Tra terre di confine

Una terra di confine è un luogo vago e indefinito, creato dal residuo emotivo di un limite innaturale. Vale la pena scoprirla?


in copertina e lungo il testo opere di Stefania Ivanovna Bazylenko

di Francesca Matteoni

“L’esperienza personale è tutto ciò che abbiamo nella vita. Sta a noi decidere come usarla”. Le parole di Aaju Peter, avvocatessa Inuk per i diritti del suo popolo, mi risuonano nel petto. L’avevo già incontrata, anni fa, guardando i documentari della regista Alethea Arnaquq-Baril, di cui scrissi qui. La ritrovo protagonista e co-sceneggiatrice di Twice Colonized, documentario diretto dalla danese Lin Alluna. Il titolo si riferisce alla doppia colonizzazione dei popoli artici (e di molti altri): prima per mezzo dei coloni europei e in seguito per le politiche delle istituzioni tese ad annullare le specificità culturali invece che renderle la controparte del dialogo. In seguito alla controversa questione della caccia alle foche, reclamata come diritto dai nativi dell’Artico e ignorata dalle associazioni animaliste, Peter lavora per l’apertura di un forum dedicato alle problematiche delle genti indigene presso il parlamento europeo. Per far questo si muove fra il Canada dove vive, la Groenlandia dove è nata, e la Danimarca dove ha frequentato le scuole “ospite” di famiglie locali. Sono le terre del suo abitare e del suo doppio processo di estraniamento e riacquisizione identitaria. La sua battaglia si sovrappone alle vicende personali: un compagno violento, il suicidio del figlio – evento comune fra gli Inuit, conseguenza di disorientamento, disoccupazione, depressione. Guardo il volto tatuato secondo tradizione di questa donna, la sua fragilità esposta. Lottiamo perché siamo fragili. Tanto più sappiamo della nostra fragilità e tanto più lotteremo. Lottiamo perché se è vero che la morte crea eredità indistruttibili lo fa sempre per trasformarsi nell’atto del vivere. Guardo Aaju Peter, i cui sforzi contro la tirannia estrattivista sono infinitamente superiori ai miei, la cui esistenza è un pegno di dignità che io conosco appena e mi dimentico tutto. Dimentico le appartenenze accidentali, il continuo aggiustarsi al contesto, il disagio per quello che si è e non si dovrebbe essere. Lei mi riguarda. Anche se non appartengo al popolo Inuit, se non ho idea di cosa voglia dire perdere la lingua e la famiglia per frequentare una scuola di “bianchi”, se mi trovo invece dalla parte di umanità che ha oppresso, credendosi migliore, illuminata. Mio padre è morto alla fine dell’estate. Non so ancora come si svolge questo tempo del lutto. Sono continuamente alla ricerca delle voci native come di un’umanità altra in cui riappacificarsi, sentirsi specie che condivide e non schiaccia. Non attendevo così presto questa morte. Mi ritrovo ancora una volta nel ruolo di chi sopravvive portando con sé una parte dei suoi morti. Perché questo dolore viene insieme a una gratitudine antica? Siamo nel bosco, io, le mie sorelle, le nostre madri – disperdiamo le ceneri del babbo fra i castagni, immergo le mie mani, lascio andare. L’ombra degli alberi ci ripara dal sole settembrino. “Sono grata”, dice Aaju Peter mentre ripercorre il suo dolore. Ho bisogno di ascoltare le sue parole perché sono le mie e si affrancano dalla paura della mortalità che la cultura occidentale si porta addosso. Non è la mia cultura: è lo spettro che ne abbiamo fatto, strappandole di dosso tutte le sostanze. Per forgiare i miei strumenti vitali ho bisogno di sostare nelle cose, non superarle o rimuoverle.

Davanti a me cresce una pila di libri che hanno molto in comune con il film. Le loro autrici parlano da soglie culturali ed etniche, decolonizzano le loro menti e difendono mondi condannati alla sparizione, ribaltandoli nell’attimo presente. L’attimo in cui spariamo è lo stesso in cui potremmo sorgere come specie che si mescola e genera altre lingue. Prendo i due volumi di Gloria Evangelina Anzaldùa tradotti e pubblicati per Meltemi e Black Coffee. Meticcia, femminista, attivista, Anzaldùa conobbe la metamorfosi prima di tutto nel suo corpo, a causa di un ciclo mestruale straordinariamente precoce, squilibri ormonali e infine il diabete che la uccise. La sua condizione fisica si intreccia indissolubile alla sua idea di autohistoria dove la biografia non è soluzione, ma il principio delle domande. In Luce nell’oscurità scrive: 

La mia identità non fa che mutare – essere Chicana o queer o scrittrice non è abbastanza. Sono più mestiza di qualsiasi altra particolare identità. L’artista della frontiera non cessa di reinventare se stessa o se stesso. Attraverso l’arte è capace di rileggere, reinterpretare, reimmaginare e ricostruire il presente della propria cultura, così come il suo passato.

Anzaldùa ibrida l’inglese con lo spagnolo della sua eredità chicana e così facendo disattiva meccanismi di controllo, riscrive i confini in dissolvenza. È la sua teoria della soglia, del nepantla, dove si inizia a guarire non muovendoci verso una presunta felicità, ma perché impareremo, sfaldando le certezze, a familiarizzare con quel luogo di mezzo, dove corpo e spirito sono intercambiabili, dove l’intelligenza emotiva ridisegna gli scenari di progresso e conquista. Il suo attivismo spirituale è intriso di prossimità.

Scrive ancora in Terre di confine:

Una terra di confine è un luogo vago e indefinito, creato dal residuo emotivo di un limite innaturale. È in uno stato di transizione costante. Suoi abitanti sono gli illegali e i non ammessi. Qui vivono los atraversados: gli strabici, i perversi, i queer, i seccatori, i bastardi, i mulatti, i mezzosangue, i mezzomorti: insomma, quelli che oltrepassano, superano o passano attraverso i confini del “normale”.

Gli attraversati, le attraversate. Sono parole che fanno di noi una frontiera, spazio di partecipazione dove l’altro transita, usando la nostra carne come le nostre anime, ovvero il groviglio delle storie che ci tengono insieme e ci restituiscono alla materia. Ogni altrove è ora. È smetterla con l’idea di primato, di gerarchia in cui comincia il discrimine, lo strappo che fa dell’altro popolo – vegetale, animale e umano – un oggetto da sottomettere secondo gradi crescenti di disumanizzazione. 

Una volta risanata la frattura, il male ci modella come una vita fra le vite in un senso ampio di giustizia, ci dona la facultad, una sensibilità intuitiva dove siamo parlate dalle presenze, le tocchiamo sotto la pelle che ci delimita. Posso dire che non riesco a uscire dallo stato di sogno nero del morire di mio padre. E contemporaneamente posso affermare che spargere le sue ceneri è stata bellezza, sorellanza. Posso dire che non voglio uscire da quel sogno nero. Voglio mutarmi con lui in questo mondo. Anche io mi definisco mezza e mezza, per uno spirito che mai ha capito a quale umano appartenere eppure ha sempre saputo di essere nel mondo. Ecco la spiritualità. Un corpo aperto di possibili connessioni con chiunque, ovunque. 

Tengo gli scritti di Anzaldùa come una bussola nella mappa di letture-strumento di cui mi circondo. Nel tardo autunno approdo ad Undrowned. Lezioni di femminismo nero dai mammiferi marini di Alexis Pauline Gumbs, pubblicato in italiano da Timeo. Gumbs è poeta queer e afroamericana. Compone quest’opera singolare con un approccio interspecifico che solo al pregiudizio dei distratti può risultare naif. E se lo fosse, naif? Quale problema scatena l’ingenuità? Non è ingenuo il primo contatto con ogni essere, quello che precede la separatezza, le varie erudizioni, il posizionamento sociale, l’illusione di immunità dall’estinzione? 

Gumbs ci dice che l’indagine della natura comprende la poesia, osa stabilire somiglianze e collaborazioni fra sensibilità variamente oppresse e i mammiferi che abitano gli oceani. Ci chiede di affidarci all’invisibile, al pianeta emotivo che risuona nell’intelligenza dei cetacei o dei pinnipedi. A chi rivolgersi per imparare a crearci di nuovo se tutto ci viene sottratto? Colonialismo, sfruttamento sono forme di lutto. Qualcuno, qualcosa viene ucciso sia nel conquistato sia nel conquistatore, ma il secondo non lo sa, come non sa che il suo lutto collassa nell’annientamento suicidario. Ogni lutto porta con sé, nella soglia, cose come rabbia, forza. Tutto sempre insieme, tutto senza possibilità di stabilire una sequenza ordinata. Sii feroce, scrive Gumbs in una delle lezioni. Non esitare. Sii terribile. Cosa abbraccerai in questo stato? L’autrice viaggia con l’immaginazione nelle acque antartiche dove la foca leopardo attende – ma non attende noi. Noi, invece, non sapevamo di avere bisogno di lei. Recupero i video con i suoi canti straordinari, vorrei abdicare a ogni lingua e restare nel suono. Vorrei sapere il suono della cenere che vola via e forse da qualche parte si depone sul fondale dell’oceano. 

 

La chiamano foca di Weddel, ma non è il suo nome. Nessuna mammifera vive tanto a sud, tranne, a volte, tu. Si immerge in profondità, sotto ai ghiacci e canta. Quando ti svegli, nel cuore della notte, e il ghiaccio trema, fra suoni da film di fantascienza degli anni Ottanta, è lei, che ti ricorda chi è.

Gli scienziati creano la finzione. Dicono che quel suono riguarda l’accoppiamento – lei però non si accoppia per metà della sua vita. Dicono che riguarda il territorio. Ma qui non c’è nessuno. Solo tu. E noi sparsi ovunque, sul fondo della Terra.

Oppure nel suo nord estremo. Scivolo nelle fauci della foca leopardo, seguo le rotte di balene credute scomparse, riemergo nell’artico asiatico fra popoli di cui fatichiamo a pronunciare i nomi perché fuori da ogni rotta di progresso occidentale. Penisola dello Jamal nella Russia siberiana, luogo noto per i più vasti giacimenti di gas naturale al mondo e dunque, oggi, particolarmente nel mirino dell’attenzione ecologica. È qui che vivono i Nenec o Nenet, popolo di allevatori di renne che lotta per mantenere il suo stile di vita nomade. Nella loro lingua yamal significa “fine del mondo”: la penisola è percorsa dal vento, in buona parte ricoperta dal permafrost che ora si scioglie. Le renne sono il centro della sopravvivenza di questa gente: nessuna uccisione avviene senza consapevolezza del patto di reciprocità fra gli esseri. Come tutti i popoli artici anche loro hanno fatto esperienza della separazione dai figli, mandati a studiare in scuole urbane dove era proibito parlare la lingua d’origine. Chissà se sarò mai in grado di visitarli. Li avvicino nelle opere di Anna Nerkagi, la più celebre scrittrice Nenec, in via di traduzione per Utopia. Sono già stati pubblicati due romanzi: Aniko, libro d’esordio, e Muschio bianco. In entrambi si inscena lo scontro fra padri e figli (o figlie): comunità che cercano di resistere e giovani che, dopo aver studiato nelle città, non si riadattano alle condizioni della tundra. La soglia qui è spaccatura che non può essere ricucita come se nulla fosse stato. Mi trovo a sperare per il ricongiungimento fra l’ormai cittadina Aniko e il padre Seberuj, rimasto solo a causa di una sventura che gli ha sottratto la moglie Nekoči e l’altra figlioletta, così come per una seconda opportunità che permetta al vecchio Petko di riabbracciare la figlia, e lasci libero il giovane Alëška di sottrarsi al matrimonio combinato dalla madre secondo gli usi tradizionali. Tuttavia comprendo anche come sia difficile rinunciare all’universo dei libri, delle città piene di incontri, con quale riluttanza l’individuo deve mettere le sue aspettative dietro al bene collettivo, al permanere della comunità. 

I conflitti tutti umani fra generazioni e culture si accompagnano al rapporto con il mondo animale. Diavolo zoppo, il lupo responsabile della morte di Nekoči e della bambina durante una tormenta di neve, è detestato e rispettato. Alcune fra le pagine più belle di Aniko raccontano l’odio che lo lega agli uomini che lo hanno azzoppato, e il desiderio che lo trasforma in maestro di un giovane lupo. Buro, il cane di Seberuj, compagno e fratello. Ma soprattutto le renne. Quale famiglia ci tiene su questa terra? Di quali volti e musi si compone? E una volta morti, chi saranno i primi che rivedremo, disciolti negli elementi, nell’aria, sotto le suole di altri?

La renna Temujko rimane orfano da cucciolo e viene rifiutato dal resto delle madri del branco. Si apre per lui un’altra accoglienza.

Quando calò la notte e l’accampamento tornò tranquillo, cercò ancora di nutrire il piccolo testardo, ma senza risultato. Allora si sedette accanto a lui, si aprì la jaguška e si sbottonò il colletto dell’abito, coprendogli gli occhi con la mano. Il piccolo rimase immobile e, quando Nekoči gli avvicinò un seno, sussultò, ma dopo che ebbe inumidito di saliva il capezzolo, cominciò a succhiare.

« Seberuj! », gridò la donna.

Seberuj alzò la testa e restò sbigottito. Temujko, il cucciolo emarginato dal branco, succhiava dal seno di una donna, raspando il pavimento con i suoi piccoli zoccoli.

Come siamo lontani dalla follia attribuita alle donne baccanti nella tragedia greca, quando in piena armonia con l’animale, allattano belve e cerbiatti. Nessun giudizio morale adombra la limpidezza del gesto condiviso. Idea di sopravvivenza che agita il vecchio Chaseva, in Muschio bianco, quando lungamente racconta di come, per soddisfare l’avidità di due figli estraniati, uccide le sue renne ben oltre il bisogno, affinché le loro carni e pelli diventino denaro per chi non conosce più vincolo, tradizione, misura. 

Sono le parole di Petko, l’anziano solitario, che scelgo verso il congedo, quando la sua miseria lascia spazio alla gioia di chi ha tutto, poiché è in grado di lasciare tutto. Il muschio bianco del titolo viene spiegato: è quel muschio “che risplende perfino nella notte più cupa”. Cresce nei luoghi dove “dimorano le anime”, dove torniamo. Figlie, popoli, comunità assolte. 

Ricordi che quando ero sopraffatto dal dolore tu mi dicesti: “Padre, possa il tuo cuore essere più vasto del cielo”. E ora io dico a te: “Figlio, possa il tuo cuore essere più vasto del cielo per accogliere la pietà oltre all’orgoglio”.

Forse, infine, la pietà, questo chinarsi fuori dalla lingua verso chi viene, fosse anche la nostra immagine riflessa in una pozza, è la più alta delle meraviglie. Forse dopo la disperazione, la furia, la colpa, è la pietà che ci riporta accanto ai nostri morti di qualsiasi provenienza e forma. 

Aimee Nezhukumatathil è poeta americana di origini indiane e filippine. È suo l’ultimo libro di questo viaggio: Un mondo di meraviglie. Elogio di lucciole, squali balena e altri prodigi, da poco pubblicato per nottetempo, nella collana terra con splendide illustrazioni di Fumi Nimi Nakamura. Come Gumbs, Nezhukumatathil scrive un libro poetico di lezioni per disimpararci, recuperando la memoria di quanto resta intorno a noi, invece che lo sguardo ottuso, fisso sulla preda del risultato. Dove si rivela la meraviglia? Ovunque. Non è qualcosa di esotico, intesse le nostre quotidianità, crea la resistenza per cui, un giorno, l’etichetta di diversa che qualcuno ci ha messo addosso sarà fiammella, lucciola, fino a casa, laggiù nella notte. 

Può essere il colore intenso del pavone, uccello simbolo dell’India, che ha nella durata la meglio su una maestra patriottica convinta che fauna, flora, legami si restringano alle creature autoctone dell’unico sogno americano di successo ed espropriazione. Può essere l’ineffabile espressione dell’axolotl, salamandra messicana, così simile a un sorriso, da indossare per chi commenta il colore della pelle, gli abiti, la scelta del trucco o qualsiasi altra espressione del sé. Oppure la meraviglia del fallire, di chi non teme la morte e perfino il non nascere. 

Avviene davanti a un polpo pescato per stupore e morto per terrore, affaticato dalla troppa esposizione all’umano, fuori dal suo ambiente. 

I suoi tre cuori battevano sempre più lentamente, a qualche minuto dalla morte, ma lì per lì non l’ho capito. (…). In quegli attimi, mentre lo reggevo, chissà quante cose avrà provato o quanto avrà capito su di me. Riusciva a sentire tutto l’amore, l’estasi che provavo, o la mia nuda disperazione non appena mi sono resa conto che stava morendo fra le mie braccia?

O davanti a una farfalla monarca la cui crisalide non si schiude. Forse ha deciso così. Dopotutto “nemmeno un paio d’ali può garantirti un volo indenne”.

Cosa significa nascere? È così diverso dal morire? La stessa apertura che si mostra. Apparire. Scomparire. Quando un’esistenza si schiude davvero, si compie davvero? E nel mezzo come ci attraverserà l’esperienza? Sarà una battaglia impari contro il fallimento, sarà comunque una resa all’incontro? Varcheremo mai la soglia o sapremo sporgerci da lei, come suggeriscono queste donne e le loro opere, in un grido, lo stesso, di pena e di grazia?

Ora posso guardare. Ricomporre la cenere. Stare nel corpo che cede come ogni cosa viva. È domenica pomeriggio nella stanza d’ospedale. Non doveva andare così, ma ci siamo tutte, io, le mie sorelle, la compagna di mio padre. Mia madre si strugge da lontano, partita senza sospetto per la sua vacanza. Siamo dentro il confine e non possiamo trattenerlo. Il sangue nel suo petto si è rotto, esce senza rimedio. Ora non c’è modo di fare domande, sperare. Ofelia, la sua compagna, gli parla. Sara lo sorregge dal davanti, è il suo lavoro prendersi cura dei malati, è lei che resterà fino alla fine. Benedetta lo sostiene di lato, è accanto a me. So che piange. È la più piccola, se l’età contasse qualcosa. Io sono la maggiore, c’ero prima di loro. Non c’ero in moltissima della vita fra loro e il babbo, anche se noi tre, questo nodo di forza c’è sempre stato. Sostengo la schiena di mio padre perché non cada all’indietro. I corpi sono l’ultimo luogo che preserviamo nell’abbraccio. Diventano oltre noi, se ne vanno. Ci consegnano le une alle altre. Babbo, dico. Guardo le mie sorelle con amore.


Francesca Matteoni (1975) è poeta e scrittrice. Cura pubblicazioni su magia e tarocchi per l’editore White Star. Ha all’attivo testi accademici in italiano e inglese. Tra i suoi ultimi libri Ciò che il mondo separa (Marcos y Marcos, 2021); Io sarò il rovo. Fiabe di un paese silenzioso (effequ, 2021), il romanzo Tundra e Peive (nottetempo 2023); la riedizione ampliata di Appunti dal parco (Vydia, 2023) e il saggio Il famiglio della strega. Sangue e stregoneria nell’epoca moderna (effequ 2024). Insieme a Cristina Babino e Laura Di Corcia ha curato l’antologia tematica Incantamenti (Vydia 2024) che raccoglie le voci di venti poetesse italiane. Il suo ripostiglio si trova qui.

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