In mostra a Udine le opere di Shigeru Mizuki tra fantasmi, incubi e tradizione. Siamo andati di persona a vedere com’è.
In copertina e lungo il testo opere di Shigeru Mizuki
di Diego De Angelis
Nelle notti estive giapponesi, quando l’umidità avvolge ogni cosa e le cicale riempiono l’aria con il loro canto incessante, era solito nei secoli passati raccontarsi storie di fantasmi. Si pensava che questi racconti — i kwaidan, termine con cui si indicano le narrazioni di apparizioni e spiriti, reso celebre anche dal titolo della nota raccolta di Lafcadio Hearn — potessero letteralmente far venire i brividi, offrendo così un sollievo simbolico al caldo soffocante dell’estate. Mi sono chiesto se gli organizzatori della mostra Mondo Mizuki, Mondo Yōkai — curata da Canicola e Vincenzo Filosa e presentata dal Far East Festival e dalla Regione Friuli Venezia Giulia — abbiano scelto consapevolmente il periodo della sua apertura, dal 26 aprile al 30 agosto di quest’anno: un ponte tra la primavera e l’estate, proprio quando, secondo la tradizione giapponese, gli spiriti iniziano a muoversi nell’aria calda. Un momento perfetto per mettere in mostra le opere di Shigeru Mizuki, leggendario autore del mondo degli yōkai – nome generico che si utilizza per le apparizioni spettrali o mostruose. A Udine, effettivamente, faceva caldo — forse quasi quanto nelle foreste del Kansai o nei sobborghi afosi di Osaka. Dentro Casa Cavazzini, l’edificio cinquecentesco che ospita la mostra e il Museo di Arte Moderna e Contemporanea, invece, l’aria era fresca. Ma non per strano freddo spiritico: solo aria condizionata – e per fortuna.
La mostra Mondo Mizuki, Mondo Yōkai si percepisce fin da subito che sia stata pensata e curata non solo da esperti di fumetto giapponese, ma da veri appassionati, lettori attenti e profondi conoscitori dell’opera mizukiana. Canicola, casa editrice bolognese, da anni si distingue per portare in Italia autori poco noti al grande pubblico ma fondamentali per la storia del manga, come i fratelli Tsuge o altri esponenti del gekiga, il fumetto esistenziale nato in opposizione al manga commerciale. Accanto a Canicola, c’è Vincenzo Filosa: fumettista, traduttore e docente all’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria. La sua opera porta evidenti tracce dell’influenza mizukiana, non solo nello stile ma nello sguardo sul mondo. In questo senso, la mostra è anche un omaggio personale, un atto d’amore verso un autore che ha segnato in modo profondo la sua formazione artistica e immaginativa.
La mostra è adatta tanto agli appassionati conoscitori di Mizuki quanto a chi, dell’autore, non ha mai sentito parlare: questo perché si viene introdotti fin da subito alla sua surreale biografia, che sembra uscita da uno dei suoi stessi racconti.
Cresciuto nella cittadina costiera di Sakaiminato, circondato tra fitti foreste e la montagna sacra del Daisen, Shigeru Mizuki (pseudonimo di Shigeru Mura) sviluppa sin da piccolo un’intensa fascinazione per il soprannaturale, alimentata dai racconti popolari della sua balia, Nonnonba, figura fondamentale nella sua formazione immaginativa. È lei a trasmettergli per la prima volta la credenza negli yōkai, le creature del folklore giapponese che diventeranno in seguito i protagonisti principali del suo immaginario e il fulcro del suo percorso da disegnatore. Ma la sua vita prende una piega drammatica durante la Seconda guerra mondiale, quando viene arruolato e inviato nel Pacifico. Lì perde il braccio sinistro in seguito a un bombardamento e sperimenta in prima persona l’orrore del conflitto. Tornato in Giappone, sopravvive grazie a piccoli lavori, finché non riesce a farsi spazio nel mondo dell’illustrazione e del fumetto. Mizuki era mancino e dovette reimparare a disegnare con l’unico braccio rimastogli. Da quel momento, tra autobiografia, horror popolare e reportage storico, comincia a costruire un corpus di opere che è oggi considerato fondamentale per comprendere l’identità culturale e immaginaria del Giappone postbellico. Mizuki è uno di quegli autori che ha attraversato il Novecento giapponese rappresentando l’attrito socio-culturale che fu la modernizzazione in un Paese ancorato alle proprie tradizioni di campagna (in modo non dissimile da quello che successe in Italia negli stessi anni). Le tavole originali presenti alla mostra lo dimostrano chiaramente: si passa dai racconti di guerra e dalle cronache della società urbanizzata di Showa — la sua opera-mondo che attraversa l’intera epoca dell’imperatore Hirohito (1926–1989), alternando eventi storici globali a memorie personali — alle rappresentazioni mostruose, grottesche e a volte ironiche degli yōkai, che popolano i paesaggi rurali e le periferie dell’immaginario giapponese. Mizuki era convinto di aver vissuto altre vite e di possedere una sensibilità speciale, capace di percepire l’oltremondo. Questa convinzione ha guidato tutta la sua opera, spingendolo a utilizzare il manga non solo come strumento narrativo, ma come mezzo per costruire un ponte tra il passato ancestrale e il presente dominato dalla tecnica. Il suo disegno diventa così un canale di comunicazione tra mondi: quello degli spiriti e quello degli uomini, della memoria e della modernità, della natura e della città.
Nella seconda sala della mostra ci sono memorabilia, action figure dei suoi personaggi — come Kitarō, il ragazzo mostro nato in un cimitero e privo di un occhio —, fumetti, edizioni rare, e un monitor che trasmette in loop scene tratte da The Great Yōkai War di Takashi Miike (2005), trasposizione pop e surreale del folklore mizukiano, a sua volta remake di un vecchio film degli anni sessanta. È in questa sezione che si possono ammirare decine di numeri originali di Garo esposti. Non si possono sfogliare — come è espressamente richiesto dai curatori — ma la tentazione viene. Garo è la rivista su cui Mizuki debuttò nei primi anni Sessanta con storie che mescolavano autobiografie e folklore, e rappresenta una delle realtà editoriali più radicali e influenti della storia del manga.
Fondata nel 1964 da Katsuichi Nagai, Garo fu il cuore pulsante del già citato movimento gekiga, uno spazio libero e sperimentale dove Mizuki, insieme ad autori come Yoshiharu Tsuge, Shinichi Abe o Seiichi Hayashi, poté esplorare nuove forme espressive: più adulte o intime rispetto alla narrazione del manga commerciale dominante. Per azzardare un paragone, Garo è un po’ come la versione per adulti, inquieta e anticonformista, del ben più noto Shonen Jump. Ma dove Jump costruiva eroi per ragazzi (i vari Goku o Naruto), Garo indagava nevrosi, solitudini, sogni allucinati e microdrammi esistenziali. Trovarsi davanti quei numeri originali — ingialliti, fragili, ma ancora vibranti — significa avere di fronte le radici di un’idea di fumetto che ha lasciato un segno profondo nell’evoluzione del manga contemporaneo. I numeri più vecchi di Garo non sono facili da reperire nemmeno in Giappone. Personalmente, ne conservo gelosamente un paio, acquistati anni fa in una piccola libreria di Tokyo nel quartiere delle antiche librerie di Jinbōchō.
La terza sala è la vera gemma della mostra: ogni parete è un palcoscenico dedicato alle tavole originali — decine di creature mostruose del folklore interpretate da Mizuki. Qui troviamo i yōkai più noti — come gli alati tengu e gli acquatici kappa — e quelli più oscuri e insoliti, come i Doyobōzu, simili a vermi neri legati alla fertilità della terra, o il dio spaventapasseri kakashi‑gami.
Da queste tavole emerge lo stile tecnico di Mizuki: l’espressione basata sul contrasto tra personaggi dal tratto semplice e nervoso e sfondi disegnati con una minuzia quasi fotografica. Le figure umane o antropomorfe, sono spesso stilizzate, dal segno immediato, altre volte curate; mentre lo scenario naturale — alberi, fogliame, paesaggio — è rappresentato con fitte tratteggiature, texture complesse e un uso sapiente dello spazio negativo.
I personaggi grotteschi e in movimento emergono dal contesto, dando vita a una tensione visiva che rende palpabile la loro presenza.
Alcune di queste tavole sono già ben note ai frequentatori di librerie italiane, che hanno spazio degli angoli dedicati alla letteratura e illustrazione del Giappone, in cui non mancano mai libri dedicati ai mostri e agli spiriti e in cui risaltano quasi sempre le illustrazioni proprio del sensei di Tottori.
Molti fogli mantengono tracce del processo creativo — spazi lasciati per i dialoghi, ritagli — e mostrano come Mizuki alterna momenti dettagliati con vignette più dinamiche per far avanzare la narrazione. Questa alternanza di densità rende la lettura visiva ritmata, quasi cinematica: scene di suggestiva staticità vengono seguite da momenti più rapidi, creando un elegante scambio fra atmosfera e azione.
Girovagare tra le opere di questa mostra testimonia non solo la vasta cultura iconografica di Mizuki, ma anche come il manga, nelle mani di autori di spessore come lui, diventi un mezzo espressivo capace di raccogliere l’eredità dell’arte dell’epoca Edo — in particolare delle ukiyo-e, le “immagini del mondo fluttuante” — e di rielaborarla con uno sguardo personale. Mizuki ne assorbe la forza visiva e compositiva, ma vi innesta sfumature di umorismo, malinconia e nelle opere storiche come Showa, una non troppo velata denuncia sociale.




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