Tutti gli uomini

Da dove viene e a cosa è dovuta la forte reazione di molti uomini alle parole di Elena Cecchettin? Il concetto di “not all men” ha radici nel movimento Men’s Right Activists ed esprime il rifiuto di riconoscere nel patriarcato una parte importante del problema.


in copertina, Dino Boschi, Senza titolo (1966) – Litografia – Asta Pananti in corso

di Alessia Dulbecco

Chi lavora nel contrasto alla violenza di genere guarda al 25 novembre non senza un certo disagio. La giornata internazionale contro la violenza sulle donne, istituita dalle Nazioni Unite nel 1999, si è rivelata in certe occasioni come un pretesto per azioni di solidarietà più dimostrative che realmente partecipate. Il coinvolgimento delle istituzioni non è mai riuscito ad andare più in là delle inaugurazioni di panchine rosse, mostre simboliche, minuti di silenzio  o campagne informative che rappresentavano  solo un certo tipo di violenza – quella fisica – e solo un certo tipo di vittima – giovane, carina, indifesa. La weltanschauung che emerge dal modo in cui narriamo la violenza sulle donne ha contribuito a trasmettere l’idea che tutte le persone, a prescindere dal genere, siano alleate contro questo fenomeno. D’altronde se  i media mainstream descrivono la violenza come un insieme di azioni dai contorni chiari, commesse da persone squilibrate e spesso a causa di specifiche condizioni patologiche o sociali, non ci sono motivi per cui gli uomini “sani”  non dovrebbero prenderne le distanze, etichettarla come una  mostruosità e schierarsi dalla parte giusta, quella di chi sa che le donne “non si toccano mai, neppure con un fiore”.

Tuttavia, qualcosa nelle ultime settimane è cambiato. Le parole di Elena Cecchettin in seguito al femminicidio della sorella Giulia, uccisa dall’ex partner Filippo Turetta, hanno scatenato la reazione indignata di tanti uomini, anche  quelli che erano soliti prendere le parti delle vittime.

Not all men

Come sottolinea Nicola Lagioia su Lucy, l’intervista a Elena Cecchettin andata in onda su Rete 4 rompe lo stereotipo della vittima che pronuncia accuse confuse o frasi di circostanza. È proprio il suo discorso, lucido e ben argomentato, con cui di fatto chiede a tutto il genere maschile di riconoscere non solo la violenza implicita che ciascuno di loro agisce ma anche le strutture sociopolitiche che la favoriscono, a scatenare un’ondata di indignazione sia da parte di esponenti politici che di uomini comuni. La reazione maschile ha contribuito a riportare in auge il motto “not all men”, nato da un hashtag lanciato su X, allora noto come Twitter, da Shafiqah Hudson nel 2013. Nel post, l’autrice veniva interrotta da un utente che voleva precisare come la sua affermazione secondo la quale “tutti gli uomini sono socialmente educati a non ascoltare e interrompere le donne” non fosse vera… ovviamente interrompendola.

Negli scorsi anni, al grido di “Not all men” la stragrande maggioranza degli uomini si è dichiarata contraria alle responsabilità che le donne chiedevano loro di assumersi. lo hanno fatto ad esempio prendendo posizione contro il movimento #metoo, che, a partire dalle accuse lanciate dalle celebrities nei confronti del produttore Harvey Weinstein, intendeva denunciare le violenze sessuali e le molestie subite dalle donne nei luoghi di lavoro. In Italia, nel 2020, il movimento “not all men” è riuscito a richiedere al giornale Repubblica di cambiare la campagna di sensibilizzazione pensata per i canali social in occasione del 25 novembre, che inizialmente recitava “la gelosia non uccide, gli uomini sì” con “la gelosia non uccide, alcuni uomini sì”.

La rivendicazione innocentista di chi appoggia l’idea che “non tutti gli uomini” siano violenti è pericolosa perché è collegata a un approccio ostile alle questioni di genere, lente indispensabile per comprendere il fenomeno della violenza contro le donne. È bene quindi provare a capire chi si celi dietro questo movimento e quali siano le loro obiezioni: per farlo dobbiamo introdurre il concetto di “manosphere”.

Le origini

Manosphere: a new hope for masculinity è un libro autopubblicato da Ian Ironwood nel 2013 che a sua volta richiama l’omonimo blog, nato nel 2009. Come ricordano le ricercatrici M. Cannito, I. Crowhurst, R. Ferrero Camoletto, E. Mercuri e V. Quaglia il termine si riferisce a «una rete di spazi e gruppi on-line frequentati principalmente da uomini che condividono l’interesse a discutere di questioni riguardanti le relazioni di genere, la sessualità e, più in particolare, i significati associati alla maschilità all’interno di una cornice eteronormativa». Questi spazi virtuali sono affollati da gruppi molto diversi tra loro per questioni geografiche, culturali o politiche, tuttavia possiedono alcuni punti in comune, tra questi «la critica nei confronti del femminismo, spesso fatto coincidere tout court con una società femminilizzata e misandrica, e la correlata rivendicazione di una maschilità sotto assedio che deve essere difesa e riaffermata».

Di tutti i gruppi che compongono la manosphere, i Men’s Right Actvists (MRA) possiede una storia che si intreccia alle rivendicazioni femministe. Come ricorda la giornalista Jennifer Guerra, si tratta di un movimento nato in risposta alle battaglie femministe degli anni Settanta. Diversamente da altre organizzazioni maschili sorte nello stesso periodo che criticavano il femminismo utilizzando le lenti degli studi di genere, gli MRA le rifiutano in toto e cominciano a produrre una narrazione volta a enfatizzare la visione degli uomini come le “vere vittime” dell’emancipazione femminile.

Gli assunti su cui si basa il pensiero degli MRA si rintracciano nel volume del 1993 The Myth of Male Power, in cui l’autore, l’educatore Warren Farrell, descrive uno scenario in cui gli uomini sarebbero la parte lesa, il genere oppresso e succube delle vere detentrici del potere, le donne. La disparità in termini di privilegi emergerebbe in moltissimi contesti, ad esempio in sede di divorzio dove gli uomini sono in posizione di svantaggio non solo rispetto all’affidamento della prole ma anche per quanto concerne i contributi economici costretti a versare. Non solo, per gli uomini sarebbe difficile proteggersi dalla violenza intrafamiliare dato che non vengono ascoltati e presi sul serio quando denunciano, o dalle false accuse di stupro, perché in questi frangenti si prende subito per buona la versione della “presunta vittima”. Come sottolinea Guerra nell’articolo riportato, è interessante notare come i problemi segnalati dai gruppi MRA siano concreti – è indubbio che le situazioni descritte si possano verificare davvero, in talune circostanze – tuttavia il loro pattern argomentativo li porta a oscurare deliberatamente le cause che conducono a quelle situazioni, spesso connesse ai ruoli culturali e sociali imposti ai generi. Inoltre suggeriscono soluzioni basate su prove manipolate manipolate dal desiderio di avvalorare la propria tesi  e su dati parzialmente o totalmente falsi.

“Not all men”, lo slogan degli MRA

Questo breve e assolutamente non esaustivo affondo intorno alla manosphere e ai gruppi MRA ci serve per ritornare alla questione iniziale, cioè analizzare le istanze di chi si riconosce nel motto “non tutti gli uomini”, soprattutto in Italia.

“Not all men” nasce negli anni Settanta,  come slogan a supporto del movimento MRA: non si tratta cioè di un grido estemporaneo, sorto dal nulla una manciata di anni fa, o dell’esternazione di pacati gruppi di uomini politicamente non schierati che cercano di ristabilire una visione più oggettiva di alcuni fenomeni sociali. “Not all men” è, al contrario, uno dei dispositivi più riusciti con cui il movimento per i diritti degli uomini ha portato avanti le proprie teorie. Quelle che sono riuscite a filtrare con maggiore facilità, tanto da essere accolte anche da tutti quegli uomini che non si rispecchiano nel movimento stesso (o non sono coscienti di farvi parte). Si possono sintetizzare in due posizioni: una più essenzialista, che si pone alla ricerca delle basi biologiche, dei tratti naturali che caratterizzano uomini e donne, che giustificherebbero l’attuale ordine delle cose. L’altra strizza l’occhio agli studi sociali e cerca di descrivere “l’altra faccia della realtà”, quella che le teorie femministe cercano a loro dire di occultare, come il fenomeno del maschicidio, ossia la tesi secondo cui sono gli uomini a morire con più facilità  per mano delle donne, e della misandria, corrispettivo alla misoginia, con cui condividerebbe la storicità e gli effetti prodotti (l’odio, nei confronti dell’uno o dell’altro genere).

Come sottolinea la ricercatrice Bailey Poland, tutte le argomentazioni assimilabili a chi sostiene queste posizioni si basano su errori logici, fallacie argomentative e su una polarizzazione che semplifica la complessità dell’esistente, proponendo soluzioni supportate da dati distorti o del tutto falsificati. Vediamone alcune.

Le posizioni essenzialiste

Alla base di tutte le obiezioni dei “not all men” è possibile ravvisare un certo determinismo biologico, l’idea cioè che tra i due sessi vi siano differenze predeterminate – ascritte nei geni, negli ormoni e nei caratteri sessuali – e che queste giustifichino alcuni comportamenti, come la predisposizione “tipicamente femminile” alla cura e all’emotività che porterebbe le donne a giocare un ruolo chiave in famiglia, e l’aggressività, peculiare attributo maschile che li esporrebbe però a una certa “irruenza” sul piano fisico.

Si tratta di un ragionamento accolto da molti uomini, convinti che le scienze naturali propongano una visione oggettiva, a differenza degli studi di genere che a loro dire sarebbero distorti da prospettive artificiose. Pur non avendo un account social da centinaia di migliaia di followers, mi è capitato infinite volte – soprattutto in queste ultime settimane – di leggere sotto ai miei post commenti (tutti scritti da uomini, sic), tesi ristabilire il “valore della scienza”. Peccato, però, che anche la biologia e la medicina abbiano già da tempo messo in discussione il modo in cui il nostro patrimonio genetico ci determina. Come sottolinea il giornalista scientifico Massimo Sandal le neuroscienze hanno provato a individuare quelle basi biologiche che dovrebbero sussistere a livello cognitivo e differenziare i maschi dalle femmine, tuttavia hanno trovato solo un intreccio tra tratti fisici, sociali, culturali «che portano inevitabilmente a far divergere il destino di menti e cervelli, anche quelli più simili di quanto crediamo». L’ipotesi della somiglianza, ovvero che sussistano molte più differenze tra due individui dello stesso sesso che non tra i due sessi cui appartengono, è del resto oggi una delle più accreditate.

L’altro grande protagonista chiamato in causa da chi supporta la tesi secondo cui le nostre azioni sono dettate dalla storia evoluzionistica che inevitabilmente ci precede è il testosterone. L’ormone maschile, cioè, sarebbe alla base di taluni agiti e proprio la sua presenza renderebbe impossibile cambiare la struttura della società, senza castrare (più o meno simbolicamente) gli uomini. Anche in questo caso, però, scopriamo che si tratta di ipotesi vecchie e la scienza, che dovrebbe dar loro ragione, le ha già messe seriamente in discussione. Gli studi sugli esseri umani, infatti, hanno mostrato una correlazione complessivamente debole tra testosterone e aggressività, diversamente dal collegamento causale diretto osservato in alcune specie animali. Ciò significa che la relazione tra l’ormone e i suoi effetti a livello di comportamento è meno diretta e più complessa, e esattamente come gli studi delle neuroscienze sul cervello, ai fini della sua comprensione è necessario tenere in considerazione anche le variabili ambientali. Una meta-analisi, ad esempio, ha rivelato che gli effetti causali del testosterone sull’aggressività umana sono deboli e non statisticamente significativi. In altre parole, è possibile che il testosterone possa giocare un ruolo nell’aggressività ma la sua influenza non è così forte e statisticamente rilevante come si credeva in precedenza. Più che un rapporto causale esclusivo  cioè, vi sarebbe una concausazione che tiene conto dell’influenza di variabili esterne, sociali e ambientali. Ulteriori studi, inoltre, si sono spinti più in là mostrando come il testosterone possa facilitare anche l’espressione di comportamenti prosociali, come ad esempio la generosità, al fine di migliorare il proprio status sociale.

La presunta incontrovertibiltà dei dati presentati da chi si cela dietro lo slogan “not all men” si scontra il più delle volte con quelli di chi fa notare che anche la scienza non si basa su posizioni granitiche. È a questo punto, più o meno, che spostano l’asse dalla conversazione dalla biologia alle tendenze sociali in corso, che a loro dire metterebbero in pericolo la maschilità.

…e allora gli uomini?

Gli uomini che in questi giorni hanno dichiarato di non sentirsi responsabili della violenza di genere perché “non tutti la agiscono” hanno usato molto meno la prospettiva evoluzionistica – anche se qualcuno lo ha fatto – perché effettivamente smonterebbe immediatamente il loro stesso ragionamento. Come possono dichiarare di non agire violenza se addirittura, dal loro punto di vista, sembrerebbe che la natura stessa li predisponga ad esserlo?

Molti di loro hanno dunque spostato il terreno di gioco al d’infuori dei laboratori scientifici  per addentrarsi nella vita di tutti i giorni, prodigandosi nel mostrare quando in realtà anche loro vivano sofferenze analoghe. Si tratta di una posizione che, nell’articolo già citato, Jennifer Guerra definisce a ragione «insidiosa» perché apparentemente può essere scambiata per una riflessione sensata. Chi adotta questa posizione rigetta i concetto di patriarcato, definito come un’invenzione delle femministe, per introdurre quello di bisessismo, una sorta di condizione che opprime allo stesso modo uomini e donne. Per mostrarne la pervasività, ribaltano i due assunti centrali della prospettiva femminista: il concetto di misoginia, ovvero il disprezzo nei confronti delle donne che ne giustifica la discriminazione, e quello di femminicidio, che descrive l’idea secondo cui le donne muoiono per motivi ascritti al loro genere.

Il primo assunto, quello della misoginia, viene ribaltato nella misandria, un’ostilità espressa dalle donne nei riguardi degli uomini che renderebbe difficile la loro esistenza. Chi rifiuta di prendere coscienza della violenza subita dal genere femminile definendosi a sua volta vittima della misandria compie due errori: il primo (e meno grave) è cadere in una fallacia logica, quella che tecnicamente si definisce “tu quoque”, con cui si giustifica  un’azione commessa (l’avere atteggiamenti misogni) menzionando presunte azioni analoghe compiute dalla controparte; il secondo, connesso all’errore logico precedente, di citarlo come se fosse un corrispettivo, un gioco di specchi. Se guardiamo alla storia del vocabolo, però, scopriamo che si tratta di un neologismo comparso sui dizionari da una manciata di decenni. Il motivo della sua storia recente è presto detto: si tratta anch’esso di un’invenzione partorita dai movimenti MRA. Il concetto di misandria diventa quindi un vicolo cieco, che ci conduce però al secondo ribaltamento, quello del femminicidio in maschicidio, che a loro dire accade proprio a causa di quel clima ostile in cui sono costretti a vivere. A riprova del fatto riportano dati e statistiche che dimostrano come gli uomini muoiano in misura maggiore sui luoghi di lavoro, siano soggetti quattro volte più delle donne al rischio di suicidio e vivano pesanti violenze intrafamiliari impossibili da denunciare. I dati riportati sono corretti, ma ancora una volta è la correlazione causa-effetto a essere distorta. Il maggior rischio suicidario o le condizioni lavorative che li espongono con più frequenza a incidenti mortali si spiegano infatti più facilmente se si sceglie di non tralasciare il peso che le norme sociali e le aspettative riguardo alla performance della maschilità ha sulle loro vite. Dobbiamo stupirci ad esempio che ci siano più morti maschili per via della criminalità organizzata, se a farne parte sono prevalentemente uomini? In una parola, il patriarcato, che come ricorda il filosofo Lorenzo Gasparrini non produce effetti solo sulla vita delle donne. Gli uomini muoiono con più frequenza sui luoghi di lavoro perché sono coloro a cui si affidano mestieri ad alto tasso di rischio che spesso vengono svolti con poca o scarsa attenzione agli standard di sicurezza. È questo il punto in cui le logiche patriarcali – che insegnano agli uomini a dimostrarsi virili sempre, in qualsiasi circostanza – si legano a doppio giro a quelle proprie del capitalismo, che li obbliga a performance sempre più estreme. Secondo molti “not all men”, però, i rischi vissuti non sarebbero circoscritti all’ambito personale o lavorativo; anche loro morirebbero “per motivi di genere”, uccisi dal sesso avversario. Recentemente, una persona che sosteneva questa tesi mi ha suggerito un sito che raccoglierebbe più di duecento link a notizie che confermerebbe l’emergenza “maschicidio” in corso da tempo.

In un articolo di pochi giorni fa in cui faceva chiarezza sui metodi con cui si raccolgono i dati sui femminicidi, la giornalista Donata Columbro ricorda che «definire un fenomeno è il primo passo per capire come misurarlo». I link che ho aperto alle notizie dei maschicidi sono la cartina di tornasole di un più o meno consapevole “misunderstanding” generale attorno al concetto di femminicidio. Ne L’ho uccisa perché l’amavo. Falso!, scritto a quattro mani con Loredana Lipperini, Michela Murgia sottolinea come molte persone ignorino ancora il vero significato del termine, che non descrive il sesso della vittima ma il motivo per cui è stata ammazzata. A ignorarlo sono sicuramente anche le persone che raccolgono dati a sostegno dei maschicidi, poiché ad esempio ascrivono a questa categoria anche le vittime della strada (se uccisi da automobiliste), o gli uomini che hanno subito minacce e stalking dalle loro pazienti in seguito a interventi medici non riusciti.

Se ben osservati, gli argomenti a favore dell’esistenza del bisessismo che renderebbe difficile la vita degli uomini tanto quanto quella delle donne crollano miseramente, e lasciano spazio solo al concetto di patriarcato che molti “not all men” si ostinano a non voler recepire, perché è quello che li metterebbe davanti non a una colpa, ma a una responsabilità di agire un cambiamento. Ed è quello che tutte le piazze – gremite – di sabato 25 novembre non smetteranno di chiedere.


Alessia Dulbecco, pedagogista, formatrice e counsellor, lavora e scrive sui temi della violenza intrafamiliare e sugli stereotipi di genere, realizzando interventi formativi su queste tematiche per enti, associazioni e cooperative. Ha collaborato con numerosi Centri Antiviolenza. Nel 2023 ha pubblicato “Si è sempre fatto così: spunti di pedagogia di genere”, edizioni tlon.

1 comment on “Tutti gli uomini

  1. marco ferazzani

    Come gli uomini possono essere vittima del patriarcato, ad onor di logica, allora anche le donne – madri, educatrici ecc. – possono essere responsabili del patriarcato. O no?

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