hanno chiamate “induzioni esplicative” o “induzioni teoriche”. L’espressione più comune è “inferenza alla miglior spiegazione”, ma io ne userò una leggermente diversa: “inferenza esplicativa”.

Riconoscerò dunque due tipi principali di inferenza non deduttiva, l’induzione e l’inferenza esplicativa (oltre alla proiezione, che è strettamente connessa all’induzione). Il problema di analizzare l’evidenza le riguarda tutte.

Come sono connessi tra loro questi tipi di inferenze? Per molti empiristi logici e anche per altri autori, l’induzione è il tipo più fondamentale di inferenza non deduttiva. Reichenbach sosteneva che nella scienza tutte le inferenze non deduttive si possono riformulare in modo che dipendano solo da una forma di inferenza simile all’induzione tradizionale. Quelle che sembrano inferenze esplicative si possono in qualche modo scomporre e ricostruire come complicate reti di induzioni e deduzioni. Carnap non faceva questa affermazione, ma sembra che considerasse l’induzione un modello per tutti gli altri tipi di inferenza non deduttiva. Capire l’induzione era in qualche modo la chiave dell’intero problema. Quindi un modo di vedere la situazione è ritenere fondamentale l’induzione. È possibile però anche fare il contrario e sostenere che è l’inferenza esplicativa a essere fondamentale. Nel 1965 Gilbert Harman sostenne che le induzioni sono giustificate solo quando sono inferenze esplicative mascherate e altri hanno dato seguito a questa idea in vari modi.

Le inferenze esplicative sembrano essere molto più comuni nella scienza rispetto all’induzione. In effetti, ci si potrebbe chiedere se la scienza contenga almeno qualche induzione di tipo semplice, tradizionale. È un sospetto ragionevole, ma risulta che la scienza contiene delle inferenze, alcune delle quali importanti, che quantomeno assomigliano alle induzioni tradizionali. Eccone un esempio. Durante il lavoro che portò alla scoperta del DNA da parte di

James Watson e Francis Crick, un’evidenza chiave fu fornita dalle “regole di Chargaff”. Queste regole, descritte da Chargaff alla fine degli anni Quaranta, riguardano le relazioni tra le quantità delle quattro basi – C, A, T e G – che compongono il DNA. Chargaff scoprì che nei campioni di DNA da lui analizzati le quantità di C e G erano sempre quasi uguali tra loro e le quantità di T e A erano sempre quasi uguali tra loro (Chargaff, 1951). Questo fatto sul DNA divenne importante nel dibattito sul modo in cui sono composte le molecole del DNA. L’ho appena chiamato un “fatto”, ma naturalmente Chargaff non aveva osservato tutte le molecole esistenti di DNA e neppure noi. All’epoca, l’affermazione di Chargaff si basava su un’induzione da un piccolo numero di casi (anche se coprivano una gamma diversificata di organismi). Oggi siamo in grado di formulare un argomento sul perché valgono le regole di Chargaff che non è solo una semplice induzione: la struttura del DNA spiega perché le regole di Chargaff devono valere. Ma potrebbe sembrare che, all’epoca in cui le regole vennero originariamente scoperte, l’unica ragione per ritenere che descrivessero tutto il DNA fosse induttiva.

Probabilmente, sembra quindi una buona idea evitare di considerare uno di questi tipi di inferenza come più fondamentale dell’altro. Forse ci sono più tipi di buone inferenze non deduttive (forse ce ne sono anche altre oltre a quelle che ho menzionato). Spesso i filosofi trovano affascinante pensare che in definitiva ci sia un solo tipo di inferenza non deduttiva, perché sembra una situazione più semplice. Ma questo argomento basato sulla semplicità non è molto convincente.

Torniamo alle nostre riflessioni sul modo in cui il problema venne gestito dagli empiristi logici. Essi usarono principalmente due approcci. Uno consisteva nel formulare una logica induttiva che somigliasse il più possibile alla logica deduttiva. Questo era l’approccio di Hempel. L’altro approccio, usato da Carnap, consisteva nell’applicare la teoria matematica della probabilità. Nei prossimi due paragrafi di questo capitolo analizzerò alcuni celebri problemi per le teorie della conferma dell’empirismo logico. Questi problemi sono più facili da analizzare nel contesto dell’approccio di Hempel. Una disamina della teoria di Carnap eccede i limiti di questo libro. Nel corso della sua carriera, Carnap ha sviluppato modelli di conferma molto sofisticati usando la teoria della probabilità applicata ai linguaggi artificiali. I problemi continuavano a sorgere. Servivano sempre più assunzioni speciali per far sì che i risultati apparissero ragionevoli. Non ci fu mai un argomento decisivo contro di lui, ma il progetto arrivò a sembrare sempre meno rilevante per la scienza e alla fine esaurì la sua forza (Howson, Urbach, 2005).

Anche se l’approccio di Carnap all’analisi della conferma non funzionò, l’idea di usare la teoria della probabilità per spiegare la conferma è rimasta popolare ed è stata sviluppata in modi nuovi.

Questo pare proprio un buon approccio: sembra che osservare alti livelli di iridio nella crosta terrestre abbia reso l’ipotesi del meteorite di Alvarez più probabile rispetto a prima. Nel capitolo

12 descriverò nuovi modi di usare la teoria della probabilità per spiegare la conferma delle teorie.

Prima di passare ad alcuni famosi enigmi, presenterò una proposta semplice che potrebbe esservi venuta in mente.

L’espressione “deduttivismo ipotetico” viene usata in diversi modi da chi si occupa di scienza. Talvolta la si usa per descrivere un punto di vista su verifica e conferma secondo il quale le ipotesi nella scienza sono confermate quando le loro conseguenze logiche si rivelano vere. Questa idea si applica a una gran varietà di casi: la conferma di una generalizzazione sui cigni bianchi tramite l’osservazione di un cigno bianco ne è un esempio; un altro esempio è la conferma di un’ipotesi sull’impatto di un asteroide mediante le osservazioni delle conseguenze vere di questa ipotesi.

Come ha evidenziato Clark Glymour (1980), un aspetto interessante di questa idea è che è pessima quando viene espressa in modo semplice, ma qualcosa di simile a essa sembra adattarsi bene a molti episodi della storia della scienza. Come abbiamo visto, un problema è che un’ipotesi scientifica avrà conseguenze verificabili solo quando è combinata con altre assunzioni. Ma lasciamo da parte questo problema per un attimo. Il suggerimento è che una teoria è confermata quando da essa si può derivare un enunciato vero su cose osservabili.

Questa tesi si espone a molte obiezioni. Per esempio, qualsiasi teoria T implica deduttivamente T-o-S, dove S può essere un enunciato qualsiasi. Ma T-o-S si può accertare in modo conclusivo osservando la verità di S. Supponiamo che S sia osservazionale. Allora possiamo stabilire la verità di T-o-S con l’osservazione e con ciò confermare T. Ovviamente è assurdo. Analogamente, se la teoria T implica l’osservazione E, allora anche la teoria T&S implica E e quindi T&S viene confermato da E, dove S può essere un enunciato qualunque. (Notate qui la somiglianza con un problema considerato all’inizio del paragrafo 2.4.) Ci sono molti altri casi come questo.

In effetti la situazione è strana. Spesso un’ipotesi scientifica si considera supportata quando le sue conseguenze si rivelano vere; questo viene ritenuto un aspetto ordinario e ragionevole della scienza. Ma quando proviamo a sintetizzare questa idea usando la semplice logica, essa sembra sgretolarsi. La colpa è dell’idea originaria, della nostra sintesi fatta usando la logica di base, o della logica stessa?

La risposta degli empiristi logici, qui e altrove, era quella di attaccarsi saldamente alla logica e spesso anche di attaccarsi al loro modo preferito di tradurre le teorie scientifiche in una struttura logica. Questo li portò a mettere in dubbio alcune idee apparentemente ragionevoli sull’evidenza e sulla verifica e portò anche a una situazione in cui la filosofia della scienza sembrava essersi trasformata in un esercizio di “sminuzzamento logico” fine a se stesso. E, come vedremo tra poco, neppure lo sminuzzamento logico finì bene. Nonostante tutto questo, c’è molto da imparare dai problemi affrontati dall’empirismo logico. La conferma è una cosa davvero enigmatica. Vediamo alcuni degli enigmi più famosi.

 

3.3. IL PROBLEMA DEI CORVI

Gli empiristi logici lavorarono molto all’analisi della conferma delle generalizzazioni mediante l’osservazione di loro esemplificazioni. A questo punto, in accordo con la tradizione, cambiamo volatile. Come può l’osservazione ripetuta di corvi neri confermare la generalizzazione che tutti i corvi sono neri?

Per prima cosa mi occuperò di un suggerimento semplice che non funzionerà. Alcuni lettori potrebbero pensare che se osserviamo un gran numero di corvi neri e nessun corvo non nero, allora stiamo quantomeno riducendo il numero di modi in cui l’ipotesi che tutti i corvi sono neri può essere sbagliata: per ogni corvo nero che osserviamo ce n’è uno in meno che può non adattarsi alla teoria. In un certo senso, la possibilità che l’ipotesi sia vera dovrebbe aumentare lentamente. Ma questo non serve a un granché. Primo, perché gli empiristi logici erano interessati a occuparsi dei casi in cui le generalizzazioni coprono un numero infinito di esemplificazioni e, in questo caso, quando vediamo un corvo non riduciamo il numero di modi in cui l’ipotesi potrebbe fallire. Osservate, inoltre, che pur dimenticandoci di questo problema e considerando una generalizzazione che copre solo un numero finito di casi, il genere di supporto qui analizzato è molto debole. Questo è reso chiaro dal fatto che non ci dà nessun aiuto con il problema della proiezione. Alla vista di ciascun corvo, sappiamo che ci sono sempre meno modi in cui la generalizzazione potrebbe essere falsa, ma questo non ci dice nulla su cos aspettarci con il prossimo corvo che vedremo.

Proviamo quindi ad analizzare il problema in un altro modo. Hempel suggeriva che, per pura logica, tutte le osservazioni di corvi neri confermano la generalizzazione che tutti i corvi sono neri. Più in generale, qualsiasi osservazione di un F che è anche un G supporta la generalizzazione “Tutti gli F sono G”. Hempel riteneva questo un fatto fondamentale della logica del supporto. Questo sembra un punto di partenza ragionevole. Ed ecco un altro punto apparentemente ovvio: ogni evidenza che conferma un’ipotesi H conferma anche qualsiasi ipotesi logicamente equivalente a H.

Che cos’è l’equivalenza logica? Pensiamola come quello che abbiamo quando due enunciati dicono la stessa cosa con termini differenti. Più precisamente, se H è logicamente equivalente a H*, allora è impossibile che H sia vero mentre H* è falso e viceversa.

Questi due asserti apparentemente innocenti generano però un problema. Nella logica di base, l’ipotesi “Tutti i corvi sono neri” è logicamente equivalente a “Tutte le cose non nere non sono corvi”. Osserviamo questa nuova generalizzazione. “Tutte le cose non nere non sono corvi” sembra essere confermata dall’osservazione di una scarpa bianca. La scarpa non è nera e non è un corvo, quindi si adatta all’ipotesi. Ma data l’equivalenza logica delle due ipotesi, ogni cosa che ne conferma una, conferma anche l’altra. Pertanto, l’osservazione di una scarpa bianca conferma l’ipotesi che tutti i corvi sono neri! Suona ridicolo. Come dice Nelson Goodman (1955), sembra che abbiamo la possibilità di fare un sacco di “ornitologia al chiuso”: possiamo studiare il colore dei corvi senza mai uscire per vederne uno.

Questo problema apparentemente semplice è difficile da risolvere. Il dibattito su di esso continua tuttora. Lo stesso Hempel era ben consapevole di questo problema: è stato lui il primo a pensarci. Ma non è stata proposta una soluzione su cui abbiano concordato tutti o almeno una maggioranza.

Una possibile reazione è accettare la conclusione. Questa era la risposta di Hempel. Osservare una scarpa bianca conferma l’ipotesi che tutti i corvi sono neri, anche se presumibilmente solo una piccolissima quantità. Possiamo quindi mantenere la nostra semplice regola secondo la quale ogni volta che abbiamo un’ipotesi del tipo “Tutti gli F sono G”, qualsiasi osservazione di un F che è G la conferma e conferma anche tutti gli enunciati che sono logicamente equivalenti a “Tutti gli F sono G”. Hempel sottolineava che, parlando in termini di logica, un enunciato del tipo “Tutti gli F sono G” non è un enunciato sugli F, ma un enunciato su tutto ciò che c’è nell’universo: l’enunciato che, se qualcosa è F, allora è G. Va notato che, secondo questa replica, l’osservazione della scarpa bianca conferma anche l’ipotesi che tutti i corvi sono verdi, che tutti gli oritteropi sono blu e così via. Hempel era a suo agio con questa situazione, ma molti altri no.

Sono state proposte innumerevoli altre soluzioni. Presenterò soltanto due idee che, secondo me, sono sulla strada giusta.

Ecco la prima. Forse osservare una scarpa bianca o un corvo nero può confermare o meno “Tutti i corvi sono neri”. Ciò dipende da altri fattori. Supponiamo di sapere, per qualche motivo, che o (a) tutti i corvi sono neri e i corvi sono estremamente rari, oppure (b) la maggior parte dei corvi è nera, pochi sono bianchi e i corvi sono molto comuni. In questo caso, l’osservazione casuale di un corvo nero supporterà (c) un’ipotesi che dice che non tutti i corvi sono neri. Se tutti i corvi fossero neri, non dovremmo vederne nessuno. Analogamente, osservare una scarpa bianca potrebbe confermare o meno un’ipotesi: dipende da cos’altro sappiamo. Il primo a suggerire questa soluzione è stato Irving John Good (1967).

La mossa di Good è molto ragionevole. Vediamo qui un collegamento con la questione dell’olismo della verifica analizzata nel capitolo 2. La rilevanza di un’osservazione per un’ipotesi non dipende semplicemente dal contenuto dei due enunciati, ma anche da altre assunzioni. È così anche nel caso più semplice di un’ipotesi come “Tutti gli F sono G” e di un’osservazione come “L’oggetto A è sia F sia G”. Il punto di Good ci ricorda anche quanto siano artificiosamente semplificati gli esempi classici dell’empirismo logico. Nessun biologo si chiederebbe sul serio se vedere migliaia di corvi neri renda più probabile che tutti i corvi siano neri. La nostra conoscenza della genetica e della colorazione degli uccelli ci porta ad aspettarci qualche variazione, come i casi di albinismo, anche se abbiamo visto migliaia di corvi neri e nessuno di altri colori.

Ecco un secondo suggerimento sui corvi che è coerente con l’idea di Good, ma fa un passo in più. Il fatto che un corvo nero o una scarpa bianca confermino “Tutti i corvi sono neri” può dipendere dall’ordine con cui si apprendono le due proprietà dell’oggetto.

Supponete di ipotizzare che tutti i corvi siano neri e che qualcuno venga da voi a dirvi: “Ho un corvo dietro la schiena; volete vedere di che colore è?”. Dovete dire di sì, perché se la persona tira fuori un corvo bianco, la vostra teoria è confutata. Avete bisogno di scoprire che cosa nasconde dietro la schiena. Supponiamo, invece, che arrivi qualcuno e vi dica: “Ho un oggetto nero dietro la schiena, volete vedere se è un corvo?”. Allora per voi non ha alcuna importanza che cosa nasconda dietro la schiena. Pensate che tutti i corvi sono neri, ma non avete bisogno di credere che tutte le cose nere siano corvi. In entrambi i casi, supponiamo che l’oggetto dietro la schiena sia un corvo nero e che ve lo mostrino. Nella prima situazione, la vostra osservazione del corvo sembra rilevante per la vostra indagine sul colore dei corvi, ma nel secondo caso è irrilevante.

Quindi, forse, l’ipotesi “Tutti i corvi sono neri” viene confermata da un corvo nero solo quando questa osservazione aveva il potenziale di confutare l’ipotesi, solo quando l’osservazione faceva parte di un vero e proprio test.

Possiamo ora vedere che fare con la scarpa bianca. Credete che tutti i corvi siano neri, e qualcuno arriva e vi dice: “Ho un oggetto bianco dietro la schiena, volete vedere che cos’è?”. Dovete dire di sì, perché se dietro la schiena ha un corvo, la vostra ipotesi è confutata.

Però tira fuori una scarpa, quindi la vostra ipotesi è salva. Poi arriva qualcuno e vi dice: “Ho una scarpa dietro la schiena, volete vedere di che colore è?”. In questo caso non avete di che preoccuparvi. Sembra che nel primo di questi due casi abbiate ottenuto del supporto per l’ipotesi che tutti i corvi siano neri. Nel secondo caso, no.

Quindi, forse, qualche osservazione di una scarpa bianca conferma

“Tutti i corvi sono neri”, mentre qualche osservazione di un corvo nero no. Forse la conferma c’è solamente quando le osservazioni si presentano durante un vero e proprio test, un test con il potenziale sia di confutare sia di confermare.

Hempel intravvide la possibilità di una posizione del genere. Le sue risposte all’argomento di Good e al punto sull’ordine di osservazione erano in effetti simili. Disse che voleva analizzare una relazione di conferma che esiste solo tra un’ipotesi e un’osservazione, indipendente dalle informazioni aggiuntive che si possono avere e indipendente dall’ordine con cui le osservazioni vengono fatte. Ma forse Hempel si sbagliava, forse non esiste una relazione del genere. Non possiamo rispondere alla domanda se l’osservazione di un corvo nero confermi la generalizzazione senza sapere qualcosa del modo in cui l’osservazione è stata fatta e senza fare anche delle assunzioni su altri aspetti.

Hempel pensava che alcune osservazioni fossero semplicemente “automaticamente” rilevanti per le ipotesi, indipendentemente da cos’altro capitava. Questo è vero nel caso della confutazione deduttiva delle generalizzazioni: non importa come arriviamo a vedere un corvo non nero, è comunque una cattiva notizia per l’ipotesi “Tutti i corvi sono neri”. Ma ciò che è vero della confutazione deduttiva non è vero della conferma.

Chiaramente quest’analisi dell’ordine di osservazione non risolve completamente il problema dei corvi. Perché l’ordine conta? E che dire se entrambe le proprietà vengono osservate in una volta sola? Tornerò su questa questione nel capitolo 12, usando un inquadramento più complesso. In breve, forse possiamo spiegare la conferma e l’evidenza solo prendendo in considerazione le procedure implicate nella generazione dei dati.

Farò un altro commento sul problema dei corvi. Si tratta di una digressione, ma è utile per illustrare che cosa succede. In psicologia c’è un famoso esperimento chiamato “compito di selezione” (Wason, Johnson-Laird, 1972). L’esperimento è stato usato per mostrare che, in determinate circostanze, molte persone (incluse quelle altamente istruite) commettono dei gravi errori logici. Al soggetto sperimentale vengono mostrate quattro carte, ciascuna coperta a metà. Si chiede al soggetto di rispondere a questa domanda: “Quali maschere devi rimuovere per sapere se è vero che, se c’è un cerchio a sinistra, c’è un cerchio anche a destra?”. Osservate la figura 3.1 e provate a rispondere da soli alla domanda prima di continuare a leggere.

Una grande maggioranza di persone in molte versioni (anche se non in tutte) di questo esperimento dà la risposta sbagliata. Molti tendono a rispondere “solo la carta A” o “la carta A e la carta C”. La risposta corretta è A e D. Confrontiamo questo problema con quello dei corvi; i due problemi hanno la stessa struttura. Sono certo che Hempel avrebbe dato la risposta giusta se fosse stato un soggetto dell’esperimento delle quattro carte, ma il compito di selezione può mostrare qualcosa di interessante sul perché la conferma è stata tanto difficile da analizzare. Per qualche motivo, in casi come questo è difficile per le persone notare l’importanza di verificare la “carta D” ed è facile che pensino – sbagliando – che sia importante verificare la “carta C”. Se state indagando l’ipotesi che tutti i corvi sono neri, la carta D è analoga alla situazione in cui qualcuno vi dice di avere un oggetto bianco dietro la schiena.

La carta C è analoga alla situazione in cui vi dice di avere un oggetto nero dietro la schiena. La carta D è un vero test per l’ipotesi, mentre la carta C non lo è. Scoprire la carta C non ha alcuna utilità evidenziale, anche se potrebbe adattarsi a ciò che dice l’ipotesi. Non tutte le osservazioni di casi che si adattano a un’ipotesi sono dei test rilevanti.


Peter Godfrey-Smith è professore di Storia e filosofia della scienza presso l’Università di Sidney. è autore di Teoria e realtà. Introduzione alla filosofia della scienza (raffaello cortina editore, 2022).

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