Trombe e gloria della fibra ottica: Purgatorio XXX

Il commento di oggi, per mano di Luca Ricci, è al canto ventinovesimo del Purgatorio. Questo articolo è parte del nostro progetto “CCC”, il Commento Collettivo alla Commedia, in cui tutti e cento i canti dell’opera dantesca vengono ripresi da altrettante firme contemporanee.


IN COPERTINA un’opera di Gustave Doré

di Claudio Kulesko


Con il contributo di  


Ce ne stavamo in uno di questi parallelepipedi di cemento che la terza o quarta ondata del capitalismo chiamava case, in pratica delle bare di laterizio da cui manco si capiva che tempo faceva fuori, che stagione era – ammesso che le stagioni non fossero davvero crepate a forza di bruciare il carbone. Dissi a Virgilio che era meglio se smammava, davvero, perché tanto era tutto inutile. 

– Cazzo, mica è giusto, – protestò Virgilio, – Da quant’è che la tua donna è stravaccata sul divano?

– Lo sai anche tu come funziona Netflix. Quando la serie ti prende devi sciroppartela tutta. 

– E’ un’egoista di merda. 

– Lo so. 

– Sono venuto apposta per giocare, – si lagnò ancora Virgilio, smanacciando il suo controller per aria. 

Era un problema di WI-FI. A quanto pare l’unica stanza della casa con un segnale decente era il salotto, mentre esisteva una zona intermedia coincidente con la camera da letto e il cesso dove ci si connetteva a intermittenza, e poi la cucina e l’ingresso dove si precipitava a zero tacche. In pratica, una sorta d’inferno, purgatorio e paradiso della fibra ottica. Io e Virgilio adesso eravamo in purgatorio, ma non era bello giocare a scatti. 

– Riproviamo nel cesso? – proposi. 

– C’è puzza di fogna. 

– Devono venire a controllare il pozzetto. 

Viriglio continuò a lamentarsi. – Se solo quella stronza ci lasciasse il divano del salotto… 

Ammiravo Virgilio: era un videogiocatore provetto, ossessivo e incazzoso, infinitamente migliore di me sotto qualunque punto di vista. Era una specie di mio mentore, mi aveva introdotto lui nel mondo del gaming, facendomi leggere le riviste giuste, dandomi dritte preziose sulle varie console. 

– Sai che laggiù c’è lei, quella zona ci è interdetta, – farfugliai. 

Virgilio non ne volle più sapere e imboccò il corridoio per andarsene. 

– Pazientiamo ancora un po’, – lo supplicai. – Sono quasi dodici ore che sta là dentro. Se è una mini serie da sei puntate sta finendo. 

– Ok, e se non è una mini serie da sei puntate? 

Virgilio sparì e io mi imbambolai a guardare le stronzate attaccate sul frigo. Era una parata di stupidaggini che avevano scandito il mio tempo, una chiesa sorretta da magneti, souvenir di viaggi, hotel dove avevo dormito e ristoranti dove avevo mangiato: l’unica religione del nostro tempo, credere ciecamente nell’esistenza del tempo libero. Timidamente lasciai quella parte della casa per tentare di avvicinarmi ancora una volta al suo centro pulsante, l’ala dotata di modem. 

Dalla soglia del salotto vidi spuntare Beatrice. Non la riconobbi subito perché aveva un panno sulla faccia. 

– Ehi, sei tu? – domandai. 

– Chi altro vuoi che sia? 

– E quel panno?

– Ho messo in pausa Netflix e mi sto facendo una maschera di bellezza. 

– E allora non potevi lasciare a me e Virgilio il divano per cinque minuti?

– Le vostre partite durano minimo cinque ore. 

Si tolse il panno dalla faccia, la riconobbi. – Posso essere ammesso in salotto solo per usare il telefonino? 

Beatrice rise e mi guardò con durezza. – Dante, hai condotto una vita dissennata. 

– Perché?

– Sei stato traviato. 

– Da cosa? 

– “e volve i passi suoi per via non vera, / Imagini di ben seguendo false, / che nulla promession rendono intera”.

– Eh?

– I selfie delle donnette su Instagram, Dante. 

– Ma per carità. 

– So benissimo che mandi le foto del cazzo. 

Avrei voluto risponderle per le rime ma suonarono al campanello. Credevo fosse Amazon per una consegna – Beatrice comprava qualunque cosa fosse comprovatamente inutile -, invece era l’idraulico per il pozzetto. In quella parte della casa cominciò a ristagnare una puzza di merda insopportabile. Il tizio era pagato per respirarla, ma io no. 

Tornai sulla soglia del salotto. – Ti prego amore, ammettimi nel regno della luce. 

Beatrice fece capolino dalla porta. – Come osi domandarmelo di nuovo? “Non sapei tu che qui è l’uom felice?”

– Ma come cazzo parli oggi? Stavi guardando una serie sulla Divina Commedia? 

– Hai capito cosa ti ho detto sì o no?

Dante ci pensò per qualche secondo. – Non sono degno di accedere all’etterna connessione perché ho peccato e quindi non sono abbastanza felice per stare in salotto con te?

– Bravo! E adesso dimmi caro Dante, ti sei pentito per la tua vita scellerata? Hai fatto ammenda? 

– Sì, te lo giuro, sì. 

– Hai pianto nell’acqua del Lete? 

Feci una faccia dubbiosa. – Questo non lo so, ma di qua stiamo annegando in un mare di merda. 

Dal cesso l’idraulico spese una parola a mio favore. – Sì, è meglio se state di là mentre finisco di sturare. 

– Accogli questa angelica intercessione! – supplicai Beatrice. – Fallo anche per Virgilio, “dolcissimo patre”, che se ne è andato scazzato senza fare manco una partita a Call of Duty! 

Beatrice non disse né sì né no, soltanto rientrò in salotto, lasciandomi la possibilità di avvicinarmi. E allora azzardai qualche passo, finché non mi sentii avvolgere dalla gloria e dalle trombe della fibra ottica, il paradiso di noialtre povere bestie, un posto dove il 4G sgorga dagli alberi, e dove le batterie non scendono mai al di sotto del 25% (e infatti i caricabatterie stanno in un cimitero apposito, pianti da eserciti di compassionevoli cherubini) e può esistere un solo Dio, nominabilissimo: Jeff Bezos, scoprendomi disposto a “salire le stelle”. 


Il canto, integrale

Canto XXX, dove narra come Beatrice apparve a Dante e Virgilio il lasciò, e lo recitare per l’alta donna de la incostanza e difetto di Dante, e qui l’auttore piange i suoi difetti con vergogna compuntiva.

Quando il settentrïon del primo cielo,
che né occaso mai seppe né orto
né d’altra nebbia che di colpa velo,3

e che faceva lì ciascuno accorto
di suo dover, come ’l più basso face
qual temon gira per venire a porto,6

fermo s’affisse: la gente verace,
venuta prima tra ’l grifone ed esso,
al carro volse sé come a sua pace;9

e un di loro, quasi da ciel messo,
’Veni, sponsa, de Libano’ cantando
gridò tre volte, e tutti li altri appresso.12

Quali i beati al novissimo bando
surgeran presti ognun di sua caverna,
la revestita voce alleluiando,15

cotali in su la divina basterna
si levar cento, ad vocem tanti senis,
ministri e messagger di vita etterna.18

Tutti dicean: ’Benedictus qui venis!’,
e fior gittando e di sopra e dintorno,
’Manibus, oh, date lilïa plenis!’.21

Io vidi già nel cominciar del giorno
la parte orïental tutta rosata,
e l’altro ciel di bel sereno addorno;24

e la faccia del sol nascere ombrata,
sì che per temperanza di vapori
l’occhio la sostenea lunga fïata:27

così dentro una nuvola di fiori
che da le mani angeliche saliva
e ricadeva in giù dentro e di fori,30

sovra candido vel cinta d’uliva
donna m’apparve, sotto verde manto
vestita di color di fiamma viva.
33

E lo spirito mio, che già cotanto
tempo era stato ch’a la sua presenza
non era di stupor, tremando, affranto,36

sanza de li occhi aver più conoscenza,
per occulta virtù che da lei mosse,
d’antico amor sentì la gran potenza.39

Tosto che ne la vista mi percosse
l’alta virtù che già m’avea trafitto
prima ch’io fuor di püerizia fosse,42

volsimi a la sinistra col respitto
col quale il fantolin corre a la mamma
quando ha paura o quand’elli è afflitto,45

per dicere a Virgilio: ’Men che dramma
di sangue m’è rimaso che non tremi:
conosco i segni de l’antica fiamma’.48

Ma Virgilio n’avea lasciati scemi
di sé, Virgilio dolcissimo patre,
Virgilio a cui per mia salute die’ mi;51

né quantunque perdeo l’antica matre,
valse a le guance nette di rugiada
che, lagrimando, non tornasser atre.54

“Dante, perché Virgilio se ne vada,
non pianger anco, non piangere ancora;
ché pianger ti conven per altra spada“.57

Quasi ammiraglio che in poppa e in prora
viene a veder la gente che ministra
per li altri legni, e a ben far l’incora;60

in su la sponda del carro sinistra,
quando mi volsi al suon del nome mio,
che di necessità qui si registra,63

vidi la donna che pria m’appario
velata sotto l’angelica festa,
drizzar li occhi ver’ me di qua dal rio.66

Tutto che ’l vel che le scendea di testa,
cerchiato de le fronde di Minerva,
non la lasciasse parer manifesta,69

regalmente ne l’atto ancor proterva
continüò come colui che dice
e ’l più caldo parlar dietro reserva:72

“Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.
Come degnasti d’accedere al monte?
non sapei tu che qui è l’uom felice?”.75

Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte;
ma veggendomi in esso, i trassi a l’erba,
tanta vergogna mi gravò la fronte.78

Così la madre al figlio par superba,
com’ella parve a me; perché d’amaro
sente il sapor de la pietade acerba.81

Ella si tacque; e li angeli cantaro
di sùbito ’In te, Domine, speravi’;
ma oltre ’pedes meos’ non passaro.84

Sì come neve tra le vive travi
per lo dosso d’Italia si congela,
soffiata e stretta da li venti schiavi,87

poi, liquefatta, in sé stessa trapela,
pur che la terra che perde ombra spiri,
sì che par foco fonder la candela;90

così fui sanza lagrime e sospiri
anzi ’l cantar di quei che notan sempre
dietro a le note de li etterni giri;93

ma poi che ’ntesi ne le dolci tempre
lor compartire a me, par che se detto
avesser: ’Donna, perché sì lo stempre?’,96

lo gel che m’era intorno al cor ristretto,
spirito e acqua fessi, e con angoscia
de la bocca e de li occhi uscì del petto.99

Ella, pur ferma in su la detta coscia
del carro stando, a le sustanze pie
volse le sue parole così poscia:102

“Voi vigilate ne l’etterno die,
sì che notte né sonno a voi non fura
passo che faccia il secol per sue vie;105

onde la mia risposta è con più cura
che m’intenda colui che di là piagne,
perché sia colpa e duol d’una misura.108

Non pur per ovra de le rote magne,
che drizzan ciascun seme ad alcun fine
secondo che le stelle son compagne,111

ma per larghezza di grazie divine,
che sì alti vapori hanno a lor piova,
che nostre viste là non van vicine,114

questi fu tal ne la sua vita nova
virtüalmente, ch’ogne abito destro
fatto averebbe in lui mirabil prova.117

Ma tanto più maligno e più silvestro
si fa ’l terren col mal seme e non cólto,
quant’elli ha più di buon vigor terrestro.120

Alcun tempo il sostenni col mio volto:
mostrando li occhi giovanetti a lui,
meco il menava in dritta parte vòlto.123

Sì tosto come in su la soglia fui
di mia seconda etade e mutai vita,
questi si tolse a me, e diessi altrui.126

Quando di carne a spirto era salita,
e bellezza e virtù cresciuta m’era,
fu’ io a lui men cara e men gradita;129

e volse i passi suoi per via non vera,
imagini di ben seguendo false,
che nulla promession rendono intera.132

Né l’impetrare ispirazion mi valse,
con le quali e in sogno e altrimenti
lo rivocai: sì poco a lui ne calse!135

Tanto giù cadde, che tutti argomenti
a la salute sua eran già corti,
fuor che mostrarli le perdute genti.138

Per questo visitai l’uscio d’i morti,
e a colui che l’ ha qua sù condotto,
li preghi miei, piangendo, furon porti.141

Alto fato di Dio sarebbe rotto,
se Letè si passasse e tal vivanda
fosse gustata sanza alcuno scotto144

di pentimento che lagrime spanda”.


A questo link si leggono i commenti a tutti i canti dell’Inferno.


Luca Ricci, autore di romanzi e raccolte di racconti, è autore de L’amore e altre forme d’odio (2006, Premio Chiara, nuova edizione La nave di Teseo, 2020), La persecuzione del rigorista (2008), Come scrivere un best seller in 57 giorni (2009), Mabel dice sì (2012), Fantasmi dell’aldiquà (2014), I difetti fondamentali (2017). Per La nave di Teseo ha pubblicato Gli autunnali (2018, in corso di traduzione nei principali paesi europei), Trascurate Milano (2018) e Gli estivi (2020). Insegna scrittura per Scuola del Libro e Scuola Fenysia.

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