Troppe carte a terra

“Quando è morto avevo venti anni e guardavo il pavimento. Il pavimento era verde, nel corridoio una lampadina stava per spegnersi, nella stanza in fondo, un uomo urlava dal dolore. Lui invece era oltre la porta, attaccato a un macchinario che gli permetteva di continuare a respirare.”.


IN COPERTINA: three Figure in a Room, 1962 – Francis Bacon

di Elena Giorgiana Mirabelli

Quando è morto avevo venti anni e guardavo il pavimento. Il pavimento era verde, nel corridoio una lampadina stava per spegnersi, nella stanza in fondo, un uomo urlava dal dolore. Lui invece era oltre la porta, attaccato a un macchinario che gli permetteva di continuare a respirare.

L’estate era calda, lasciava una pellicola sulla pelle e da giorni avevo la sensazione di avere addosso l’odore del brodo e del disinfettante.

G. stava a Roma. Io no. Ci vedevamo quasi ogni mese, prendeva il treno ogni volta che poteva, io mi facevo accompagnare per recuperarlo in stazione, a quaranta minuti di distanza. Una volta andammo a prenderlo alle quattro del mattino. Lui, il suo zainetto e quelle scarpe enormi tutte nere con la suola di gomma e senza lacci. Nello zainetto portava t-shirt e felpe e il computer. Nient’altro.

Si fermava a dormire ovunque. Sui divani, nelle macchine. L’importante era riuscire a vedersi anche per un giorno, anche per due ore. Quando Lui è morto, G. stava a Roma. Era ripartito il giorno prima, mi aveva accarezzato il viso, gli avevo detto che ero triste. Non avevamo fatto l’amore.

Lui è andato via in poche settimane. Si è ammalato alla fine della primavera. Ha passato tutta l’estate fra la sua stanza, la camera di una clinica, quella di un ospedale. G. cercava di avvicinarsi, io ero già lontana.

Eravamo tutti nel corridoio perché il medico ci aveva detto di uscire per lasciarlo andare via. Aveva gli occhi chiusi e si aggrappava alle nostre voci e al macchinario. Respirava solo grazie a un interruttore. Sul cellulare c’erano almeno cinque chiamate di G. 

Due giorni prima avevo passato il pomeriggio a osservare Lui. La stanza era piena di luce e c’era odore di mentolo. Olga gli aveva appena spuntato i capelli e fatto la barba, con la bacinella piccola piena di acqua. Sul cuscino c’era una ciocca dei capelli. Era biondo, erano biondi. Ho preso la ciocca e l’ho infilata nel quaderno che avevo in borsa. Ho pensato che dovessi fare tutto con lentezza per non disturbarlo, per non attirare l’attenzione. Quella ciocca la stavo rubando. Quella ciocca non era mia.

Quando l’ho raccontato a G. mi ha detto che era una cosa sciocca, erano solo capelli, ma mentre lo diceva sentivo che era un suo modo di alleggerire. Mi dicevo che era il suo modo di farmi capire che quelle sensazioni erano naturali, che dovevo solo accettarle, ma sapevo anche che questa era la mia versione delle cose. Ero io a leggere tutto questo.  G. pensava che alle persone tristi andassero semplificate le cose. Delle volte mi faceva sentire scarica e stanca, come se dal mio umore dipendesse tutto. G. mi faceva sentire scarica e stanca, come se dal mio umore dipendesse il suo.

La sera, quella sera, la stanza di Lui era piena di persone. Amici, sorelle, zii, amiche, cugine, persone e ancora persone. Era arrivato il prete. Abbiamo pregato. Non lo facevo da anni, forse l’ultima volta era stata che ero bambina e la religione non era che una delle tante cose da fare come la scuola o vedere le amiche, ma quella sera mi sembrava l’unica azione giusta, esatta. Alla fine della preghiera, il medico ci ha chiesto di uscire. In stanza con Lui solo Olga.

Quando è morto avevo venti anni e guardavo il pavimento. Il pavimento era verde. Ho sentito Olga piangere. Abbiamo pianto tutti. 

Non so per quanto tempo ho osservato quel pavimento. Non so quante persone ho abbracciato. E non ricordo quando sono uscita fuori, in cortile. Ma so che era buio e che ho chiamato G., senza neanche controllare l’orario. 

Come stai, mi ha chiesto. Gli ho risposto che non lo sapevo. Forse non esisteva la parola adatta, o forse non avevo la capacità di descriverlo.

Cosa vedi, mi ha chiesto, allora. E io ho guardato di nuovo il pavimento. E ho iniziato: pavimento, grigio, troppe carte a terra.

Gli ho detto che c’erano troppe carte a terra.

Ricordo che mi ha chiesto di descrivere meglio, di dirgli se fossero delle cartacce strappate o accartocciate, mi ha chiesto il colore. E io ho risposto. E so che era un modo per agganciarmi a terra. Poi G. ha detto bene, domani sono lì. Ed è finita così. Alla fine dell’estate si era rotto tutto.


Elena Giorgiana Mirabelli è redattrice di «Narrandom» e dell’agenzia Arcadia b&s. Suoi lavori sono in Nuvole Corsare (Caffèorchidea, 2020), L’ultimo sesso al tempo della peste (Neo Edizioni, 2020), Human/. Corpi ibridi, mutanti e fluidi nell’universo del possibile (Moscabianca Edizioni, 2021) e Club Silencio (Edizioni Arcoiris, 2022). È autrice di Configurazione Tundra (Tunué, 2020) e di Maizo (Zona 42, 2021). Collabora con la Scuola Holden.

1 comment on “Troppe carte a terra

  1. Annamaria Naccarato Leonetti

    Elena sei bravissima,non sapevo che scrivessi.Hai la capacità di far vivere ciò che racconti

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