Un aumentare di buio, – Purgatorio Canto VIII

Rieccoci con il nostro “CCC”, il Commento collettivo alla Commedia in cui i canti della Divina Commedia vengono commentati da decine di autori e autrici della contemporaneità. Si tratta di un progetto de L’Indiscreto che ha l’obiettivo di sottolineare uno degli aspetti più interessanti dell’opera di Dante: la sua attualità. Questo è l’ottavo canto del Purgatorio.


IN COPERTINAe nel testo opere di Albert Bierstadt

di Francesca Bocca-Aldaqre


Con il contributo di  


Nemmeno i morti amano chi tramonta.

Ecco perché, nel Canto VIII del Purgatorio, le anime levano gli occhi al cielo e – con devozione, all’ora esatta della Compieta – pregano.

Cosa potrà mai chiedere a Dio un’anima morta?  ‘Te lucis ante’ sì devotamente / le uscìo di bocca e con sì dolci note. La Compieta dei morti è identica a quella dei vivi, le anime recitano cantando per tutto l’inno intero, chiedono a Dio di vegliarle nell’ora della paura. Fuori dalla Commedia, dentro il mondo, le ben più rustiche rogazioni dei valligiani vivi – dopo la Pasqua, come nel viaggio di Dante – snocciolano invece i terrori uno ad uno: A fulgure et tempestate, a peste, fame et bello.

Il velo che nasconde il vero è sottile in questo Canto – Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero – e nella valletta c’è un’anima che, aguzzandosi, non smette di osservare Dante. È il sangue curioso di Nino Visconti, giudice, a spingerlo ad avvicinarsi al poeta. Appena scopre che è la Salvezza ad aver portato tra loro una delle anime vive subito chiama Corrado Malaspina, l’amico fidato, a testimoniare il miracolo.

Troppo presto il Visconti è però distratto dalle preoccupazioni terrene. Dura troppo poco in femmina foco d’amor, e l’abbandono brucia – unico dei bruciori dal quale non si può trovare riparo negli inni, tantomeno nelle rogazioni. La madre che ha preferito nuove nozze alla dignità del lutto, il pensiero di quale blasone ornerà la sua tomba tormentano Nino, mentre l’anima che lo accompagna rimane attenta.

Corrado Malaspina è infatti più avanti nel cammino della purificazione, anche se la sua colpa è stata la stessa: a’ miei portai l’amor che qui raffina. Corrado amò troppo, ma non una donna; amò i suoi, il suo sangue e – si sa – per il nobile il sangue è la terra. Ecco perché si affretta a chiedere a Dante della sua valle, chiede se novella vera /di Val di Magra o di parte vicina / sai, dillo a me.

La valle di Malaspina, Dante non l’ha mai vista. Nota a tutti – palese – rimane dietro il velo, mistero per l’occhio. La Val di Magra trascina in Toscana lo spirito aspro della Liguria, di quei monti arroccati – ricchi di pietra, poveri di terra – dove hanno sempre amato costruire i propri castelli i Malaspina. 

Ai Visconti l’amore delle donne, ai Malaspina quello delle terre. Ma gli amori terreni consumano, bruciano, fino a far impazzire il ricordo. 

Esiste una valle, fuori dalla Commedia, che è microcosmo di questo canto. Credetemi, perché la amo. Come Corrado Malaspina la prima domanda con cui colpisco chi incontro è: la conosci la valle? 

Basta iniziare a risalire la val Nure e, nell’ultimo attimo di pianura, c’è il sogno di un Visconti. Il paese di Grazzano Visconti è metafisico, come la valletta del Purgatorio, come la città giusta di al-Farābī. È un sogno di passato quello che, dalle modeste terre e dal castello squadrato di Francesca Visconti, fa realizzare al nipote Giuseppe un attimo di Quattrocento. Il conte progettista, a Grazzano, sparge ovunque la vipera che il milanese accampa, nella stessa preoccupazione di ripetizione del blasone – più importante del nome – che l’avo Nino aveva in Purgatorio.

Tutt’altro spirito si respira in alta valle, scegliendo il versante giusto. Il Nure scorre, in quel tratto, da Sud a Nord, ed è lì il castello Malaspina di Gambaro – nulla lo distingue dagli altri edifici fatti della stessa pietra grigia, nessun blasone scolpito nella facciata; bastano al ricordo della casata i cespugli di more che ne proteggono le mura. Arroccato sulla riva sinistra, il castello non vede mai il tramonto. La sera è solo un aumentare di buio, un salire della lama di luce sul monte Megna finché anche gli ultimi sassi ferrosi non smettono di brillare.

Il tramonto lo vedo io, dal versante opposto, se mi affaccio verso Gambaro nell’attimo esatto quando la cima del monte Carevolo che lo sovrasta si trasforma nella china dove scivola il sole. Le nubi si stiracchiano fino a diventare lo spartito del mondo e mi faccio anima della valletta, dal mezzo di un pascolo, ficcando li occhi verso l’oriente, / come dicesse a Dio: ‘D’altro non calme’. 


Il canto, integrale

Canto VIII, dove si tratta de la quinta qualitade, cioè di coloro che, per timore di non perdere onore e signoria e offizi e massimamente per non ritrarre le mani da l’utilità de la pecunia, si tardaro a confessare di qui a l’ultima ora di loro vita e non faccendo penitenza di lor peccati; dove nomina iudice Nino e Currado marchese Malespini.

Era già l’ora che volge il disio
ai navicanti e ‘ntenerisce il core
lo dì c’ han detto ai dolci amici addio;

e che lo novo peregrin d’amore
punge, se ode squilla di lontano
che paia il giorno pianger che si more;

quand’io incominciai a render vano
l’udire e a mirare una de l’alme
surta, che l’ascoltar chiedea con mano.

Ella giunse e levò ambo le palme,
ficcando li occhi verso l’orïente,
come dicesse a Dio: ’D’altro non calme’.

’Te lucis ante’ sì devotamente
le uscìo di bocca e con sì dolci note,
che fece me a me uscir di mente;

e l’altre poi dolcemente e devote
seguitar lei per tutto l’inno intero,
avendo li occhi a le superne rote.

Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,
ché ’l velo è ora ben tanto sottile,
certo che ’l trapassar dentro è leggero.

Io vidi quello essercito gentile
tacito poscia riguardare in sùe,
quasi aspettando, palido e umìle;

e vidi uscir de l’alto e scender giùe
due angeli con due spade affocate,
tronche e private de le punte sue.

Verdi come fogliette pur mo nate
erano in veste, che da verdi penne
percosse traean dietro e ventilate.

L’un poco sovra noi a star si venne,
e l’altro scese in l’opposita sponda,
sì che la gente in mezzo si contenne.

Ben discernëa in lor la testa bionda;
ma ne la faccia l’occhio si smarria,
come virtù ch’a troppo si confonda.

“Ambo vegnon del grembo di Maria”,
disse Sordello, “a guardia de la valle,
per lo serpente che verrà vie via”.

Ond’io, che non sapeva per qual calle,
mi volsi intorno, e stretto m’accostai,
tutto gelato, a le fidate spalle.

E Sordello anco: “Or avvalliamo omai
tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;
grazïoso fia lor vedervi assai”.

Solo tre passi credo ch’i’ scendesse,
e fui di sotto, e vidi un che mirava
pur me, come conoscer mi volesse.

Temp’era già che l’aere s’annerava,
ma non sì che tra li occhi suoi e ’ miei
non dichiarisse ciò che pria serrava.

Ver’ me si fece, e io ver’ lui mi fei:
giudice Nin gentil, quanto mi piacque
quando ti vidi non esser tra ’ rei!

Nullo bel salutar tra noi si tacque;
poi dimandò: “Quant’è che tu venisti
a piè del monte per le lontane acque?”.

“Oh!”, diss’io lui, “per entro i luoghi tristi
venni stamane, e sono in prima vita,
ancor che l’altra, sì andando, acquisti”.

E come fu la mia risposta udita,
Sordello ed elli in dietro si raccolse
come gente di sùbito smarrita.

L’uno a Virgilio e l’altro a un si volse
che sedea lì, gridando: “Sù, Currado!
vieni a veder che Dio per grazia volse”.

Poi, vòlto a me: “Per quel singular grado
che tu dei a colui che sì nasconde
lo suo primo perché, che non lì è guado,

quando sarai di là da le larghe onde,
dì a Giovanna mia che per me chiami
là dove a li ’nnocenti si risponde.

Non credo che la sua madre più m’ami,
poscia che trasmutò le bianche bende,
le quai convien che, misera!, ancor brami.

Per lei assai di lieve si comprende
quanto in femmina foco d’amor dura,
se l’occhio o ’l tatto spesso non l’accende.

Non le farà sì bella sepultura
la vipera che Melanesi accampa,
com’avria fatto il gallo di Gallura”.

Così dicea, segnato de la stampa,
nel suo aspetto, di quel dritto zelo
che misuratamente in core avvampa.

Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,
pur là dove le stelle son più tarde,
sì come rota più presso a lo stelo.

E ’l duca mio: “Figliuol, che là sù guarde?”.
E io a lui: “A quelle tre facelle
di che ’l polo di qua tutto quanto arde”.

Ond’elli a me: “Le quattro chiare stelle
che vedevi staman, son di là basse,
e queste son salite ov’eran quelle”.

Com’ei parlava, e Sordello a sé il trasse
dicendo: “Vedi là ’l nostro avversaro”;
e drizzò il dito perché ’n là guardasse.

Da quella parte onde non ha riparo
la picciola vallea, era una biscia,
forse qual diede ad Eva il cibo amaro.

Tra l’erba e ’ fior venìa la mala striscia,
volgendo ad ora ad or la testa, e ’l dosso
leccando come bestia che si liscia.

Io non vidi, e però dicer non posso,
come mosser li astor celestïali;
ma vidi bene e l’uno e l’altro mosso.

Sentendo fender l’aere a le verdi ali,
fuggì ’l serpente, e li angeli dier volta,
suso a le poste rivolando iguali.

L’ombra che s’era al giudice raccolta
quando chiamò, per tutto quello assalto
punto non fu da me guardare sciolta.

“Se la lucerna che ti mena in alto
truovi nel tuo arbitrio tanta cera
quant’è mestiere infino al sommo smalto”,

cominciò ella, “se novella vera
di Val di Magra o di parte vicina
sai, dillo a me, che già grande là era.

Fui chiamato Currado Malaspina;
non son l’antico, ma di lui discesi;
a’ miei portai l’amor che qui raffina”.

“Oh!”, diss’io lui, “per li vostri paesi
già mai non fui; ma dove si dimora
per tutta Europa ch’ei non sien palesi?

La fama che la vostra casa onora,
grida i segnori e grida la contrada,
sì che ne sa chi non vi fu ancora;

e io vi giuro, s’io di sopra vada,
che vostra gente onrata non si sfregia
del pregio de la borsa e de la spada.

Uso e natura sì la privilegia,
che, perché il capo reo il mondo torca,
sola va dritta e ’l mal cammin dispregia”.

Ed elli: “Or va; che ’l sol non si ricorca
sette volte nel letto che ’l Montone
con tutti e quattro i piè cuopre e inforca,

che cotesta cortese oppinïone
ti fia chiavata in mezzo de la testa
con maggior chiovi che d’altrui sermone,

se corso di giudicio non s’arresta”.


A questo link potete trovare i commenti a tutti i canti dell’Inferno.

Il prossimo canto sarà commentato da Vincenzo Marasco.


Francesca Bocca-Aldaqre (1987) è teologa. Insegna Civiltà Islamica all’Università Vita-Salute San Raffaele, dove si occupa del legame tra pensiero Islamico e occidentale. Ha scritto Sotto il suo passo nascono i fiori. Goethe e l’Islam (2019) ed è in uscita Nietzsche in Paradiso (2021). In versi ha scritto Non amo chi tramonta (2020). Scrive di neuroscienze e teologia per Civiltà delle Macchine.

1 comment on “Un aumentare di buio, – Purgatorio Canto VIII

  1. Io rammento questa cantica, l’ottava, del Purgatorio, al Vespro, quando si vige la lode al Pastore Buono, il Quale ritorna, come al termine del cammino di vita, a incontrare i fedeli Suoi, legati a Lui dal voto, Fajr, della luce esordiente nel tempo eterno, a Divinis.

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