Tra onde e colline, prospereremo: prologo

«Per descriversi, Emma Macmillian cita qualcuno di decisamente conosciuto: «una ragazza sui trentacinque anni minuta, con i fianchi stretti e i capelli disordinati, incolore e fragili.» Questa cosa l’ha fatta sempre impazzire, se ci pensa…»


IN COPERTINA: Edward Hopper, Blue night, 1914

di Gabriele Merlini

I.

Per descriversi, Emma Macmillian cita qualcuno di decisamente conosciuto: «una ragazza sui trentacinque anni minuta, con i fianchi stretti e i capelli disordinati, incolore e fragili.» Questa cosa l’ha fatta sempre impazzire, se ci pensa. Stando agli atti conservati in quello che ha ribattezzato come il luogo più ventilato dell’intera abitazione, spegne lo stereo, estrae dalla tasca il cellulare e lascia scivolare i gomiti sulla ringhiera sollevando dalla fronte arrossata un ciuffo scomposto per il vento; la pelle delicata è un problema che si porta dietro dai tempi della culla, è arrivata ad ammettere con selezionate conoscenze, poco da farci. 

Davanti al naso – cantato dagli spasimanti più lirici come un oggetto deliziosamente puntuto, materia dei sogni più dolci – la sezione ovest del pontile, i suoni in sospensione delle Lanes, l’area relax con la chiesa di San Pietro, la biblioteca frequentata dai professori in pensione e gli skaters delle zone circostanti che si prendono a calci al fianco di lunghe pareti di edera. Dal piano inferiore dello stabile il grido animalesco per un gol sbagliato, l’ennesimo della locale squadra di calcio Brighton and Hove F.C. che, al solito, stenta nei bassifondi della classifica di seconda divisione.

«Ehi» torna a sobbalzare. Si assicura l’iPhone dal vetro incrinato tra gota e spalla, «non aspettavo una chiamata. Mi senti? Tutto bene?»

«Non mi lamento.»

«Meglio così.»

Come le precedenti volte nelle quali sua figlia si è spostata dalla capitale per farle visita, anche oggi qualsiasi forma di entusiasmo è stata bandita dalla faccia della signora Theresa Macmillian che, poco lontana dalla ragazza, mescola una zuppa di carote al centro della cucina. La gamba non vuole tornarsene a posto, la gengiva pulsa dopo l’estrazione – «è qualcosa di elettrico e snervante» – tralasciando il dramma dell’aloe deidratata e l’intestino che borbotta a causa della flora batterica in malora, nemmeno riaggiustata dai fermenti lattici vivi.

«Non aspettavo una chiamata. Ci sei? Tutto bene?» sibila Emma quindi, in attesa della risposta, stabilizza la Marlboro dentro il piattino con l’insegna promozionale di una compagnia aerea. Il fumo, spingendosi al tetto di tegole marroni, va a frazionarsi a ridosso di un’ordinata teoria di pentole in rame diventate nel corso degli anni pratici nidi per insetti e passerotti. Oltre la cannicciata sgattaiolava a riposare suo padre, il signor Peter Macmillian, prima del colpo al cuore che l’ha fatto secco durante un comizio in difesa degli operai di questo cantiere nautico vicino Sheffield, anche se di rado stava comodo per quel problemino del violoncello.

«Mi senti? Tutto bene?»

La batteria brucia e andrà sostituita, nel futuro. La voce dal lato opposto della linea è di un giovanotto talentuoso nel celarsi dietro scemi soliloqui e irritanti monologhi; classico della famiglia di bugiardi dalla quale proviene e che Emma, amabilmente, vorrebbe sterminare dal primo incontro.

«Tutto bene anche se l’aria non è delle migliori. Però…» viene confermato scandendo le sillabe, «mi sono scoperto un asso nell’hula-hop. Se questo può interessarti.»

Può interessarla.

«Alcune volte mi immagino che soffoco da solo nel sonno. Te, amore. Sei ancora viva?»

II.

Inizio gennaio duemilaquattordici: Niccolò Rouvier ha mantenuto un duro accento italiano – o almeno così si esprime Emma Macmillian ammettendo la sfumatura classista dell’accezione – e parla gracchiando nei telefoni del mondo. Per lei il desiderio di sdrammatizzare è un’insopportabile pressione e ci prova a capire cosa stia davvero succedendo laggiù – al di là della Manica. Sotto le Alpi – focalizzandosi sullo sterno che si gonfia mentre mummy, oltrepassata la tenda socchiusa, opta per aumentare la dose di cumino nella pentola.

«Mi manchi tantissimo, sai?»

«Falla finita. So che stai una favola.»

«Sono serio, invece.»

Studia ciò che potrebbe ricordare la ciminiera di un peschereccio e pensa quanto sia curioso il fatto che, durante il periodo di assenza, nessuno abbia deciso di sfasciare a colpi di cannone i muri dell’appartamento a schiera nel quale è tornata a galleggiare, incredibilmente predisposta al confronto. Il luogo dove è cresciuta a confusionari, disomogenei strappi prima della scelta di stabilirsi fuorisede e appassire come un frutto marcio (se un giorno Emma Macmillian scriverà un racconto di narrativa autoreferenziale, pochi cazzi: avrà come tema le case delle persone. Gli angoli polverosi delle camere da letto, le zone d’ombra che rimuoviamo e i balconi traballanti di qualsiasi cesso in cui abbiamo vissuto più o meno consapevolmente.)

«Oh, se ti invidio.» Torna a informarsi riguardo quei temporanei problemi di linea che la devastano. Sarà un fatto di allacciamenti satellitari. «Ogni domanda un azzardo, ogni azzardo una domanda. Che fai?»

Inclinando la testa al sottobicchiere in feltro scivolato dallo scaffale con i fiori secchi, si è accorta di quanto la riproduzione della linguaccia degli Stones – superba opera congiunta di John Pasche e Craig Braun – sia stata stampata diversa su entrambi i lati per ragioni di copyright ma il punto rimane il solito: da dove diavolo emerge quell’assurdo oggetto di memorabilia? Abbia sua madre ricominciato a frugarle nei cassetti come l’anziana maniaca abbandonata a sé stessa che nei fatti, anche prima della vedovanza, era?

«Ti sento disturbato. Ripeti, per favore.»

Lontano dalle orecchie il suono di una sirena e risate confuse da bar che abbassa la saracinesca. Il padre di Emma Macmillian ci andava matto per Trout Mask Replica di Captain Beefheart. I cattivi esempi, qualcuno ha scritto, possono essere salutari per il buongusto.

«Beh» spiega Niccolò Rouvier. La mano attorno alle labbra crea un comico effetto eco. Ha guance perfette per la vita in grotta. «Ti avevo implorato di venire con me. Nemmeno due ore di volo ma hai preferito il weekend nell’eremo a questa meravigliosa quotidianità di tragedie che avrei saputo garantirti e…» conclude caustico «…adesso ne pagherai le conseguenze.»  

«Spiritoso.»

«Appoggi. Signorina. Il collo sulla lama.»

Dietro il cassettone i vecchi album dell’infanzia ormai storicizzata; Emma Macmillian ogni volta ci casca. New Order. Fail. Echo and the Bunnymen. Una mole abnorme di momenti in dissoluzione che tornano incendiari nella testa frastornata dalla disillusione e ci prova a respirare correttamente (tra l’altro perché non riprendere a ordinare vinili? Mica sarebbe un gesto contrario al processo di crescita e cambiamento che desidera mettere in atto, senza contare quanto si tratterebbe di un’intrusione salutare in un universo a ingiustificata predominanza maschile.) Ributtandosi nella contemporaneità, ogni tanto starnutisce. «Già» conferma. «Ho mille difetti ma so rendermi conto degli errori che compio. Avrei dovuto seguirti, specie per quella storia dei petali che stendi ai miei piedi mentre passeggiamo fluttuando. Non è vero?»

Fiera della propria ironia, rincara la dose grattandosi il ginocchio puntuto. «Sia come sia, so che tornerai presto. Lunedì alle 18.53 sul volo 8335 da PSA per STN. Posto 3F vicino al motore di destra, quello che esplode ogni volta che qualcuno fa pensieri sconci.»

L’interlocutore gongola per tanta brillantezza. Sarebbe doloroso perderla. «Ma adesso scusa, devo proprio andare» conclude Emma Macmillian spegnendo il mozzicone sul bordo della terrina, «mi troverai al Terminal Due che ti aspetto in lacrime di disperazione. Ti fidi?»

Tutti si fidano di lei.

III.

Dal centro della City dove ha sede la galleria presso cui presta servizio – «è più di una decade che mi sono fatta incastrare» – Emma Macmillian ha deciso di spostarsi il weekend sulla costa per visitare colei che l’ha messa al mondo alcuni anni prima sfruttando, come da targhetta celebrativa, la più vecchia rete ferroviaria britannica, un dedalo confusionario di strade vermiformi tra campi di girasole, tizi malvestiti, indumenti stesi ad asciugare e sole rovente sulle tubature in rame delle strutture popolari. Handcross, Staplefield, Sayers Common; ogni visita come la prima. D’altronde annaspa in una fase in cui dimentica con facilità le cose, sovrappone disordinata i tasselli e la monotonia di un giorno a caso è la stessa del precedente. Aumenta la rabbia che reprime con osceni arrossamenti cutanei e gestisce a fatica le parole che non misura più con la vecchia qualità estetica: ci sarà una cura, per questa neonata demenza? Vai a sapere. 

Sul lato esterno della porta-finestra che sfrutta come ripiano per il portacenere, al fianco dei fuochi, un gabbiano ha l’espressione demotivata e la riprovazione assente che alcuni camerieri in livrea riservano ai clienti particolarmente maleducati. La parte inferiore del becco rosata e risplende il chip assicurato alla zampa destra, l’unica rimasta di una gloriosa carriera basata su furti con destrezza, guerre per il pane e accoppiamenti tra specie. Ascoltando nella cornetta il respiro dell’interlocutore è tornata al sogno visualizzato poche notti prima, il cimitero di lapidi senza nome posizionato alla fine di un dirupo con statue di granito a prendere vita come per misteriosi, cigolanti maleficii. Avrà avuto tre anni quando ha plasmato per la prima volta quel mondo in sospensione però la sensazione resta identica nel tempo (o magari esiste sul serio un simile panorama da idolo romantico? La saggezza dovrebbe essere la meta, le ha confermato uno che, al suo pari, possiede questa strana passione per le stronzate orientali.) 

«Ohi. Sciao. Amore.»

«Ciao mamma. Come stai?»

«Beh. Questo devi dirmelo te.»

Poiché, vedendo rotolare la figlia al cancelletto senza preavviso, la signora Theresa Macmillian ha valutato l’opzione più logica per quel ritorno sorprendente, un’analisi concessa in conclusione della imbarazzante imitazione del segnale militare di attenti nonché con la ferma consapevolezza che mai sarebbe stata in grado di recuperare il tovagliolo scivolato nel fondo del cassetto delle posate: abbandono con conseguente desiderio di suicidio. Ecco cosa stava capitando alla piccolina. 

«Per caso te e quel fesso vi siete lasciati?»

La pozza arancione sul gas – quest’armonica montagnola a degradare dal vertice alle maniglie – e tre bolle seguite da altrettante detonazioni di vapore odoroso (cannella in polvere, timo e scalogno delle Americhe) nel tentativo di calmarla. Lei, alla fine, in grado di trovare una spiegazione ragionevole a tutto.

«Mamma. Ti prego.»

(Mai era piaciuto il fidanzato di Emma alla signora Macmillian. Posizione, tra l’altro, ampiamente ricambiata.)

«Peggiori sempre. La prossima volta mi verrai incontro con un filo spinato.»

«Niente sarcasmo. Deduco soltanto dalla tua visita che stai vivendo una fase di sbandamento emotivo non preventivato ma anche in questi momenti esistono elementi positivi che ti invito a osservare: la libertà ha un prezzo, amore mio. Vuoi starmi a sentire, una buona volta?»

La sta a sentire.

«Bravissima. E smettila di giocherellare con quel telefonino, che il pranzo è quasi pronto.»

IV.

Sulla terrazza Emma Macmillian si libera della sigaretta bruciandosi superficialmente il dito medio, riafferra il cellulare che continua a scivolare poi blatera un suono che sa di consolazione. Oltre la ringhiera l’anima più autentica della vecchia città, spazio urbano che intimamente continua ad appartenerle ma percepisce con neonato distacco. Impersonale e, come se nemmeno fosse mai esistito, trasparente. 

«Tu serviti. Io arrivo in un istante.»

Ditchling Road, la piscina, la pista ciclabile e il centro-massaggi con le scatoline attaccate al soffitto per predire il futuro. Le nuvole che galleggiano sulla terraferma e le mattonelle ammassate sotto la grondaia con il buffo motto latino del paesone: inter undas et colles floremus. Tra onde e colline, prospereremo.

«Sempre un istante, da queste parti. Io sul serio non come tu faccia.»

Varcata la soglia di casa, davanti lo specchio del bagno con la radio accesa, si era premurata di affermare «mi sento come ubriaca» sfilandosi gli stivali da pioggia e, subito dopo avere spremuto parte del contenuto di un vecchio flacone di collutorio nello scarico, la scelta di concedersi il lusso erotico di starnutire sputacchiando alla propria immagina riflessa. Il volto inondato di chiazze gialle avrebbe restituito alla platea un alone di magnificenza che, snervata ma non sciocca, sarebbe stata in grado di apprezzare anche senza concedergli troppo. «Dannato diluvio» aveva borbottato tirando lo sciacquone. «Sento che sta per venirmi una colossale influenza.» Dopodiché la suoneria a trillare imprevista, mamma che urla di lasciare stare, la zuppa che ribolle, il naso all’attaccapanni, la giostra in legno e la polaroid con il signor Macmillian sudato durante le iniziali esperienze politiche nazionali, mica troppo mod quanto piuttosto un divertito precursore dei new romantics. Il giorno in cui è morto, Sting gli ha addirittura dedicato una canzoncina. 

«Il telefono.»

«È per me.»

«Lo immaginavo. Fai veloce.»

Emma che avrebbe voluto inciampare in Peter Macmillian al tempo in cui, come talvolta le era stato raccontato, lui evitava di bere ma lo stesso inviava articolate lettere alle redazioni di Melody Marker o Jazz Club per proporsi come recensore free-lance di roba assurda tipo Clifford Brown e Max Roach. Davis, Coltrane e quel bianco incredibile di Evans. Peter Macmillian il sindacalista rosso, il fantasma dei trentatré giri nascosti sotto la credenza e la memoria che scolorisce mentre aspetta si raffreddi la scodella (viceversa il kimono indossato da sua madre è a tinta unita, decorato giusto con fregi sulla cintura. Stando alle contestualizzazioni della chef, nient’altro che l’abito caratteristico delle parenti più strette delle spose nel sud del Giappone quando fuori soffia il vento del golfo di Takahama: «colori perfettamente dosati per un outfit quantomai adeguato. Non trovi, passerotto?»)

«Un istante, dio santo.»

«Ti imploro di attaccare. È pronto.»

«Arrivo.»

«Se non vi siete lasciati, beh. È proprio una seccatura. Sai quante persone migliori potresti…»

«Mamma. Ti. Prego.»

V.

Per riflettere su potenziali catastrofi in arrivo non esiste posto più sicuro della terrazza affacciata alla spiaggia di casa Macmillian e, perdendosi nei bip bip della linea, Emma ritiene che mica dovrebbe farlo veramente ma avrà modo di valutare nei dettagli l’azione che intende compiere al netto della ragionevolezza. In conclusione, capita di rado sia sola e la suggestione del colpo di testa mantiene un fascino indubitabile per quelle del suo stampo.

«Eccomi. Deve essere ottima.»

Gli zigomi, sfiorati per testarne la consistenza, hanno ripreso un aspetto sano e l’appetito, quando meno te lo aspetti, ci sta che possa tornare. Annuisce soffiando sulla zuppa. Talvolta i problemi di sovrappeso sono una maledizione per le trentenni di corporatura minuta come lei e una cosa è certa: avrebbe dovuto provarci.

«Deve essere deliziosa» mente. Studia il piatto, lo rotea di novanta gradi, allinea il cucchiaio al coltello. 

«Serve qualcosa?»

«Passami. Ti scongiuro. Il pepe.»

Siede agitata. Come già in passato, vuole dare di stomaco però si contiene.


Gabriele Merlini (Firenze 1978) ha pubblicato il romanzo Válečky o guida sentimentale alla Mitteleuropa e curato le antologie Selezione Naturale. Storie di premi letterari e Odi. Quindici declinazioni di un sentimento (Effequ 2013 – 2017.).  Articoli, recensioni e reportage su quotidiani e riviste. Tre gatti, fu terzino destro.

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