Il ritiro del welfare spinge sempre più risparmiatori verso mercati finanziari opachi e instabili. Dai meme stock al trading algoritmico, fino a Truth API: non si guadagna più solo creando valore, ma ricevendo il segnale giusto al momento giusto. In questa trasformazione Trump diventa il caso-limite.
IN COPERTINA un’opera di enrico della torre all’asta da casa d’aste pananti
di Dimitri Milleri
Nel 2025, esplorando il rapporto RGS, mi imbatto in una previsione semplice e brutale: nello scenario nazionale base e con 38 anni di contribuzione, nel 2070 il tasso di sostituzione lordo della previdenza obbligatoria è stimato al 58,4% per un dipendente privato e al 46,7% per un lavoratore autonomo. Da qui nasce una piccola ossessione personale: fare i conti con il fatto che la sicurezza, in fase pensionistica, non sarà garantita dal welfare quanto in passato. Il che significa che la copertura dal futuro diventerà sempre più una questione privata, ossia una scelta di allocazione del risparmio.
Questa delega non è neutra: trasforma il risparmio in una forma obbligata di esposizione al rischio. Se una quota crescente della sicurezza futura deve essere costruita individualmente e la strada dell’economia di impresa risulta troppo proibitiva, allora anche chi non ha alcuna vocazione speculativa viene spinto verso strumenti finanziari. Fra i più comuni troviamo fondi, ETF (ossia panieri di titoli) e piani pensionistici, che espongono il risparmio ai mercati finanziari internazionali, compreso quello statunitense: il mercato finanziario più liquido, complesso e sensibile ai segnali del pianeta. È là che bisogna guardare per capire qualcosa in più.
Per il mercato finanziario contemporaneo si usa spesso il termine speculativo, portandosi dietro una valanga di accezioni. Per cominciare a disambiguarlo, potremmo partire da una definizione riportata da Ann Pettifor in The Global Casino (Verso 2026): «In un celebre articolo, Sanford Grossman e Joseph Stiglitz hanno descritto gli speculatori come “ricercatori scrupolosi che investono in informazioni che consentono loro di negoziare a condizioni più vantaggiose con attori meno informati, i quali effettuano transazioni per scopi di consumo o per altre ragioni non speculative” [traduzione mia]».
Oggi gli strumenti finanziari complessi sono legati alla pratica della divinazione, il che è molto lontano dagli scopi per cui sono stati creati. Futures e opzioni nascono infatti per evitare l’incertezza: i primi fissano oggi il prezzo futuro di una merce, le seconde garantiscono il diritto di comprare o vendere un certo asset a un certo prezzo entro una data scadenza. Paradossalmente, proprio questa funzione protettiva contiene la possibilità opposta: non difendersi dal futuro, ma scommetterci sopra. La finanza contemporanea, in questo senso, premia chi ha ragione (una ragione binaria e disincarnata, si intende).
Il potenziale economico delle informazioni e la caccia ai dati che ne deriva non colpiscono solo gli strumenti derivati complessi. Evidenziando l’importanza della dimensione comportamentale e infodemica anche nelle scelte degli investitori privati, nel suo Economia e narrazioni (FrancoAngeli 2020, rist. 2026) Robert Shiller, riprendendo Keynes, descrive i mercati come un concorso di bellezza in cui, per indovinare chi vincerà, bisogna scegliere il candidato che si pensa sarà scelto dalla maggior parte, non quello più bello. In altre parole il prezzo di un asset, oltre che dai suoi fondamentali microeconomici, è mosso dalla storia che il mercato decide di raccontarsi su quell’asset.
Sono molti i titoli presenti nei portafogli degli investitori che hanno quotazioni narrativamente insufflate, oggi tendenzialmente appartenenti al settore IA e automazione. Shiller mostra che la paura o promessa delle macchine intelligenti è un incentivo di mercato ciclico (si pensi agli anni Sessanta o agli Ottanta-Novanta) tornato da qualche anno in auge, e responsabile del clima che ha preceduto lo scoppio della bolla dot.com nel 2000.
È il caso di titoli come Tesla o Palantir, valutati a multipli altissimi rispetto agli utili correnti. Di queste imprese le quotazioni scontano un immaginario fondato sulle promesse di intelligenza artificiale, difesa, automazione, robotaxi, software governativi e così via. Quando questi titoli vengono inclusi negli indici replicati dagli ETF, entrano anche nell’esposizione dei risparmiatori che acquistano quei fondi. Negli indici ponderati per capitalizzazione, l’aumento del loro valore può inoltre accrescerne il peso. Attraverso questo meccanismo finiscono nei portafogli di chi magari non li avrebbe scelti direttamente, e che in parte ignora la natura dei suoi acquisti.
L’importanza della dimensione narrativa dei mercati è un fenomeno meno recente di quanto si potrebbe pensare. Shiller ricorda la rivoluzione avviata dal Trans-Lux Movie Ticker negli anni Venti: proiettando le quotazioni su uno schermo visibile a un pubblico numeroso, lo strumento ne fece uno spettacolo collettivo. Oggi a quello spettacolo si sommano i feed di X, Reddit, Truth Social, Telegram e TikTok, dando vita a nuovi surrealismi.
Un esempio è quello di gennaio 2021, quando GameStop, azienda considerata in declino e fortemente shortata da alcuni hedge fund, diventa il simbolo di questa mutazione. Migliaia di piccoli investitori coordinati su Reddit comprano il titolo in massa, facendolo salire a un massimo intraday di 483 dollari il 28 gennaio. Per qualche giorno il mercato è scosso da questa anomalia, una rivolta fondata sulla macchina speculativa e mossa da un rito identitario collettivo anti-Wall Street.
C’è poi il fenomeno per cui molti risparmiatori attirati dalle possibilità di guadagno si avvicinano a pratiche speculative. Il rapporto Consob del 2025 sulla gamification degli investimenti finanziari individua gli attori responsabili di questa trasformazione: piattaforme a commissioni zero, sistemi di notifiche, fin-influencer, abbonamenti di copy trading, social network e interfacce mutuate dai videogame trasformano l’investimento in una competizione immersiva. Il punto non è solo che i piccoli investitori allettati da maggiori margini di guadagno compiano scelte irrazionali; è che molte delle piattaforme in cui operano sono costruite per accelerare decisioni, incoraggiare l’imitazione e produrre dipendenza dal segnale. E se il segnale diventa la merce più preziosa, allora il passo successivo è chiedersi chi lo produce, a chi arriva prima e chi può trasformarlo in una posizione vantaggiosa sul mercato. Così veniamo a Trump.
Come sostiene Alessandro Volpi in La guerra della finanza. Trump e la fine del capitalismo globale (Laterza 2025), l’amministrazione Trump, ben lontana dall’opporsi alla finanziarizzazione, ne promuove una versione rinnovata e più aggressiva. Dopo la crisi dei mutui del 2008, il potere finanziario americano si è progressivamente spostato dalle banche ai grandi gestori del risparmio. Fra questi, le cosiddette Big Three (Vanguard, BlackRock e State Street) hanno assunto un ruolo dominante nella gestione del risparmio globale e nell’azionariato delle principali società quotate. A questa cordata istituzionale, più vicina all’establishment democratico, Trump oppone una galassia diversa: criptovalute, hedge fund, private equity, piattaforme speculative e società legate a IA e alle commesse pubbliche, come Palantir.
Non è un caso che molte figure centrali di questa finanza d’assalto abbiano trovato spazio nei ruoli chiave della sua amministrazione. Fra la prima e la seconda presidenza, Trump ha preparato il campo per favorire questi attori, rendendo più labile il confine tra funzione pubblica e interesse privato. Come ricorda Dataroom, già durante il primo mandato Trump aveva affidato le proprie holding ai figli Donald Jr. ed Eric, scartando la soluzione più trasparente, ossia quella di affidarsi a un blind trust. Secondo la stessa ricostruzione, con la guida di Paul Atkins la SEC, organo federale statunitense preposto alla vigilanza e alla regolamentazione dei mercati finanziari, è stata indebolita da tagli al personale e da una riduzione dei fondi per le indagini.
Non stupiscono, in questo quadro, i sospetti di insider trading e le dinamiche innescate dalle notizie rilasciate su Truth Social. Sono almeno due i casi eclatanti di sedute borsistiche pesantemente influenzate dai messaggi del presidente. La dinamica è sempre la stessa: prima c’è un annuncio o una decisione politica; attorno a quell’annuncio compaiono movimenti anomali; poi qualcuno guadagna perché si trovava dalla parte giusta. Il primo caso è quello del rinvio dei dazi del 9 aprile 2025, fatto seguire a un messaggio che invitava i follower a comprare. Sempre stando alla ricostruzione di Dataroom, alle 9.37 Trump scrive su Truth che è un grande momento per comprare; alle 13.08 si registrano dieci minuti di ordini massicci su call option sull’indice azionario S&P 500; alle 13.18 arriva l’annuncio del rinvio dei dazi di 90 giorni. L’S&P 500 chiude a +9,5%, il Nasdaq a +12,2%, Trump Media a +21,7%.
Il secondo caso è legato a una serie di scommesse sul prezzo del petrolio appena precedenti le dichiarazioni sulla guerra con l’Iran. Anche qui la logica è semplice: se il mercato prevede un inasprimento del conflitto, il greggio sale; se arriva un segnale di tregua o de-escalation, il greggio scende. Secondo Dataroom, il 23 marzo 2026, fra le 6.40 e le 6.50 del mattino, prima di un post di Trump sulle trattative con Teheran e sullo stop ai bombardamenti contro impianti energetici iraniani, il mercato viene attraversato da 3.818 ordini di futures sul petrolio, per un valore di 320 milioni di dollari, poi saliti a 580 milioni nel corso della mattinata; dopo il post, il prezzo del greggio crolla del 14%. Il 17 aprile 2026, tra le 12.24 e le 12.25 GMT, vengono venduti futures sul Brent per un valore nozionale di circa 760 milioni di dollari, una ventina di minuti prima dell’annuncio del ministro degli Esteri iraniano sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Infine, il 21 aprile 2026, quindici minuti prima che Trump comunichi il prolungamento della tregua con Teheran, si registrano vendite al ribasso per un valore nozionale di 430 milioni di dollari: dopo l’annuncio il greggio passa da 100,6 a 96,83 dollari al barile.
Che gli annunci del presidente americano muovano i mercati è normale, e non è lo scopo di questo articolo pronunciarsi sulla configurabilità giuridica dell’insider trading. Trump, piuttosto, rende visibile e incoraggia una nuova fase della finanza speculativa: una fase paranoide fatta di messaggi ai fedelissimi, grandi esplosioni e ritracciamenti, pelle d’oca e fughe di notizie. Il presidente lo sa benissimo e nemmeno lo nasconde, come conferma l’idea di lanciare Truth API, ultimo capitolo di questo sogno febbrile.
Truth API è un servizio di data licensing ideato da Trump Media & Technology Group. Il comunicato ufficiale del 16 luglio 2026 lo presenta come un flusso dati business-to-business che offre accesso in tempo reale ai post degli account più influenti di Truth Social. Il servizio, disponibile per i clienti istituzionali dal 1° agosto 2026, dà accesso a un feed a bassa latenza, leggibile dalle macchine e pensato esplicitamente per società che operano attraverso algoritmi di trading. Secondo il Wall Street Journal, alcune società sarebbero disposte a pagare fino a 100.000 dollari al mese per ricevere quel flusso.
Qui il collegamento con il trading algoritmico diventa decisivo. Secondo le tesi espresse in Trading at the Speed of Light (Princeton University Press 2021) da Donald MacKenzie, per la competizione finanziaria contemporanea è fondamentale la riduzione materiale del ritardo delle notizie. Truth API fa del discorso presidenziale una risposta a questo bisogno: un algoritmo può leggere un post, classificarlo come segnale su petrolio, farmaceutici, difesa, S&P 500 o Trump Media e trasformarlo in ordine di mercato prima che un risparmiatore abbia anche solo ricevuto una notifica sul telefono.
Comunque vada a finire, Trump ha già mostrato che il potere politico può diventare un generatore continuo di volatilità finanziaria. La sua amministrazione ha rivoluzionato le modalità istituzionali di rilascio delle notizie, trasformandosi in una macchina narrativa che produce eventi negoziabili sotto forma di segnali. Truth API rappresenta il pieno riconoscimento, nonché la normalizzazione, di uno stato di fatto.
È quindi sotto la morsa di due pressioni che il risparmiatore privato si trova oggi a prendere le sue decisioni (in Italia e non solo). Da un lato il degrado del welfare lo spinge a cercare nel mercato la copertura che lo Stato non può più permettersi; dall’altro quello stesso mercato scivola verso l’opacità ed è dominato da una sola nazione: gli Stati Uniti. Le alternative esistono, ma tempo, strumenti e accesso a un’informazione affidabile non sono distribuiti allo stesso modo. Il privato può scegliere di rifugiarsi in asset a rendimento più basso, rischiando di perdere terreno rispetto all’inflazione, oppure lanciarsi nel rito speculativo: non investire sul valore, ma sperare di trovarsi dalla parte giusta del segnale. Guadagnare, ancora una volta, solo avendo ragione.
Bibliografia
MEF/RGS, rapporto sui tassi di sostituzione pensionistica: Ragioneria Generale dello Stato, Rapporto 2025
Ann Pettifor, The Global Casino: Verso
Robert J. Shiller, Economia e narrazioni: FrancoAngeli
Consob, La gamification degli investimenti finanziari: Consob
Alessandro Volpi, La guerra della finanza: Laterza/IBS
Dataroom, Gabanelli/Sarcina sui sospetti di insider trading: Corriere
Truth API, fonte primaria: comunicato TMTG
Truth API e Wall Street: WSJ via The Times
Post Truth Social del 9 aprile 2025: American Presidency Project
Donald MacKenzie, Trading at the Speed of Light: JSTOR




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