Tu ami il lavoro, ma lui non ama te

Le intelligenze artificiali, il tempo perso, il carico di lavoro, i problemi coi salari e infine il dolore. Quali sono i problemi del lavoro? Una conversazione tra il filosofo Andrea Colamedici e l’autrice Sarah Jaffe.


In copertina e lungo il testo opere di James Ensor

di Andrea Colamedici

Nella complessa trama del mondo del lavoro contemporaneo, la distinzione tra differenti settori e professioni sembra a volte un muro invalicabile. Ma è davvero così?

Sarah Jaffe, giornalista statunitense e ospite della diciassettesima edizione del Festival di giornalismo Internazionale a Ferrara – che tratta di giustizia economica, movimenti sociali, genere e cultura pop – ci invita a sfidare questa percezione esaminando con perspicacia non solo il dolore e la sofferenza inerenti al lavoro, ma anche le sottili interconnessioni che legano, ad esempio, i minatori del passato agli operatori sanitari del presente. Lo fa esplorando il concetto di deindustrializzazione non come fenomeno isolato ma come un vortice che risucchia con sé l’intera struttura sociale. Jaffe individua dietro tutto questo un comune denominatore: la privatizzazione come strumento per massimizzare i profitti, a discapito del benessere individuale e collettivo.

Durante l’intervista l’autrice di Il lavoro non ti ama ha speso sia parole di lotta che di speranza. I nuovi movimenti di resistenza, le rinnovate lotte sindacali e la solidarietà emergente tra diverse categorie di lavoratori e lavoratrici a suo avviso potrebbero rappresentare il primo passo verso la costruzione di un nuovo contratto sociale, capace di porre al suo centro la dignità umana e il benessere collettivo, trasformando l’attenzione pubblica e il sostegno emotivo in azioni politiche concrete.

 

Andrea Colamedici: Ho notato che i tuoi libri precedenti – Necessary Trouble su attivismo e proteste dei movimenti negli Stati Uniti e Work wont love you back sullideologia del lavoro – hanno avuto un ottimo tempismo. Sono usciti, cioè, in un momento in cui cera un enorme bisogno di quel tipo di riflessioni chiare e profonde sugli argomenti in questione. Ho saputo che la prima bozza del tuo nuovo libro è pronta: pensi che anche in questo caso avrai un tempismo perfetto?

Sarah Jaffe: Lo spero, ma non si può mai davvero sapere in anticipo. Comunque sì, ho appena finito la prima bozza di un libro sul dolore. Che, fortunatamente o sfortunatamente, è un tema universale. Si tratterà pur sempre un libro politico, perché è il dolore stesso oggi a essere un tema eminentemente politico. Sto scrivendo della violenza della polizia e del movimento Black Lives Matter, di immigrazione, di deindustrializzazione, degli effetti sulla povertà della pandemia di COVID-19 e del cambiamento climatico. Immagino che questo libro sia troppo specifico per avere lo stesso tempismo dei precedenti, anche se chissà quali cose terribili potrebbero accadere da qui a quando uscirà. Ecco, adesso sono un po’ preoccupata.

 

Quel che dici mi fa pensare a una questione: la connessione tra il dolore e lintelligenza artificiale. Mi pare, cioè, che in questo momento stiamo cercando di evitare, superare e trasformare il dolore utilizzando lintelligenza artificiale. E non possiamo che fallire, come al solito.

Penso che quello che stiamo cercando di fare attraverso l’intelligenza artificiale sia la stessa cosa che il capitalismo ha cercato di fare per centinaia di anni, ovvero sostituire i lavoratori con le macchine. Il fatto è che adesso la macchina sta cercando di sostituire gli operatori culturali come me e te, invece degli operai manifatturieri o dei minatori di carbone. Quindi penso che il problema, a meno che tu non sia una di quelle persone che crede che prima o poi ci trasformeremo in “persone digitali” o qualcosa del genere, è che in ogni caso le macchine non potranno farsi realmente carico del nostro dolore. C’è questa strana idea secondo cui gli algoritmi potrebbero sostituire le persone nella vita umana, e che i robot saranno in grado di svolgere perfettamente i lavori di cura. Tutto ciò, semplicemente, lo reputo impossibile. Non amo film come Blade Runner e affini, che spingono a chiedersi quale sia la responsabilità umana nei confronti degli androidi qualora fossero abitati da una qualche coscienza. Si tratta di belle idee per un film di fantascienza, ma non credo che tutto questo sia effettivamente possibile nella vita reale. Il dolore umano, al contrario, è molto reale.

Sono convinta che potremmo provare meno dolore, o quantomeno meno dolore traumatico e inutile, ma allo stesso tempo penso che soffrire faccia parte della vita; non potremo mai liberarcene del tutto, banalmente perché non possiamo evitare la morte. Abbiamo quindi bisogno di una società che valorizzi davvero e dia tempo al dolore.

 

Forse il momento del dolore può diventare reale se iniziamo, finalmente, a restituire al mittente l’invito capitalistico a essere “resilienti”.

Sì. Beh, “resilienza” è una parola davvero interessante, ed è venuta fuori più e più volte dalle persone che ho intervistato per il nuovo libro. Sia con gli attivisti per il clima a Porto Rico che con le persone che avevano avuto membri della famiglia uccisi dalla polizia. Tutti loro dicono sempre: “Devi essere resiliente. Devi essere resiliente”. Ma molti di loro aggiungono: “E però a volte ho bisogno di non esserlo. A volte ho bisogno di poter, semplicemente, crollare”. Stavo mandando un’e-mail a questa adorabile donna, Xiomara P. Caro-Díaz, che gestisce un’organizzazione chiamata Maria Fund a Porto Rico, che distribuisce denaro e sostegno alle organizzazioni di base in seguito all’uragano Maria e all’uragano Fiona. E una delle cose di cui mi ha parlato è che lei non ha tempo per se stessa, per piangere e per sentire l’enormità di tutto quello che è successo nella sua vita e nella sua città dopo la tempesta, perché è troppo impegnata a fare il suo lavoro per cercare di alleviare la sofferenza degli altri.

Ricordo una giovane donna con cui ho parlato dopo che il mio ultimo libro era finito, che lavorava da Sephora, il negozio di cosmetici, a New York. Mi ha detto: “Prima del COVID per me quello era un lavoro piuttosto buono. Guadagnavo 15 dollari l’ora. Non erano molti soldi, ma andava bene, tutto sommato. Dovevo truccare le persone tutto il giorno. Ma dopo la pandemia mi sono detta: Non morirò per un rossetto. Sono passata dal reputare un lavoro ‘molto buono’ a vederne l’assurdità”. Quell’esperienza collettiva ha davvero messo a nudo la violenza che è sempre alla base di un sistema che ci richiede di lavorare come folli solo per avere un tetto sopra la testa e una connessione Wi-Fi.

 

In Italia è stato difficile tradurre letteralmente il titolo del tuo libro, Work won’t love you back. È stato reso con Il lavoro non ti ama, ma in questo modo è andato perduto il fatto che il lavoro non “ricambi” l’amore.

Viviamo in una cultura che ci spinge a investire enormemente in qualcosa che, alla fine della giornata, rimane un oggetto, un luogo, una funzione. È il posto in cui si va a lavorare, è l’attività che si svolge; nel mio caso, scrivere un libro e poi subito un altro, come se non avessi appreso nulla dalla prima esperienza. La verità è che il mio libro non ha la capacità di amarmi. Al momento, ne ho solo una versione PDF sul mio computer. Questo file digitale non può accudirmi quando sono malata, né mostrare preoccupazione per il mio benessere. Il mio computer non mi suggerisce di spegnerlo quando sono sotto stress. Recentemente ho dovuto ricorrere a un trattamento viso professionale perché la mia pelle risentiva delle lunghe ore passate davanti allo schermo. Il mio computer non può fornirmi quel tipo di cura, né ha la capacità di segnalarmi che ne ho bisogno. Tutto ciò che può fare è rimanere silenziosamente acceso mentre digito. Questo è un aspetto della questione. L’altra faccia della medaglia riguarda i datori di lavoro, che sono esseri umani e spesso dicono di tenere a noi. Anche nel migliore dei lavori che ho avuto, con un capo che è ancora mio amico, quando i fondi sono esauriti lui ha dovuto licenziarci. Non perché fosse indifferente ai nostri bisogni, ma perché la struttura dell’intero sistema non permetteva di mettere al primo posto il nostro benessere. Non aveva le risorse finanziarie per mantenerci tutti a libro paga di tasca sua. Quindi, anche quando ci sono datori di lavoro che potrebbero sinceramente preoccuparsi per noi, la natura del rapporto lavorativo e le limitazioni del sistema non lo permettono.

 

Hai parlato del ruolo della coscienza di classe nella formazione della nuova classe operaia. Mi chiedo come tu veda questa coscienza evolversi in un contesto di crescente precarietà lavorativa e disuguaglianza economica. Questa nuova classe operaia costruita attorno a un certo tipo di dolore sembra unificare le persone.

Esatto. Gargi Bhattacharya ha detto che “Il dolore è la coscienza di classe del capitalismo razziale”, una definizione che trovo molto azzeccata. Ciò che noto è una solidarietà generazionale che sta emergendo; i più giovani sono cresciuti alimentati dalle promesse di “lavora duro così troverai un buon lavoro, studia e avrai successo”. Ebbene, queste promesse si sono rivelate illusorie. Non è più possibile dare per scontato che un percorso tradizionale di impegno e studio ci porterà a un impiego stabile e redditizio. Le fabbriche sono sparite, e da tempo. Durante la mia prima visita in Italia, ho partecipato alla fiera del libro di Torino che si tiene nell’antico stabilimento Fiat. Mi sono resa conto che mi trovavo nella metafora più eloquente possibile: un’ex fabbrica trasformata in centro commerciale e centro congressi.

 E i lavori culturali che si svolgono adesso nel centro commerciale sono molto meno remunerativi rispetto a quelli che un tempo si trovavano nella fabbrica Fiat.

Esattamente. In più, la durata dell’impiego è molto più breve, le pensioni sono una rarità e tutto si traduce in una struttura lavorativa molto più precaria, che non mantiene le promesse fatte. Forse, più che essere uniti dal dolore, siamo accomunati soprattutto da una sensazione di delusione radicale. Paul Mason ha coniato un termine che ho utilizzato nel mio primo libro, “Laureati senza futuro”. Questa è la generazione dei movimenti come Occupy, delle rivolte anti-austerità; persone che hanno fatto tutto quello che era giusto fare, ma che si sono ritrovate a corto di aspettative a causa della crisi finanziaria del 2008. L’Italia è stata particolarmente colpita da questa crisi, anche se non ne era direttamente responsabile.

 

Sto riflettendo su ciò che hai appena detto. Parli della necessità di migliori condizioni lavorative in questo panorama frammentato del mondo del lavoro. In che modo, quindi, movimenti come quelli dei lavoratori e delle lavoratrici di GKN in Italia o Mondo Convenienza possono unire le forze e costruire nuovi immaginari? Un grande slogan della ribellione francese mi pare indichi una via: la lotta contro il cambiamento climatico e la lotta per salari migliori sono la stessa cosa.

Sì, oppure: “La fine del mondo e la fine del mese sono la stessa lotta”. Stiamo affrontando entrambe le sfide. Le stesse strutture sociali che rendono così difficile far quadrare i conti a fine mese sono quelle che stanno distruggendo il nostro pianeta.

 

E in questo contesto, come credi sia possibile svegliare una coscienza collettiva tra coloro che sono ancora “addormentati” o che godono di un certo grado di sicurezza economica in questo mondo?

 Penso che la cosa davvero deprimente sia che non siano così tanti quelli che dormono, mentre sono molti di più quelli che sono ben svegli ma si lasciano sedurre. Che, facendo riferimento al luogo in cui ti trovi, l’Italia, credono ad esempio a chi promette loro di sistemare le cose sostanzialmente riportando indietro l’orologio. “Aggiusteremo tutto tornando indietro al tempo di Mussolini!”, dicono. Ma tornando al 1945, tornando ai lavori in fabbrica, gli uomini sono uomini e le donne sono donne, e le donne sono rinchiuse in casa. Il fatto è che non basta semplicemente annullare il neoliberismo e tornare a un capitalismo leggermente più gradevole. No, è il capitalismo che ha iniziato letteralmente a dare fuoco a questo pianeta.

 

Zygmunt Bauman, uno dei più grandi filosofi del XIX secolo, parla a questo proposito di “retrotopia”. Con questo termine intende descrivere quel che fanno coloro che, non avendo la capacità di accogliere e immaginare il futuro, rivolgono la propria attenzione al passato, dipingendolo a tinte pastello per poi posizionarlo come meta ideale nel domani. Da qui nasce l’idea del “Make America great again”, per esempio, e il ritorno dei fascismi in Europa. Ma anche il riposizionamento della donna in casa, nello specifico in cucina, impiegata a oltranza in un lavoro domestico non pagato e non riconosciuto.

Esiste una ragione ben precisa per cui ho aperto il mio libro Il lavoro non ti ama con un capitolo dedicato al lavoro domestico non remunerato. Dobbiamo riconoscere che molte delle attività che svolgiamo quotidianamente non vengono considerate “lavoro” nel senso tradizionale. Infatti, la nostra concezione di ciò che è produttivo è piuttosto limitata. Ad esempio, in un’epoca in cui si dibatte molto sulle idee di crescita economica sostenibile e sulla decrescita, non ci rendiamo conto che i parametri attuali per misurare la produttività ignorano completamente una vasta gamma di attività umane. Se assumo una babysitter per occuparsi di mio figlio mentre conduco questa intervista, quell’azione è considerata economicamente produttiva. Ma se passo il resto della giornata a prendermi cura di mio figlio, questa attività non viene riconosciuta come tale. È un modo bizzarro di valutare l’attività umana, basato unicamente sul fatto che si stia pagando qualcuno per svolgere un compito. Questo modo di pensare è estremamente problematico, perché anche attività come la pulizia del bagno o la cura dei bambini, che non rientrano nel Prodotto Interno Lordo se svolte personalmente, sono fondamentali per il benessere. Queste riflessioni sono necessarie per ridefinire le nostre vere priorità come esseri umani.

Nel mio prossimo libro sul concetto di dolore, sottolineo anche come certe esperienze quali il lutto, per esempio, non possano essere etichettate come “lavoro” in alcun senso. Il lutto è un processo che ti travolge; non è qualcosa che puoi “gestire” in modo attivo. Per affrontarlo hai bisogno di tempo e spazio, lontano sia dal lavoro retribuito che dalle responsabilità domestiche. Questo ci fa riflettere sulla necessità di valorizzare aspetti della vita che non rientrano nella categoria del lavoro, né possono essere descritti metaforicamente come tali. Certo, ecco una versione riformulata del tuo discorso:

Emily Kenway ha scritto un libro illuminante intitolato Who Cares, in cui esplora la complessità emotiva del lavoro di assistenza, in particolare quando si tratta di prendersi cura di un familiare. Lei stessa ha vissuto questa esperienza prendendosi cura di sua madre in fin di vita. Anche in un mondo ideale, dove ci sarebbe un compenso economico per ogni forma di assistenza, ciò non potrebbe minimizzare l’aspetto emotivo inerente. Sia che si tratti di tua madre, tuo figlio o un amico, il legame emotivo che instauri è diverso da quello che avresti con una persona di cui ti prendi cura professionalmente. Ciò non toglie che anche nelle relazioni professionali di cura possono svilupparsi legami emotivi significativi.

In ogni caso la questione è quindi intricata, quasi come un groviglio di fili che non possono essere separati e categorizzati con facilità. È più semplice parlare di lavoratori che si mettono in sciopero in un’industria automobilistica. Quando lasciano la catena di montaggio, non c’è un impatto emotivo; la produzione si ferma e basta. Ma nel caso di professioni come l’insegnamento o l’infermieristica, la dinamica è diversa. I tuoi studenti o i tuoi pazienti potrebbero effettivamente “ricambiare” in termini emotivi, anche se l’istituzione per cui lavori non lo fa.

Quindi, come separare tutti questi vari elementi che influenzano le nostre decisioni, le nostre motivazioni e le nostre relazioni? Cosa cambierebbe nel nostro approccio all’assistenza se il denaro non fosse un fattore di preoccupazione? È un labirinto di potere, emozioni e responsabilità che non può essere facilmente districato.

 

Alyssa Batistoni, in un suo articolo per The Nation, tocca un punto cruciale a partire dal tuo libro sul lavoro: il romanticismo attorno a certi tipi di impieghi industriali non deve farci dimenticare che si trattava di condizioni di lavoro spesso dure e alienanti. Ciò che li ha resi “buoni lavori” non era la natura del lavoro in sé, quanto piuttosto la forza dei sindacati e la regolamentazione che ne ha migliorato le condizioni. In altre parole, non c’è nulla che impedisca alla forza lavoro attuale di lottare per rendere i propri lavori “buoni lavori” come hanno fatto le generazioni precedenti. C’è, quindi, un invito implicito a riconoscere che il potere collettivo può trasformare la qualità del lavoro, indipendentemente dal tipo di lavoro in questione.

In questo modo, la classe lavoratrice odierna ha l’opportunità di riscrivere le regole del gioco, così come lo ha fatto la classe lavoratrice del passato industrializzato.

 Sì, nel mio prossimo libro sul dolore affronto il tema della deindustrializzazione: persone che un tempo erano impiegate in fabbriche automobilistiche o miniere oggi chiuse. Ciò che spesso emerge come “dolore” non è la mancanza di attività estrattiva o manufatturiera in sé, quanto piuttosto l’intero ecosistema sociale modellato dalle strutture che i lavoratori avevano eretto in risposta a quel lavoro. Un ruolo centrale in questo contesto era svolto dal sindacato. Se cinquant’anni fa aveste vissuto in un villaggio minerario nel nord dell’Inghilterra, era il sindacato a gestire la sala di assistenza per i minatori, a finanziare il campo da calcio e a rappresentare il punto di riferimento per qualsiasi necessità. Matrimoni, funerali e altre cerimonie erano in un certo senso orchestrati dal sindacato, non dal datore di lavoro. Era un sistema che i lavoratori avevano costruito autonomamente, come risposta al tipo di contratto sociale imposto dalla loro occupazione.

Hanno creato una vita degna di essere vissuta, non soltanto grazie ai salari guadagnati in miniera, ma costruendo un’intera infrastruttura sociale che era capace la vita significativa. Il segretario generale del sindacato dei minatori, che oggi rappresenta una manciata di minatori attivi e decine di migliaia di pensionati, afferma che quanto sta accadendo oggi al Servizio Sanitario Nazionale è straordinariamente simile a quanto è stato fatto alle miniere: un progressivo smantellamento, tagli finanziari, e una forzata mobilitazione dei lavoratori in forma di protesta. Il tutto come preludio a una completa privatizzazione, come già accaduto in passato per altre industrie di proprietà statale.

Quindi, se consideriamo che l’obiettivo finale è identico—privatizzare e massimizzare i profitti a spese dei lavoratori—ci chiediamo quale sia la differenza sostanziale tra queste due realtà. La speranza è che infermieri, medici e altri lavoratori del sistema sanitario riescano a vincere questa battaglia. E in effetti, vi è una crescente mobilitazione: giovani medici in sciopero, consulenti che valutano la stessa opzione, autisti di ambulanze che protestano.

Durante la pandemia, le persone si sono ritrovate per strada ad applaudire i loro caregiver, a rendere loro omaggio con applausi e colpi di pentola. Potrà questa effusione di supporto e attenzione pubblica tradursi in una lotta concreta per la salvaguardia del Servizio Sanitario Nazionale? In un contesto in cui la disinformazione è diffusa e in cui ho visto con i miei occhi, durante le elezioni britanniche del 2019, l’incredulità delle persone di fronte alla prospettiva di una privatizzazione del sistema sanitario, questa è la grande sfida. Come possiamo considerare questi lavori nel settore dell’assistenza come qualcosa per cui vale la pena lottare? Potrebbero costituire il fondamento di un nuovo modello sociale che, anziché esaurire le risorse naturali, si prende cura di noi “dalla culla alla tomba”? E potrebbe questo nuovo modello ispirare una visione più ampia, che includa l’intera società o addirittura l’intero paese?


Andrea Colamedici è filosofo, editore, regista e attore teatrale e inoltre insegna filosofia per i bambini. Insieme a Maura Gancitano ha collaborato e tenuto lectio magistralis in molte università italiane e all’estero, tra cui Politecnico di Milano, La Cattolica, Bicocca, Columbia University, San Raffaele, LUISS e Università di Trento.

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